[Sondaggio] Brava, ma basta

Posted on February 7th, 2010, by Larry
[Sondaggio] Brava, ma basta

Nell’attesa di stilare e donare ai posteri le cronache della cena di CP, mi domandavo:

vi piacciono gli audiopost?

Continuo a pubblicare saltuariamente i file audio di ciò che scrivo [generosamente  letti dalla voce di una provetta declamatrice , che gentilmente di presta], o fazo de meno, che tanto non li ascoltate e non vi siete neanche accorti che ci sono?

Fatemi sapere!

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Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste

Posted on February 4th, 2010, by Larry
Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste

| über Sinn und Bedeutung |

Prima o poi dobbiamo testare anche tutta quella sfilza di bar-fotocopia da fighettame di via San Nicolò bassa.
Iniziamo con sistematicità e ci infiliamo, per prima cosa, al

Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste
L’atomosfera interna è leggermente cupa, l’istinto è quello di cercare le vasche con le pozioni magiche per sviluppare le foto, poi Zzi mi ricorda che no, pirla, non è una camera oscura, è un bar, e stai attenta a dove metti i piedi!
Guardo bene in terra e, sebbene le luci siano estremamente basse per un locale che somministra alimenti in cui avventori e personale restano vestiti, non c’è nulla da nascondere, il pavimento è pulito, anche negli angoli.
Occupiamo un tavolino sul retro tanto alto quanto minuscolo, la cui già ridotta superficie è occupata da un lumino più sepolcrale che romantico. Accanto alla macchina del caffè giace, parzialmente mangiucchiato, un toast poggiato direttamente sul marmo del bancone che, però, appena noi clienti prendiamo posto dove può essere visto, sparisce.

Attendiamo la cameriera per un tempo ragionevole, questa, cordiale e sorridente, non ci propone la lista, del resto noi, decisi sulla nostra ordinazione, non gliene diamo modo.
La giovane veste in total look nero, spezzato solo dal grembiule color vinaccia…non sia mai che le frequenze del verde impressionino le stampe!

Quando chiedo il vodka russian si alza un sopracciglio sul gioviale volto della barista, ma, poiché non chiede delucidazioni, deduco che sappia benissimo cosa voglio.
Io lo so, se me lo chiede, io lo so.
Ma non me lo chiede, e io non glielo dico.

Nell’attesa ho modo di apprezzare i tovagliolini personalizzati che, sotto al logo a due colori del locale, reca la descrizione “wine e american bar / stuzzicheria” e i recapiti.
“Stuzzicheria”.
Sticazzi, mi viene da dire.
Cosa diavolo sarà una stuzzicheria? Si direbbe un neologismo creato per analogia con termini quali “pizzeria” o “coltelleria”.  La prima è un locale in cui si produce e somministra pizza. Nella seconda si vendono e si fa manutenzione ai coltelli, in alcuni casi vi vengono anche realizzati.
Ne deriva che in una stuzzicheria si producano e somministrino/vendano gli “stuzzichi” o le “stuzziche”. Non mi risulta che questo segno possa essere riferito ad alcun significato. Al massimo, con uno sforzo di immaginazione, posso credere che si riferisca a “stuzzichini”.
Al di là del fatto che gli stuzzichini, gratuitamente serviti come accompagnamento o acquistabili singolarmente, in un bar sono una presenza un po’ scontata [tanto varrebbe scrivere allora "coca-coleria", "acquadel rubinetteria", "cappuccineria"], la dicitura corretta dovrebbe allora essere “stuzzichineria”.
“Faccagare”, diranno subito i miei piccoli lettori. Sono d’accordo. Anche “stuzzicheria”, d’altro canto, è un ottimo succedaneo del confetto Falqui.

Non tutte le lingue hanno una e una sola parola per indicare un concetto, questo spiega perché, con i mutamenti culturali che portano nuovi concetti nelle società, si ricorra a perifrasi o a prestiti. Non è obbligatorio usare una sola parola per chiamare le cose.
Inoltre, la presenza di stuzzichini in un bar non è, a mio modesto avviso, un mutamento culturale di portata tale da giustificare il conio di una nuova parola, specie così brutta.

Non appena mi si riassorbe la bile, arriva il vassoio con le consumazioni.
Al posto del mio vodka russian c’è un bicchiere di Coca Cola. Ah, no, è un Black Russian.
Lo faccio notare.
Sconcerto nella barista. Conferma che è un Black Russian. Riconosce che avevo chiesto Vodka Russian. Ora sembra comprendere perché ho usato un senso diverso dal suo per riferirmi ad un significato che – TA DA! – è altrettanto diverso.
Spiego cos’è il Vodka Russian. Risponde che tanto la Russian non ce l’aveva.
Faccio la faccia di quella che dice “E allora potevi dirmelo e chiedermi cosa voglio….e se fossi stata una i quelle strambe che odiano il caffè?”, ma taccio.
Fatalmente, sono una creatura estremamente espressiva.

La barista, compresa la gaffe e il peccato di ubris, insiste tantissimo per cambiare la mia consumazione, ma dato che io non sono una di quelle strambe che odiano il caffè e so quanto costa la kahlua, lo bevo lo stesso.
È buono; un po’ abbondante di kahlua [o carente di vodka, punti di vista], ma, proprio per questo, dolce e beverino.

Gli stuzzichini riempiono il tavolo [grazialcazzo, ha il diametro di un 33 giri e, dopotutto, siamo in una stuzzicheria], ma tra essi non ce ne è nemmuno uno che ‘faccia fondo’, eccettuata la fetta di pane tagliata in 4 su cui giacciono i resti smembrati di un pomodoro e di una mozzarella che hanno fatto felici molti altri palati. Ci sono olive, ma non c’è un piattino dove gettare gli ossi, ci sono peperoncini verdi sott’aceto, ma nemmeno un tovagliolo di carta dove gettare i piccioli, ci sono arachidi in guscio, ma un cazzo di niente dove mettere le bucce: in men che non si dica il 33 giri è pieno di briciole di arachidi, tovagliolini umidi di resti di peperoncini e ossetti sputazzati.
Per fortuna i bagigi sono pochi e liberiamo presto una coppetta da adibire a pattumiera.

Alla cassa, la barista si scusa ancora per il malinteso e ci ringrazia e saluta molto educatamente.

Non è il tipo di locale che mi piace, ma lo sapevo prima di entrarci; nonostante ciò e nonostante il fatto che neanche qui sia possibile bere un vodka russian [o scegliere un'alternativa!] è un locale privo di doti, ma anche privo di difetti.

In breve

Il locale e le cose
Aspetto degli ambienti [nel suo genere]: ♦♦ [Un po' camera oscura, un po' boudoir, parecchio stravisto]
Cura e manutenzione degli ambienti:  ♦♦♦♦ [Fanno di tutto per non darlo a vedere, ma è molto ordinato e pulito!]
Qualità suppellettili: ♦♦♦
Cura e pulizia degli oggetti: ♦♦ [Tutto pulito e grazioso, ma neanche una sputacchiera!]
Il personale
Competenza: ♦♦ [Uno per la presunzione e uno per la sufficienza]
Gentilezza/disponibilità: ♦♦♦♦♦ [Per la sincera disponibilità a sostituire la consumazione]
Cura e pulizia: ♦♦♦ [Sempre 'sto nero...]
I prodotti somministrati
Bevande:  ♦♦♦ [Il black russian era di mio gusto, ma obiettivamente leggermente squilibrato]
Cibi: ♦♦♦ [Freschi, non abbondanti, ma neppure scarsi, un po' troppo fighetti e inspiegabilmente mancanti di semplici patatine]

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C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part trì]

Posted on February 3rd, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part trì]

Secondo tempo supplementare:

Nel frattempo, la cioccopanna bollita è ancora a temperatura stromboliana. Come fare?
Idea! Prendo tutto il ghiaccio che ho nel freezer e lo metto in una bacinella, ci poso dentro  il contenitore della cioccopanna bollita e mescolo rapidamente affinché perda presto calore. Non basta.
Che fare? Mica posso metterlo in frigo, se lo metto in frigo a 60 gradi poi prendo il frigo e lo butto via. E poi bisogna mescolare affinché perda calore, mica posso entrare in frigo.

Entrare in frigo no, ma uscire in poggiolo sì, per fortuna ci sono due gradi.
Non so esattamente come siano andate le cose, ma a un certo punto mi sono trovata con il recipiente appoggiato allo stenditoio, mescolando rapidamente e saggiando la temperatura con l’indice ogni cinque raffiche di bora.
Mettere l’indice nel liquido caldo credo che sia ciò che mi ha tenuto in vita.

Bisogna ora montare la cioccopanna.
Bisogna anche togliere la base cotta dalla carta, tagliarla, pulire la cucina che è diventata una stalla e fondere altro cioccolato, sempre sul fonello-accendino.

Ingegnosa come McGiver, costruisco un marchingegno di rara pericolosità, mettendo lo sbattitore elettrico in bilico sul bordo del contenitore e lasciandolo lì, acceso e in funzione.
Se si ribalta ho cioccopanna ovunque, e non ho più né tempo né ingredienti per ricominciare.
Dev’essere questo che gli Inglesi chiamano sudden death [o golden goal, dipende per chi tifi, se per me o per lo sbattitore]
Non devo allontanarmi dallo sbattitore.
Di conseguenza lo lascio da solo e mi occupo della cucina.

Dio ci tiene molto al dolce di compleanno di Zzi e contro ogni legge della fisica lo sbattitore lavora da solo, come un Kitchen Aid artigianale.

Spalmo la mousse semifredda – ops! Scusate, volevo dire “lo speciale ripieno cremoso della rigojanci” – sulla “speciale base sottile della rigojanci” e copro con “lo speciale strato superiore della rigojanci”, su cui stendo “la speciale copertura fluida della rigojanci” [il cioccolato precedentemente fuso su una candela].
Nota per i posteri: prima si stende il cioccolato fuso sulla copertura e una volta che questa si è nuovamente raffreddata la si dispone sul ripieno. Altrimenti il calore del cioccolato passa attraverso la copertura, raggiunge il ripieno e il tutto si affloscia assumendo l’aspetto di un grosso Kinder Fetta al Latte.

Schiaffo tutto in frigo prima che diventi pane carasau. Vedo Zzi tra mezz’ora a venti minuti da casa e devo ancora fermarmi a comprare il regalo. Se trovo la sciarpa che devo portare alla Giraffa e che – dannazione – un minuto fa era qui  [dove cazzo è finita, sono tre giorni che non la muovo dalla libreria per non scordarla] posso anche farcela.
Eccola.

Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

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C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part ciù]

Posted on January 31st, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part ciù]

I convenevoli con ‘lbonazzo hanno richiesto un’ottantina di minuti, la sosta al supermercato altri dieci.
Al novantesimo sono stremata, ma la vera partita deve ancora cominciare.

Primo tempo supplementare:

Per preparare il ripieno occorre fal bollire mezzo litro di panna con 150gr di cioccolato fondente fuso e 50gr di zucchero e far raffreddare completamente il composto.
Inizio a fondere il cioccolato a bagnomaria.
Fornello grande: l’acqua bolle troppo vigorosamente, trabocca e mi spegne il fuoco, che non si accende più.
Niente panico, fornello medio uno: l’acqua bolle piano, metto un ditino nel cioccolato per vedere se si intenerisce, l’acqua trabocca e mi spiegne il fuoco, che non si accende più.
Niente panico, fornello medio due: l’acqua bolle piano, metto un ditino nel cioccolato per vedere se si intenerisce, l’acqua trabocca e mi spiegne il fuoco, che non si accende più [eccheccazzo].
Sudori freddi, ultimo fornello, quello piccolo della caffettiera, l’acqua non bolle, il cioccolato si scioglie a preghiere. E intanto il tempo passa.
Nel frattempo cerco di far esplodere la cucina facendo uscire il gas da un fornello e incendiandolo con l’accendino, nella speranza che il fuoco asciughi gli augelli adiacenti, permettendomi così di recuperare il fornello. Non funziona, in compenso si manifestano affascinanti palle di fuoco a venti centimetri dal fornello. Decido che le mie sopracciglia mi piacciono e la smetto di giocare alla piccola suicida.
Faccio bollire il cioccolato nella panna….sulle prime è una stracciatella e penso che resterà per sempre separato, inspiegabilmente, però, dopo ore e ore che mescolo, diventa omogeneo.
Lo travaso subito in un recipiente freddo e mi dedico alla base.
Faccio il pan di spagna al cioccolato con 3 uova, mezz’etto di farina, 30gr di cacao in polvere  e 30gr di zucchero, solo che monto a parte le chiare. Sono talmente disperata che le monto con lo sbattitore per fare prima, ma rinnegherò per sempre questa scelta.
Spalmo la diarrea di nutria sulla placca da forno foderata di carta e cuocio a 200 per dieci minuti.

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C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part uàn]

Posted on January 29th, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part uàn]

Per il compleanno di Zzi ho voluto preparargli il suo dolce preferito, che non avevo mai preparato prima di ieri:

la Rigojanci.

La rigojanci è l’unico dolce triestino che possono mangiare anche gli italiani [o qualunque altro gruppo etnico/sociale] senza restarne uccisi.
Infatti è una ricetta ungherese.
È simile ad un semifreddo al cioccolato con una base di pan di spagna al cioccolato, ma – si sa – niente di ciò che è triestino è uguale a qualcosa di preesistente: tutto è unico ed esclusivo, perciò guai a dire che la rigojanci è un semifreddo tra due strati di pan di spagna.
Di conseguenza, immagino che su wikipedia sia in corso una discussione per la cancellazione di questa pagina sovversiva e mendace.
Il dolce è stato inventato dal violinista Rigò Jancsi, che sedusse e sposò una ricchissima ereditiera americana, che per lui lasciò il marito, un principe belga.
Ciò spiega perchél dolce sia noto tutto il mondo come “rigò jancsi” ; ma il Triestino traslittera i prestiti come il serbo [in cui non esiste il weekend, bensì il vikend] e nella mezzaluna òstile - licenza poetica – tra le risorgive del Timavo e il Rio Ospo questo dolce si chiama, e si scrive, come si pronuncia.

Non è difficile da fare, non ci vuole neanche troppo tempo.
È che io ne ho avuto proprio poco, indicativamente dalle 14, ora un cui sono solitamente libera da impegni lavorativi, alle 18, ora in cui dovevo al più tardi uscire di casa.
“Quattro ore”, diranno subito i miei piccoli lettori, “non sono mica poche”. No, ma non abbiamo fatto i conti con ‘lbonazzo.

‘lbonazzo è un educato e piacevolissimo ragazzo friulano [lapalissiano], studente di architettura e fortunato neomoroso di Bellefossette, la giovane sorella di Elisa.
Quando Bellefossette l’ha incontrato, probabilmente perché ancora alle prime fasi della conoscenza e per esigenze di sintesi, ne ha inizialmente solo descritto l’aspetto estetico; dai pochi tratti forniti, Elisa ed io abbiamo concluso che fosse un bonazzo e, poiché all’epoca ancora ne ignoravamo il nome, ci riferivamo a lui come a “‘lbonazzo” [con l'articolo eliso attaccato], così ho pensato che potesse essere un gradito soprannome. Per niente sessista, oltretutto.
Ad ogni modo, detto da una che potrebbe esse sua madre, è un soprannome meritato.

È un biondo occhiazzurrato coi denti dritti come un attore  americano, ma non con la faccia da bamboccetto tipo – che ne so – Tobey Maguire in Spiderman, più scanzonato, tipo William Holden, ma con lo sguardo più furbo, alla Bruce Willis, ma non così figliodiputtana, più posato, più affidabile, tipo Matt Damon, ma non in Dogma, più in Salvate il soldato Ryan, ma con uno sguardo più sereno, tipo Val Kilmer, ma con l’aria meno arrogante, tipo Mark Hamill; prima di diventare un cavaliere Jedi, però, non esageriamo!
Diciamo come il principe Filippo della Bella addormentata nel bosco, per brevità.

‘lbonazzo ed io non ci siamo mai incontrati prima; io sono molto curiosa, e voglio conoscerlo un po’. Lui mi sgama subito, ma si concede paziente, tirando fuori tutto il repertorio da “primo incontro con un parente della morosa”. È ben vestito, parla con garbo, ha molti argomenti, simula interesse per qualsiasi puttanata io dica [ne dico tante anche nella vita normale], accenna appena al suo rapporto con Bellefossette, giusto per sottolineare le sue buone intenzioni, ma non mette in piazza gli aspetti personali, elegante e discreto come un vero principe. Insiste e riesce nel pagarmi il caffè.

Meno male che anche la più piccola delle due figlie dell’Artista Ceramista ha trovato un buon partito!

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Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Posted on January 27th, 2010, by Larry
Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Qualche settimana fa abbiamo deciso di interrogare il

Cafè noir di via Bellini, Trieste,

altrimenti noto come il

Caffè Orizzonte di via Bellini, Trieste

La verità è che ha cambiato gestione da poco e ha ancora entrambe le insegne, così io non so quale sia il nome attuale perché non ricordo quale fosse il precedente.

L’interno è come lo ricordavo, in tota larrish look arancione e marrone.
Prendiamo posto ad un tavolo minuscolo, contornato ad un lato da sedie e dall’altro da un divanetto pieno di cuscini, spodestati i quali, sprofondiamo col mento sul tavolo.

L’ambiente è tranquillo, il barista compare presto a prendere le ordinazioni.
Non c’è un listino, ma non è questo un bar alla moda dove le persone vanno per farsi vedere, è più un posto dove la gente entra perché ha sete, freddo, voglia di caffè o di far la pipì.

Ordiniamo senza menarcelo e io chiedo uno spritz perché sono si e no le cinque del pomeriggio e la cosa più trasgressiva che ordinano i miei commensali è un succo d’ananas: non mi va di fare la figura dell’alcolizzata. Non la prima volta.

Lo spritz non è memorabile, ma è fatto bene.
Ci raggiungono nel frattempo LaMinaccia e un suo nuovo amico partenopeo.

Partenopeo è a Trieste da solo tre mesi, e ha già tanti aneddoti da raccontare.
La città e i suoi abitanti, in effetti, sono una miniera di spunti.
Il più ovvio è il caffè.
Prendere un caffè denuncia subito la non triestinità dell’avventore. Un italiano chiede un caffè, eventualmente un macchiato, specificando caldo o freddo se è proprio un rompiballe. Prima delle otto consumano un cappuccino o un lattemacchiato, sempre se sono rompiballe.

Il triestino chiede un nero, un capo, un capo in bi [chiaro o scuro], un goccia [caldo o freddo].
Ma il bello non è la varietà: è la [non]corrispondenza.

Possiamo accettare di chiamare solo nero l’espresso [anche se essere corretti dal barista quando chiediamo "un caffè" è onestamente troppo] e imparare che il goccia è il caffè macchiato.
Ma “capo” è il diminutivo di cappuccino, che però viene servito in tazza piccola e – di fatto – è un caffè macchiato fino all’orlo [e chiunque dica il contrario è un triestino]; in bi è servito in bicchiere.
Il problema si presenta quando uno vuole un cappuccino vero, chiede un cappuccino e gli arriva questa porzione micragnosa. Se Nanni Loy fosse stato Triestino non avrebbe avuto abbastanza spazio per intingere il cornetto.
Avrebbe – obietteranno i miei piccoli lettori alabardati – dovuto chiede un caffèlatte.
Già perché ora il delirio di pidocchiosità triestino esplode. Dopo aver ridotto le dosi del cappuccino, riducono anche quelle del caffèlatte e ne danno 250ml, ovvero la tazza da cappuccino.
Non si sa come si faccia ad avere un caffèlatte, forse bisogna chiedere una caraffa, pare che nessuno abbia mai osato chiedere tanto, oppure è ancora là che cerca di spiegarsi col barista e la nomenclatura non è stata codificata.

Ad ogni modo, questo bar è un posto cosmopolita, i gestori sono garbati e parlano italiano.
Io gli spacco un bicchiere perché sono impercettibilmente goffa e loro non battono ciglio.
Gli stuzzichini sono scarsetti, ma, ripeto non è un bar da aperitivi.

Perciò non lo classifichiamo, non finché non mi viene voglia di andare lì a non bere un vodka russian.

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Risotto tracagnotto

Posted on January 25th, 2010, by Larry
Risotto tracagnotto

Grande cavallo di battaglia di Larry e Zzi e prova del fuoco di chiunque accetti un invito a casa nostra è il risotto tracagnotto.
Anche il Previdente Presidente e la sua Costruttiva Consorte sono passati sotto questa forca caudina, mentre la loro Figlia, astuta almeno quanto Fascinosa, ha saggiamente preferito di prepararsi per un’interrogazione.

Abbiamo, quindi, somministrato alla coppia presidenziale, una pietanza che, se volete, potete preparare così:

Fate un delicato soffritto di cipolla nel burro e, non appena la cipolla si sarà ammorbidita, fateci tostare il riso.
Il riso si dosa in una tazzina da caffè per commensale, più una per la pentola dopo i tre commensali.
Non so se dai 6 commensali si aggiungono due tazzine, per girare sei tazzine di risotto ci vuole una piccola betoniera, per otto credo occorra noleggiare una vasca del greggio.

Poi si comincia ad aggiungere brodo per portarlo a cottura.
Io sono di quelle che aggiungono il brodo a poco a poco, ma ho molta stima delle veggenti che buttano la bulaccata di brodo e lo lasciano lì. È che io non sono in grado di predeterminare quanto liquido ci vorrà.

Dopo cinque minti di cottura si mettono le noci sgusciate e mondate della pellicina marrone.
Per mondare i gherigli, si immergono in acqua bollente per qualche istante e  si spellano con l’aiuto di un coltello a punta o di uno stuzzicadenti. Tanto, come sempre, le impronte digitali sono un segno distintivo sopravvalutato.
Quando ne avrete mondate tre quarti, potete anche decidere che d’ora in poi la pellicina darà quel non so che al piatto rinunciare al quale sarebbe un delitto.

Dopo altri cinque minuti aggiungete le mele renette.
Il trucco dello chef è farle a fettine ampie, ma sottilissime, con lo sbucciapatate. Si disfano in cottura, ma se non si disfano sono molto coreografiche.

A cottura ultimata, mantecate con  cubetti di fontina precedentemente messi in ammollo nella panna fresca e la panna fresca dell’ammollo.

Coprite in modo che non di disperda il calore nei due minuti in cui va fatto riposare.

Il piatto è pronto; ota il difficile è impiattarlo perché la fontina si è completamente sciolta e ha formato una ragnatela fitta e resistente tra chicco e chicco: prendete una porzione nel cucchiaio di servizio e tutto il risotto cercherà di venirvi dietro o, alternativamente, di tenere con sé la parte che state cercando di portargli via, ingaggiando una lotta disperata dalla quale, solitamente, esce vincitore.

Preliminari a parte, è un piatto facile e di ottima resa, ma non si può dire che sia veloce.
Come dice Bon Jovi, good things come to those who wait, ma qua non si tratta di aspettare con il dito nel bunigolo, si tratta di all day working that hard line, come dice Springsteen!

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Catodica | V edizione

Posted on January 21st, 2010, by Larry
Catodica | V edizione

Con impercettibile ritardo, ho il piacere di annunciare che anche quest’anno gli amici di FuCineMuTe hanno organizzato la rassegna internazionale di videoarte Catodica.

Potete visionare la presentazione della manifestazione cliccando qui: catodica 5 it


PS che non c’entra un cazzo: avete visto che bel volantino? Sapete come ho fatto a pubblicarlo? Ho preso un volantino di carta e l’ho scannerizzato.
Scannerizzare le immagini è molto facile. Lo è ancora di più quando si tratta di immagini singole  in formato ridotto e su supporto maneggevole -ad esempio su carta da 200gr/mq, con superficie cm 10×15 o 13×18 – come le foto.
Davvero, non ci vuole niente: dieci anni fa occorrevano svariati minuti, ma gli odierni programmi di acquisizione capiscono al volo le intenzioni dell’utente e l’unica cosa che serve è un arto per maneggiare il coperchio. Questione di pochissimo, ci sono riuscita pure io…anzi, potrei pure scannerizzare immagini altrui, avendole anche solo temporaneamente a disposizione.
E serbarle gelosamente senza condividerle con nessuno, chiaro.

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I love shopping con la bussola

Posted on January 20th, 2010, by Larry
I love shopping con la bussola

>>>   POST AGGIORNATO   <<<

Clicca qui sotto per ascoltare l’audiopost:

Larrycette_I_love_shopping_con_la_bussola

°   °   °   °   °

Gennaio, tempo di saldi e tempo di spese con quel che resta della tredicesima [per chi ce l'ha] e della bustina coi contanti di qualche saggio, amatissimo, parente.

Per gli atleti della nostra giovane, ma rispettabile società, è tempo di rinnovare il guardaroba acquistando la tuta di società.

Ora intendo fare un uso personale del mezzo pubblico [si fa per dire] e approfittare della massiccia frequentazione di orientisti per chiedere a loro – in qualità di esperti -, alle crocette – in qualità di ragazze – e agli altri lettori – in qualità di tachenti – suggerimenti su che taglia di tuta acquistare.

Ho provato la tuta di Zzi, che è una M sia di pantaloni che di maglietta, e questo è il risultato [a letto i bambini]:

Davanti

Dietro

Come vi pare?

Secondo me mi sta proprio dimmerda, perdonate il francesismo, sembro una campana per la raccolta differenziata del vetro, potrei far scrivere “non introdurre plastica, ceramica, metallo o altro materiale” al posto del nome della società.
Ora, lo so che se devo indossare questa tuta  perché sono a una gara e non è la situazione per tirarsela da supergnocca [neanche, per assurdo, potendoselo permettere].
Inoltre, sono felicemente maritata e non devo adescare nessuno, quindi non dovrei preoccuparmi tanto di valorizzarmi in ogni circostanza [specie considerando come vado conciata a lavorare certe mattine].
Tuttavia, proprio perché sono felicemente maritata e mi piacerebbe molto restare tale, devo far fronte alla agguerrita concorrenza delle altre atlete, specie delle ragazze dell’est, dai corpi scattanti e dalla spiccata propensione a spogliarsi in pubblico, cercando di “tenermi un po’”, come si suol dire.

Analizziamo insieme i difetti della tuta – anzi, di Larry nella tuta: la tuta in sé non ha difetti – e cerchiamo di minimizzarli.
A me pare un po’ piccola di sotto e grande di sopra [come tutto quello che sta nel mio armadio], quindi la soluzione logica parrebbe essere:
Maglia taglia S
Braghe taglia L

Ma non ne sono persuasa: se prendo la S di maglia mi diventa stretta di fianchi, ed è peggio. Però si accorcia e interessa sempre meno i fianchi, quindi – paradossalmente – potrebbe essere meglio una XS, se esiste.

Le braghe già così sono modello acquancasa, però non sono poi così strette. Se non ci fosse troppa differenza tra una taglia e l’altra potrebbe valere la pena prendere una taglia in meno e spacciarli per trendissmi fuseaux capri [ma il confronto con le altre mi sputtanerà].
E se poi non ci entro?

Che fare?
Cosa acquistare?
Come indossare?

Il ventagli di opzioni è quantomai ampio:

Maglia S + Braghe L, ovvero assecondo le mie forme da Barbapapà, pensando che in fondo ho il corpo di una divinità, pazienza se Buddha.

Maglia XS + Braghe S, ovvero faccio prima a dipingermi la tuta addosso, ma se poi arrivo ultima ho la scusa che ero immobilizzata dalla divisa.

Maglia M + Braghe M, ovvero la stessa taglia di Zzi, che mi dona come una scagazzata di gabbiano nei capelli, ma tanto io mi metterò la tuta si e no una volta all’anno, almeno Zzi ne ricava un cambio completo e posso pure andare in giro a dire che ho la taglia del mio smilzissimo consorte.

Non so cosa scegliere, aiutatemi!
Approfitto per ricordare anche agli altri membri della nostra giovane, ma rispettabile, società, che bisogna comunicare gli acquisti che si intendono fare al Previdente Presidente entro domenica.
Se non sapete come mettervi in contatto con lui, non temete: lui vi telefonerà!

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Questione di codice

Posted on January 19th, 2010, by Giraffa
Questione di codice

Avete presente le difficoltà dei pinguini di Madagascar quando non capiscono il codice?

Ecco, io a volte con la mia amica mi sento così… Lei mi chiede se mi serve qualcosa nel mitico (per me che non ci sono mai stata!) supermercato di Capodistria, io le rispondo di no, che prima o poi riusciremo ad andarci insieme ed allora sì che sarà un gran problema x i nostri mariti trascinarci via dal reparto dolci (nel senso di ingredienti per).

Ma nel giro di qualche ora mi ritrovo sotto casa una borsa con qualche genere di prima necessità (e di molto conforto)

E’ tutto fantastico, ma c’è qualcosa che sbaraglia qualsiasi concorrenza: Prinzessinnen Juwelen, ovvero tre tipi di granella decorativa terribilmente inutile ma anche terribilmente rosa. Insomma, dovrebbe essere un prodotto giraffico!!

Ringrazio pubblicamente, non da parte di Bruttino, che comincia a preoccuparsi di come faremo a traslocare… stiamo pensando di dare una stanza alle glasse!

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