42 4 2

42 4 2 sta per “42 for two”.

Generalmente rifuggo dall’uso sconsiderato dell’inglese per dare enfasi a titoli e nomi, ma come potevo rinunciare a un giochino di parole (perché chiamarlo “gioco” sarebbe già presuntuoso) così kitsch e banalotto?

Il succo è – lo sapete già – che il 13 aprile Zzi e io parteciperemo alla prima maratona dell’Istria.

Sto seguendo una dieta specifica?
No, in compenso a Veglia, all’inizio di marzo, mi sono ingozzata delle peggio cose.

Sto rispettando un piano di allenamenti preciso?
No, però è da Venezia che non salgo sulla cyclette.

Ho, almeno, un piano di allenamenti?
Macché, però l’ho impostato su un paio di social dedicati, le cui e-mail motivazionali cestino senza aprire con inusitata costanza.

E, allora, perché un sub-blog dedicato alla preparazione all’evento (argomento che, oltretutto, si preannuncia di una noia mortale)?
Buh, così, penso per avere, a posteriori, un archivio di cazzate alle quali fare riferimento quando dovrò riferire che è andato tutto storto.

Ad ogni modo, sono d’accordo con voi, rischia di essere un tema di una noia mortale, così ho deciso di relegarlo in una sezione a parte, affinché sia a disposizione degli interessati, senza ammorbare i miei Piccoli Lettori innocenti.

Sempre sul drammatico fronte sportivo, colgo l’occasione per preannunciare che gli aggiornamenti sulla Lipica Open, cui quest’anno – udite, udite – parteciperò come iscritta alle gare (si noti la fine perifrasi per non definirmi “atleta”), saranno pubblicati sulle apposite testate: larryestitalia.net e il blog del G.U.D.

INIZIA IL DIARIO

5 marzo

Reduci dalla cena regionale con il menu di piatti abruzzesi, noti in tutto il mondo per la loro leggerezza e digeribilità, questo pomeriggio Zzi e io siamo andati a fare una corsa lenta e breve.

Ma non si fanno i lenti lunghi e i corti veloci?
Diranno subito i miei Piccoli Lettori, improvvisamente divenuti tutti personal trainer ed esperti di running.

Oh, si fa quel che si può, ancora grazie che non ho passato il pomeriggio al computer!
Questo il nostro giro e questi i nostri tempi.
I dati sono più ottimistici della realtà, poiché sono stati rilevati solo con il garmin di Zzi, perché al mio si è rotto il cinturino e l’ho lasciato a casa.
Io sono andata più piano di così.

7 marzo

Ieri ho trascorso la giornata in casa, Zzi in ufficio.
Il massimo dell’attività fisica che ho svolto è stato portare in casa qualche latta d’olio del GAS e pulire la cucina.
Ok, notoriamente la mia cucina è una cloaca (la pulisco prima di fare da mangiare, in modo da lavorare nel pulito, e quando ho finito di cucinare non ho più voglia di mettermi a rigovernare), tanto che, più che di “pulizie”, si dovrebbe parlare di “bonifica”, perciò l’attività è stata impegnativa, ma non credo di avere raggiunto la soglia del lavoro aerobico.

L’agenda di oggi è fitta, ma non prevede alcuna attività fisica.
Mentre scrivo penso che potrei cercare di fare le cose velocemente e fare almeno 20 o 30 minuti di cyclette. Mi pare un obiettivo verosimile.
Una parte del mio cervello sta lanciando al corpo il comando “lentezza” per assicurarsi di non dover salire sulla macchina del sudore.
Poche cose come la cyclette, infatti, mi spompano.

Sono quasi le nove, credo che farò la ceretta (metti che a Lipica mi graffio uno stinco e devo mettere un cerotto… che figura faccio?) e considererò pagata la tassa quotidiana di sofferenza.
Tanto da domani iniziano cinque giorni di gare, la mia coscienza è a posto.

19 marzo

Come procede la preparazione alla maratona?
Eh, via… non benissimo.

I cinque giorni di Lipica Open mi hanno lasciato in eredità una bella tosse cavernosa alla Gino Paoli, ma sospetto che il cantautore genovese originario di Monfalcone (lo dico solo per far vedere che so le cose) sia più atletico di me.

Dopo le gare in Slovenia, ho agonizzato sul divano un paio di giorni, quindi sono partita in oritiro spirituale per ricevere gli insegnamenti del grande Maestro Yocad.
Durante la mia permanenza sul pianeta Dagobah (nella foto) mi sono alimentata quasi esclusivamente di carboidrati e prodotti di farina di frumento raffinata, che non giovano al mio metabolismo.
A pranzo e a cena ci è sempre stata servita, fra le altre cose, pastasciutta, tranne a un pasto, in cui abbiamo mangiato riso (raffinato). Io avevo una fame ferina e l’ho sempre spazzolata, nonostante le porzioni fossero più che generose… e meno male che io sono quella cui la pastasciutta non piace.
A colazione non c’era un alimento proteico manco a morire: la cosa più proteica che ho trovato è stato dello yogurt, rigorosamente alla frutta, zuccherato. Naturalmente non mi sono fatta intimidire e mi sono ingozzata di panini bianchi con burro e marmellata, o miele.

Di ritorno da questa cura glicemica, sono andata a cena dalla Giraffa, che ci ha servito una squisita crema di asparagi e il suo ottimo pollo con i peperoni: un menu perfetto e runner-friendly, che io ho pensato bene di completare presentandomi con dieci palline di gelato di Toni (a proposito: ha riaperto in piazza Belvedere), delle quali ho fatto fuori quattro, perché avevo ancora un po’ di appetito.

Siccome CP sta poco bene (Lipica ha colpito anche lui, ma forse sarebbe più corretto dire che ha colpito lo Speaker), dedico il lunedì al riposo e non mi degno di andare neanche a yoga. In compenso, per fare una sorpresa a Zzi, per cena preparo una bella carbonara, che non mi esimo dal mangiare a quattro palmenti. Finita la pasta, mi ricordo che c’è del gelato in freezer, che sarebbe un peccato diventasse cattivo.

Il martedì – cioè ieri – ovviamente ho una fame da lupo, perché sono giorni che mi ingozzo come un bibino. Faccio la mia solita, robusta colazione, a pranzo rigo dritta mangiando ricotta, zucchine al tegame e un po’ di cous-cous, ma alle quattro e mezza sono da Zoe che bevo un caffè zuccherato e mangio un biscotto, lavandomi la coscienza con la prospettiva della corsa.

Alle sei e rotte siamo a Basovizza, pronti per attaccare il Cocusso. La giornata non è delle più adatte, visto che una volta su non si vedrà un fico secco per via della nebbia, ma la cosa non ci riguarda: venti secondi dopo il casinò Astrea mi inchiodo e non salgo. Procedo per altri trenta (secondi) giusto per dare un senso all’uscita, ma non c’è verso di andare oltre.

In realtà non sono né i muscoli, né i polmoni, né lo stomaco il problema: ho delle fitte atroci alle caviglie, mi fanno male le ossa e i tendini… almeno, credo che siano i tendini, non avevo mai avuto simili dolori prima d’ora.

Siccome dal punto di vista aerobico non mi sono sentita particolarmente giù – il GPS dirà che ho corso a 8min/km, il che spiega perché non mi sono affaticata – a cena con i genitori di Zzi ordino un bel piatto di verdure e formaggio fritti, ma prima mi faccio portare anche un bis di pasta – tagliatelle di grano saraceno e gnocchi di patate – con formaggio e aglio selvatico… sempre perché a me la pastasciutta non piace (mentre scrivo sono le 12:26 e sto valutando se mettere su l’acqua per farmi due maccheroncini integrali con la ricotta e il pepe… quasi quasi… state là, torno subito!).

Oggi, mercoledì 19 marzo, festa del papà che sto faticosamente cercando di ignorare nonostante Twitter, ho trascorso la mattinata al computer, sul divano, così alla sedentarietà ho aggiunto anche una postura scorretta.
Il piano è di fare altrettanto nel pomeriggio, poi andare a yoga e, lungo la strada, pentirmi amaramente della mia pigrizia, ripromettendomi di fare almeno un po’ di cyclette una volta al giorno, ma guardandomi bene dal salirci ora.

… Ora no perché la corsetta in cucina per metter su l’acqua per la pasta mi ha fatto un po’ tirare i quadricipiti.
E intanto mancano solo 25 giorni alla maratona.
Disastro.

Non ci sono altri termini.
Sto vivendo un intenso ritorno di fiamma con i carboidrati e le cose lievitate, ardo di passione per loro, non riesco a trattenermi dal mangiarne in ogni forma.

A Genova, dove Zzi e io siamo andati lo scorso fine settimana per partecipare alla gara di Centro Storico e alla middle ai Piani di Praglia, mi sono ingozzata di cuculli, focaccia col formaggio, farinata e pansotti col sugo di noci. Tutto in un solo pasto: la cena.

Non paga, anche domenica ho mangiato carboidrati a cena, irrorando, per giunta, la pizza di farina bianca con una bella birra.

Martedì abbiamo avuto ospiti e in tavola, lo avete visto, non abbiamo portato proprio quello che si dice “il menu del provetto runner”.

Durante la settimana ho rimandato la corsa un paio di volte (avevo da fare, lo giuro!), così siamo arrivati a venerdì senza che abbia mosso un muscolo. Suppongo, infatti, che il diffuso indolenzimento agli arti inferiori dipenda dal fatto che sono stata una settimana alla scrivania con le gambe saldamente incrociate.
Ieri sono salita sulla cyclette e sono scesa un paio di minuti dopo, salvata da una telefonata.

Domenica parteciperemo a una corsa podistica ad Aquileia; a ‘sto punto non ha senso che vada a correre oggi…

Giunti a due settimane dalla maratona, avremmo già dovuto correre 30 chilometri e apprestarci a rifarlo, in modo da non avere problemi passata questa fatidica soglia in gara.

Non siamo sicuri di arrivare a 25, proveremo per la prima volta domenica questa distanza, dopo di che, comunque sarà andata, la successiva corsa lunga sarà la maratona stessa, poiché la domenica immediatamente precedente saremo impegnati alla gara di Malchina.

Sapevo che sarei arrivata alla maratona non adeguatamente preparata, ma così allo sbando, forse, è un tantino troppo perfino per me.

Sono quasi le 12 e dal mio stomaco sta arrivando forte e chiara la richiesta di un panino.

1° aprile

Da qualche mese a questa parte, il mio bagaglio lessicale s’è arricchito di una parola che non avrei mai voluto conoscere, e che imperversa ossessivamente nella mia testa: cancello orario.
Per me, un cancello orario è un cancello automatico che si apre inderogabilmente, tipo le casseforti programmate delle banche, ogni sessanta minuti. Perché un cancello dovrebbe aprirsi con cadenza oraria? Non lo so e non mi interessa, sono una correttrice di bozze, mica un’installatrice di cancelli.

Invece, il cancello orario è un limite temporale entro il quale bisogna aver raggiunto un determinato punto del tragitto, pena la squalifica.
La Prima Maratona dell’Istria fissa il cancello orario al 21° chilometro alle 2’45”. Considerando che quelli discretamente allenati – non dico “forti”, bensì “normali” nel panorama di fulminati che fanno le maratone correndo davvero – impiegano tipicamente due ore per farla tutta, è un limite onesto.
Soprattutto, occorre ammettere che se non sei riuscito a percorrere la prima metà in due ore e tre quarti, le chance che, stanco, recuperi nella metà conclusiva e arrivi entro il tempo massimo sono pari a zero, quindi è giusto che ti costringano a lasciar perdere, se non ci arrivi da solo.

Certo, ci fosse stato il cancello orario al terzo giorno di Lipica Open, io non mi sarei qualificata; non puoi mai sapere cosa ti fa fare la testa nel momento del bisogno, ma darsi una mossa sul rettilineo d’arrivo dopo avere pascolato blandamente le greggi come Bo Peep in attesa del cowboy Woody  è un po’ diverso dall’aumentare la velocità per 21 chilometri avendone altrettanti nelle gambe, quindi fidiamoci di chi fa maratone da un po’ e accettiamo questa regola.

Domenica 30 marzo siamo andati ad Aquileia per correre la mia prima “mezza”, valevole come test per il cancello orario.

Non ho mai pensato di arrivare in fondo alla maratona fresca come una lattuga; è già molto grave – dal punto di vista clinico – che io pensi di arrivare, in qualsiasi modo, in fondo a  una maratona; ho sempre saputo che sarebbe stata un’agonia e che non sono minimamente preparata ad affrontarla (altrimenti, dov’è il wiz?).
In tutta onestà, pur nella consapevolezza della mia totale inadeguatezza, temo di essermi vagamente sopravvalutata. Non moltissimo, seriamente parlando: diciamo 4 o 6 settimane di preparazione seria; non occorrerebbe molto di più, non avendo alcuna velleità agonistica se non quella di concludere entro il tempo massimo.

Non sono mica tanto più sicura di farcela.
Prima pensavo di sì.
So che 42 chilometri sono un distanza maggiore di quella che c’è fra Trieste e Monfalcone. So che sei ore – ossia il mio tempo previsto di gara, anche se nei miei sogni più spinti contavo di stare sulle cinque ore e mezza – sono il tempo che ci vuole per andare in automobile da Trieste a Genova.
So anche di avere una preparazione piuttosto scarsa e, in ogni caso, niente affatto specifica.
Ugualmente, pensavo di riuscire a colmare la distanza per tempo; magari non sempre correndo, magari arrancando, camminando, strisciando, rotolando, se necessario, ma pur sempre per tempo.

Ho finito la mezza maratona in due ore e trentacinque, ossia dieci minuti entro il tempo limite.
Dieci minuti non sono pochi, ma considerando che nei primi 21 chilometri di maratona ci sarà una settantina di metri di dislivello, non serve saper contare per capire che siamo fuori tempo massimo.

Forse, risparmiando qualche minuto dai ristori (5 minuti a sosta sono un’eternità, ma magari non mi metto a servire l’acqua agli estranei, in una competizione un po’ più organizzata di quella di domenica) e auspicando di essere particolarmente in forma quel giorno, potremmo riuscire a entrare nel cancello orario, ma non credo riusciremmo a finire entro le sei ore, considerando che la seconda metà richiede più tempo – il mio coach dice il 20% di tempo in più, ma il mio coach ha una fiducia immotivata nelle mie capacità – della prima.

Come se non bastasse, sono arrivata alla fine della mezza “copada”, come dicono i triestini, che vuol dire “morta ammazzata”.
Sinceramente, pensavo di resistere un po’ di più, pensavo di essere in grado di correre senza grossi traumi almeno 25 chilometri.
Il dramma si è verificato al 18°, e se mi sono sembrati eterni gli ultimi tre chilometri, non sono neanche in grado di immaginare come mi sembreranno gli “ultimi” 24.

Probabilmente un po’ ha remato contro il ristoro del 16°, dove ho pensato “bon, dai, è fatta, sto benissimo, cinque chilometri li faccio col culo”. Poco è mancato che li facessi sul culo, dopo due chilometri è andato in avaria tutto il sistema e avrò corso, sì e no, 800 metri su 3000.
Va bene che alla maratona sarò tenuta su dall’adrenalina dell’impresa, ma pensare di fare quasi 25 chilometri trainata dalla testa è follia anche per me. Senza contare il fatto che io non ho affatto l’animo del combattente, io ho l’animo del “guardiamo in faccia la realtà”: appena vedo che una cosa non fa per me, alzo bandiera bianca; quindi no, non contiamo sulla testa, quella sarà la prima ad attuare il sabotaggio.

Appurato che non ce la farò, non vedo perché non provarci lo stesso.
In fondo, contro ogni previsione, un po’ ci spero ancora.
Ho un glorioso palmares di fallimenti mancati, casi in cui i bookmakers mi hanno dato per spacciata e, invece, il mio Grande Culo me l’ha fatta scampare: la versione di greco alla maturità, l’esame pratico della patente, la scelta del marito… sì, dai, statisticamente ho sempre avuto abbastanza culo da poter sperare di averne ancora… magari quel giorno decidono di concedere – a sorpresa – mezz’ora in più, che ne sai…

A proposito di statistica, anche il Dinamico Matematico ha corso una mezza, domenica scorsa, e in conseguenza del risultato che ha ottenuto, e soprattutto della condizione fisica in cui si è ritrovato al termine, ha deciso di rinunciare alla maratona del 13 aprile, ritenendo di non essere in grado di farla.
In caso vi fosse sfuggito, il soggetto del periodo precedente è il Dinamico Matematico, quello che fa corse in montagna e va su e giù dal Cocusso come se fosse il solaio di casa.
Uno che non solo è atletico e allenato, ma è anche esperto di corsa ed è consapevole di quello che le attende, oltre ad avere un’ottima capacità di comprendere e interpretare le reazioni del proprio corpo. Uno che lo scorso giugno ha preso su ed è andato a farsi la skyrace della Carnia come se niente fosse. Lui si è ritirato perché ha ritenuto di non essere in grado.

Ora, dai, seriamente… io dove cazzo vado?

9 aprile

Guest-post. Introduzione qui

 

Ci sono parole che vengono declinate in modo diverso, a seconda che vengano scritte o pronunciate da persone diverse, in tempi diversi.

Amore è una di queste. Famiglia è un’altra. Vita. Morte.

C’è una parola che ha un significato unico ovunque, in ogni tempo e luogo. È la parola che, da sola, offre un senso compiuto a quell’evento planetario che si ripete a cadenza quadriennale e che coinvolge la meglio gioventù agonistica di tutti i paesi del mondo. È quella gara senza la quale le Olimpiadi non troverebbero un compimento. È quella parola che le persone sussurrano sommessamente. Quell’obiettivo, quel limite.
Maratona.

Chiunque abbia fatto sport ci ha pensato, almeno una volta nella vita, vedendo le migliaia di persone che ogni anno si presentano al via delle tante maratone sia amatoriali che famose organizzate in tutto il mondo. Il pensiero è “perché non provare?”. È un pensiero che può essere molesto o ridicolo. Ci sono coloro che lo buttano subito dietro le spalle, altri per i quali diventa a distanza di tanti anni un “forse avrei potuto, ma oramai…”, altri ancora per i quali diventa un sogno. Il sogno che, per motivi talvolta impalpabili (un amico che partecipa, una sfida a se stessi, un viaggio concomitante, una avventura da provare), talvolta si concretizza.

Si concretizza anche se non sei un atleta, o un’atleta. Anche se ti viene il fiatone a fare tre piani di scale con le borse della spesa. Anche se dopo 5 minuti di cyclette il tuo didietro urla le maledizioni, ma non le senti perché i quadricipiti urlano più forte.
Si concretizza anche se sai che non ce la farai mai, ma la visione di tutte quelle persone a New York, a Boston, a Berlino, che non sono tutti atleti, non sono tutti iper-allenati, offre fiducia; ne vedi parecchi sovrappeso, tanti altri che su un mezzo pubblico ti fanno pensare “perché nessuno cede loro il posto a sedere?”. Cosa hanno loro più di te? Nulla. Solo un po’ di forza di volontà, forse. E quanto a forza di volontà, tu ne hai da vendere.

Magari non ne sei convinta, ma sai che se ti chiedessero di fare qualcosa di importante per la tua famiglia o per un amico, non ti tireresti indietro. E allora di forza di volontà ne hai, anche da vendere.

Alla fine, un giorno, decidi di iscriverti. Il primo pensiero è quello del costo dell’iscrizione. Appena esci dal negozio sportivo presso il quale hai versato la quota, o dalla pagina internet nella quale hai digitato il codice della carta di credito, il primo pensiero va ai soldi buttati via… per che cosa? Ma questo è un pensiero che poi ti galvanizza e ti carbura: ho speso dei soldi, non mi fermeranno tanto presto. Se ho buttato via del denaro, che sia per qualcosa di irripetibile.

Poi cominci ad informarti. La cosa più facile da trovare sono le tabelle di allenamento. Ce ne sono di ogni tipo. Per chi vuole correre sotto le tre ore, le due ore e mezza, per chi vuole provare a battere il primato del mondo ma ha solo 4 settimane di tempo e parte da un totale di zero chilometri fatti negli ultimi sei mesi. Ogni rivista, ogni sito di corsa, ogni forum di tapascioni offre le sue tabelle, e tutte garantiscono il successo. Basta seguirle, che ci vuole? Tra l’altro, tutte le tabelle partono con una bella corsetta da 2 km al lunedì sera, poi si passa al mercoledì con altri 2 km seguiti da 15 minuti di ginnastica, poi al venerdì diventano 3 km… e dopo 4 settimane corri la maratona!

Tabelle. Non sono fatte per te. Non riesci a rispettarne una.
Salti le prime due settimane perché al lunedì della terza settimana è segnato un allenamento da 10 km, e tu 10 km li fai di sicuro. Quindi le prime due settimane le trascorri tra aperitivi e pennichelle. Il lunedì sera della terza settimana, due sono già alle spalle, parti per i tuoi 10 km e torni vincitrice… ma con i quadricipiti in fiamme; martedì mattina, più che alzarti, precipiti dal letto. Ma la tabella è impietosa: domani devi tornare a correre. “Ok, domani corro! Costi quel che costi, corro!”. Ma domani piove a dirotto.

Nessun problema. Tanto c’è tempo.
Poi non c’è più tempo.

Pensi di non andare a quella maratona, per non fare brutta figura. Ma il tuo subconscio ha trovato la molla da far scattare per convincerti che sarai al via: l’hai detto a tutti gli amici. Ai tuoi famigliari. A quelli che ti guardano pensando “questa è fuori di testa!”, ma quando gliel’hai detto anche a loro è scattata quella piccola molla “perché lui\lei si ed io mai?”.

Arriva il giorno della maratona.
L’hai sognato per tutta la notte, tutta quella che sei riuscita a dormire, quelle poche ore strappate a sogni strani e pensieri ricorrenti. Non sei preparata, non ti sei allenata abbastanza, non ce la farai mai. Ma è solo una questione di forza di volontà, un piede davanti all’altro per quattro, cinque, sei ore. Come andare per negozi per quattro, cinque, sei ore. Come girare Parigi, o Londra, a piedi.

Vai in partenza inebriata.
Sul piazzale ci sono coloro che vinceranno e quelli che non ce la faranno, ed in mezzo a loro quelli che ce la faranno perché metteranno un piede davanti all’altro fino alla linea del traguardo. Senti lo speaker che si gasa, che ti racconta la vecchia storia secondo la quale chi si presenta alla partenza di una maratona ha già vinto in partenza. In cuor tuo gli rispondi che sono TUTTE PALLE!
Perché non è lui ad avere davanti un nastro di asfalto di 42 km.

Primi passi dopo il via. Tutta la gente è in movimento. Confronti le panze di quelli che ti stano accanto. Superi questo, superi quello, vieni superato dai fulmini partiti dietro, li guardi e ti dici “Ma dove vogliono andare questi?”

Primi chilometri.
Tutto bene. Ogni tanto il pensiero che i chilometri sono 42 ti sfiora. Al decimo cominci a realizzare la cosa. È passata un’ora abbondante. Hai fatto 10 km. Devi arrivare fino a 42. Quarantadue. Quattro due. Forty two. Da quel punto in poi, il cervello diventa un mostro di algebra: 10 km = 1 ora vuol dire 42 km = 4 ore e mezza, ma consideri anche l’inevitabile rallentamento nella seconda parte. Diventano 5 ore. Abbondanti. Non conosci molte cose che sono in grado di tenerti ingaggiata per 5 ore, figuriamoci se le devi trascorrere tutte correndo! Cominci ad avere paura quando ti avvicino al ventesimo chilometro, oltre il quale non sei mai andata, e sai che ne hai ancora altrettanti da percorrere.

Da lì è sogno e incubo. Forza di volontà ed insulti a te stessa. Pensi alle storie che hai letto. Spiridon Louis che attacca sui contrafforti di Ampelokipi e vince la prima maratona olimpica. Michael Theato che vince la seconda Olimpiade passando chissà dove, tagliando lui il percorso parigino o allungando il percorso lo statunitense Newton che era in testa. Della storia di Dorando Pietri ne sai quanto Bragagna! Anche di quella di Kolenmainen, vecchio e stanco, che supera Lossman nello stadio. Il fazzoletto bianco e azzurro di Stenroos, il povero Etienne Gailly che ripercorre il dramma di Pietri ma almeno riesce barcollando ad arrivare al traguardo, e poi i piedi nudi di Bikila e le vittorie italiane che hai visto in televisione. Vorresti solo che non finisse come la povera Gabriela Andersen Schiess a Los Angeles 1984, anche se sai che persino lei era riuscita ad arrivare al traguardo sulle sue gambe!

Trentesimo chilometro. Da dieci chilometri non sei più tu. È la tua forza di volontà, ed un cervello che non la smette mai di calcolare quanta distanza manca all’arrivo, e soprattutto quanto tempo manca alla fine della sofferenza. La distanza sembra non diminuire mai, il tempo è dilatato oltre la soglia del sopportabile. I quadricipiti hanno lasciato da tempo il posto ad una specie di bistecchiera rovente, il collo fa male, le spalle fanno male di più, agli ultimi due ristori lo stomaco si è rifiutato di trangugiare qualunque cosa.

Al trentesimo chilometro arriva il maledetto muro. È quella soglia oltre la quale arrivano in pochi. Scordati la massa festante e gioiosa che taglia il traguardo a New York, a Boston e a Berlino. Sono comunque in pochi, siete comunque in pochi ad essere arrivati fin lì. La maggior parte delle persone è lungo il percorso ad incitare le ragazze in gara, a chiedersi chi ve lo fa fare, o sulle auto bloccate nel traffico ad imprecare contro quei coglioni che “fanno ‘ste cagate e bloccano la strada”. Loro sono la maggioranza, ricorda. Tu sei quella che sta ci sta provando, che sta sfidando i suoi limiti.
Ricordalo: al trentesimo chilometro arrivano in pochi. Scordati il fatto che i primi hanno tagliato il traguardo più di un’ora e mezza fa e tu sei ancora al trentesimo chilometro: non sono esseri umani come te, pensa alle mille cose che tu riesci a fare meglio di loro… magari fare di conto, preparare una torta, editare un articolo. Non ci si metterebbero nemmeno, perché nella vita fanno altro, ma tu oggi li stai sfidando sul loro terreno. Scordati di loro. Perché adesso devi pensare a te. Se non ne hai uno a fianco, cerca un altro naufrago. Fatevi compagnia. Apprezzate le piccole conquiste: il paracarro a bordo strada, il lampione, la curva là in fondo… quella no! Perché “là in fondo” non arriva mai. Devono essere conquiste più vicine: il cancello della prossima casa e poi la fine della recinzione, e poi ancora quella moto parcheggiata a bordo strada. I chilometri non arrivano con la stessa velocità dei primi 10.

Esiste davvero quel maledetto muro. Ma improvvisamente arrivi al 32esimo chilometro. Il tuo cervello ha una scossa, ma le gambe sono troppo in cortocircuito per recepirla. Adesso mancano meno di 10 chilometri: la distanza che ti separa dal traguardo è misurabile in unità composte da un numero solo. Il muro adesso è terribile, ogni passo davanti all’altro è una conquista, ma non è come nelle gare di orienteering: questa volta ogni passo che fai ti avvicina davvero al traguardo. Meno sette. Forse alla tua velocità ti manca ancora un’ora prima del traguardo, ma sette chilometri sai di essere capace di farli. Come andare al lavoro a piedi, come andare a trovare una amica e tornare. Ai sei chilometri è come andare e tornare da scuola. A cinque chilometri vedi quel numero “37” sul pannello del chilometraggio e cominci a pensare a quale paese dista 37 chilometri da casa, e che ti avrebbero presa per matta se mai ti fosse venuto in mente di andarci a piedi.

E procedi così. Mentre i volontari fanno passare sempre più macchine perché il traffico non è più bloccabile, mentre non ti chiedi più a che distanza è il prossimo ristoro perché l’ultimo lo hai superato quindici minuti fa… e poi succede qualcosa! Succede che dietro una curva vedi un cartello che dice “40”. Inizia per “4” quel benedetto numero. A quel punto sei davvero arrivata. La scossa è tale che le tue gambe per qualche istante non sentono più la fatica, ti ritrovi come a correre dietro ai tuoi piedi. Meno due, come andare al supermercato. Meno uno, come andare a prendere l’autobus.

Agli ultimi 500 metri pensi di vedere da lontano il gonfalone dell’arrivo, vorresti goderti tutti gli ultimi metri ma c’è ancora una curva. Vedi invece quelli che ti sorpassano come se fossero allo sprint, ed hai come un moto di piccola stizza perché quelli stanno arrivando prima di te al traguardo. Mentre pensi a loro, sei arrivata al chilometro 42 e lo striscione d’arrivo è talmente vicino che quasi vorresti che te lo allontanassero un po’, per far vedere a tutti che la tua forza di volontà potrebbe farti mettere un piede davanti all’altro per tutto il giorno che resta.

È in questo momento che ti verrà in mente, spero che succeda anche a te, che poche ore fa eri “là” a 42 chilometri di distanza, con davanti a te un oceano di ignoto, ed ora sei “qui” a 42 chilometri di distanza. Se ti capita di avere un singhiozzo di commozione, non ti preoccupare. Succede a tutti, a quasi  tutti quelli che sono arrivati in fondo, anche se le immagini della  televisione a New York, a Boston o a Berlino fanno vedere solo i primi oppure sono troppo lontane dai volti dei concorrenti come te per far capire davvero le emozioni di chi attraversa il traguardo.

Ricorda che qualcuno ti chiederà “Allora? Pensi che la rifarai un giorno?”. Tu rispondi come Randall Cobb: “Certo che si. Ma adesso. Subito. Ripartiamo ora!”

Perché il momento in cui tagli il traguardo della Maratona è il momento nel quale inizia la prossima storia. E vaffancul0 Spiridon Louis, Michael Theato, Gabrielle Andersen Schiess e tutti quanti gli altri. Ci sei solo tu e quei 42 chilometri dietro le spalle.

Un augurio particolare

Stefano – finisher Milano 2005 e Milano 2006

 

13 aprile

Mentre i più affezionati di voi leggono questa pagina e il post odierno, io sono a Capodistria in attesa di partire per la prima Istrski Maraton (il sito in sloveno è molto più completo) – e faccio notare che ho accuratamente evitato di dire “la mia prima maratona” per non implicare che possano essercene di successive.

Mentre gli affezionati un po’ più dormiglioni leggono questo post, io sono ancora a Capodistria, impegnata nei primi chilometri di maratona.

Mentre la maggioranza di voi legge questo post, io sono sempre dalle parti di Capodistria, con ancora un sacco di chilometri di maratona davanti.

Mentre i lettori meno accaniti leggono questo post, io (spero) ho appena lasciato Capodistria, con circa due terzi di maratona ancora da fare.

Mentre ci sarà ancora qualcuno che viene a leggere questo post, io sarò ancora in giro per l’Istria, auspicabilmente dalle parti di Pirano, probabilmente schiantata sulla salita alla chiesa.


[Certo, potevamo farci mancare un dislivello assurdo? No che non potevamo!]

Mentre anche l’ultimo lettore – quello che non aveva proprio altro da fare, s’è trovato a ciondolare su internet ed è finito qua più per inedia che per intenzione – sta leggendo questa pagina, io avrò ancora un po’ di chilometri davanti, prima di tornare a Capodistria.

Insomma, la faccio breve, perché c’è già la maratona ad esser lunga: se tutto va bene, starò per strada sei ore, che è esattamente quello che ci impiego per andare da Trieste a Genova in automobile.
È il tempo che ci vuole a fare sei torte, o due debitamente decorate.
È il tempo che ci metto a scrivere sei post, o tre decentemente formattati.
È il tempo che ti danno per fare la versione alla maturità.

È comunque meno del tempo che ci vuole a guardare la trilogia originale senza fermarla neanche per pisciare, ed è sicuramente meno del tempo che si passa in coda sotto il sole, o la pioggia, o entrambi, in attesa che suoni Bruce o – peggio! – in attesa che apra il box-office, per comprare il biglietto per un concerto che si terrà dopo mesi.

Come a dire che per la maggior parte delle ore di luce di oggi, se mai vi passasse per la testa di domandarvi “cosa staranno facendo Larry e Zzi in questo momento”, vi potrete rispondere senza fallo “stanno più o meno correndo”.

Se vi va, mi farebbe piacere che mi raccontaste cosa state facendo oggi, mentre io perdo sei ore della mia vita a correre senza scopo come un criceto nella ruota (ma molto più piano).

Lasciate un commento o mandatemi un’e-mail ([email protected]), sarei felice di leggervi, anche perché significherebbe che sono sopravvissuta.

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