Le mie ultime vittime, introduzione [1]

Posted on July 16th, 2010, by Larry

Prima di tutto facciamo gli auguri a Quellolì, che ha compiuto 21 anni.

Durante una delle mie sinistre attività collaterali ho conosciuto un superiore dalle cui competenza e dialettica sono rimasta letteralmente soggiogata.

Parlandone entusiasticamente con la Giraffa e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Zucchero e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Struccola e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Della Street e il suo allora imminente marito [sono sposati da meno di una settimana: uniamoci tutti in un coro di giubilo!], ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
E che cazzo.

E com’è ‘sta storia che tutte le mie amiche li conoscono e io me li sono dovuta scoprire tutta da sola? Se li volevano tenere tutti per loro? Ci avevano paura che ce li consumassi?
Mi sono così risolta di mettere fine il prima possibile al rapporto paraprofessionale con questo mio superiore, al fine di poterli invitare finalmente a cena [avendo trovato fertilissimo terreno nella moglie].
Potrei raccontarvi i brillanti dialoghi della serata e le facezie con le quali ci siamo intrattenuti, ma voglio essere originale e – una volta tanto – vi parlerò di cosa ho loro somministrato.

Quando gli ospiti suonano alla porta io ho già l’antipasto quasi completamente impiattato: acciughe all’ammiraglia e acciughe al verde fredde ci sono, mancano solo quelle impanate, ma l’olio è caldo.

Non ho nulla da offrir loro nell’attesa del piatto. Questa consapevolezza un po’ mi  dà ansia, ma poi Zzi mi sgrida che incoccono gli ospiti, e mi domino.
Per i lettori oltre il passo dei Giovi: le acciughe sono le alici; a Genova chiamiamo “acciughe” anche le alici fresche, non solo quelle sotto sale [come credo l’italiano distingua]. Per i lettori al di là dell’Isonzo: “Incoconare”, invece, è un termine triestino che, come si evince facilmente dal prefisso incoativo e dalla ripetizione della sillaba radicale, significa “rimpinzare”, “saziare controvoglia e oltremisura”; il traducente genovese è “imbibinare”, dal sostantivo “bibin”, “tacchino”, cioè, per estensione, “ingozzare come un tacchino per farlo ingrassare intendendo mangiarselo”. In triestino “tacchino” si dice “dindio”; è purtroppo evidente che questa lingua sbaglia nel non chiamare il gustoso uccello “cocco” [nb: rammenterete che il triestino non conosce le doppie; il verbo è “incoconare”, pres. Ind. “mi incocono – ti te incoconi – el l’incocona”, ma io ho italianizzato in “incocconare”, sia per analogia con altri casi di geminazione della consonante di incontro, sia perché la doppia rafforza il significato].

Per fortuna, le loro fisionomie non fanno propriamente pensare a persone che mangiano dalla mattina alla sera.
Zzi, che non aveva mai visto prima nessuno dei due e teme gli avanzi, non è altrettanto sollevato.

A beneficio del lettore sia detto che il mio superiore ha misure medie. Non è un marcantonio, ma è nella media. Nel complesso ricorda vagamente Trinità.
Chi? – Diranno subito i miei più piccoli lettori – Trinity di Matrix?
No, poppanti senza storia. Non Trinity di Matrix – che è una ragazza, ma voi nerds matrixofili potreste non accorgervene – Trinità-Trinità, di Lo chiamavano Trinità.
…Terence Hill!!!
Ah, Don Matteo, diranno ora i miei mocciosissimi lettori. No, non Don Matteo. Trinità. È un po’ diverso!

La moglie del mio superiore ha lineamenti che ricordano vagamente una giovane e moderna Shirley McLane, sul corpo di Kylie Minogue. Che è perfetto, wow, vorrei io svegliarmi domattina nel corpo di Kylie Minogue, ma diciamocelo: non riesci a farci entrare tutto quello che sta nel mio frigo neanche se sei Mago Merlino.

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Alto But [2]: due giorni di orienteering nell’alta valle del But, 5 e 6 giugno 2010. Paluzza

Posted on June 15th, 2010, by Larry

L’indomani gli atleti fanno colazione separatamente, attingendo al ben di dio che ha portato la Prof, e si dirigono lesti sul campo di gara di Paluzza. Poi io e Zzi ci svegliamo e alle dieci anche lui e la coppia con la cappa vanno a sostenere l’ultima sfida.

Io resto in casa perché questa volta il mio compito è ancora più arduo e pericoloso: difendere il pasticcio dalle mosche. A parte il fatto che in montagna ci sono mosche grosse come piccioni ed è anche piuttosto facile colpirle, le mosche friulane sono davvero astute (probabilmente l’evoluzione le ha rese scaltre per compensare la stazza) e lavorano in squadra. Una, generalmente la più rumorosa, vola attorno al cibo, senza mai posarvisi, così, l’umano che la tiene d’occhio è infastidito dal rumore, ma ha contemporaneamente la certezza che finché è un volo non è sul cibo. L’altra si avvicina a piedi ai succulenti avanzi e se ne pasce. Poi penso che si scambino i ruoli, tipo Mobile-o, ma non sono sicura, non è che mi sono messa a etichettare le mosche per distinguerle.
Si sappia che io provo ribrezzo per praticamente tutti gli invertebrati, perciò è per me fonte di grande stress emotivo scacciare le mosche. Questi animaletti, infatti, non capiscono che li si sta scacciando, oppure lo capiscono e sono dispettosi, perciò spesse volte aniché fuggire nella direzione opposta a quella di chi le scaccia, gli si gettano contro. Mentre i miei compagni di squadra erano in giro a divertirsi sugli ameni praticelli della Vor Furlanie [Furlania omnia divisa est in partes tres, ma ve le spiego un'altra volta], io subivo continui attacchi da parte di questi orrendi insetti, aggressivi e pericolosi. Però – lo dico per rassicurare coloro che poi di quegli avanzi si sono cibati – ho garantito l’igiene del pranzo degli atleti.

Ora, magari, qualcuno si aspetta che io parli della gara. Per non dire le solite baggianate a vanvera, senza cognizione di causa alcuna, ho realizzato per voi un’intervista a uno dei protagonisti dell’evento.

Zzi, vuol dirci quali sono le sue impressioni sulla gara di domenica a Paluzza?
Mmm.
Grazie. Cercherò di fare domande più stimolanti…come le è sembrato il terreno?

Molto più bello di quello del giorno precedente.
In che senso?
Che mi è piacito di più.Sì ma perché?
Molto più divertente.
Amore, mi sto spazientendo, di cosa vuoi parlare? Ti chiedo il terreno?

Eeehh…vuoi dire il percorso?
Sì, belin, sì, il percorso. Ti chiedo il percorso?

Chiedi il percorso.
Com’era il percorso?

Bella la prima parte, fino alla farfalla, peccato per la parte finale stile corsa campestre.

Cioè?
Mi sono divertito nella prima parte….
Ho capito, non sono mica deficiente, volevo che sviluppassi il concetto di “campestre finale”. Non importa, me la scrivo da sola.

‘nzomma, pare che la parte finale del percorso fosse meno tecnica e non richiedesse spiccate attitudini all’orientamento.
A livello atletico non ho sentito parlare di grandi difficoltà o di terreno particolarmente ostico, a parte dover guadare il Mississippi infestato di alligatori.

I reduci sono rientrati accaldati e leggermente abbronzati; mentre tutti consumavamo allegri i gustosi avanzi, Madame K teneva duro, digiuna e affamata, in attesa della meritata premiazione. Quando è rientrata alla base, il Celere Capellone e quel che restava della famiglia presidenziale erano già ripartiti per Gropada (la Costruttiva Consorte, infatti, li aveva preceduti per andare a occuparsi del loro Famelico Felino), mentre noi altri eravamo in procinto di abbandonare l’accampamento…insomma, eravamo tutti in grande trepidazione per il risultato e vivevamo compatti il sentimento di appartenenza alla squadra. Al suo arrivo, però, l’entusiasmo è stato tale che siamo tutti tornati indietro per festeggiarla e fare le foto con la coppa.
Una bella coppetta col gambo rosso.

È proprio carina e volevo ringraziare pubblicamente gli organizzatori per avercela regalata (lo so, l’abbiamo vinta, ce la siamo meritata, ma grazie lo stesso, noi eravamo contenti anche di una stretta di mano, invece abbiamo ricevuto questa bella coppa col gambo rosso e ci fa tanto piacere)….e poi – che c’entra? – anche non fosse bella, è ciò che rappresenta che ci riempie di soddisfazione e siamo proprio felici di questi risultati.

Personalmente, però, sono molto più contenta della medaglia di Zzi, non a causa del risultato individuale, ma per l’oggetto in sé. Essa, infatti, si compone di una parte rettangolare e di una parte discoidale che ruota su un perno inserito nel rettangolo, che reca su una faccia il logo della società organizzatrice e sull’altra l’Angioletto Additante, uno dei simboli del Friuli. Quando dico Friuli, in questo caso, non intendo riferirmi – con approssimazione, come fanno gli italiani – alla Regione FVG, intendo proprio il Friuli, quale insieme delle provincie di Udine e Pordenone.
Quando verrete a darmi tante randellate, passerete per questa terra di temporali e di primule e noterete che su quasi ogni campanile sta un Angioletto Additante. Cosa additi, non so; cioè, si direbbe un segnavento, ma scomodare un angelo per una cosa che poteva fare benissimo un galletto, o addirittura una bandierina, mi pare eccessivo. Ad ogni modo, sulla medaglia che ha vinto Zzi c’è un Angioletto Additante Rotante, che in quanto very furlan mi piace un sacco e passo le giornate a prenderlo a bicellate per farlo girare.
Ora, io non so chi sia il designer della Friuli MTB che ha deciso di fare le medaglie con l’Angioletto Rotante, ma la comunità friulana tutta dovrebbe dargli un premio per aver fatto sì che un po’ di furlanità sia entrata, con onore e soddisfazione, in una casa triestina.

…..

Tanto per tenervi in allenamento, prima di fare il riepilogo della situazione:
C’È UNA CITAZIONE DA 5 PUNTI IN QUESTO POST

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Gioco a punti di Lorenzo: riscaldamento

Posted on May 26th, 2010, by Larry

Una manciata iniziale di punti tutta in un post solo per far entrare nel meccanismo del gioco anche chi non avesse partecipato a quello precedente.
Noterete che la maggior parte delle risposte si evince da post precedenti (tautologica e autoreferenziale come non mai!), perciò i lettori più fedeli sono effettivamente facilitati (e francamente mi sembra proprio giusto) e allo stesso tempo chi ha competenze specifiche non è di volta in volta il destinatario ideale della domanda.

1) Nel precedente post sul regolamento di questo secondo gioco a premi è, come al solito, celata una citazione.
Si trova nell’ultimo paragrafo e non è evidenziata graficamente (di proposito).
Qual è, da dove viene e chi è l’autore?
[ndS/nota di Sarma/: le citazioni sono il mezzo preferito di Larry per assegnare punti; siccome non ha idee sue, usa le parole degli altri, perciò le vengono via facili. L'aspetto positivo è che avendo si e no tre argomenti, non spazia più di tanto e anche chi non ha i suoi stessi interessi con un po' d'allenamento le becca]

2) Qual è l’accusativo di Kunde?
[ndS: così. Secca. O la sai o non la sai.
Se non la sai, un giorno capiterà qualcosa di adatto anche a te. Larry stessa non la sapeva, ma ha controllato. Fra quattro ore non la saprà più, rispondete presto!]

3) Qual è la misura minima che una roccia deve avere per essere cartografata?
[ndS: è scritto nel blog]

4) Cos’ha di particolare la scaletta di questo concerto?
[ndS: il concerto è Opera out on the Turnpike, cercate il post relativo sul blog di Zzi se nel frattempo il link non fosse più funzionante. Occorre conoscere un minimo Springsteen, per rispondere, ma non serve essere un fan.
Non dovrebbe essere nulla che non si possa evincere da Wikipedia.
La particolarità - non da strapparsi i capelli - è un dato di fatto, ma se volete aprire una tavola rotonda sulla bellezza delle scalette degli anni '70 e compiangerci perché siamo troppo giovani e troppo Europei per averle vissute, siamo qua apposta]

5) Qual è l’ingrediente segreto del Kaiserschmarren?
[ndS: tipico esempio di domanda-trabocchetto. Ogni tanto le fa, ma solitamente lo dice. Nella fattiscpecie, sono almeno le due le risposte accettabili per questa domanda]

Sono tutti quesiti semplici, valgono 2 punti cadauno.
Il bottino di dieci punti viene spartito tra i primi di ciascuna domanda a rispondere esattamente.

Se il primo che risponde (quindi senza aiuti dati dall’esclusione di risposte errate) osa dare una risposta a tutte e cinque e disgraziatamente indovina, si aggiudica 20 punti!
Coraggio.

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Parla con élja [2] – Errata corrige

Posted on May 22nd, 2010, by Larry

Dopo opportuna verifica, accogliamo le correzioni di Markogts, che nominiamo volontario per la revisione dei contenuti sull’uso della lingua.
Per la partecipazione e l’interesse dimostrati, e per la responsabilità che gli appioppo, gli assegno 5 punti senza colpo ferire (Tra qualche giorno ricapitolerò il regolamento del gioco a punti “di Lorenzo”, ora non ne ho voglia).

Con riferimento al precedente post della serie “Parla con élja”, facciamo presente che:

In triestino non esiste distinzione tra frutto e albero: è tutto maschile. Perciò, se qualcuno vi offre un pero, state tranquilli: non sta cercando di impalarvi.
Fa eccezione l’arancia, che è femminile e si chiama naranza (z sorda).
Sui nomi della frutta ci soffermeremo a suo tempo.

Le ore sono contate a vanvera: ovvero prendono – come in  serbo-croato – il verbo singolare anche se sono plurali. Solo che il serbo-croato ha un suo (discutibile) criterio, il triestino lo fa così, solo per non rischiare di esprimersi correttamente. Osserviamo:
“La scusi, che ora xe?” Il numero del soggetto concorda con il numero del predicato.
Ma anche: “che ore xe”, con il soggetto al plurale e il verbo al singolare.

I Croati dicono (come i Serbi, i Montenegrini, i Kosovari, i Bosniaci, gli Erzegovini, i Vojvodni e forse anche qualche altra popolazione dei balcani ben decisa a distinguersi dalle altre, ma che dovrà rassegnarsi al fatto di avere almeno la lingua in comune):
“Koliko je sati” con il verbo al singolare e il genitivo plurale (irregolare, deduciamo, dato che tutti sappiamo che il genitivo plurale in croato è per tutti i generi -a). Ma anche se fosse un genitivo singolare, la tragedia si consuma nella risposta:
Sada je jedan sat = ora è l’una
Sada su tri sata = sono le tre
Sada je deset sati = sono le dieci

Avete capito? No? È normale, vuol dire che siete sani di mente.
Tenete presente che sat è un sostantivo maschile che non prende l’allungamento al plurale (cioè non diventa satovi, a meno che non significhi “orologi”).
Tenete presente che in croato si conta con il genitivo partitivo (cioè non “ho cinque uova”, bensì “ho cinque di uova”).
Tenete presente che il maschile al genitovo singolare fa -a e al genitivo plurale fa -a, ma evidentemente ogni tanto può fare anche -i.
Tenete presente che per quanto io sia cialtrona, le succitate espressioni sono tutte morfologicamente corrette e non ci sono errori di battiruta!

DIECI PUNTI al primo che osservando gli esempi è in grado di enunciare completamente la regola per dire l’ora in croato (serbo, montenegrino, bosniaco…).
Fossi in voi comincerei a pensarci e cercherei di rispondere prima che Fed torni da Mostar!

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Parla con élja | Fonetica, le vocali [2]

Posted on May 18th, 2010, by Larry

Pare che i friulani (ma dubito solo loro) sostengano che il triestino non sia una lingua (o un dialetto), bensì semplicemente un difetto di pronuncia.

Ad un primo ascolto, in effetti, l’affermazione è condivisibile, specie quando si è di fronte ad una pronuncia molto strascicata e greve sulla bocca di soavi fanciulle (purtroppo la storia che Trieste è piena di figa – perdonate il tecnicismo – è tragicamente vera)  che non dovrebbero andare oltre il francese essendo l’Italiano per i cavalli.

Lasciando da parte le sensazioni personali, si scopre che – prodigio! – anche il triestino ha una fonetica. Claudicante, forse, approssimativa, se volete, ma ce l’ha; e io posso provarlo.

VOCALI

Graficamente rappresentate come 5, le vocali del triestino sono almeno 7, ma io ne ho contate 9, 10 se consideriamo il dittongo.

A – centrale, come l’italiano “pappa”

Ahnj – leggermente arretrata, ma non propriamente una schwa, vagamente nasale e chiusa da un delicatissimo colpo di glottide.

Non ha un corrispondente in italiano ed è un suono che non viene usato nella pronuncia di vocaboli di senso compiuto. Di fatto è una particella enclitica che segue tipicamente “sì” e “no” (più sovente “sì”), ma anche locuzioni più complesse; in origine sembra avesse valore rafforzativo, ma la sua capillare diffusione e l’impiego sistematico lo hanno appannato.
Se nel discorso diretto potrebbe essere in alcuni casi assimilabile al “eh” pleonastico di alcune varietà del nord dell’Italiano (si pensi a scambi come “Ma amore, non mi vuoi bene?” “Ma sì, eh, però quando mi sfasci un fanale in posteggio per la quinta volta mi gira il belino lo stesso”), l’ipotesi cade nel discorso indiretto, ove viene curiosamente spesso mantenuto.

È intuitivo con qualche esempio pratico:

Discorso diretto:

“Te volessi un bicer de vin?” (“Gradiresti un bicchiere di vino?” nb: sui modi verbali ci soffermeremo più avanti)
“Si ahnj” (“Grazie, volentieri”)

“La g’ha de ‘mpizar?” (“Mi scusi, avrebbe forse da accendere?”)
“E no ahnj” (“Purtroppo no, mi spiace”)

“La scusi, che ore son?” (“Chiedo scusa, sa dirmi che ore sono?”)
“Non so ahnj” (“Mi spiace, non lo so”)

Discorso indiretto:

“Te g’ha visto ‘l mato? No’’l dovessi vegnir?” (“Hai notizie del nostro amico? Non sarebbe dovuto venire?”)
“’l me g’ha dito de si ahnj” (“Mi aveva detto di sì”)

“Sta a veder che ora vado da la mula e ghe domando de vegnir fora a zena con mi doman” (“Osserva come mi faccio coraggio e invito a cena quella ragazza”)
“Bon, ti domandighe, ma te vederà che la te dirà de no ahnj” (“La tua intraprendenza è lodevole, ma temo che declinerà”)

E aperta – come in “pesca”

E chiusa -  come in “pesca”

Scelleratamente il triestino inverte con perniciosa regolarità la e aperta con quella chiusa rispetto all’italiano, rischiando di avere gente che pratica un frutto per hobby o che si mangia un’intera attività, con ami, lenze ed esche vive. Dev’essere infernale. Questo non accade solo perché in triestino i due suddetti vocaboli non esistono (Ove possibile, infatti, il triestino predilige l’infinito sostantivato, perciò “’ndemo a pescar” e non “’ndemo a *pesca”. Inotre, il frutto si chiama *persiga; il singolare è andato in disuso, attualmente esiste solo al plurale col vin).

EI dittongo – è la pronuncia di /e/ in alcuni contesti. Si pronuncia [ei:] minimizzando il più possibile il passaggio tra una vocale e l’altra. In pratica è una /e/ chiusa fino al punto oltre il quale non sarebbe più possibile chiamarla /e/.
È il caso dell’articolo determinativo maschile singolare “El”, che in alcune varianti rionali suona “Eilj”  (per la jotazione della liquida alveolare si rimanda al paragrafo sulle consonanti).

I – anteriore alta, come l’italiano “pizza”

Non dà particolari problemi, salvo il fatto di venire allungata in alcuni contesti, non facilmente categorizzabili.
Poiché, comunque, la quantità di questa vocale non determina variazioni di significato, possiamo – per semplificare – considerare che esista una sola /i/

O aperta – come in “botte”

O chiusa – come in “botte”

Anche in questo caso, si rischia di ricevere percosse anziché litri di vino, ma nonostante questo, il triestino impavido persevera nell’aprire e chiudere le vocali al contrario, a sfregio.

Il vocabolo che meglio esemplifica le differenze fonetiche tra queste vocali tra italiano e triestino è:
ascensore
: tutte chiuse in italiano, tutte aperte in triestino.

Si noti, per inciso, che in questo vocabolo emerge anche l’anarchia fonetica sul tratto [+/- sonoro] della /s/: sorda in italiano, sonora in triestino, perciò avremo:
it.: [a ∫eŋsore]
ts.:[a
εŋzɔrε]

U anteriore bassa, come la U dell’italiano “zuppa”. Se accentata si distingue ancora per quantità:

U breve: anteriore bassa, con accento breve ascendente – come nell’inglese “full”
U lunga
: anteriore bassa, con accento lungo discendente – come nell’italiano “duro”
I puristi sostengono che vi siano contesti in cui il variare della quantità di questa vocale determini variazione di significato:

“cul” (culo) è un sostantivo ed è anche un aggettivo (indica qualcosa “di cattiva qualità” / “di scarso valore”)

“Ciò, varda che no te la g’ha pe’l cul” (sostantivo, /u/ lunga. Lett: “Ehi, guarda che non ti presta attenzione”)

“Ciò, g’ho comprà un telefonìn de ventinove euro, ma’l me par un po’ cul” (aggettivo in posizione predicativa, /u/ breve. Lett.: ”Ho acquistato un cellulare per 29 euro, ma mi pare abbia funzionalità limitate”)

In genere il contesto esclude equivoci e la conversazione non è inficiata da eventuali inesattezze nella pronuncia.

I neofiti non si scoraggino: tanto il triestino medio è istintivamente ostile verso chi gli si rivolge “in lingua”, tanto ha simpatia per chi si sforza di riprodurne l’idioma, perciò non preoccupatevi se la vostra pronuncia non è perfetta.

Certo, non appena volterete le spalle vi sparlerà dietro e vi taccerà di “foresto”, ma lo farà con leggera benevolenza.


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Parla con élja. Un’introduzione

Posted on May 4th, 2010, by Larry

AUDIOPOST!
Clicca sul link per ascoltare il post: Larrycette_Parla_con_élja001

Il confine tra lingua e dialetto è da sempre oggetto di controversie.
A molti dialetti piace farsi chiamare “lingua”, a molte lingue piace distinguersi al loro interno.

La definizione che preferisco è che “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”, che la dice lunga sull’arbitrarietà del prestigio assegnato ad una parlata (Max Weinrich. Weinrich, bestie, non Weinberg!).

Un criterio oggettivo tipicamente diffuso per valutare se una parlata è la varietà di una lingua (o, meglio,  se due dialetti sono due varietà di una stessa parlata, indipendentemente dal fatto che sia essa assurta a lingua ufficiale) è quello della reciproca comprensione.
Funziona con l’Inglese di Londra e quello di Los Angeles.
Funziona con il Tedesco di Berlino e di Berna.
Funziona – per quanto ce la mettano tutta a sostenere il contrario – con il Serbo – Croato di Belgrado e di Banja Luka.
È uno dei motivi per cui si dice che il Friulano e il Sardo siano lingue.
Permette comunque di giustificare il rapporto imbarazzante tra Genovese e Portoghese con la storia  dell’eccezione che conferma la regola.

Insomma, per quanto campanilisti ci si sforzi di essere, per quanto la cadenza locale possa essere di ostacolo sulle prime, per quanto alcuni vocaboli differiscano, in linea di massima, con un po’ di impegno, di orecchio e tanta pazienza dell’interlocutore, all’interno dei confini nazionali ci si comprende sempre.
Proprio perché – però – oggettivamente, di primo acchito, ciascuna parlata locale può risultare di difficile comprensione ad un forestiero, esiste la lingua ufficiale. Grazie ad essa tutti coloro che appartengono alla stessa nazionalità o che condividono un territorio possono interagire. Sociologicamente parlando, la lingua e il suo uso è un formidabile fattore di coesione e – contemporaneamente – un mezzo di implacabile categorizzazione della popolazione.

Uno straniero che parla la lingua della terra che lo ha accolto si integra meglio nel nuovo tessuto sociale e spesso è proprio la dimestichezza con la nuova lingua a determinare la qualità della nuova vita.

Il Triestino – pur essendo un dialetto di comprensione piuttosto facile per un parlante italiano – fa una selezione spietata.

Subdolo, è più facilmente comprensibile a livello fonologico [per esempio io del friulano non distinguo neanche dove finisce una parola e comincia quella successiva] e morfo-sintattico, ma solo in apparenza semantico.
Il Triestino usa significanti dell’italiano in relazione a significati imprevedibili.

Se dovete a tutti i costi integrarvi nel tessuto sociale del capoluogo giuliano ecco una piccola guida di sopravvivenza quotidiana.

Alcuni degli argomenti che affronteremo:

1)  La fonetica:
…..1.1: Sette vocali e neanche una al posto giusto
…..1.2: Tra tutti i posti che ci sono per articolare la L, proprio questo qui?

2) Il genere dei sostantivi: l”autobus è diventato femminile perché è tram-sessuale?

3) Significati imprevedibili: meno male che Frege è già morto, altrimenti sarebbe andato insieme sentendo certe espressioni

…e – naturalmente – molto altro ancora.
Mi raccomando, applicatevi perché alla fine interrogo.

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Amazing Grice! Indovinello conversazionale

Posted on April 26th, 2010, by Larry

Siccome mi sento in colpa perché vi trascuro da un po’, voglio rendervi protagonisti con un divertente quesito da indovinare.

Possono partecipare tutti tranne La Giraffa, il Giraffo, Zzi e CP, che sanno già la soluzione. Non ho ancora deciso il premio, ma qualcosa si porterà pur a casa il vincitore, dipende anche un po’ dalla partecipazione…non meno di un rocchetto di filo, non più di un cellulare fuori moda.

Io vi espongo una situazione, voi potete fare domande polari e in base alle mie risposte indovinare la soluzione.

Vince chi indovina per primo, ma non assegno premi ad anonimi (quindi, chiedete pure al volo, ma identificatevi quando date la risposta, altrimenti vi soffiano la vincita).

Ecco il problema:

Un ente pubblico acquista, tra le altre cose, anche quattro abbonamenti ad un quotidiano nazionale. Sceglie – anziché la consueta consegna via posta – la modalità di consegna presso edicola, ovvero dà disposizioni affinché, nel pacco di giornali che vengono quotidianamente distribuiti all’edicola prescelta, vi siano quattro copie prenotate, già pagate, adeguatamente etichettate, che i destinatari dell’abbonamento (membri del personale dell’ente) possono andare a ritirare ogni mattina.

Una di queste copie viene fatta inviare ad un’edicola esterna, regolarmente fornita.

Le tre restanti vanno mandate all’edicola del bar interno dell’ente, ma quando i destinatari si recano a ritirarle, le copie non ci sono.

Il quesito è: che fine hanno fatto?

Per aiutarvi e risparmiarvi le domande più banali, posso subito dirvi che:

-          non le ha rubate nessuno

-          nessuno mente (ma evidentemente qualcuno sbaglia), ovvero è in buona fede l’ente nel dire che non ci sono copie da ritirare, è in buona fede l’editore nel dire che le spedisce regolarmente, è in buona fede l’edicola nel dire che non ci sono copie “speciali”

Avanti con le domande e le ipotesi. Un ultimo aiuto: la soluzione – ovviamente – è griciana, se no non staremmo qua a pensarci.
C’è una violazione delle leggi della conversazione che rende possibile un caso del genere.
A voi scoprire cosa non è “detto”.

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Cronache romane [4]

Posted on April 3rd, 2010, by Larry


Entrando nel prestigioso hotel messo a mia disposizione dai potenti mezzi dell’Edicola fornisco subito al concierge prova della mia goffaggine dibattendomi come una tonna nella porta.
Si noti l’uso della preposizione “nella”: non è casuale.

Mi sono infatti incastrata tra il battente della porta aperto a quarantacinque gradi, nel cui passaggio aperto ho cercato di infilarmi, e la basetta metallica a terra, contro cui il battente chiuso si ferma, che le ruote della mia valigia non sono riuscite a superare. Di fatto – sebbene una porta sia un’entità di per sé troppo sottile e troppo solida affinché un corpo umano la possa penetrare e dirsi propriamente “in” essa, io sono riuscita a trascorrere svariate decine di secondi dentro di essa.
Comincio a spogliarmi in ascensore, mi fiondo in camera [che sulle prime supero scambiandola per il quadro elettrico, ma il concierge mi aveva detto “appena uscita dall'ascensore a destra”, cosa chea io  avevo preso per un modo di dire, non immaginando che avrei potuto aprire la porta solo tendendo il braccio, senza realmente metter piede fuori dall'ascensore] e inizio a rovistare – in mutande – in valigia alla ricerca del necessaire da toilette.
Flash: non ho preso né bagnoschiuma né shampoo per non portare peso superfluo, perché tanto in albergo si trovano sempre sempre.
Ma in bagno non li vedo, cerco allora qualcosa che possa assolverne funzione tra le poche cose che ho portato con me
Il mio beauty case, infatti, contiene appena gli indispensabili dentifricio, spazzolino, crema per i piedi, crema per il viso, crema per il culo [è diversa!!!], crema per le tette [la più conveniente: al litro costa come le altre, ma io ne necessito di pochissima, pure meno che per il contorno occhi], gel scrub per il corpo, gel scrub per il viso, fondo di topexan di quando ancora abitavamo in casa vecchia, che ho deciso di portare per consumare definitivamente e gettare via, latte struccante, tonico per il viso e tutti gli impiastri che rendono necessaria una pulizia tanto approfondita e specifica, che non può essere assolta da una saponetta, ovvero: fondotinta, cipria, sei o sette ombretti, dei quali solo due o tre vengono effettivamente impiegati, phard, mascara, matita per occhi, rossetti a colmare il contenitore.

Neanche un campioncino scaduto di bagnoschiuma. Shampoo? Figuriamoci.

Tra venti minuti mi vengono a prendere, sono in una stanza d’albergo sola, lercia, nuda e senza sapone. Chessituazionedimmerda.

Di rivestirmi per andare a chiedere sapone in portineria non se ne parla, perderei troppo tempo e il sapone non mi servirebbe più.
Di andare al lavoro senza lavarmi – con questi capelli – tanto meno, piuttosto mi butto sotto il primo autobus, così non mi vedono in questo stato….ma che figura farei al pronto soccorso? Devo scartare anche questo – pur astuto- diversivo.

Torno in bagno, decisa a staccare tutte le piastrelle del muro per trovare dove hanno nascosto i flaconcini di sapone: ci devono essere, non è possibile che un simile albergo non metta nemmeno una saponetta.
Macché. Niente.
Mi siedo sconsolata sulla tazza, almeno ho il sollievo di svuotare la vescica, e alzo gli occhi al cielo, disperata.
La dea della socialità ha ascoltato il mio lamento ed ecco una mensola di vetro che non c’era, su cui è comparsa una ciotola a forma di conchiglia con un flaconcino di docciaschiuma e una saponetta. Che dea tirchia. In compenso c’è la cuffia per i capelli [beffarda] e la spugnetta per lucidare le scarpe [magari domani].
Apro il getto a una temperatura qualsiasi e mi ci caccio sotto. È bello comunque.
Prendo il flaconcino e non riesco ad aprirlo, perché sono stata così fessa da bagnarmi prima di svitarlo. Tra quindici minuti mi vengono a prendere e io sono ancora in una stanza d’albergo sola, lercia, nuda, senza sapone e per giunta bagnata.

Per un attimo scendere in portineria a farmi aprire il docciaschiuma con come unica componente tessile addosso il cordino del tampax, sgocciolando e lasciando improntazze di piedi dappertutto, mi sembra l’unica cosa da fare, anche come dimostrazione di protesta contro un albergo incapace di offrire sapone fruibile ai propri ospiti.
Ma non si rendono conto quelli che fanno i flaconcini per i detergenti, che sono prodotti che si usano sotto la doccia? Non si rendono conto che uno è bagnato, quando fruisce del loro prodotto?

Perché diavolo li fanno a vite [e vite tanto stretta], perché non li fanno che si tira e si s…POP.
Si è stappato.
Bastava tirare.
Ho si e no dodici minuti.
Par di lavarsi i capelli col Nelsen, ma almeno li avrò puliti in un lampo. Forse non dovrei usarlo con leggerezza sull’Erdapfel, ma non ho tempo per farmi degli scrupoli.
Non brucia.
Meno male. No, perché altrimenti sarebbe stato divertente da spiegare al marito come posso andar via tre giorni da sola in un’altra città e tornare con la camminata del lottatore di sumo perché mi sta andando a fuoco la caverna. Sì, insomma, va bene che ho occhi solo per Zzi, va bene che la mia bellezza – diciamo così: “particolare” – mi mette al riparo da facili tentazioni, ma l’evidenza dei fatti avrebbe insospettito chiunque.

Fuori dalla doccia: meno nove minuti.

Mutande, reggiseno [per figura], deodorante, calze, merda!

Rotto il primo paio di calze. Meno sette minuti.

…calze, calzettoni, maglia, gonna.

Meno sei minuti: trucco. Mascara nell’occhio.
Meno un minuto: orologio, occhiali, via l’asciugamano dalla testa, stivali.
Minuto zero: preparazione della borsetta, indugio giacca sì/giacca no. Giacca sì e fuori dalla porta.
Rientro in camera a prendere lo zaino coi dolci triestini.
Primo minuto di ritardo: intravedo la smart della segretaria di direzione che mi aspetta fuori dall’albergo, ritiro il documento alla reception e firmo qualsiasi cosa mi mettano sotto il naso.
Terzo minuto di ritardo: sfondo la porta dell’albergo e sradico la maniglia della portiera della smart: “Ciao, scusa il ritardo, io sono Larry, piacere di conoscerti, finalmente”.

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Lipica Open [4] – La gara di domenica

Posted on March 25th, 2010, by Larry

Nell’ultimo giorno di gare anche io mi cimento nel trovare punti secondo indicazioni criptiche.
Con la Giraffa&Bruttino, infatti, vado a prendere Zzi dove si è svolta la gara, per poi andare a pranzo da Špacapan con Zucchero & Josephine [CP accampa il compleanno della genitrice, che di per sé non è improbabile, ma sarebbe l'ennesima singolare coincidenza...ora vediamo quante volte compie gli anni, quest'anno, la sventurata signora].

Per raggiungere il campo di gara, proveniendo da Trieste, all’incrocio di Opicina bisogna:

- Proseguire dritti verso l’Hotel Daneu
- Subito dopo il ristorante Daneu svoltare a sinistra
- Mantenere sempre la strada principale, incuranti dei confini
- Continuare imperterriti attraverso Kreplje; da lì, in campana:

- dopo il camposanto, prima di entrare nel paesino di Dutovljeimboccare la strada che va nelle vigne e dopo poco diventa sterrata, opportunamente segnalata al suo inizio da un cartello dell’orienteering sul palo della luce sito dove essa si diparte dalla strada principale.

- quindi sempre dritto finché non si vedono chiappe ungheresi al vento.

Diciamocelo: è a prova di mona.

I Lussuriosi arrivano a prendermi con la Giraffomobile clamorosamente puntuali e in ghingheri per il pranzo della domenica. Io mi presento vestita come quella-che-non-si-è-depilata: tutta carina e vezzosa dalla testa alla cintura, poi dalla vita in giù aserragliata in un paio di jeans coibentati a prova di gesso.
Dicesi a prova di gesso quell’abbigliamento che non lascia intravedere i peli superflui neanche se ti viene la pelle d’oca alta tre dita come quando fanno stridere il gesso sulla lavagna.
Le calze coprenti, per esempio, non sono a prova di gesso: se hai le gambe pelose e ti viene la pelle d’oca, spuntano i peli delle cosce; non quelli degli stinchi, che in genere sono più lunghi e restano schiacciati dalla calza, bensì quelli delle cosce, che sono abbastanza lunghi da oltrepassare la calza, ma più corti di quelli degli stinchi per via del continuo sfregamento con gli indumenti. E così, in men che non si dica, ti ritrovi con i bermuda di peluche.

Intrattengo i miei amici con il collaudato numero di quella-che-si-siede-sul-sedile-dietro-entrando-di-faccia e partiamo per la missione di recupero di Zzi.
Opicina: tutto bene.
Hotel Daneu: tutto bene.
Svolta a sinistra dopo il ristorante Daneu: tutto bene.
Ex confine: tutto bene
Curva coi poliziotti: tutto bene anche se Bruttino decide che è il momento di tentennare riducendo speventosamente la velocità della macchina e inducendo quasi gli agenti a chiederci i documenti per non essere sgarbati.
Krepljie: tutto bene.
Camposanto: “Oh, belin! Scusa, parlavo e non mi sono accorta che abbiamo passato il camposanto. Torna indietro, ci deve essere una strada prima che porta in campagnetta”
Inversione.
Scandagliamento del muro del camposanto in svariati sensi di marcia [più di due].
“Sicura che la strada fosse ‘prima’ del camposanto?”
“Sì, sì, mi ha detto ‘prima del camposanto c’è un palo della luce’….oltretutto, noto che non ci sono pali della luce su questa strada, chissà cosa ha visto e lo ha preso per un palo della luce…”
“Ma non ci dovrebbero essere le indicazioni dell’orienteering? Sicura che non è più avanti?”
“Sicura, belin, c’ho anche il foglietto con le istruzione, c’ho!”

Estrazione del foglietto dalla tasca dietro.
“Ah. Ehm, no, ecco, sai, era ‘dopo’ il camposanto, ‘prima’ del prossimo paese, prosegui un pochino, allora”

Individuazione immediata del palo della luce [il primo!] e della strada che conduce al campo di gara.
Imbocco della strada e smacco alla sorte proseguendo fieri con la Giraffamobile a pieno carico su strada sterrata e accidentata; avventuroso attraversamento di passaggio a livello non custodito.
Al bivio non sono sicura che Zzi non possa non provenire dal sentiero non carrabile e decido – ardita! – di proseguire a piedi verso il campo di gara che presumo essere ormai vicino.
Dopo un’interminabile camminata, un’auto con targa friulana mi raccatta stremata come l’omino delle barzellette che annaspa nel deserto. Sopra c’è Zzi, ancora con la tuta della nostra giovane, ma rispettabile, società, che si è fatto dare un passaggio dalla matriarca della cartografia furlana. Anche nel il confronto diretto con la felpa da passeggio della Semiperdo [glamourissima! Lapo Elkann se la mette per andare ai murazzi], la nostra tuta si difende bene…siamo onesti: forse ne esce sconfitta, ma di pochissimo ed essendosi battuta con onore.

Siccome non ha preso neanche una zecca, decide che, per cambiarsi, la cosa migliore non è sedersi sul pianale della Giraffomobile, bensì rotolarsi nell’erba alta e secca; così, solo per essere sicuri di adottare una creatura anche quest’oggi.
Pudica, la Giraffa finge smodato interesse per il percorso e i simboli cartografici, facendo un sacco di domande su dettagli a caso e tenendo gli occhi immobili sulla cartina per non rischiare neanche di sbirciare Zzi, suscitando le mie ire.
Io – che in realtà non vedo l’ora di vantarmi con le mie amiche di quanto è bonazzo mio marito – la invito, a tradimento, a osservare quanto…no, lasciamo perdere, adesso ho una vasto pubblico di orientisti, non è opportuno proseguire.
Facciamo che Zzi si è cambiato veloce  come Arturo Brachetti e siamo ripartiti,  su una Giraffomobile talmente carica che più che una Clio sembrava un’ R4,  alla volta di Komeno, dove ci attendevano – più correttamente: dove prevedevamo che avremmo atteso -  Zucchero&Josephine per pranzare da Špacapan [seguirà post dedicato].

Non appena giungiamo sulla porta del ristorante, accosta un veicolo pilotato con scaltra destrezza: Zucchero&Josephine sono puntuali come le mestruazioni a Capodanno.
Sono bellissimi e radiosi, lui candido in camicia color bianco-mi-macchio-immediatamente e maglioncino senape, lei trendissima con i capelli sciolti, gli occhiali con le lenti colorate, trucco nei colori-moda del malva e del glicine, camiciola a V color porpora impreziosita da una fascia di pailettes viola sul taglio impero e…
Mh?
Pantaloni sportivi [sì, va bene, sul viola, ma palesemente sportivi] e pedule da trekking?
Però!
Non la facevo mica tanto pelosa, la ragazza!

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Lipica Open [3] – La gara di sabato, epilogo

Posted on March 19th, 2010, by Larry

Seconda lanterna a parte, Zzi disputa una discreta gara, è molto migliorato tecnicamente e io ne sono molto fiera.
La carta era ottimamente disegnata e il percorso altrettanto ben tracciato, così, per dare un po’ di pepe alla competizione , non sono state stampate le linee del nord.
Le linee del nord sono delle righine azzurre parallele [claro!] tracciate sulla che indicano a quale lato si deve far corrispondere il nord; in questo modo quelli cazzuti che sanno “fare l’azimuth” procedono come attratti da una forza misteriosa nella direzione corretta.
Fare l’azimuth non significa sfornare il pane da consumare nella Pasqua ebraica, bensì individuare l’angolazione corretta da tenere rispetto al nord per andare nella direzione deisderata.
Non avete idea di quanto sia difficile proseguire diritti su un terreno diverso da una carreggiata o da un marciapiede; individuare la direzione “sulla carta” è una fesseria, tenerla per più di dieci passi è una prova di portentosa abilità; per questo quelli che si orientano meglio arrivano prima degli altri.

Gli intertempi tra una lanterna e l’altra sono relativamente bassi, infatti non ha portato a casa neanche una zecca, segno che non ha avuto tempo di fermarsi a farne salire alcuna.
Anche del resto della squadra ho notizie entusiasmanti: siamo tornati tutti.
Inoltre non ci sono feriti gravi, la Fascinosa Figlia del Previdente Presidente ha ancora entrambi i suoi begli occhi e la torta della Generosa Genitrice del Celere Capellone era consuetamente squisita.
Grande assente alla competizione il secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, bloccato da un’infezione che comincia ad essere sospetta e d assumere contorni sempre più diplomatici…i casi sono due: o sta trascurando lo studio ed è stato messo in punizione [personalmente non vedo dove stia lo svantaggio, a me parrebbe un premio essere esonerata dallo sport] , ma conoscendolo un pochino lo escluderei, o il suo ago è stato polarizzato [è una metafora, se non l'aveste colta] da qualche bella compagna di classe in difficoltà col greco e con la scusa della maturità stanno sudando – ehm, no, volevo dire “studiando” -  molto insieme.

In compenso, per un eroe che passa – momentaneamente – in secondo piano, c’è un virgulto che si affaccia sulla scena:  un loquace occhialuto sul metro e mezzo che, lo vedremo più avanti, ha dato lustro al nome della nostra giovane, ma rispettabile società, portandola addirittura sul podio.
…ma l’epopea di Nuovovanty è ancora tutta da scrivere…

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