Birreria Primo, via Santa Caterina, Trieste [saga del vodka russian, episodio XIII] ✎

Post aggiornato

A causa dello sciopero della fame, questo aperitivo avrà luogo in forma ridotta.

O, almeno, queste erano le intenzioni.
Prima della gara di orienteering a Venezia, infatti, dato l’imminente impegno fisico, occorreva controllare un po’ la dieta, evitando stravizi.
Io ho continuato a pasteggiare a pizza per tutta la settimana precedente, come se niente fosse – approfitto per nascondermi dietro un dito e dare a CP la colpa della mia pessima resa in gara [sappiamo tutti che non è così, ma fingiamo almeno per un momento].
Zzi ha tagliato vino, birra e pizza con la disciplina che lo contraddistingue, perciò l’aperitivo si è tenuto nell’improbabile serata di martedì, termine ultimo per l’assunzione di alcol.
Compresi nella missione di testare tutti i locali, ma vincolati al centro città da commissioni inderogabili [Larry & Giraffa a fare shopping compulsivo all’emporio stoffe, per riaversi dall’estenuante riunione Unicef prenatalizia], andiamo a provare la

Birreria Primo, via Santa Caterina, Trieste

Non ci avevo mai messo piede prima, ma la ricordo vagamente – essendoci passata davanti diverse volte – come un ambiente rustico e legnoso, piuttosto conforme al prototipo di birreria.
Sfortunatamente, ha voluto darsi una svecchiata e adesso ha più l’aria di un parrucchiere alla moda [forse sono i parrucchieri alla moda a sembrare bar di Manhattan], con le pareti bianche, i tavoli di impiallacciato rivestito rovere moro [che sarebbe l’essenza che il “marrone-nero” Ikea vuole imitare], arredi verde fastidio, banconiere gnocche.
Non solo belle, proprio aggnoccolate anche nell’allestimento di acconciature e trucco, in abiti aderenti e valorizzanti, abbronzate e poco sorridenti, sebbene garbate e disponibili, come si confà alla gnocca DOC.
La vera gnocca, infatti, non ride mai. Personalmente, fossi figa come loro, sarei contenta solo di quello e riderei dalla mattina alla sera senza ulteriore motivo, ma la gnocca DOC è sempre cupa, è afflitta dal peso insostenibile della bellezza, è sempre travagliata dalla responsabilità di tanto splendore. Inoltre, essendo molto desiderata, deve darsi un contegno per non passare da sciacquetta ed effettuare una severa scrematura, mostrandosi scostante e irraggiungibile. Da qui il luogo comune che le belle siano stronze. Probabilmente è un pregiudizio ingiusto e fomentato dall’invidia, ma meglio così. Almeno ce n’è un po’ per tutte, altrimenti, se oltre che finaliste del trofeo golden potatoe fossero anche dolci e simpatiche a prima vista, a noi ravatti non resterebbe un fico secco e – per quanto inizialmente ben selezionata – la specie si estinguerebbe. Invece così, la provvida Natura dà anche a noi la nostra occasione di accoppiarci [delle rare eccezioni di patate simpatiche e della mia capacità di conoscerle e farmele amiche mi vanterò un’altra volta].

Prendiamo posto attorno ad un tavolo rotondo e ordiniamo. Così: a sentimento, perché la lista non ci viene neanche proposta [e certo, preoccupata com’è ad esser figa, non può mica tenere a mente che magari uno vorrebbe scegliere]. La Giraffa chiede un succo d’ananas, io il solito [devo ripetere, ma non è il teatro di Epidauro, quindi imputo l’iniziale incomprensione all’acustica] e Zzi “un rosso”. La gnocca d’argento si rivolte smarrita alla gnocca d’oro, la quale da dietro il bancone enumera i tipi di vino rosso a disposizione, mantenendo, però, il più stretto riserbo sull’azienda agricola [!]. Affidandosi alla proverbiale fortuna, Zzi punta sul merlot. Vino e succo ci vengono portati relativamente presto, accompagnati da stuzzichini contati, ma prelibatissimi: crocchette di riso, quadretti di pizza, vere patate fritte [e che altro aspettarsi nel reame della pomme-de-terre?]. Il vodka russian dà chiaramente problemi; certo, attendere qualche istante per le altre due consumazioni e servirci contemporaneamente non avrebbe guastato, ma la pantomima inscenata fa trascorrere piacevolmente l’attesa. La gnocca d’argento si consulta prima con quella d’oro, poi con il latifondista [il padrone della piantagione di patata]; poi la gnocca di bronzo viene spedita verso le cucine. Pensiamo che vada a consultare un manuale, o internet [nel secondo caso sudo freddo, perché nella mia presunzione immagino che googlando “vodka russian” si apra Larrycette]. Dopo poco si avvicina al nostro tavolo la gnocca di latta.
È una ragazza carina, snella e dall’aspetto pulito, ma è pallida, ha un’acconciatura pragmatica, nessun trucco, si presenta in jeans e camicia della sua taglia [non della figlia] e porta gli occhiali. Sa di Harry Potter relegato a vivere nel sottoscala. Infatti è sveglia. Non sa cosa sia un vodka russian, ma cerca di non darlo a vedere tentando di convincermi che voglio un black russian; bluffa benino, ma io sono scoglionata dalla clientela di fighettame che ha riempito il locale e sono troppo agguerrita per farmi incantare. Lei incassa il pistolotto della culona saccente sulla Schweppes russian “quella con l’etichetta rossa con su scritto ‘russian’” senza aggiungere acredine al dialogo, anzi, intuisce al volo il mio genere e propone alternative pertinenti. Accetto uno screwdriver, che prepara spremendo le arance con le sue manine, non versando il succo dal cartone, e che mi arriva al tavolo in un battibaleno. Sono colpita. Certo, c’avesse messo pure la vodka, anziché mostrare l’etichetta al bicchiere, sarebbe stato perfetto, ma tutto credo che non si possa avere.
Arrivano poi Bruttino e La Minaccia, facendosi largo tra il popolo in libertà all’aperitivo, il solito irritante pout-pourri di aspiranti farabutti ed ex-ragazze immagine [il trattino è al posto giusto: non sono più ragazze, non è che sono scese dalle zeppe], incapaci di distinguere il costoso dall’elegante, anche se ogni tanto, diamogliene atto, qualche borsetta la imbroccano.

Sempre nel rispetto della rigorosa dieta dell’atleta, al secondo giro ordino un rum cooler; lo ripeto tre volte, ci incasiniamo con il numero degli spritz, facciamo fare la strada quattro volte alla gnocca d’oro – che ha già mal di piedi, e sono appena le otto, ma non per questo ci manda a qual paese come avrei già fatto io al suo posto – e alla fine ci arriva un Cuba libre [per giunta senza bottiglietta a parte]. Ci metto un po’, ma poi realizzo che a Trieste il Cuba libre si chiama “rùmie’koja” [scritto rum & cola] e capisco l’equivoco. Rifilo il Cuba a Bruttino e gli soffio lo spritz da sotto il naso.
Lo spritz è proprio buono. Abituati come siamo agli slonc che ci rifilano un po’ dappertutto, questo, dosato opportunamente e sprizzato con la soda vera anziché con la minerale [o – almeno – con la minerale appena aperta!] ci sembra quasi strano.
Per ultimo arriva Josephine.
Noi facciamo appena in tempo a salutarlo e a sbafarci tre quarti delle sue patatine, poi ci dileguiamo perché Zzi deve correre a casa ad aggiornare il sito della nostra giovane, ma rispettabile, società di orienteering, in vista dell’imminente gara nel parco di San Giovanni.

In breve

Il locale e le cose
Aspetto degli ambienti [nel suo genere]: ??? [Sembra il parrucchiere di via Torino, ma suppongo che fosse così che voleva sembrare]
Cura e manutenzione degli ambienti:  ???? [Grazie al ca…, è nuovo!]
Qualità suppellettili: ???
Cura e pulizia degli oggetti: ???
Il personale
Competenza: ??? [Si sono dotati di una preparata – anche se la tengono nascosta – e, ove carente, propositiva]
Gentilezza/disponibilità: ????
Cura e pulizia: ??? [Sempre ‘sto nero…]
I prodotti somministrati
Bevande:  ???? [Il vino era buono, lo spritz anche; mancano l’eccellenza per la poca vodka nello screw e il cuba senza bottiglietta a parte]
Cibi: ???? [Buoni buoni, ma – maledizione – portati in tavola contati]

5 thoughts on “Birreria Primo, via Santa Caterina, Trieste [saga del vodka russian, episodio XIII] ✎

  1. Nini

    … Primo è diventato un posto di fighetti????
    NIENTE PIU’ PANINI COL KREN?
    NIENTE PIU’ SPRIZSOLOBIANCONIENTEAPEROL e CONL’ACQUASGASATA?
    Non c’è più religione.

  2. Pingback: Another year’s over ✄ | Larrycette

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