Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Qualche settimana fa abbiamo deciso di interrogare il

Cafè noir di via Bellini, Trieste,

altrimenti noto come il

Caffè Orizzonte di via Bellini, Trieste

La verità è che ha cambiato gestione da poco e ha ancora entrambe le insegne, così io non so quale sia il nome attuale perché non ricordo quale fosse il precedente.

L’interno è come lo ricordavo, in tota larrish look arancione e marrone.
Prendiamo posto ad un tavolo minuscolo, contornato ad un lato da sedie e dall’altro da un divanetto pieno di cuscini, spodestati i quali, sprofondiamo col mento sul tavolo.

L’ambiente è tranquillo, il barista compare presto a prendere le ordinazioni.
Non c’è un listino, ma non è questo un bar alla moda dove le persone vanno per farsi vedere, è più un posto dove la gente entra perché ha sete, freddo, voglia di caffè o di far la pipì.

Ordiniamo senza menarcelo e io chiedo uno spritz perché sono si e no le cinque del pomeriggio e la cosa più trasgressiva che ordinano i miei commensali è un succo d’ananas: non mi va di fare la figura dell’alcolizzata. Non la prima volta.

Lo spritz non è memorabile, ma è fatto bene.
Ci raggiungono nel frattempo LaMinaccia e un suo nuovo amico partenopeo.

Partenopeo è a Trieste da solo tre mesi, e ha già tanti aneddoti da raccontare.
La città e i suoi abitanti, in effetti, sono una miniera di spunti.
Il più ovvio è il caffè.
Prendere un caffè denuncia subito la non triestinità dell’avventore. Un italiano chiede un caffè, eventualmente un macchiato, specificando caldo o freddo se è proprio un rompiballe. Prima delle otto consumano un cappuccino o un lattemacchiato, sempre se sono rompiballe.

Il triestino chiede un nero, un capo, un capo in bi [chiaro o scuro], un goccia [caldo o freddo].
Ma il bello non è la varietà: è la [non]corrispondenza.

Possiamo accettare di chiamare solo nero l’espresso [anche se essere corretti dal barista quando chiediamo “un caffè” è onestamente troppo] e imparare che il goccia è il caffè macchiato.
Ma “capo” è il diminutivo di cappuccino, che però viene servito in tazza piccola e – di fatto – è un caffè macchiato fino all’orlo [e chiunque dica il contrario è un triestino]; in bi è servito in bicchiere.
Il problema si presenta quando uno vuole un cappuccino vero, chiede un cappuccino e gli arriva questa porzione micragnosa. Se Nanni Loy fosse stato Triestino non avrebbe avuto abbastanza spazio per intingere il cornetto.
Avrebbe – obietteranno i miei piccoli lettori alabardati – dovuto chiede un caffèlatte.
Già perché ora il delirio di pidocchiosità triestino esplode. Dopo aver ridotto le dosi del cappuccino, riducono anche quelle del caffèlatte e ne danno 250ml, ovvero la tazza da cappuccino.
Non si sa come si faccia ad avere un caffèlatte, forse bisogna chiedere una caraffa, pare che nessuno abbia mai osato chiedere tanto, oppure è ancora là che cerca di spiegarsi col barista e la nomenclatura non è stata codificata.

Ad ogni modo, questo bar è un posto cosmopolita, i gestori sono garbati e parlano italiano.
Io gli spacco un bicchiere perché sono impercettibilmente goffa e loro non battono ciglio.
Gli stuzzichini sono scarsetti, ma, ripeto non è un bar da aperitivi.

Perciò non lo classifichiamo, non finché non mi viene voglia di andare lì a non bere un vodka russian.

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