Conficior lacrimis
Stamattinasveglia alle cinque e mezza per andare a correre; alle sei e dieci stracciono per terra davanti al teatro romano, svegliando a imprecazioni tutto il ghetto. C’è ancora la mia pelle sull’asfalto.
Il buongiorno si vede dal mattino, alle nove e mezza devo andare in un ufficio pubblico, ma il bus mi sfila sotto il naso, così faccio a piedi mezza città, poi l’orientista che è in me prende la scorciatoia, una scalinata massacrante, dove, piegando le ginocchia, ricomincio a sanguinare dal ginocchio sinistro, così quando arrivo attiro l’attenzione dei numerosi presenti, stando subito a mio agio.
Alle undici faccio un salto in banca per una commissione veloce, qui perdo venti minuti perché in un’agenzia senza un cliente che sia uno, non c’è un solo impiegato in grado di incassare dieci euro.
Effettuata la delicata transazione, mi dirigo in ufficio confidando in un minimo di conforto, ma il mio ex collega preferito – che come consolatore si rivela una pippa - dice una puttanata, mi fa ridere mentre sto bevendo e mi fa uscire l’acqua dal naso.
Reagisco con professionalità e compostezza, lo apostrofo con un “vaffanculostronzo” ai decibel di un boeing 747 e mi chiudo in cesso sbattendo la porta; per giunta, i bicchieri di plastica sono finiti e devo ricorrere alla sacra tazza di Devils&Dust per bere l’ottimo caffè, mettendola seriamente a repentaglio.
Il lavoro odierno è impercettibilmente inficiato dal fatto che la mano destra mi si appiccica al mouse in continuazione. Che schifo. E che male.
All’una quello stronzo del mio collega mi si presenta in stanza vestito di tutto punto perché per il pranzo di oggi opta curiosamente per la compagnia di sua moglie [ma, senza nulla voler togliere alla santa donna che lo sopporta da dieci anni, mi sa che oggi avrebbe optato anche per la compagnia di un alligatore].
Quando mi alzo dalla scrivania, mi accorgo che il ginocchio sinistro ha ricominciato a sanguinare. Mi pulisco, ma dai ghigni dei liceali che incontro capisco senza guardare che la rassettata ha avuto effetto limitato.
Sebbene a rilento, la cicatrizzazione procede quel tanto che basta per fare un male cane ad ogni passo.
All’una e mezza constato che il sito della rete civica di Trieste mente, o si sbaglia, e non è vero che in biblioteca c’è il wi-fi.
Alle quattro raggiungo Zzi che è venuto a prendermi per portarmi dal dentista.
Alle cinque e un quarto scopro che il figlio del dentista sadico è tutto suo padre; sotto minaccia di trapano mi sdraia sulla poltroncina e mi disinfetta le ginocchia. Il disinfettante non brucia, quasi quasi gli faccio vedere anche mani e gomiti; poi mette sulle ferite anche una specie di salsa di soia, che millanta essere cicatrizzante, la quale brucia come il tre a uno dal Chievo. “Hvala, hvala” e me la batto come una lepre.
Alle sei meno un quarto il dentista sadico si rivela anche un pignasecca e mi nega l’anestesia [l'avevo chiesta per le mani]. Ravana per ore in un molare superiore, mi squarta la gengiva con la matrice e mi strina la mucosa perché ha deciso di cuocere la malta in loco, ma gli è scappato il ferro arroventato contro la parete interna della guancia. Già non avevo i lineamenti raffinati, ora c’ho una bocca che sembro Sandra Milo.
Vado a prendere il portafoglio, torno a pagare e la seconda rampa di scale mi è fatale: si spacca la crosta e sento il rivoletto di sangue sullo stinco. Fuggo come Cenerentola prima di finire di nuovo sotto le grinfie del sadico jr., Zzi mi aspetta col motore acceso, ma mentre monto in macchina, sento distintamente un bambino che dice “Vidim lijude mrtve”. Fanculo te, Bruce Willis e il Sesto senso.
A casa finalmente mi svacco davanti al Commissario Coliandro, ma l’annunciatore maschio di colore [palesemente scelto per scongiurare un altro caso Sanjust, magari questo non glielo fanno scappare in India] mi rivela che è l’ultima puntata. Minchia.
Faccio per accendermi l’ultimo mozzicone di sigaro, ma non riesco neanche a ghigliottinarlo. Sono talmente prostrata che Zzi – non avendo un alligatore con cui trascorrere la serata – si impietosisce e lo taglia lui. Non so come riesco a non dar fuoco alla casa accendendolo. In compenso mi rilasso e dopo due minuti che ho la mano abbandonata sulla gamba mi accorgo che si è appiccicata al vestito. Per un attimo mi balena in testa di fare come Maometto e ritagliare un oblò nel vestito, in modo da non dover mai staccare la mano dalla stoffa.
Quando ci laviamo i denti, mi rendo conto che le sbucciature bruciano talmente tanto che in confronto il colluttorio è chinotto, mentre solitamente lo soffro come la criptonite e Zzi mi insegue per tutta casa, prima con le buone, poi con le cattive, per farmi fare cinque secondi di sciacqui.
Tra mezz’ora è il compleanno di Springsteen e quel bastardo non mi ha ancora invitata. Ma se pensa che io sia qui che non ho nulla di meglio da fare che aspettare i suoi comodi, si sbaglia di grosso, quando chiama gli dico che mi dispiace, ma ho già un impegno.
Infine dò un’occhiata al blog, pronta a incassare l’ennesima disfatta di fronte a statistiche di audience da Porta a Porta.
Invece siamo al record di lettori [mi sa prevalentemente lettrici], commenti lusinghieri e meravigliosi e dimostrazioni di simpatia che, se avessi ancora qualche lacrima, mi avrebbero sicuramente commossa.
Ed è tutto merito della Giraffa.
Farò del mio meglio per essere all’altezza delle assurde aspettative che tutti questi lettori hanno da me.
Tradotto: farò del mio meglio per persuadere la Giraffa a scrivere un po’ di più e le lascerò il dovuto spazio, promesso.
Intanto benvenute. Scusate se non rispondo a ciascuna, ma comprenderete: è stata uan giornata difficile.
Meno male che c’ho i miei fans.
I wanna thank everybody for coming down to the show tonight.
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