Trofeo delle Regioni 2010 – Sabato sera [1]

Posted on September 2nd, 2010, by Larry

Il pomeriggio di sabato la montagna esprime la sua caratteristica mutevolezza metereologica.
Io mi interno in camera e viaggio nello Harz, partecipando ad amene passeggiate e allegre bisbocce. Gli altri quasi affogano in piedi in uno dei nubifragi più spettacolari dopo quello in cui ci siamo giocati i due leocorni.
A cena il Celere Capellone ci porta in un posticino che-conosce-lui.
Lui e almeno tre quarti della popolazione della provincia, perché il posto è gremito, e c’è un motivo: è buono ed è l’unico posto dell’altopiano dove si possa cenare dopo le 20,30. La sera precedente i ristoratori di Asiago - con la loro assurda fissazione di chiudere la cucina alle 21 anche se c’è gente che vuol mangiare e il locale è ancora pieno – mi avevano talmente fatto girare le balle che mi han perfino tolto la voglia di parlarne; qui non sono dei campioni di ospitalità, ma mi danno da mangiare, cosa che da sola in genere basta a mettermi di buon umore.
La Costruttiva Consorte ha avuto il buon gusto di non portare la cartina a tavola, così a cena si cena anziché fare a chi ce l’ha più lungo [il percorso, chiaramente]. Il Previdente Presidente è sbigottito dal comportamento della moglie e non si capacita del perché le vacanze in Germania della Fascinosa Figlia e di Larry&Zzi suscitino maggiore interesse che la scelta di percorso tra la nove e la dieci.
Detto per inciso, la miglior scelta di percorso s’è rivelata la mia: dalla piazza sinistra del letto, alla piazza destra, con un unico, fluido, armonioso movimento d’anca, che – compiuto con maestria ed esperienza – produce un suono continuo e pieno di molle del materasso; nessuna fuori tempo, tutte vibrano appena rilasciate e cessano il loro canto quando già si ode la più grave voce della seguente.
A proposito di scelte, è il momento di mettere alla prova la nostra capacità di prendere buone decisioni. Primo o secondo? Entrambi? Sarà troppo? Sarà poco? Sarà medio?
Siccome i maschi della comitiva hanno a tutti i costi voluto fare una deviazione per il centro gare, per consultare dei risultati di cui non fregava niente a nessuno e che per giunta non erano ancora disponibili, siamo arrivati affamatissimi, perciò, sulle prime, siamo stati tentati dal prendere una decisione di comodo e ordinare grigliata per sei. Lucidamente, Zzi e il Celere Capellone fanno notare che non conviene, perché c’è il rischio che, nella confusione del piatto di portata mastodontico, ti portino si e no 4 porzioni effettive, un delirio di contorni insulsi e ti facciano pagare, in base all’ordinazione, per sei, pur in buona fede [della quale, sia chiaro, l’autrice non dubita, ma nel lungo passato da ristoratrice ha più volte esclamato “ohmmerda” nel ritrovarsi in cucina piatti per 8 da destinare al tavolo da 6, avendo appena portato al tavolo da 8 un piatto che – evidentemente – era da 6].
Oltretutto, io le costine d’agnello non le mangio, il pollo se non è disossato mi fa paura, la bistecca potrebbe avere i nervetti.
Ordino salsicce, che sono facili da mangiare anche con il mal di denti, essendo tutto tritato. Sia chiaro che le ho ordinate perché ho la bocca marcia, non perché io ne sia ghiotta. Ah, quanto vorrei potermi nutrire solo di carote crude scondite…ah quanto…Purtroppo, la mia sfortunata condizione odontoiatrica mi condanna ad una triste dieta di salsicce, hamburger, polenta, pizza, kebab, olive ascolane, sofficini, torta sacher, gelato…soprattutto gelato, me l’ha detto il dottore!

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L’orgoglio di Larrycette [VIII prova coppa Italia trail-o, Gallio 28 Agosto 2010]

Posted on August 30th, 2010, by Larry

Innanzitutto mi preme rassicurare i miei “piccoli” orientisti [a un certo punto ero circondata da Zzi/Presidente/Morosodicri; ho cercato conforto in lontananza e ho visto TheSpeaker, mai sentita tanto nana!]: sono riuscita a fare la TortaCP ed è venuta strepitosa; ma non siate gelosi, in fondo non l’ha avuta.

Ciò detto, lascio in sospeso le mie prodezze in cucina e procedo con il dovuto resoconto del trofeo delle regioni, dove il vero trionfatore è stato questo blog.

Dovrei usare più modestia, ma ne sono troppo orgogliosa. Sono trent’anni che vivo basso-profilo, è giunto anche per me il momento delle fontane di Berlucchi e delle cascate di garofani.

Organizzato dai miei timidi lettori dell’Erebus [a proposito: che belle polo! Sono nuove?!?], s’è svolto sull’altopiano Asiago il Trofeo delle Regioni, subito dopo l’ormai tradizionale appuntamento Highlands open [cui non abbiamo partecipato e per il resoconto del quale vi rimando a siti più pertinenti di questo….tipo quello ufficiale, per dire], il trofeo delle regioni.

Il dream-team del FVG è composto, fra gli altri, da ben 5 atleti della nostra giovane ma rispettabile società [Famiglia presidenziale +  Zzi + Celere Capellone], più il mio piccolo lettore Elvio, più il nostro Bellicoso Bresciano. Tutti convocati da Marirosa!

Tra le fila del Trentino -  e nelle loro splendide tute amaranto – posso vantare di aver piazzato la piccola lettrice Cri.

Dulcis in fundo, l’orgoglio di Larrycette: rem, il quale dà lustro a questo blog vincendo la prova di trail-o. Peccato che non mi son portata neanche un adesivo da appiccicargli sul baschetto, avrei fatto un figurone alle premiazioni.

Tutta la kermesse è stata scandita dalle sagaci notazioni di The Speaker, presso il quale, però, temo di essere caduta in disgrazia, perché ha smesso di chiedere di me nonostante il fatto io mi aggirassi per il campo gara con la faccia da Larry di Larrycette ansiosa di essere scoperta; per me, conta comunque come “piccolo” lettore [non avete idea, è veramente “the biggest man you’ve ever seen”] del quale andare fiera.

Ora, se proprio ci tenete, vi frollo le palle con i particolari della gara di trail-o alla quale ho incautamente preso parte; altrimenti, tornate al prossimo post!

L’orienteering è stato definito come ‘una partita a scacchi di corsa’.
Il trail-o è una versione dell’orienteering in cui non si corre; se togli la corsa all’orienteering ti dovrebbero restare gli scacchi, invece ti resta il trail-o. È bello il trail-o, si può fare con la borsetta. È divertente il trail-o, puoi guardare le borsette delle altre. È tranquillo il trail-o, è vietato parlare. È rassicurante il trail-o, si fa su sentieri larghi e facili da percorrere, essendo pensato per far giocare disabili e non sullo stesso “terreno”. È avventuroso il trail-o, si svolge comunque nella natura [sotto questo aspetto è perfettibile, ma sono sicura che se ne possa sviluppare una versione nel cemento] e alla fine puoi dire di aver compiuto l’eroica impresa di non aver urlato neanche dopo che una farfalla t’ha teso un agguato.

Venite a provare il trail-o!

Per vincere a trail-o bisogna essere bravissimi a riconoscere i simboli, ma soprattutto bisogna interpretarne la sintassi; in pratica, più che la risposta, la cosa difficile da capire è la domanda, perché viene posta in simboli da descrizione punti. Una volta che si è stabilita quale, di tutte le domande possibili, sia quella posta dal tracciatore, si può tentare di dare una risposta. In questa fase, la cosa migliore sarebbe immaginare dove starebbe la lanterna richiesta e determinare guardando la realtà se sia una di quelle presenti e quale.
Nel mio caso, il ragionamento per esclusione parte dalla domanda:
Il tracciatore vuol sapere come mi chiamo, quanti anni ho e di che segno sono?
Il tracciatore vuol sapere che tempo fa e se ho viaggiato bene?

Il tracciatore mi sta chiedendo di sposarlo?
Il tracciatore vuole che gli riveli il segreto del kaiserschmarren?

Il tracciatore vuol proprio sapere quale delle 4 lanterne qui presenti è posta sul lato sud dell’edificio? È sicuro? Non è che vuol sapere che numero di scarpe porto e se gliele impresto?
Mmm….allora vediamo….io dico…A. Per forza, c’è un solo edificio nella scena con una sola lanterna. Dico A, è la mia risposta definitiva, punzoniamo. PUNZ!

No! Merda! Magari era Z. Porco belino come ho fatto a cascarci, sarà stata Z….aspe’ vediamo….no, bussola alla mano quello è largo circa il lato sud dell’edificio, se è Z non è evidente, quindi è A.

Poi….Vassoio, gaussiana, telecomando…a questa rispondo dopo, alla fine sparerò la lettera che è comparsa meno volte tra le risposte.
Andiamo avanti: due croci e un ombelico [3]; appoggiare il rastrello a destra [4]; in terra c’è un buco, la Q è rovesciata [5]; fusillo nel gomito alzato [9]; appoggia il telecomando a destra quando scendi dalla gaussiana [10]; mettiti la collana, pettinati e copri l’ombelico [11];….altrimenti resti incinta![15]. PUNZ! PUNZ! PUNZ!. Alla fine ne ho indovinate 6 su 15. Per questo non sono mai diventata ricca giocando la schedina.

Ad ogni modo, tutto è bene quel che finisce bene, anche se lo sforzo fisico di una gara di trail-o è inferiore a quello di scrivere un post, ci danno anche biscottini e tè.

Vince la prova rem, orgoglio di Larrycette!

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[Giovedì, 12 Luglio 2007] Lanterne bianche e rosse / parte terza

Posted on July 28th, 2010, by Larry

Giovedì, 12 Luglio 2007

Non sto a tediarvi con i dettagli della gara, vi basti sapere che era molto semplice, sia dal punto di vista teorico che pratico, talmente semplice che perfino io sono arrivata

QUINTA di otto

e non finirò mai di vantarmene.

Quello che è interessante è il corollario della gara, ovvero:

- il parco termale
- le trattorie

Al parco termale le attività sono: plotch (bagno nell’acqua termale), nanna, plotch, nanna, ancora nanna, plotch, merenda


La merenda tipicamente consiste nelle mini ciambelle fritte che vende il chioschetto iterno, l’unico con una coda chilometrica di gente che si assiepa al banco a rimirare la MacchinaMagica, che adagia in una vaschetta di olio caldo perfetti anelli di sublime pastella, i quali vengono fatti passare dalle ProdigiosePale della MacchinaMagica stessa, nella vaschetta successiva e infine sulla griglia, e da lì serviti nel mistico vassoio di cartone, grande come una cartolina e riempito per un terzo di crema, cioccolato o marmellata.

L’acqua termale, in effetti, non è invitante nè all’aspetto è all’odore in quanto appare come una vasca di giallastra con delle piccole sospensioni marroni. Avete presente a quando aprite un rubinetto chiuso dal Medioevo, che esce acqua color pipì unita a schegge di ruggine? Uguale.
Solo che odora di gomma pane.

Il punto è che l’acqua è a 38 gradi, il che da sè è sufficiente a spingere chiunque ad immegervisi, ed è anche così piacevole da far percepire una sorta di guarigione magica.
Lo stesso effetto si ottiene in casa facendo un bagno caldo di mezz’ora senza nessuno che scassi le palle nel frattempo, ma volete mettere dover sbattere fino in Ungheria, come da la sensazione di sottoporsi davvero a un trattamento?
La nutrizione è, per l’atleta, importante come l’allenamento, per questo ho deciso di compensare la scarsa preparazione fisica con pasti abbondanti.

Uno dice “Ungheria” e subito il pensiero va al goulash, invece – sebbene non ci sia ristorante che non lo proponga – i piatti proposti sono vari e numerosi.

Questo popolo avanzato predilige la cottura per immersione in olio bollente, perciò, anche se non è possibile indovinare il contenuto del piatto dal nome che si legge  sul menù, si può stare tranquilli che nove volte su dieci sarà fritto.  Altra peculiarità dei  piatti ungheresi è quella di venire serviti abbondantemente  cosparsi  di formaggio  grattato, il che li rende da semplicemente sostanziosi a decisamente pesanti/impossibili da finire.

Una menzione speciale  meritano le zuppe, e  fra esse si distingue la zuppa di aglio. Essa è  delicata e profuma come  una bruschetta,  ma è cremosa e morbida, e  viene servita con crostini  croccanti.
Ne ho fatte vere e proprie scorpacciate, ancora adesso emano il  caratteristico  afrore.

postato da: RedHeadedLarry alle ore 14:48 | Permalink commenti (5)

Commenti

#1 13 Luglio 2007 – 16:14
ma siete sempre a mezzo?
utente anonimo

#2 13 Luglio 2007 – 17:01
mi aggiungo ai numerosi interventi quotando l’anonimato di cui sopra con uno di cui sotto…
utente anonimo

#3 17 Luglio 2007 – 10:22
:D :D
utente anonimo

#4 20 Luglio 2007 – 08:11
bei tempi quando ci baciavamo alle feste, facendo svenire i vari carlo… ti penso in maniera lussuriosa
utente anonimo

#5 24 Luglio 2007 – 14:42
Oh Giuggi, sono onorata di saperti qui, scriverò con rinnovato entusiasm
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[Martedì, 22 Maggio 2007] Enjoy Mostar – parte seconda

Posted on July 21st, 2010, by Larry

Martedì, 22 Maggio 2007

Le scene che seguono l’arrivo di Pumpa – la vera protagonista del fine settimana – possono essere sintetizzate con una di quelle sequenze cinematografiche in cui i protagonisti vengono fissati da tante istantanee in rapida successione in cui mostrano man mano i segni del tempo che passa: noi tre nel cortile che osserviamo trepidanti i 4 meccanici che mettonola macchina sul ponte ostentando sicumera; uno di loro che si rivela essere il gentile mostarese della sera prima che però al mattino ci ha tirato pacco (che senso aveva venire da noi, quando sapeva che saremmo finiti da lui?) e che allora non è un ladro di macchine; noi tre che veniamo invitati a recarci nel bar adiacente; io che nei pochi metri pregusto un toast un po’ bruciacchiato e con il formaggio filante; il bar che si rivela essere una specie di deposito di ricambi privato in cui la moglie del padrone serve acqua/birra/succo di pesca; noi che torniamo sconsolati; noi che ci sediamo sui gradini del giardino; noi che guardiamo il gatto; noi che scopriamo dei cuccioli di cane; noi che torniamo in cortile dopo che è spuntata la madre dei cuccioli…e intanto si son fatte le 4 del pomeriggio, avremmo già dovuto visitare Mostar e partire alla volta di Spalato.

A questo punto mi accontento di arrivare puntuale in ufficio martedì

Poi, all’improvviso il miracolo: la macchina si mette in moto.

Paghiamo, salutiamo e montiamo in macchina, sollevati, imboccando la discesa. Guida Federizza.

La macchina si spegne e ci areniamo al primo slargo. Per un attimo ci godiamo la dolce illusione che sia l’imbranataggine della pilota ad aver fatto spegnere il motore, ma l’auto non si riavvia.

Tanto l’officina è a 100 metri.

I meccanici arrivano spavaldi sulla loro Volkswagen, uno di loro si mette alla guida della nostra auto e spariscono, in folle, dietro la curva successiva.

Quando spuntano tornando indietro, consumiamo l’ultima dose di speranza credendo che l’abbiano fatta ripartire. Esattamente un attimo prima di vedere il cavo di traino fra le vetture.

Trascorre un altro dilatatissimo tempo fra noi tre che stiamo impalati nel cortile/noi tre che andiamo al “bar”/noi tre che imploriamo almeno un cesso, se non un panino/noi tre che ci riavviciniamo ai cuccioli/noi tre che ascoltiamo la loro radio.

Quando passa Springsteen ci rallegriamo e lo prendiamo per un buon presagio, poi riflettiamo sul fatto che è “Pay me my money down” ed è fin troppo chiaro il messaggio che il destino ci sta inviando.

Alcune ere geologiche dopo la macchina si riavvia. I meccanici spiegano più o meno i problemi di pumpa, il motivo per cui la prima pumpa non andava bene, il perchè è stata necessaria una seconda pumpa e altre cose che sarebbero state incomprensibili anche se fossero state in Italiano.

Paghiamo (di nuovo – ma non ci pare il caso di discutere) e ce ne adiamo, dopo che hanno giurato e spergiurato che saremmo arrivati in Italia senza ulteriori intoppi.

In realtà, nessuno di noi ha mai pensato che dicessero sul serio, neanche loro quattro.

Come in quei film in cui prima dei titoli di coda compare la schermata nera che informa sul destino compiutosi dei protagonisti:

Pumpa ha ceduto molto dopo che siamo rientrati in Italia, e l’auto ci ha scorrazzati ancora un po’.

Ha spento i fari per sempre il 9 Maggio 2007, dopo 11 anni e 195000 chilometri

(potete piangere)

postato da: RedHeadedLarry alle ore 14:46 | Permalink commenti
categoria:always honeymooners altri viaggi
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Chicken Challenge 2010, Mittagessen in Abtenau

Posted on July 13th, 2010, by Larry

[I racconti delle gare del prologo sono qui e qui, adesso parliamo un po' di cibo, per cortesia!]

Nella ridente Abtenau consumiamo un pasto frugale seduti nella graziosa piazza principale del paese, con vista sul cancello del camposanto da una parte e sulla minacciosa montagna tempestosa dall’altra. Ordiniamo due menù del giorno, che si compongono di zuppa di pomodoro in cornice e una parola lunghissima che non ricordo e che non sono neanche stata in grado di leggere, ma che conteneva dei segni simili a quelli di “gnocchetti” (spätzle) con del [nota del traduttore] formaggio (kas, senza umlaut e senza e, ho scoperto che nella zona è un fenomento frequente) e altre cose [nota del traduttore] arrostite (gebratene) che non ho capito bene, ma sembran cipolle (zwibeln), o gemelli (zwilling), sicuramente dubbi (zweifel), ma forse sono fritte (non mi ricordo mai se gebraten vuol dire fritto o arrosto, ma, tutto sommato, ci importa?) e più probabilmente potrebbero avere qualcosa a che fare con le patate (erdapfel, così, singolare, il plurale è del traduttore perché dire che avevano a che fare con la patata crea aspettative che poi non possono essere soddisfatte). Da bere prendiamo due birre, perché con questi torridi dodici gradi, all’aperto, ci vuole proprio una bevanda rinfrescante. La zuppa di pomodoro è uguale a quella che si mangia in Istria, solo leggermente più densa e guarnita con la panna acida, la cornice, per l’appunto. Praticamente è salsa di pomodoro uscita dalla bottiglia e riscaldata, ma non è mica cattiva e anche se è appena mezzogiorno e un quarto e abbiamo fatto una monumentale colazione solo due ore prima, la mangiamo con gusto perché è bella calda. Gli spätzle sono di patate (ah, ecco), conditi con burro e formaggio (ah, ecco) e gratinati al forno (mmm forse…) e guarniti con dei ricciolini marroni che si rivelano essere cipolle fritte (ah! Ecco!). Sono buoni, le cipolle fritte non c’entrano un cazzo, ma sono gradevoli; basta mangiarle prima, a mo’ di stuzzichino, e poi dedicarsi agli gnocchetti al forno, e tutto risulta squisito. Solo che sono porzioni da naufraghi, uno che ha la fortuna di nutrirsi quotidianamente (non necessariamente 3 volte al giorno, anche una sola) non può finire tutti gli gnocchetti, essendo il piatto costituito da un grazioso tegamino a due manici, diametro diciotto, con bordi inclinati verso l’esterno alti quattro dita, pieno al colmo, con altezza massima della pietanza dal fondo di circa 8/10 centimetri, al netto delle cipolle fritte. Siccome sono una fogna ne mangio metà, ma devo lasciare il resto. Io odio sopra ogni cosa avanzare il cibo, è un genere di spreco che non sopporto (non che altri mi piacciano, ma quello del cibo mi è proprio odioso), ma questo piatto è davvero imbattibile. Zzi, che non per niente è il mio eroe, lo mangia tutto. La sua tecnica consiste in un approccio metodico e costante, io, invece, mi faccio prendere da un iniziale entusiasmo e mi incoccono dopo il primo quarto. Quando la cameriera ci toglie i piatti, mi sgrida perché non l’ho finito, io mi scuso tanto e le spiego che era proprio abbondante, che mangio meno di quello che sembra, alludendo al mio fisico non proprio nervoso e cercando di buttarla sul ridere. Lei non ride. Devo avere un tedesco pessimo. Prende il piatto di Zzi e mi fa notare che lui lo ha mangiato tutto. Eh, lo so, io non ce la facevo, mi spiace. Mi spiace veramente, ma non è che posso sentirmi male perché voi mettete troppi spätzle nei piatti. Anche le vecchie qua a fianco ne hanno avanzato molti, vorrà pur dir qualcosa…

Ora, io non è che sappia proprio il tedesco, so leggere i suoni, so qualche parola fondamentale e qualche frase utile in viaggio (tipo “willst du mit mir ins Bett kommen”, ma ormai non saprei che farmene e non sono mai stata particolarmente certa della sua esattezza, forse è solo una traduzione letterale dell’italiano, ma raggiunge lo scopo), perciò molte volte devo farmi ripetere quello che la gente mi dice. No, no. Ho proprio capito bene: mi chiede se non poteva mangiare Zzi gli gnocchetti che ho avanzato io. Selbverstendlich nicht, ma non sono abbastanza pronta e chiedo solo il conto.

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Chicken Challenge, prologo [2]

Posted on July 4th, 2010, by Larry

Per prima cosa facciamo gli auguri alla nostra Nini, che ha compiuto ventun anni!

Sabato 29 Maggio, Chicken challenge prolog
[continua da qui]

Quindi proviamo il mobile-o: uno sta alla partenza/arrivo e legge la carta al telefono, l’altro va in giro a punzonare senza carta, solo grazie alle indicazioni che riceve, al termine del suo percorso prende una nuova carta e si vendica del primo lettore mandandolo in giro alla cieca. È bellissimo: i puri orientisti storceranno il naso perché “vuoi mettere la soddisfazione della lettura della carta” e “vuoi mettere che gusto riconoscere nella realtà quello che vedi sulla mappa?” – tutto vero – ma la figata di girare liberi e tranquilli e andare a punzonare a colpo sicuro di lanterna in lanterna non se la possono immaginare; certo, per punzonare a colpo sicuro di lanterna in lanterna bisogna essere teleguidati da Zzi, che ha una capacità di lettura della carta molto spiccata ed è preciso nelle indicazioni. Quando ci siamo scambiati i ruoli le cose non sono filate così lisce ma non è mica colpa mia se lui non capisce le mie indicazioni!
L’unico inconveniente è che per stare in contatto si spende, perciò si può fare solo avendo quei piani tariffari forfaittari che di solito le compagnie telefoniche offrono ai propri clienti verso i propri clienti; oppure, per essere motivati ad un buon piazzamento, lo si fa tra un cellulare italiano e uno sloveno ed ecco che se non completi il percorso in due minuti ti sei prosciugato la scheda. È un sistema un po’ drastico, ma di indubbio stimolo per i concorrenti. Anche questo è un tipo di gara che sarebbe divertente proporre, perché migliora la capacità di lettura delle carta, costringe ad interpretare la carta con esattezza ed oggettivare il proprio pensiero, evitando il facile meccanismo del “beh, tanto poi quando ci arrivo lo vedo”; anche chi riceve le informazioni ha la sua parte, infatti è utile che descriva cosa vede per poter essere continuamente localizzato sulla carta e individuare i particolari del paesaggio che possono essere cartografati (ad esempio dire “c’è una parete rocciosa alla mia destra” solo quando ha dimensioni superiori al metro di altezza, non ad ogni manciata di ghiaia in cui si inciampa) è un ottimo allenamento. Ora, voi capite che devo comunque essere stata una discreta navigatrice avendo pilotato un muto. Ad ogni modo, ci siamo divertiti un sacco, non vediamo l’ora di giocare di nuovo. Il fatto che richieda agli atleti di sostenere dei costi, però, potrebbe costituire una sana menata dal punto di vista organizzativo, quindi se qualche altra società ci frega l’idea fa niente. Anzi, ci piacerebbe un sacco che qualche società prendesse la bella iniziativa di organizzare una “mobile”. Per dire (per dire), fino a Vicenza ci si potrebbe arrivare. Uh, come sarebbe bello che qualche società di orienteering non più distante di Vicenza organizzasse una “mobile”! Ci andrei proprio volentieri (Fino al 9 Luglio sono impegnata, poi, a parte il 7 Agosto che c’ho un matrimonio a Genova, si può fare)!

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Chicken Challenge 2010, prologo

Posted on June 24th, 2010, by Larry

Sabato 29 Maggio, Chicken challenge prolog

Il prologo della corsa delle galline si è svolto ad Abteau, dove hanno avuto luogo quattro promozionali. Per essere precisi: tre promozionali e un giro in segway.
Il segway è quel veicolo del demonio che si pilota con il solo spostamento del peso corporeo sulla piattaforma sulla quale si sta in piedi, dalla quale si diparte un manubrio meramente decorativo, grazie al quale non si impartisce alcun comando al trabiccolo. Io mi sono fatta dare precise istruzioni, che ho stranamente compreso, ci sono salita sopra, ho eseguito quanto dettomi, ho riscontrato che l’ordegno era difettoso e non faceva quello che volevo e sono scesa. Zzi lo ha domato e ha portato fieramente a termine il suo giro di pista. I quindicenni davano spettacolo producendosi in acrobazie circensi in mezzo al campo.

Le altre gare organizzate sono una sprint, che decliniamo garbatamente, Zzi per salvaguardare la caviglia in vista della gara dell’indomani, io per manifesta allergia allo sforzo, una mobile-o e una labirynth-o. Cominciamo da quest’ultima, che sulla carta è una puttanata: bisogna punzonare le lanternine disposte in un labirinto allestito in un quadrato di 20 per 20 metri. Ovviamente non vale scavalcare e ovviamente bisogna arrivare sul punto, non vale punzonare dalla parte opposta della “siepe”. Resta una puttanata. Puttanata una ceppa – scusate la terminologia tecnicistica. Non ci sono punti notevoli in cartina, che è un quadrato giallo con righe rosa praticamente tutte uguali: l’unica cosa che permette di capire come vada tenuta è il triangolo della partenza e anche così, basta distrarsi per non calpestare un bambino ed ecco che bisogna ricominciare a visualizzare il percorso. È impestatissimo, eppure è divertentissimo, è perfino più carino – qui lo dico e qui lo nego – del trail-o. In nord Europa questa variante viene praticata nelle scuole, così quando i bambini si danno all’orienteering nei boschi sono già dei fenomeni e a diciannove anni vincono il vincibile. Bisogna assolutamente che lo importiamo anche in Italia, manderò Zzi a parlare con il Previdente Presidente per organizzare una gara anche da noi.
Se qualche altra società la organizza prima è una copiona perché l’ho letteralmente visto prima io.

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Alto But: due giorni di orienteering nell’alta valle del But, 5 e 6 Giugno 2010. Timau

Posted on June 6th, 2010, by Larry

Interrompiamo momentaneamente il resoconto della trasferta per il chicken challenge per trasmettere le fresche notizie sulla due giorni di Paluzza.

Alla fine della manifestazione la giovane, ma rispettabile, Società Sportiva Dilettantistica GAJA di Gropada (TS) si è aggiudicata il TERZO POSTO e ha vinto una bellissima coppetta con il gambo rosso: il degno epilogo di un fine settimana di trionfi e soddisfazioni (siamo anche gente di ragionevoli pretese).

Zzi e io partiamo con clamoroso ritardo a causa di un inconveniente tecnico: c’ho di nuovo l’armadio pieno di tarme. Come i più attenti sapranno, il mio adorato guardaroba è flagellato dall’ottava piaga d’Egitto; all’arrivo alle gare di orienteering io sono l’unica che ha i vestiti pieni di buchi senza aver fatto la gara o senza avere operato scelte di percorso avventurose: sono partita bucata da casa.
Al nostro arrivo a Sutrio, dove tutta la società alloggia, troviamo gli altri membri che già conversano rilassati, prendendo il fresco sulla scala della casetta affittata. Che bello vederci così affiatati, probabilmente stanno aspettando gli ultimi – noi – per pranzare tutti insieme. No, stanno aspettando la signora della reception perché si sono astutamente chiusi fuori. Cominciamo bene!
L’alloggio è ampio e attrezzato, in un battibaleno ci dividiamo nella camere, senza discutere come i bambini, senza incasinarci nella divisione singole/doppie/triple-famiglie/coppie legali/coppie promiscue e senza spostare diecimila volte le valigie dell’Asceta da una stanza all’altra. Siamo bravi, proprio bravi: è dalle piccole cose che si vede l’efficienza di una squadra. Se queste sono le premesse, siamo a cavallo.
La squadra parte poi compatta verso la località della prima gara, i laghetti di Timau. La zona, infatti, è una specie di riserva naturale di toponomastica friulana e i nomi buffi si sprecano. Purtroppo, non ho potuto seguire la squadra perché mi è stato affidato un più alto compito che mi ha trattenuta nell’appartamento. Mentre io portavo a termine un approfondito studio sulle traiettorie di volo delle mosche, gli atleti della nostra giovane, ma rispettabile società, spopolavano.

Due nostre ragazze (Costruttiva Consorte e Madame K) sono seconda e terza nella categoria Cesso e la Fascinosa Figlia è seconda in una categoria superiore a quella in cui dovrebbe gareggiare. Da segnalare anche la Rutilante Radiologa che arriva e fresca fresca e si aggiudica un podio.

Tra i maschietti, tutti bravi, si sono distinti Zzi, terzo, e il Super Barto (la versione lunga del Barto), secondo.

Al ritorno degli esausti-ma-entusiasti atleti scopro che il grande tupperware verde che ha trascorso il pomeriggio in sala da pranzo con a me era pieno di dolcetti di pastafrolla buonissimi, che io non ho neanche toccato perché ne ignoravo la presenza. Il rimorso mi devasta e ce ne vogliono tre per fermarmi dal suicidio.

La Costruttiva Consorte mi riferisce che al traguardo lo speaker le ha chiesto di me. Pare che volesse conoscermi. Anche altri orientisti di altre società hanno detto di volermi conoscere…io subodoro la trappola, questi vogliono farmi la pelle per le minchiate che dico, e non mi faccio vedere neanche l’indomani!

Si sono uniti all’allegra combriccola, nel frattempo, anche la Prof e Nuovovanty.
Non avevo mai conosciuto Nuovovanty prima di allora e ne rimango immediatamente stregata. È intelligentissimo, fa delle scelte di percorso astutissime, è bravissimo a leggere la carta, sa tutto di tutto sui simboli ed è veloce come una lepre. In più, ha foltissimi capelli biondi; somiglia vagamente a Vanty Primo [che mi manca moltissimo in questo ameno ritrovo], ma ha una dentatura più regolare. A proposito, avete presente quella storia dell’intelligenza e delle dita dei piedi? Quella secondo la quale chi ha il secondo dito più lungo dell’alluce sarebbe un genio? È una palla. Ora, lo so che già da sola aveva l’aria di essere una panzana, ma mi ha sempre incuriosito scoprire come mai girasse; ho immaginato, cioè, che fosse frequente imbattersi in delle coincidenze che lo lasciassero pensare. Invece no. Posso dirlo non solo perché sia io che mia madre abbiamo il secondo dito più lungo e nessuna delle due brilla per acume (in compenso ci fanno male praticamente tutte le scarpe), ma anche perché ho visto i piedi di Nuovovanty: a triangolo, peraltro molto angolato. Normalissimi piedi a triangolo, di pianta larga, belli lunghi (crescerà!). È evidente che non è il secondo dito la sede dell’intelligenza, forse potrei cominciare a valutare la corrente di pensiero che ritiene sia nella testa…

La serata prosegue con gli orientisti impegnati nella loro attività preferita: si confrontano i percorsi e fanno a chi ce l’aveva più lungo. E la cartina era sbagliata. No, era giusta te son ti che te son mona. No, no, mancava la linea elettrica. Sulla mia c’era. E figurati. E guarda. Ah, merda!
Dopo ore e ore di conversazione asfissiante in cui tutti dicono le stesse cose a tutti, mi pare di aver fatto la gara quattro volte per categoria, ma alla fine conveniamo che la cartina era giusta e il tracciato soddisfacente, le lanterne non troppo nascoste (che sarebbe vietato, ma in Repubblica Ceca manca poco che le sotterrino, poi andiamo a far gare all’estero e facciamo la figura dei poveri fessi), ma nemmeno troppo evidenti (che se no ci scazziamo e diciamo che è corsa campestre….il bello è che il gioco è trovarla; cioè, andiamo a cercarle, ma poi quando le troviamo a momenti ci girano), il terreno bello. Siamo soddisfatti della trasferta. Meno male. No perché esserci sbattuti fin qua e poi manco ci divertiamo mi pare un po’ da abelinati,vediamo di essere contenti altrimenti non vi ci porto più!

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Chicken Challenge 2010, sera prima del prologo

Posted on June 1st, 2010, by Larry

Non so se lo avete mai notato, ma c’è una forchetta nel logo del blog. C’è anche una chiave di sol e – sapendo quanto bene io mi relazioni alla musica – è lecito pensare che per comporre il logo Elisa abbia pescato le letterine dal sacchetto dello Scarabeo e abbia raffigurato il meglio che è riuscita a comporre, tuttavia l’argomento originale del blog era il cibo.
Poiché ultimamente sono andata leggermente fuori tema, ho deciso di sfruttare al meglio la trasferta orientistica per il Chicken Challenge e abboffarmi di qualsiasi cosa, per potervene dare un resoconto.

Per arrivare preparata all’atmosfera austriaca, faccio una Linzer Torte da mangiare in edicola per celebrare la mia partenza. Quando raggiungo Zzi sul luogo dell’appuntamento presento evidenti tracce di marmellata di frutti di bosco (non avevo né mirtilli rossi né lamponi, ancora grazie che non ci ho messo quella di albicocche) agli angoli della bocca, diffusa untuosità ai polpastrelli e pure CP c’ha una patacca sulle braghe. Non credo di avervi mai raccontato come si fa la Linzer Torte. Evidentemente c’è un motivo, non sono mica come la Giraffa che sputtana i suoi segreti ai quattro venti.

Essendo partiti alle 17,30 (è stato un lungo e commovente addio tra CP e me, per dare un taglio al quale Zzi ha minacciato di partire senza di me), abbiamo consumato la cena già nella terra della Sacher.; in un semplice autogrill, ma pur sempre nella terra della Sacher.
Tempo della sosta: sessanta minuti, di cui meno di venti per mangiare e circa quaranta per scegliere le pietanze, essendo tutte esotiche e interessanti ai miei occhi. Tra le zuppe scelgo quella di asparagi, che si rivelerà salata al limite dell’immangiabile, poi opto per assaggiare un po’ di tutto dal carrello delle insalate; il piatto piccolo costa cinque euro e rotti, il medio circa sette. È un furto e io, paladina del consumatore, fotto il sistema stivando più cose possibili nel piatto piccolo, come ogni Italiano in ferie che si rispetti.
Ci tengo che sappiate che nella vita reale sono un individuo abbastanza normale e insospettabile, e generalmente mi nutro compostamente di bistecche e uova al tegamino, ma per mero senso del dovere nei confronti del blog, ho selezionato le cose più assurde (o che non capivo) e ho assaggiato per voi:

  • zucchini arrostiti con le olive: “che c’è di strano?” diranno subito i miei piccoli lettori; niente, li ho scelti come ancora di salvezza qualora il resto fosse stato da sputare nei vasi da fiori. Ad ogni modo erano pieni di aceto e la loro temperatura a stento superava i tre gradi. Ora mia suocera potrà dire che serve tipica cucina austriaca.
  • Insalata di striscioline di salame Parigi con cipolline sott’aceto, peperoni, rondelle di cipolla, irrorata di aceto (‘nzomma….cioè, quando l’ho scelta ho visto cos’era, quindi non starò qua a lamentarmi, però, se un domani capiterete in un autogrill austriaco e vedrete una cosa del genere e vi verrà la curiosità di provarla perché ‘boh, che ne sai, magari è buona’, ecco, no: magari non è buona per niente)
  • Terrina al basilico: “E che cazzo è?” diranno subito i miei piccoli lettori. Non lo so, si chiama proprio “Basilikumterrine” e non serve sapere il tedesco per capirne il nome, occorre invece un’approfondita conoscenza e un reverenziale rispetto della cultura austrogermanica per concepirne ed accettarne l’esistenza. Per forza che Sissi era magrissima: le davano tutti i giorni questa roba e lei ce la lasciava. Ora lo so che dire che la pizza è famosa e amata in tutto il mondo e la terrina al basilico non varca il Salzkammergut è ironia di bassa lega e so che la storia della superiorità della cucina italiana sulle altre è una puttanata inferiore solo a quella della superiorità delle lingue e delle razze, però…però la terrina al basilico è oggettivamente difficile da mandar giù, e io dovrei ormai sapere quanto limitati e provinciali siano i miei orizzonti, quindi, se non riesco a declinare i loro aggettivi, cosa mi fa pensare di poter mangiare la loro terrina al basilico? Affinché possiate riconoscerla anche senza didascalia, essa si presenta come un aspic appannato; immaginate una grossa panna cotta, per due terzi bianca e nel terzo inferiore color vomito di lumaca (tipo penicillina, ma più brillante, per via della clorofilla di cui la dieta delle lumache è ricca), con macchioline bianche grandi come denti di salamandra. In bocca è viscido e sgusciante come un’anguilla viva, masticarlo è impossibile, in compenso lo si può far filtrare attraverso gli interstizi dentali. Non sa di niente, ma lascia un vago retrogusto di aglio stantio che potrebbe ricordare un pesto cattivo. Alla fine vi scoprite anche dei residui di erbetta tra i denti. Da evitare sempre, specie se intendete proseguire la serata andando a figa.
  • La grande illusione: non so come la chiamino gli autoctoni, so che sembrava insalata russa e l’ho presa. Ho visto che c’era il tonno, e so che non ci andrebbe, ma a me il tonno piace e non ritengo l’insalata russa una pietanza così sopraffina da non poter essere contaminata. E poi è piena di olive. So che non ci andrebbero neppure quelle, ma sono tanto buone e ci stanno bene lo stesso, quindi ben vengano. Faccio la stronza e con nonchalance tiro su quante più olive possibile. Seduta al tavolo ne addento una e scopro che – no – non sono olive. Sono acini d’uva. Io vorrei conoscere il genio del male che in una specie di insalata russa, con carote, piselli, patate, tonno e maionese, ha avuto la bella pensata di mettere gli acini d’uva. Ah, no! Mi correggo! Sembrava un pezzetto di patata bollita, invece è un pezzetto di mela. Certo, ora tutto ha un senso.

Zzi, invece, per non saper né leggere né scrivere, ha preso una zuppa di gulasch e una coscia di gallina al forno e dice che è tutto mediamente buono. Io ho deciso che i miei piccoli lettori saranno comprensivi e la chiudo qua con gli esperimenti; d’ora in poi ordino solo cose che capisco, a costo di dovermi comprare la manzotin al supermercato.

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Staffetta di Monte Prat [2]

Posted on March 31st, 2010, by Larry

Dicono che il cane di Ulisse sia vissuto tanto a lungo non perché stava aspettando che il padrone tornasse; secondo me stava solo aspettando che il Previdente Presidente smettesse un momento di parlare con qualcuno. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano; gli orientisti, conoscendolo, non aspettano che finisca di parlare con uno, semplicemente iniziano a rivorgerglisi in media conversatio, così, amminchia, senza manco salutare.
Comprendo la necessità del comportamento e mi adeguo: “Dov’è Zzi?”

Adesso arriva”.

Ma è partito prima di te e non è ancora arrivato”. “Ma aveva un percorso più lungo, adesso arriva”.
“Ma quelli partiti con lui sono arrivati tutti”. “Ma no, ti sbagli, erano altri percorsi, stai buona che arriva”.

Prima che io cominci a chiedere “Quanto manca?” con regolare cadenza di quaranta secondi, il Previdente Presidente si allontana con la scusa che qualcuno gli deve parlare [!].

Il secondo frazionista – ah già, quella di Monte Prât è una gara a staffetta – è il Poeta e, povera stella, ce la mette proprio tutta a intrattenermi e a divertirmi mentre aspettiamo Zzi. Quand’ecco, un grido interrompe l’altrimenti appassionante spiegazione di un errore nord/sud: “Êcoglio!”. Mi giro verso il Previdente Presidente che mi rassicura: “’l riva!”.
Il Poeta mi spiega che da quando si vedono passare gli atleti presso la chiesetta ci vogliono ancora dieci/quindici minuti prima del traguardo, essendoci, infatti, ancora quattro o cinque punti nel bosco di fronte a noi. Il Poeta inizia il riscaldamento. Va da qui a lì e di nuovo da lì a qui. È inspiegabilmente teso, ci tiene moltissimo. Capisco il desiderio di partire e arrivare prima del temporale, ma il suo comportamento manifesta un diverso sentimento: sembra che sia ansioso e contento di fare la gara. I Poeti sono animi imperscrutabili.

Ecco arrivare Zzi, circa venti/trenta secondi dopo che il secondo gruppo di frazionisti è stato fatto partire. Consegna la carta, taglia il traguardo, punzona la SiCard in tutti i pertugi che trova, si dirige al ristoro. Finalmente mi vede, intrepida, con i piedi sul prato, le suole infangate e la pioggia sulla testa.
Vedi, Amore, quanto ti amo? Ecco, allora vedi di ricordartene anche ai prossimi saldi, per piacere.
Subito a rapporto dal Previdente Presidente: mentre riprende fiato, Zzi viene informato che se non fosse stato per un errore nord/sud il Previdente Presidente avrebbe risparmiato otto minuti. Anche Zzi ha perso molto tempo a cercare una lanterna, ma non per via di un errore nord/sud, bensì perché sulla carta un muretto non era segnato come Zzi se lo sarebbe aspettato rispetto agli altri.
“Sì, perché te vedi che qua xè ‘sto muréto…” – “No, ma mi iero qua, no, e co’ che iero qua g’avevo de ‘ndar de qua e invece g’ho ciapà de qua…” – “E mi me spetavo un muréto interòto, invece iera due murèti…” – “No, ma ‘speta, fame veder…” – “Ah, ma ti te g’avevi de ciapar de qua…no, mi, te vedi, da questa, che mi la g’avevo per terza, g’avevo de andar de qua e poi de tornar su de drio…”
E via così, a indicare sulle reciproche carte il proprio percorso e le proprie scelte per interminabili minuti sotto la grandine, incuranti del maltempo del quale solo io sembravo avere percezione, insensibile alle problematiche dei muretti e degli errori nord/sud.
Inganniamo l’attesa del secondo frazionista, le cui chiavi della macchina teniamo in ostaggio, gustando un tagliere di salumi e una birra nel vicino [unico] ristorante. Il tagliere non è abbondante come la mia sfrenata fantasia aveva desiderato, ma non dà nulla da ridire; la birra è forse la peggiore della storia: calda, sgasata e dal forte retrogusto metallico, ma non dolce come il ferro, né acidula come l’alluminio, più amara, credo come l’ossidazione o il rame.

All’arrivo del Poeta gioiamo della sua incolumità e del terzo posto della coppia Previdente Presidente / Celere Capellone, ai quali non riesco a fare neanche una foto decente, ma sono certa che coloro che mi si sono piazzati davanti mentre scattavo ne hanno realizzate di ottime, basterà chiedere!

Inspiegabilmente sani e salvi e orgogliosi dei risultati della nostra giovane, ma rispettabile, società, ci dirigiamo verso San Denêl, dove ci attende la vera sfida della giornata: la cena con la famiglia Sessantanove, di cui due terzi sono adorabili, ma uno è micidiale; e non mi riferisco alla bambina.

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