Dieta GIFT metodo Speciani: un Larry-ality [puntata 10]: “Torna alla partenza”

Posted on January 25th, 2012, by Larry

“Larry, come va la dieta GIFT?” diranno subito i miei Petulanti Lettori.
Allora, dovete decidervi: non potete avere la botte piena e la moglie ubriaca. O sto a dieta, faccio sport e mi infighisco ad ogni giorno che passa (anche perché l’arrivo di Bruce è imminente, e non dovrei farmi sorprendere in questo stato), o lavoro alacremente per dare materiale a questo blog: mangio fuori, accetto inviti, assaggio, valuto, non capisco, riassaggio, mi esprimo, controllo, ri-assaggio. E mi inciccionisco. Di più: mi imbibino di carboidrati che, quando corro, hanno un effetto “pietra filosofale” e trasformano l’acido lattico in cemento, col risultato che io neanche riesco a sollevare i piedi e perdo il già scarsissimo entusiasmo, precipitando in un’entropia del chiattume per cui più mangio e meno mi vien voglia di muovermi, e meno mi muovo e più tempo ho per mangiare.

Il sedici dicembre, dopo la prima cena Natalizia in quel di San Vito di Fagagna, mi ero definitivamente risolta che il tenermi in forma (dieta + sport in proporzione variabile) fa per me. Non ci posso far niente: non sono portata. Certe cose, in relazione a certe persone, vanno sempre come devono andare, non è né colpa delle persone, né una caratteristica intrinseca delle cose; semplicemente, non si è fatti l’una per le altre. La musica, l’ordine e lo stare in forma non sono cose per me; mica c’è niente di male, a un certo punto uno se ne fa una ragione e si dedica ad altro, con maggiore successo e soddisfazione.

Per la musica è andata così. Io avevo una prozia diplomata in pianoforte che insegnava nelle scuole, e ho tutt’ora una cugina indubbiamente dotata, cui hanno fatto studiare musica. A un certo punto della mia infanzia, l’esperta prozia ci ha provato anche con me, e subito dopo ha cominciato a regalarmi album da disegno e pennarelli (coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti).

Allo stesso modo, mi ero già messa il cuore in pace e pensavo di dedicarmi con lieta rassegnazione alla coltura dei miei fianchi, quando Babbo Natale non s’è fatto i cazzi suoi.
Forse alcuni di voi avranno sentito dire che Babbo Natale non esiste. Lo credevo anche io, ma questo Natale ho scoperto che esiste, eccome, ma è stronzo. Questo spiega come mai non porti doni ai bimbi poveri e ai bimbi di altre religioni, e perché faccia a certi adulti certi regali. A me ha portato il coso per far parlare le scarpe con l’iPod.
Per i fortunati che si possono permettere di ignorarlo, è un dispositivo del maligno, che, inserito nelle scarpe con l’apposito alloggio, dice all’iPod come state correndo, quanto state correndo, e un sacco di dati umilianti che uno avrebbe anche piacere di lasciar cadere nell’oblio, e invece c’ha una portinaia sotto la suola che sputtana i cazzi suoi ai quattro venti. Sì, perché una volta che le informazioni sono nell’iPod, quello le va a dire al Mac, e si sa che il Mac è un supponente se ce n’è uno, sempre pronto a giudicare, paragonare risultati, fare classifiche, grafici di andamento degli allenamenti, confronti con le corse precedenti proprie e altrui, specie se si fa la cazzata di lasciarlo andare su internet: a quel punto si mette a fare a chi ce l’ha più lungo con gli utenti della community della Nike (che non conosco, ma che per definizione mi pare abbiano buone chance di essere degli invasati), e addio autostima.

“Va beh, ma ‘sta cazzo di dieta GIFT come va?”.

Perbacco, non vi sfugge niente, eh?

La dieta va tako-tako, nel senso che per averla sospesa da metà dicembre a metà Gennaio, ed essendomi vendicata di cibo come se il mondo finisse l’indomani, la dieta fatta in precedenza ha tenuto bene e ho preso solo un chilo e mezzo; certo, ho preso un chilo e mezzo che non butterò giù tanto presto, visti i ritmi di questo regime alimentare.

In realtà, quello che più mi dà fastidio è che ancora una volta ho avuto la prova che la dieta funziona e che i principi su cui si basa corrispondono alla realtà, infatti l’andamento del mio peso e dalla mia forma (nel senso di “spazio che occupo nel mondo”) sono perfettamente prevedibili, quindi, se sono la donna cannolo, è tutta opera mia.

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Brescia, 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [4]

Posted on January 23rd, 2012, by Larry

Di primo mattino mi fa alzare e mi porta in una città umida e lattiginosa, con la stessa luce e gli stessi colori che ha Trieste quando la si guarda attraverso la carta da forno (chi non ha mai guardato Trieste attraverso la carta da forno?).

Io mi sono cambiata in albergo e non scendo dalla macchina fino all’ultimo. Ma proprio “l’ultimo” tanto che ho rischiato di fare una partenza alla Simonelli, cioè quattro o cinque minuti dopo il proprio minuto di partenza da griglia. Per fortuna, invece, quando arrivo al cancello e chiedo “a che minuto siamo?” con fare indifferente, mi rispondono con il mio numero e passo il nastro con calcolata nonchalance.
La gara non è male, è che è strana.
Ovviamente non parlo della mia performance, che per ragioni atletiche è stata pessima, ma mi limito a considerazioni teoriche, come se non fossi uscita sul terreno. Poiché la mia categoria prevedeva la finale, il castello – ovvero la parte cartograficamente impegnativa – è stato lasciato da parte nella prima manche (non può essere definita “di qualificazione”, essendo diciotto le atlete partecipanti, più io), che si è svolta solo in centro.

La partenza è clamorosamente selettiva, perché prevede di percorrere in discesa una scalinata ripida, sconnessa e lucida come la pista del bowling, roba che se per sbaglio metti il piede su uno sputo fai un volo che ti trovano a Mantova.
Forte della mia capacità a leggere la carta, decido di affrontare con rispetto la ripida discesa, certa di recuperare alla grande una volta arrivata in pianura.
Ai piedi della scalinata c’è un fotografo che immortala tutti gli atleti che passano. Io sono quella che è rimasta nella foto di tutti gli altri e, se ci fate caso, confrontando il primo e l’ultimo scatto in cui compaio, si nota che mi sono cresciute le unghie. Io, visto l’andazzo, faccio quella che non è che non sa scendere due gradini, è che le piace farsi fotografare:

Dovete sapere che, come scrittrice, mi ispiro alla tecnica compositiva per cui è famoso Wordsworth e con cui ci hanno fatto due palle così alle superiori: la recollection in tranquility. Dicesi recollection in tranquility la pratica di non scrivere di getto, ancora sotto l’influsso delle emozioni e delle prime impressioni, bensì limitandosi in prima battuta ad osservare la realtà e riflettendo poi a posteriori sui sentimenti che l’esperienza ha suscitato, lasciando che essi si ripresentino nel’animo attraverso il ricordo in un momento di quiete [questa l'ho detta solo per far vedere che anche se non sembra, ce l'ho anche io, il diploma]. Così io ho vissuto l’esperienza “Brescia, 23 ottobre 2011″ e ho atteso il momento di tranquility per recollect le mie emotions nel memory. Ammettiamo pure che momenti di tranquility per fare un minimo di recollection ce li ho avuti, ma magari ho fatto altro. Insomma, ora che è il momento di riflettere sui miei memories… ecco, i memories mi difettano un po’, e non mi ricordo molto della gara, essendo passati più di due mesi.

Ad ogni modo, mi ricordo che per me è stata abbastanza noiosa, perché le scelte di percorso erano poche, e se c’erano erano intuitive. Mi hanno poi anche spiegato che se la fai a velocità pedrotti [si scrive minuscolo perché è un valore, una sorta di unità di misura dell'orienteering: la formula per determinarla è fulviopacor/tempo], le scelte non sono così scontate, ma se la fai a velocità lumaca è ovvio che hai tutto il tempo di notare che in carta non è segnata l’erba fra le fughe delle piastrelle e infilare i vicoli giusti. Nonostante questo, ricordo distintamente di essere clamorosamente andata lunga a un certo punto ed essermi imbattuta in un negozio di pianoforti che nessun altro ha avuto modo di incontrare.

Il mio stile di corsa (si fa per dire) “attento”, tuttavia, mi ha permesso di notare particolari importantissimi, la cui rilevanza andava ben oltre il mero fine della gara: i ristoranti.
Come il mio piccolo lettore Elvio aveva giustamente sospettato non vedendomi arrivare dopo due ore e mezza di gara, infatti, già che ero in giro ho approfittato per fare un sopralluogo sui possibili posti dove pranzare, cercando di memorizzare dove fossero in carta e tirandomi da sola i peggiori accidenti per non essermi portata una matitina.

Non so se sia consentita la matitina nelle gare di orienteering, non so neanche se sia molto vantaggioso, dal punto di vista tattico-agonistico, fermarsi a prendere appunti sulla carta, ma sui pantaloni della tuta della nostra giovane, ma rispettabile società, è applicata una tasca, quindi non vedo perché non mi potrei portare una matitina, che  - se non altro – sarebbe molto utile in questi casi.

Nonostante il traguardo sia nei pressi della partenza e richieda, quindi, anche una prova di scalata per essere tagliato, arrivo alla fine della gara. Non ci arrivo benissimo: ci arrivo rubizza come un ubriaco a ferragosto, tanto madida e affannata che, in confronto, Ermengarda in punto di morte sarebbe parsa una bagnante in spiaggia. “Beh, è normale” – diranno subito i miei piccoli lettori – “tra la salita e lo sprint finale è ovvio che una si affanna”. Non ho fatto alcun sprint finale.
Io non faccio mai lo sprint finale, io cerco di passare il traguardo alla chetichella, di solito mi nascondo il pettorale fino all’ultimo (infatti a Roma ho anche dichiarato il numero sbagliato, ma non vorrei parlarne più), cerco di sembrare una che passa di là per caso, con la camminata composta e l’aria svagata, ma distinta, di Holly Golightly. Oltretutto, avendo camminato fino a un attimo prima, mi pare una presa per il culo, fare lo sprint finale, senza contare il fatto che, come minimo, se azzardo una mezza falcata e sollevo troppo i piedi da terra, inciampo nel filo del microfono dello Speaker, planando sulla Cento a pelle d’orso, forse addirittura rompendo una di quelle costosissime centraline. No, meglio non fare figure magre davanti a tutti, meglio non farsi notare e arrivare al traguardo senza correre.

A Brescia sono arrivata completamente spolmonata, tenuta in vita dall’incazzatura e dal mugugno, facendo gesti minacciosi in direzione di Zzi.
Poi, siccome era presto, Zzi non era entrato in finale e io col cazzo che facevo un altro giro, ho cominciato a chiedere ai lombardi indicazioni sull’outlet Franciacorta che, a giudicare dal nome e dai cartelli sparsi per tutta l’autostrada, non poteva essere lontano.

Continua, prima o poi.

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NUOVO GIOCO A PREMI “Non si capisce il motivo” [manche 1]

Posted on January 17th, 2012, by Larry

Non è ancora finito Calorico, che già si respira l’atmosfera di festa di Ripresa [se non vi ricordate i Larry-mesi, li ritrovate qui: anche io l'ho consultato, non è che mi ricordo proprio tutte-tutte-tutte le cazzate che scrivo].

Per dare il giusto risalto a questo lieto periodo, che vedrà celebrare, fra gli altri, i compleanni di Zzi, della Giraffa, di Susidicogoleto, di Josephine , di Tartan-Annamora e della Monica (e ora ecco ricadere su di me la caterva di accidenti di quelli che mi sono dimenticata), ho deciso di dare il via a un

NUOVO GIOCO A PREMI!

Siccome nel mese di Ripresa si festeggia anche il compleanno dell’unico individuo al mondo più smusicale di me, e siccome molti di voi si staranno chiedendo “perché cazzo mai c’è un pentagramma nell’header?”, ho deciso di dare a questo nuovo gioco a premi un taglio prettamente musicale.

Avvisatemi quando avete finito di farvi il segno della croce, che vi spiego il…

Regolamento. 

È molto semplice: c’è una cosa da indovinare, il primo che risponde giusto prende punti:

  • 2 punti se si è iscritti al blog (quindi loggatevi con l’e-mail dell’iscrizione)
  • 1 punto se si è un lettore di passaggio (è un’astuta strategia per invogliare i lettori di passaggio a iscriversi, in caso non fosse chiaro).

Vince chi per primo totalizza 30 punti, il che significa che, se Marirosa è collegata, il gioco finisce in 15 manche, altrimenti possiamo andare avanti per anni.

Il gioco si intitola Non si capisce il motivo (ove per “motivo” si intende “melodia” e non “ragione/causa efficiente”, poiché cercare quella che mi muove a fare queste cose sarebbe un compito troppo ardito per chiunque) e consiste nell’indovinare un motivo misterioso eseguito da me medesima. Alcuni noteranno che non conosco motivi a sufficienza per condurre il gioco a lungo.

Solo in questa prima manche, per iniziare con sprint la competizione (e per darci subito una botta), 5 punti bonus a chi spiega correttamente la scelta del nome del gioco!

Ah, dimenticavo: alla fine, il vincitore riceve un telefono cellulare. Niente di ipertecnologico, ma è nuovo, permette di telefonare e ve lo beccate gratis con spese di spedizione a mio carico, quindi vi conviene impegnarvi.

Tutto chiaro?
Pronti?
Via!

Gioco a premi Non si capisce il motivo, manche 1

 

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Brescia 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [3]

Posted on January 13th, 2012, by Larry

[Clicca qui per rileggere la puntata più recente della saga di Brescia, recentemente tradotta dal sumero, tanto era vecchia]

“Malaria!” è la mia diagnosi. No, Zzi ha fatto il vaccino e la conosce, e mi assicura che la malaria non colora. “Scarlattina!”, proclamo sicura, come se non avessi appena detto una cazzata. Mi pare di avere la febbre, è sicuramente una malattia esantematica, amore mio stammi lontano, altrimenti ti contagio. Oh, mamma mia, il morbillo in età adulta può essere mortale.

“Secondo me è una reazione allergica”. Zzi vuole giocare al dottor House. Pensiamo a tutto quello che ho mangiato, non c’è niente a cui io sia allergica (semplicemente perché non sono allergica a niente) e non c’è neppure nulla ti tipicamente allergenico, come le fragole, le fave o la frutta a guscio. Cerco di non darlo a vedere, ma sono in preda al panico.
Chiamo la reception e chiedo cosa c’era nella zuppa. Il concierge indaga, ma non è risolutivo: nessun ingrediente segreto, nessuna spezia che non ho sentito: verdura bollita e passata. Non è la zuppa. Mi riservo di imputare la colpa al glutammato, ma non mi pareva ci fosse dado da brodo (e poi, il glutammato fa reazione? E quanto ce ne vuole? Se non sento il sapore del dado, è possibile che ce ne sia comunque una quantità sufficiente a scatenare una reazione? Non lo so, ma mi pare improbabile): come detto, era talmente poco salata da risultare amarognola, cosa che non sarebbe stata se ci fosse stato abbastanza dado.

Provo a chiamare Quello Lì per consulto medico, ma non risponde; forse è di turno in ospedale. Da qui a domattina, quando smonterà, potrei essere morta. Alle dieci – ora indegna per telefonare alla gente – mando un messaggio a Elisa per avere notizie del suo fidanzato-che-non-c’è-mai-quando-serve e uno alla mamma, che sicuramente sa cosa fare.

Dopo poco la mamma richiama. Mi vergogno come se avessi fatto la pipì a letto e le racconto che tecnicamente sto bene, ma sono tutta rossa, ho mal di testa, c’ho trentun anni, paura e non so cosa fare. La mamma ipotizza subito una reazione allergica, mi rassicura e mi fa un sacco di domande su cosa ho mangiato, e cosa ho bevuto e cosa ho inalato, e cosa ha mangiato, bevuto e inalato mio marito, e lui come sta. Rispondo e aggiungo che l’arrossamento si sposta, che ora è meno accentuato sulle spalle, ma è arrivato agli stinchi. “Va via per i piedi, come diceva mia mamma”, afferma lei. La mamma sì che sa il fatto suo. Mi tiene dieci minuti al telefono mentre consulta il suo libro di medicina; forse fa finta, ma lo fa bene e mi tranquillizza molto. Quando ci salutiamo mi pare già di star meglio, anche se il mal di testa è terribilmente peggiorato. “La mamma dice che è una reazione allergica”, dico a Zzi, non senza sollievo. Lui è buono, e non sottolinea che lui lo aveva detto due ore prima.

Nel frattempo, aveva consultato internet e scoperto che sono i sintomi dell’intolleranza ai solfiti contenuti nei vini. Non mi era mai successo, prima d’ora, ma, si sa, le allergie vanno e vengono e poiché si trattava di un bianco è probabile che contenesse più solfiti di quelli mediamente aggiunti ai rossi, che consumo di più. Però, cazzo, una reazione del genere a fronte di un quantità di vino inferiore a quella che si prende di sciroppo per la tosse, un po’ di paura me la fa.

Nel frattempo anche Elisa si è interessata e si è informata sul mio stato di salute (il testo del messaggio era un rassicurante “ho dei sintomi che non conosco”), così a mezzanotte passata, quando Zzi dormiva da un po’ e io stavo quasi per abbioccarmi, Quello Lì richiama, facendoci morire dal soprassalto. Certo, se io spegnessi il cellulare, prima di andare a dormire, queste cose non succederebbero. Anche Quello Lì conferma che si tratta di una reazione allergica e avvalla l’ipotesi dei solfiti.
Sarà.
Sarà, ma secondo me è stato un tentativo di avvelenamento da parte di Zzi per sbarazzarsi di me. Infatti, l’indomani ci ha provato di nuovo, sebbene con diversi mezzi.

 

La saga di Brescia continua, ma chissà quando, e chissà tu dove sarai e cosa farai…. Iscriviti al blog, così riceverai i nuovi post nella tua casella e-mail e non rischierai di perdere gli aggiornamenti. Tanto è gratis, che ti frega?

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GUEST POST by Stegal67: SOGNI

Posted on January 10th, 2012, by Larry

Dieci secondi alla fine. Tommy chiama lo schema: “3 basso”. Lo chiama lui perché Paolo, il play titolare, è uscito per falli pochi secondi prima. Uscendo lui, sono entrato io, dopo 39 minuti e 35 secondi di panchina. In quest’ultima fase della stagione non sto giocando molto, anzi spesso non gioco per niente: arrivo a casa ed i miei genitori mi chiedono: “Giocato?”. “No, 40 minuti in panca”. Si domandano e mi domandano chi me lo faccia fare…
Comunque, visto che non rogno molto, l’allenatore preferisce chiamare me come decimo giocatore: così non ha l’assillo di uno che si lamenta in panchina. Questa volta però gli servo. Trenta secondi alla fine e mi butta in campo. A freddo, senza preavviso. Mentre entro in campo mi chiedo cosa si aspetta che io combini.

L’ultimo fallo di Paolo ha dato due liberi ai ragazzi della “Yugo” di Spalato. Consueto due su due di marca plava, e siamo sotto di due punti. Ultima azione, Tommy arriva al piccolo trotto e chiama “3 basso”. Lo schema “3 alto” prevede uno schieramento 1-4, con la guardia e l’ala piccola che si smarcano ai lati i numeri 4 e 5 a bloccarsi reciprocamente all’altezza della linea di tiro libero; il “3 basso” un 1-2-2 con le guardie che si incrociano sotto canestro.

Nove secondi. Occupo la posizione di post basso. Incrocio sotto canestro e vado a sinistra, non mi aspetto di veder arrivare la palla sul mio lato. Viene invece servito Fabio che è salito in post alto oltre la linea di tiro libero, posizione frontale. Fabio si gira, è marcato.

Otto secondi. Lo schema prevede che io faccia qualcosa… forse un “gioco a due” con Fabio mentre sull’altro lato il pivot e la guardia si incrociano ancora. Fabio non ha un gran tiro, è anche lui una riserva: Carlo e Giorgio sono fuori anche loro per falli, spesi per contenere i lunghi spalatini.

Sette secondi. La mia versione del gioco a due. Pianto una gomitata nel petto del mio marcatore, virata di 360° per lasciarmelo dietro e taglio a canestro. Culone in fuori, gomiti larghi per occupare spazio. Il mio marcatore mi tira un gran cazzotto nelle reni e si piazza alle mie spalle per cercare di deviare un passaggio che…

(Sei secondi)… non arriva. Fabio, nonostante la linea tra me e lui sia sgombra, non mi vede e scarica la palla fuori dall’altra parte. Io esco dall’area esattamente da dove sono entrato, penso che il gioco decisivo si svilupperà dall’altra parte.

Cinque secondi. La guardia che ha ricevuto il pallone è marcatissima. Tommy troppo lontano per inventare qualcosa. La palla torna a Fabio che era rimasto praticamente nella stessa posizione. Decido di riprovarci.

Quattro secondi. Bump sul difensore, virata e prendo posizione. In quel momento mi accorgo che i miei occhi non guardano la palla ma gli occhi di Fabio, e che io suoi occhi non stanno guardando i difensori ma guardano i miei. Il passaggio parte.

Tre secondi. Ricevo in mezzo all’area e sento tutta la pressione di questo ragazzone slavo sulla schiena. Potrei tentare un gancio, ma finirei sotto l’ombrello del pivot che sta arrivando a raddoppiare… inchiodo il piede destro, schiaccio palla per terra e scivolo a canestro in direzione opposta.

Due secondi. Il difensore ha capito con un attivo di ritardo. Era TRA me ed il canestro un attimo prima, un attimo dopo sono io che sto mettendo la spalla destra tra lui e il ferro.

Un secondo. Lascio andare la palla. Verso il quadrato magico disegnato sul tabellone. Il mio marcatore sbraccia ma non ci arriva. L’altro difensore fa un gran salto che gli consentirebbe di stoppare un tiro diretto a canestro, ma non uno che viaggia verso la tabella.

Il fotogramma successivo vede me che corro indietro per assumere una posizione in difesa. Siamo pari. La sirena che manda all’overtime non la sento nemmeno per il rumore che arriva da tutto attorno. I supplementari sono una passeggiata. Ricominciamo da dove avevamo finito: Tommy mi serve a sinistra per due punti facili in sottomano. Spalato sbaglia, noi corriamo e Tommy segna da 3. Un supplementare dura cinque minuti, una vita. Ma quando hai passato le ultime azioni a ragionare sul filo dei secondi, vuoi fare tutto subito, vuoi rimontare subito. I tiri affrettati diventano rimbalzi lunghi per noi. Vedo Tommy, sempre lui, prendere un pallone lungo mentre io sto già scappando in contropiede: altri due facili. A metà del supplementare infilo uno dei rarissimi tiri da tre punti della mia vita cestistica e la partita è praticamente finita. 5 minuti e 20 di gioco. Nove punti.

Ancora oggi, a vent’anni di distanza, ricordo quell’azione sotto canestro nei minimi fotogrammi, ma solo una cosa non sono in grado di vedere. Ed è l’unica cosa che non ho scritto: non vedo la palla che entra nel canestro.

Qualche psicoterapeuta ne farebbe argomento di studio, magari con annesse chiacchierate su un lettino di analisi: ancora oggi posso chiudere gli occhi e ricordare azioni, fasi di gioco, partite vinte e perse (con un saldo, per mia fortuna, decisamente attivo) in 12 anni di carriera. E così come sento un brivido lungo la schiena se qualcuno nomina un “Lome” di orientistica memoria, allo stesso modo non sono in grado di vedere con gli occhi della mente un pallone tirato da me entrare a canestro; non quando mi vedo tirare da fuori, non se mi vedo tirare da sotto: la palla rimbalza sull’anello una, due, tre volte ed esce. Sempre. Se provo mentalmente a schiacciare a canestro, il pallone svanisce letteralmente dalle mie mani un istante prima di affondare nella retina: persino quando provo a immaginare una bella tomahawk, come nei tornei estivi in Romagna quando facevamo abbassare di qualche centimetro gli anelli per impressionare le ragazze tedesche in bikini che venivano a vederci giocare direttamente dalla spiaggia.

Quando decisi di smettere di giocare, soffrivo ormai di allucinazioni; ad occhi aperti o chiusi, vedevo un pallone da basket saltare qua e là per tutto il mio campo visivo: su uno sfondo scuro mentre cercavo di addormentarmi, spesso invano, oppure lo vedevo ballonzolare da un oggetto all’altro durante le ore del giorno. Il tempo di latenza di una partita, il tempo necessario per mettermi tutto alle spalle, era di 24-48 ore. Mi stavo flippando il cervello, non avevo più un gioco, non avevo più nemmeno la fiducia dell’allenatore e dei compagni di squadra. Non avevo più motivo di giocare, con i sogni che erano diventati tutti incubi.

Poi, una volta deciso di smettere, il mio gioco ha virato sui cardini: basta preoccupazioni, basta pensieri, era diventata una specie di “missione a termine” che mi faceva vedere ogni azione come se fosse l’ultima. Il bello è che non ricordo nemmeno qual è stata l’ultima partita che ho giocato, l’ultima azione che ho giocato, se quando la sirena ha dato il segnale di fine partita ero in campo o in panchina (più probabile la seconda)…

Per mia grande fortuna, il destino aveva pronta per me una alternativa decisamente migliore. Da 18 anni, ormai, vado inseguendo cose bianche ed arancioni per boschi, prati e valli. Le persone che ho conosciuto praticando orienteering si sono dimostrate di gran lunga migliori di quelle che ho frequentato sui campi di basket. Forse sono diventato più maturo io, che non ho più nulla da chiedere alle classifiche esposte gara dopo gara che mi vedono invariabilmente verso il fondo; anzi, forse non me ne importa proprio più nulla del risultato finale! Del fatto stesso che ci sia un risultato! L’obiettivo di ogni gara è quello di fare un secondo meglio di quello che potrei fare mantenendo la concentrazione al 100% per tutta la gara e spingendo sulle gambe con le energie sempre più risicate che mi ritrovo. Il saldo vede più sconfitte contro questa mia ombra che vittorie.

Ma adesso ogni notte che precede una gara vengo accompagnato fino all’alba da un sogno nel quale sono nei boschi, cerco lanterne, vivo avventure paradossali in compagnia di amici non immaginari, ma assolutamente reali, che incontro poi il giorno dopo in zona partenza. Possono essere avventure plausibili o semplicemente impossibili; partecipo ad una staffetta con ragazzi che non sono miei compagni di squadra o con un formato di gara che più cervellotico non si può, o sono in ritardo ad una partenza che per qualche motivo non riesco mai a raggiungere, o sono semplicemente a gareggiare in un posto diverso da quello dove mi sono iscritto, o scopro di essermi iscritti ad una MTB-O e non ho portato la bici, o prendo parte al campionato del mondo… (ne ho vinti due, di campionati del mondo “notturni”: ne ho fatto persino menzione in una intervista ai Campionati Mondiali master portoghesi; la pubblicazione dell’intervista stessa deve aver fatto strabuzzare gli occhi ai lettori: chi diavolo poteva mai essere questo matto?).

Ogni volta che mando un augurio agli orientisti, dico loro di non smettere mai di sognare, perché i nostri sogni non si spengono all’alba e c’è sempre la possibilità che si avverino. I miei sogni…? Mi accontento che mi portino attraverso la soglia che separa il sonno dalla veglia, ed invariabilmente se ho sognato qualcosa di orientistico (per improbabile che sia) potreste vedermi a colazione con il sorriso sulle labbra, pronto a raccontare l’ultima avventura.

E pronto a chiedere agli amici: “Ma tu… cosa hai sognato questa notte?”

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Anno nuovo, autore nuovo

Posted on January 9th, 2012, by Larry

Siete rientrati dalle ferie?
Siete rincasati dalle vacanze?
Siete tornati ad essere piccoli lettori numerosi e voraci ?

Spero di sì, altrimenti non avrei atteso quest’oggi per fare questo annuncio. Per un’autrice che non se ne va (guai a lei), ma che avendo un blog tutto suo avrà comprensibilmente meno occasioni di intervenire su questo, il 2012 ci porta un autore che non viene, ha già un ricco e rodato blog, ma grazie al cielo è un grafomane e si è fatto convincere facilmente a scrivere per Larrycette.

È, dunque, con piacere ed orgoglio che annuncio un imminente guest post dello Speaker, aka Stegal67.

A dirla tutta, io gli avevo proposto una rubrica, tipo “Il Gazebo dello Speaker”, nella quale avrebbe potuto dare libero sfogo alla sua logorrea, parlando di qualsiasi cosa, ivi compresa, qualora fosse stato un tema di suo gradimento, la spericolata vita del lichene (che poi, a pensarci, se sei un lichene cresciuto sul terreno dell’O-Ringen, te la vedi brutta veramente), tanto, oramai, quanto a pertinenza su un argomento specifico, questo blog è completamente allo sbando.
Lo Speaker ha elegantemente glissato (cioè si è trincerato in un ostinato silenzio a riguardo) sulla possibilità di tenere una rubrica tutta sua – quindi vale il silenzio-assenso – ma ha scritto un appassionante post, che ha generosamente donato ai Piccoli Lettori di Larrycette e che è finalmente giunto il momento di pubblicare. Non perdetevelo!

[Un consiglio: se volete essere certi di non perdere il guest post dello Speaker e gli altri aggiornamenti di Larrycette, sottoscrivete la ricezione dei post per e-mail. È gratis, discreta e semplicissima: basta compilare il coso qua sotto]

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La Taratan-cena di Natale 2011 [3]

Posted on January 7th, 2012, by Larry

[Continua da ieri e comincia l'altro ieri]

Ovviamente il tiramisù va conservato in frigorifero fino al momento di servirlo o poco prima, quindi io ho astutamente atteso che tutte mangiassero a sazietà le delizie che c’erano in tavola, poi siamo passate ai dolci, poi è giunto il momento delle sorpresine [lo scambio delle sorpresine è una pratica innescata alla cena di Natale dello scorso anno e già divenuta una tradizione, su idea di Tartan-Sonia che ha proposto l'idea con un innocente "dài, che bello, potremmo anche preparare dei piccoli regali da scambiarci... giusto delle sorpresine", scatenando nelle presenti un boato di entusiasmo e nella mia mente increativa il cieco panico], quindi le più ardite hanno iniziato a chiedere i cappotti. Quando la metà di loro era sulla via dell’uscita, mi sono improvvisamente resa conto che ci stavamo dimenticando il tiramisù nel frigo. Per evitare che mi rimanesse tutto, ho urlato, con consumata drammaticità, “Ferme! Ferme tutte! Dobbiamo mangiare il tiramisù di Sara! È tantissimo!!!”. È stato come urlare “al fuoco”. Le più vicine e pronte hanno infilato la porta, altre sono fuggite lasciando dietro di sé sciarpe, teglie e contenitori vari.
Nessuna è fuggita rapendo il tiramisù (anche perché avrebbe dovuto passare sul cadavere di Tartan-Zzi, che non lo avrebbe ceduto volentieri). Io non sono una grande fan del tiramisù: mi piace, ma se non è equilibrato e preparato con buoni ingredienti, mi stuficchia subito; di questo ho fatto fuori mezza teglia, lasciando Zzi inconsolabile alla vista dell’amato dolce che gli spariva sotto il naso. Era talmente buono, che non l’ho neanche portato a CP (che tanto era alle prese con la pizza).

Giuro: me lo sono dimenticato in frigo quasi tutta la sera.
Veramente!
No, non ho ingozzato le Tartan di tutto il resto affinché – alla notizia del tiramisù – fuggissero urlando saltando dalle finestre chiuse pur di non mangiare più neppure un boccone. È stato un caso, dovete credermi.

Ad ogni modo era buonissimo. Non vedo l’ora di fare un’altra Tartan-cena.

A proposito: è iniziato il tesseramento 2012. Visitate il sito delle Tartan e unitevi a noi, quest’anno ci siamo organizzate anche per l’iscrizione a distanza!

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La Tartan-cena di Natale 2011 [2]

Posted on January 6th, 2012, by Larry

[Continua da ieri]

Poiché non ci sarebbe stato posto a sedere per tutte, il diktat era chiaro: finger food, e possibilmente parquet-friendly, perché non solo saremo costrette a mangiare abbarbicate le una sulle spalle delle altre, ma occorre mettere in conto una buona dose di imbranataggine (la mia), quindi meno besciamella circola, meno rischiamo si spalmarcela sotto le suole. Io decido di osare e annuncio la pizza.

Le Tartan, un po’ impavide, un po’ incoscienti, non battono ciglio. Io, al loro posto, sarei sprofondata nella disperazione, sia perché se la padrona di casa fa la pizza, ci scordiamo di usare il suo forno per scaldare le cose, quindi occorre portare – una settimana prima di Natale – qualcosa che sia buono a temperatura ambiente, sia perché la pizza è la cosa che notoriamente mi riesce peggio. Io, lo sapete, seguo scrupolosamente le istruzioni e ho un rispetto del lievito che si avvicina alla venerazione, ma la pizza sempre una chiavica mi viene. Del resto, le Tartan sono donne che vendono in mezza giornata decine di biglietti della lotteria a dieci euro cadauno, e va bene che il premio in palio è strepitoso e che la causa è nobile, ma son pur sempre dieci sacchi, che di questi tempi non è facile far scucire alla gente; mica si fanno mettere in scacco da un po’ di pizza cattiva.

Consapevole del mio limite, però, io preparo anche i filetti di peperoni alla Elisa (tanto Elisa non viene), che sono un piatto gustosissimo e facile da preparare, che vi spiegherò non appena Elisa viene sequestrata da un corso di ceramica Cautero e le viene inibito l’accesso al blog, altrimenti mi smalta e mi cuoce in ossidazione a cono 7.

Non paga, ritengo che un piatto di lenticchie stufate sia di buon auspicio e ne faccio una mezza chilata. Per non intimorire le ospiti, sto pronta con l’acqua in ebollizione e mezzo chilo di pasta pugliese ai funghi, da condire alla veloce con panna e dadini di speck, in caso ci sia poco da mangiare. Per somma sventura dei commensali, la pizza sembra venire bene. I tre etti di farina rendono a meraviglia e ci riempio due teglie. Poiché già al momento dell’impastatura il risultato mi pareva promettente, ho messo a lievitare tre panetti da tre/quattro etti ciascuno a distanza di venti minuti uno dall’altro: il risultato di un chilo di farina – ovvero sei teglie e un pochettino – è uscito a ciclo continuo dal mio forno fra le 19.30 e le 22.
Alle 20.10, le Tartan hanno smesso di mangiare pizza. Hanno giurato che fosse buona (non dovrei dirlo io, ma in effetti non era male, specie in rapporto ai miei disastrosi precedenti), ma si sono, giustamente, dedicate ad altro.

Concorrevano a far arrivare a CP tre chili di pizza del giorno prima per merenda:

  • polpettine
  • bocconcini di pollo al curry fritto ( curry + fritto: un colpo veramente basso!)
  • olive ascolane [tutto by Tartan-Valeria]
  • cous-cous [Tartan-Annabionda]
  • crostini di polenta con mousse di mortadella [Maestra Michelangela: la Tartanruga-Ninja]
  • frittata con le erbette [Tartan-Marisa]
  • torta salata con erbette e salsiccia [Non lo so, ma grazie]
  • torta salata con formaggio e pomodorini freschi [Non lo so, ma grazie]
  • frittata di spaghetti [Tartan-Sonia + Futura Tartan Mamma di Sonia]
  • tartine assortite [Tartan-Silvia e Belleguancette]
  • rotolo di sfoglia con scamorza, speck e qualcos’altro che non ricordo, ma tanto anche se lo chiedo alla Giraffa, che lo ha fatto, mica me lo dice [Tartan-Pres]
  • salatini di sfoglia con il wurstel [Tartan-Claudia]
  • torta con il mascarpone [Non lo so, ma grazie]
  • mousse ai frutti di bosco guarnita con salsina di fragole e cioccolato fondente (ok, finger food un paio di palle, ma era buonissima ed è stata ben accetta nonostante abbia richiesto l’intera scorta di piatti di plastica e il contributo delle posate vere) [Tartan-Elena]
  • american choco-crisp-cookies-o-come-si-chiamano con blocchi di cioccolato grossi così. Gnam! [Tartan in prova – nel senso che anche lei provava noi - AnnaTedesco]
  • Torta con la ricotta [Tartan-Daniela]
  • Muffin al cioccolato [Tartan-Marisa]

C’erano anche Tartan-Barbara, che a questo punto ritengo abbia portato qualcuna delle bontà orfane sopra enumerate, Tartan-AnnaMora, che si è preoccupata di darci da bere, e Tartan-Sara, che ha portato un tiramisù squisito, anche se lo sappiamo solo io e Tartan-Zzi.

[Ri-continua...Davvero!]

 

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La Tartan-cena di Natale 2011 [1]

Posted on January 5th, 2012, by Larry

Come ho già avuto modo di dire, un motivo eccellente per essere una Tartanruga è anche costituito dalle rare – ma intense – cene sociali. Lo scorso 19 dicembre se ne è tenuta una a casa mia.

Per fortuna – in verità purtroppo, ma nel caso specifico per fortuna – le Tartanrughe non sono ancora numerosissime e alcune di loro vivono distante da Trieste, quindi il numero delle partecipanti è stato contenuto a diciassette, diciotto contando Belleguancette, l’ospite ideale in questi casi, perché lavora incessantemente di mandibola, ma occupa pochissimo spazio. È la Smart degli ospiti: è più piccola di una Cinquecento, ma consuma come una vera Mercedes.

Erano, inoltre, assenti causa malattia, le Tartan in prova (nel senso che venivano a mettere alla prova noi, non nel senso che non siamo un’associazione accogliente) Desi, Renata e Marti. Marti non si chiama Martina, Marti si chiama Annamaria, ma ho deciso che la chiamiamo con l’abbreviazione del cognome, sia perché è più indicato a designare il luminare che è, sia perché quarta Anna (sebbene Annamaria) mi incasinerebbe da morire; ho appena smesso di chiamare Daniela “Elena”, quindi le future Anne che desiderano diventare Tartanrughe possono cominciare a pensare al nome con il quale vorranno essere chiamate, altrimenti gliene assegno uno io (del resto, lo faccio anche quando non è necessario… un giorno vi svelerò con quale nomignolo chiamo la Giraffa nell’intimità).

L’evento è stato chiaramente organizzato e promosso come una cena OPQ (ognuno porta qualcosa), ma io non mi sono lasciata ingannare e ho agito come chiunque abbia una ventina di persone a cena: ho saccheggiato il supermercato e ho stipato di cibo ogni angolo della casa. Ancora oggi, a distanza di giorni, apro cassetti e scovo cibarie accantonate per le Tartan.

[Continua...continua veramente, non come Brescia!]

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Tradimento! Invidia! Gelosia! L’anno comincia con un terremoto sul web

Posted on January 1st, 2012, by Larry

Io ho tanti difetti (ma proprio tanti), ma fino a poco fa potevo vantarmi di non avere, fra essi, l’invidia e la gelosia. Le cito insieme perché spesse volte sono simili e una implica sovente l’altra. Per esempio, sono convinta che certe donne siano gelose del marito perché sono consapevoli delle proprie manchevolezze e invidiose del fascino delle altre, altrimenti – a meno che non abbiano sposato il messia dei puttanieri – non avrebbero ragione di temere scappatelle. Prendete Brad Pitt, che – specie ora che ha raggiunto la maturazione - è un soggetto indubbiamente appetibile nonostante le sue sedici mascelle: secondo me Angelina Jolie non è mica gelosa; Jennifer Aniston, quella sì che doveva vivere di tormenti, con quel profilo da corriedale e l’espressione costantemente sospesa fra l’attonito e l’offeso. Infatti la seconda aveva ben donde d’essere invidiosa del fascino della prima (una che – giova ricordarlo – è stata scelta dalla maison Vuitton come volto delle sue recenti campagne stampa nonostante i 13 tatuaggi, non propriamente in linea con il brand) e, sarò semplicistica, ma personalmente sospetto che, se lo avesse avuto, sarebbe ancora la signora Pitt e i gemellini sarebbero i suoi.

Ma non era di questo che vi volevo parlare.
Volevo iniziare l’anno parlandovi di una sorta di Schadefreude al contrario, che sto provando per la prima volta e che mi fa iniziare il 2012 nello sconcerto. È una vergognosa sensazione per cui se un amico raggiunge un obiettivo, lo si manderebbe a cagare perché ci si sente – non si capisce il motivo – quasi defraudati. “Ma è disgustoso” – diranno subito i miei piccoli lettori. Lo è, infatti è un sentimento che non mi capita mai di provare. Anzi, dovrei dire: non mi era mai capitato prima d’ora, ma adesso mi sento minacciata, come Jennifer Aniston durante le riprese di Mr&Mrs Smith

I miei amici hanno una laurea e io no? Evviva, bravi ad aver sgobbato. Vincono un concorso e ottengono una promozione? Se lo sono meritato, sono contenta. Cucinano meglio di me? Speriamo che mi invitino a cena. Cuciono bene? Che bello, magari mi insegneranno e ho regali originali garantiti. Hanno una casa grande e bellissima? Complimenti, mi ricorderò di portare il monopattino quando li vado a trovare. Sono alti cinque centimetri più di me e snelli e tonici? Beati loro, sono felice che tale fortuna sia capitata a qualcuno cui voglio bene. Sono bellissimi e hanno denti perfetti e chiome fluenti? Potrei passare la giornata a guardarli. Sono eleganti nonostante un cappotto di Desigual? La cosa non finirà mai di stupirmi, ma buon per loro.
Insomma, l’invidia non è proprio un sentimento che sono capace di provare, neanche se tutte queste citate – e altre – qualità sono raccolte nella stessa, maculata, persona. Io sono una che sa di avere più di quello che si merita, quindi sta zitta e contenta anche se altri – come spesso accade – hanno più e meglio di lei, però…

…però, tutto ciò premesso, comprenderete che un pochettino mi gira il belino quando una – una a caso – che ha tutte le succitate qualità e scrive già su un apprezzatissimo blog collettivo, non contenta di primeggiare in tutto quello che fa, decide di aggiungere un trofeo alla sua collezione e si apre un fantasmagorico blog tutto suo, che non ci metterà molto a mietere successi, portandomi via il primato nell’unica cosa che facevo, se non meglio, almeno più di lei.

“Ci stai dicendo che la Giraffa (Angelina Jolie)ha un nuovo blog tutto suoòo?” Diranno subito entusiasti e increduli gli ancora-per-poco-miei Piccoli Lettori (Brad Pitt).

Sì, cazzo, sì.
So che dopo aver visitato questo mirabile connubio di ingegneria informatica del Giraffo e gusto raffinato della Giraffa  non tornerete mai più, perciò ciao, statemi bene e godetevi

La Giraffa… a piedino libero

 

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