Izlet v Ljubljiano – 25.04.2012. Promozionale di orienteering centro storico a Lubiana | 3 – Il dopo-gara

Posted on May 17th, 2012, by Larry

… Segue

Zzi non è ancora arrivato, allora attacco bottone al papà di Nuovo Vanty. Siccome siamo vestiti uguali, ci chiedono se possono farci una foto. Acconsentiamo, ma mettiamo in chiaro che non compriamo niente. Il fotografo ci rassicura che è per una pubblicazione locale e scatta. Tutto questo l’ho dedotto dal tono della conversazione, perché non ho capito una parola. Il papà di Nuovo Vanty, infatti, è bilingue e parla con gli indigeni a velocità supersonica, facendomi intuire solo “ne kupimo” (non compriamo) e lasciandomi a domandarmi perché abbia usato una prima persona plurale anziché duale (“ne kupiva”, suppongo), non essendoci nessun altro vestito da abete nei paraggi.

Faccio un giro per vetrine, poi arriva Zzi e mi faccio portare a cambiarmi. Acquistato nuovamente un aspetto civile, mi avventuro in merceria a comprare i bottoni.

In qualche modo riesco a venire via con 8 bottoni, 6 cerniere lampo e una muta di aghi da macchina, confermandomi il miglior mimo dell’impero austro-ungarico.

Il Celere Capellone ci offre una birra e, rilassati sotto un ombrellone nella piazza principale, facciamo a chi ce l’ha più lungo, cioè, da bravi orientisti, ci confrontiamo i percorsi. Siccome abbiamo tutti fatto la open, c’è poco da confrontare, così passiamo direttamente alla seconda attività preferita dagli orientisti: denigrare le scelte altrui.

Più tardi, i nostri amici rientrano a Trieste, mentre io e Zzi ci fermiamo nella romantica Lubiana anche a cena. Zzi non è molto convinto di farmi cenare fuori e per giunta all’estero, ma io – completamente guarita alla prospettiva della cena – non ho un attimo di indugio e lo conduco con decisione al ristorante.

 

(… Continua)

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Izlet v Ljubljiano – 25.04.2012. Promozionale di orienteering centro storico a Lubiana | 2.2 – La gara, part two

Posted on May 4th, 2012, by Larry

… Segue

Cerco di stare concentrata e di far bene la gara, tanto non è che gioco per fare chissà che risultato, gioco perché conta come attività sportiva settimanale e per cinque o sei giorni Zzi non mi tormenterà per andare a correre. Far bene la gara è importantissimo perché meno sbaglio, meno strada faccio.

Esco dignitosamente dal punto e prendo una strada qualunque nella giusta direzione. Mi par già una mossa positiva.

Nel frattempo sono anche riuscita a far partire la musica (muta fino a questo momento); c’è un sole che spacca le pietre, ma ripensando a come stavo due ore prima, non ho il coraggio di lamentarmi neanche fra me e me. Guardo la carta e capisco il tragitto. Dopo il ponte giro a sinistra. La lanterna non c’è.
Con inusitato senso della scala, del quale io stessa mi compiaccio, mi rendo conto che non può essere più avanti, quindi torno qualche passo indietro e guardo meglio. Macché, niente.

Controllo bene che non sia oltre le colonnette del parapetto, magari appesa verso l’esterno, per carognata degli organizzatori o del vento. Non c’è. Sotto i tavoli, niente; sull’albero, niente. “Eppure deve essere qui”, penso, “come la cartina conferm… un cazzo, ho sbagliato traversa”: dovevo girare dopo. “Inusitato senso della scala, si diceva”.

Imbocco la strada giusta e la lanterna c’è.
Vedo che la strada per la successiva è dritta e inequivocabile per un bel pezzo, quindi, mentre corro lungo un viale pedonale largo, luminoso e con fondo regolare, provo a fare come Zzi e a leggere i punti successivi, in modo da poter riflettere un poco di più in caso le scelte successive siano meno ovvie. Individuo la strada migliore per uscire dalla quarta e arrivare alla quinta, stimo come pressappoco equivalenti (per il mio livello) le scelte possibile tra a quinta e la sesta, ritengo di capire dove stia la gabola per la settima. Mi rallegro, perché di teoria non vado così male, se stessi un pelino più attenta e fossi leggermente più veloce della luna a muovermi, non dico che fare una buona gara, ma mi incazzerei certamente di meno.

Comincio a sentire la fatica, perché giro con una zavorra di cinquanta chili di solo culo, e mi pento amaramente di non essermi allenata per tutto l’inverno, la seconda metà dell’autunno e il periodo già trascorso di primavera. Me ne pento ogni volta che corro, e ogni volta che ho l’opportunità di andare ad allenarmi, non lo faccio, così come mi pentivo di non aver studiato bene greco ogni volta che non riuscivo a fare il compito in classe, ma facevo sistematicamente altro quando avrei dovuto studiarlo.

Mi consolo quando raggiungo il ponte, la quarta lanterna è vicina.
La quarta.
E la terza? Quando ho punzonato la terza?
Cerco brevemente di ingannarmi di averla punzonata, tutt’al più scoprirò allo scarico di averla saltata… capita anche ai migliori. Anzi, è proprio ai migliori, ai più veloci, a quelli concentrati sul’obiettivo sucessivo, che capita di saltare una lanterna. Zompetto non curante verso la quarta, e vedo la faccia delusa di Zzi quando si scoprirà che ho fatto PM. Provo a scacciare l’immagine dalla mente, ma mi tormenta il senso di colpa per aver fatto PM consapevolmente, solo per non tornare indietro e rifare la strada. Cerco di appellarmi al fatto che la corsa l’ho fatta, che ci sono passata, dal punto di vista dell’esercizio fisico vale lo stesso, ma non c’è niente da fare, le Erinni mi circondano e torno indietro a punzonare la 3.

Siccome la strada è dritta e ho un scazzo che non vi dico per dover rifare la tratta, non ci penso troppo su e cerco di darci una botta, facendo il mio miglior tempo. Quando finalmente punzono la quarta lanterna, torno in me e sono stanca, lenta, ho caldo, ho sete, mi fanno male le anche, mi dolgono le chiappe, mi tirano i polpacci, mi bruciano gli occhi, ho male a un fianco (è la colite) e mi prudono le ginocchia.

La strada che ho scelto per raggiungere la quinta lanterna, però, è quella giusta: c’è un traffico di orientisti visto solo alla micidiale farfalla di Poetsch di Venezia 2009.

(Continua…)

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Izlet v Ljubljiano – 25.04.2012. Promozionale di orienteering centro storico a Lubiana | 2.1 – La gara, part one

Posted on May 2nd, 2012, by Larry

… Continua

Moribonda, mi trascino all’incontro con gli altri membri della nostra giovane, ma rispettabile società: il Celere Capellone, il Brioso Ballerino e, naturalmente, il Previdente Presidente.

Non devo avere una bella cera, perché hanno per me parole di conforto e per mio marito di cordoglio.

Nemmeno un assurdo flash mob sotto i nostri occhi mi tira su, ma ho un momento di repiggio alla vista della più bella donna dell’Europa danubiano-balcanica, una stangona con i capelli ricci e rossi, labbra disegnate e zigomi sporgenti e lentigginosi. La risposta slava a Julie Corrençon, solo che era vera. Era vera e ho le prove.

Decido che ho temporeggiato abbastanza, do un’ultima occhiata alla vetrina di Galerija Emporium, inizio a considerare l’acquisto di alcuni bottoni a forma di cuoricino  e seguo Zzi all’automobile dove, con mia stessa sorpresa, mi bardo per la gara.
Provo a fare la gara con l’iPod, magari mi passa prima. Da qualche giorno, oltretutto, ho un fantastico cinturino di silicone,  flaccido come una lumaca, al quale ancorare il minuscolo riproduttore per portarlo al polso come un orologio. Inoltre ho anche comprato l’alloggino in plastica da fissare alle stringhe delle scarpe per tenerci il coso che parla con l’iPod.

Non ricordo se vi ho detto che tempo fa, vinta da un accesso di consumismo e desiderosa di trovare l’amuleto che mi avrebbe trasformata per sempre in un’atleta, ho comprato il coso che parla con l’iPod. È un fagiolino di plastica che si mette nelle apposite Nike+ (altro improvvido acquisto effettuato sempre con l’illusione che il diario più bello mi avrebbe fatto andare volentieri a scuola), venduto insieme a una capsuletta da innestare nell’iPod, che fa sì che quest’ultimo sappia cosa fa il primo, di conseguenza possa calcolare quanto velocemente si procede, da quanto tempo, e altri dati insulsi che interessano solo a gente competitiva e infantile come gli atleti, ma che suscitano in me meno  curiosità degli orari di apertura delle poste di Canberra.

Le Nike+ che ho comprato (su BuyVip, per fortuna le ho pagate quanto un paio di espadrillas) sono rigide come le regole di un collegio svizzero, perciò le posso usare solo su fondo sterrato, che ammortizzi il mio impatto al posto della scarpa, uno sterrato soffice, dunque… diciamo sabbie mobili.

Per correre su strada ho le Asics Nimbus 13, che sono la penultima frontiera dell’ammortizzazione in una calzatura. Più ammortizzate di quelle ci sono solo gli stivali a molla di Paperinik.
Di conseguenza, ho comprato lo Switch Easy, che è un guscetto di plastica sottile – che temo si spacchi di guardarlo – che contiene il fagiolo trasmittente e si può ancorare ai lacci delle scarpe, permettendo così di portare il fagiolo trasmittente sempre con sé e di registrare qualsiasi percorso compiuto, dalla maratona, alla corsa al cesso in piena notte.

Non ci sono liste di partenza, quando uno è pronto, si mette in fila, fa clear-check-start, prende la carta e inizia la gara. Parto immediatamente, così gli altri non mi dovranno aspettare.
Commetto subito un errore: prendo due cartine.

Già una cartina mi imbrana, figuriamoci due. Tornare indietro a restituirla mi scazza, appiopparla a qualcuno che la riporti non è una soluzione praticabile, perché lo farei squalificare. Mi tocca tenerle entrambe, ma potrei sempre sbarazzarmene regalandone una al primo che mi chiede cosa sto facendo.
C’è sempre qualcuno (o più di uno) che ti chiede “cosa stai facendo” nelle gare di centro storico. Magari a Darietto non lo ha mai chiesto nessuno, perché stanno ancora lì a domandarsi da cosa sarà dipeso lo spostamento d’aria, ma a me – che vado pianissimo ed è palese che, anche se ho un pettorale addosso, non sto realmente gareggiando – lo chiedono tutti. A Venezia, una volta, mi hanno anche chiesto indicazioni stradali perché avevo una cartina in mano, e si sono offesi perché non gli ho risposto. Ho mostrato il pettorale e la cartina muta, ma non li ho mai convinti del tutto.

Il secondo errore che commetto consiste nello sbagliare strada. Da dove sono io, ci sono tre vie che si dipartono verso la direzione della lanterna 1: una è il lungo fiume, ma sbuca troppo bassa; una è quella che ho percorso per arrivare in partenza, che vi conduce perfettamente; una è quella più a monte, che sbuca troppo alta. Dunque, essendo la prima lanterna collocata nel giardino sopra il parcheggio, è sufficiente prendere la strada da dove sono arrivata. Mi sbaglio e prendo quella troppo a monte, che conduce a bagasce. Per ragioni a me ancora ignote, una volta raggiunta la trasversale che mi condurrà alla mia meta, attraverso la strada, quindi mi ritrovo a doverla attraversare nuovamente per raggiungere la lanterna; aspettando, naturalmente, che scatti il semaforo.

Conscia di avere già abusato a sufficienza della pazienza di sartine, cuochine e sposine, la cronaca lanterna-per-lanterna della gara prosegue nel prossimo post, che pubblicherò con orgoglio pur sapendo di andare incontro ad aspre critiche.

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Izlet v Ljubljano – 25.04.2012. Promozionale di orienteering centro storico a Lubiana | 1 – Il pre-gara da Rival Trade c/o BTC

Posted on April 28th, 2012, by Larry

Francamente credevo che avrei avuto un po’ più di tempo per preparare questo post, ma il travolgente successo delle Pochette 2012 della Giraffa mi ha preso in contropiede. Me ne rallegro e vi costringo ad accontentarvi di un resoconto essenziale.

Non vorrei dare ai miei piccoli lettori delle false illusioni e delle false speranze, ma sta per arrivare un vero post di orientamento, tipo quelli di Stegal, in cui l’autore ci accompagna minuto per minuto fra le sue scelte e io ho perso il filo prima ancora che arrivi alla K.

Determinanti per la performance atletica, però, sono anche le esperienze umane dell’atleta stesso, quindi ora mettetevi comodi, perché vi parlerò del BTC.
Il BTC è un colossale centro commerciale alla periferia di Lubiana, cioè distante tre minuti di macchina dal centro, perché quella slovena è una capitale a misura d’hobbit e le distanze sono sempre contenute. All’ interno del centro commerciale si trovano un multisala e un parco acquatico, ed esso è servito dagli autobus come un normale quartiere. Abbiamo dato un’occhiata ad alcuni negozi e l’unico dato da rilevare è che ospita anche punti vendita di stoffe, vere e proprie mercerie che vendono i tessuti al metro, su qualità e convenienza dei quali, però, non mi posso esprimere. Ho resistito all’impulso di acquistare diciotto metri di cotone rosso a pois bianchi, ed è questa la vera prova di forza della giornata.

Scopo della nostra visita al BTC è andare a mangiare il pesce al fast food.

La nostra maestra di sloveno, infatti, ci ha detto che nel padiglione con i punti ristoro, adiacente alla corsia all’aperto dei bezagnini, c’è un posto che cucina il pesce on demand, e non serve neanche sapere lo sloveno: basta indicare, in vetrina, quello che si desidera, che subito viene cucinato e servito.
Con il solo scopo di procurarmi materiale per questo blog, sperimentiamo dunque

Rival Trade c/o BTC, centro commerciale di Lubiana

Lo spazio è contenuto, ma i tavolini non sono pochi, anche perché ci sono posti a sedere riservati al clienti di Rival Trade anche al centro del padiglione e lungo il muro della pescheria vera e propria (ossia il negozio dove si compra il pesce per prepararlo a casa, non il punto vendita dove viene cucinato).

Se non abbiamo capito male, c’è anche una saletta dove si viene serviti al tavolo (lo supponiamo dal fatto che i tavolini, qui, sono apparecchiati e non si vedono avventori vagare con i vassoi). Vogliamo, però, provare il brivido di relazionarci “in simultanea” con gli indigeni, cioè senza avere tutto il tempo di tradurre il menu col vocabolario prima di ordinare indicando con il dito sulla carta (a questo modo ero capace pure in polacco), ma formulando frasette elementari in real-time. Oltetutto, pare che nella saletta ci sia il camino acceso, il che è suggestivo, ma potrebbe uccidermi.

Prendiamo una fetta di tonno da fare ai ferri e una di pesce spada marinato. Accanto ad esse ordiniamo un’insalata di mare con le olive (“z olivami”, dev’essere z+strumentale femminile plurale, ma non abbiamo ancora fatto lo strumentale e non posso che abbandonarmi ad affascinati congetture), e polpo – o piovra, chissà – in insalata: hobotnica v solati (anche se non lo abbiamo ancora fatto non può essere che “v+locativo” = stato in luogo; altrimenti, cosa ci sarebbero andati a fare, i romani, al di là dell’adriatico, se non per dare alle popolazioni indigene una struttura linguistica a me familiare?).
Che divertente! Leggo tutto e non capisco niente, sembro una minorata che a quarant’anni si comporta come una bambina di sei e ripete ad alta voce tutte le parole che le capitano sotto gli occhi.

L’ordinazione è andata piuttosto bene. Poi il dramma: l’autoctona risponde. Forse ha pensato che capiamo quello che diciamo, e ci ha risposto.
Smarrimento. Il nulla. Cazzo ha detto? Ci indica il pane e ci chiede se bianco o nero. Siccome li è lì per lavorare e c’è la fila, traduce subito in inglese. Fieri di aver capito i colori, rispondiamo in sloveno. Lei ripete in inglese per confermare. Poche volte in vita mia mi sono vergognata tanto con i vestiti addosso.

Siccome so che non capirò la domanda quando mi verrà posta, tento di anticiparla proclamando cosa voglio da bere: “Za piti, vodo”. “Za piti” vuol dire “da bere” (lett.: “per bere”; za+ acc. = cpt. di fine o scopo). “Vodo” è l’accusativo di voda: essendo un sostantivo femminile della prima declinazione [cfr. lezione 6], all’accusativo esce in -o, quindi voda –> vodo. Non fa una piega.

“Voda?” chiede l’indigena. “Voda, da” rispondo sgomenta, sbagliando, ormai in pieno stato confusionale, anche a dire “sì” (che in sloveno è ja, come in tedesco, è in croato che si dice da).
Perché, oh donna dall’idioma inespugnabile, non ti sta bene il mio accusativo? È perfetto lì, non può starci altro caso, una simile costruzione non può che richiedere un complemento oggetto.
Ella, ne deduco, ripete i lemmi nel caso al quale  entrano nel vocabolario per essere certa che la straniera ignorante stia parlando del medesimo referente. Non ne esco bene.

Attendiamo pazienti che il nostro pesce sia cotto, sdilinquendo, nel frattempo, al passaggio di irresistibili vassoi di fritto misto. Mentre Zzi si informa su come farmi interdire, io cerco di individuare l’avventore più debole cui sottrarre il vassoio e formulo ad alta voce piani diabolici, tanto non mi capisce nessuno.
Finalmente il nostro pesce è pronto. L’odore è ottimo, la consistenza è ideale e il sapore davvero gustoso. Prendo anche un pezzetto del tonno di Zzi, – non sia mai che qualcuno, al mio tavolo, mangi qualcosa che io non assaggi (solo Darietto si è rifiutato e fossi in lui avrei timore delle conseguenze) – anch’esso molto buono.

Tornando verso la macchina indugiamo a guardare qualche vetrina, facendoci tentare dall’idea di comprarci un libricino per bimbi, ma rinunciamo subito, scoraggiati dalla difficoltà dei testi.
Fa caldo, ma fa freddo. Dev’esser l’aria riciclata, che mi fa venire pure mal di testa. Ci fermiamo a prendere una fetta di torna per incamerare le energie necessarie a percorrere l’ultimo tratto di posteggio. Nonostante passi tanta di quella krompir da farmi credere di essere su Scherzi a Parte, non sono contenta. Fa un freddo becco, ho la faccia rovente, le tempie strette in un morsetto e gli stinchi gelati.

A giudicare da quanto Zzi è sbiancato, sono parecchio arrossata in viso.
Non sto per niente bene, mi sta succedendo di nuovo come a Brescia. Mi guardo la pancia e non ci sono chiazze, in compenso credo che stiano per disciogliermisi le labbra sul viso.

È chiaro che la prospettiva di una gara non mi fa per niente bene!

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Brescia, 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [5 - fine]

Posted on February 7th, 2012, by Larry

I lombardi – intendo: gli orientisti lombardi – si rivelano delle pippe pazzesche in quanto a competenza sugli outlet.
Rem non guida neanche, figuriamoci se conosce luoghi per recarsi nei quali è indispensabile la macchina.
The Speaker osa addirittura menare vanto della sua idiosincrasia per i centri commerciali, dimostrando che neppure ha chiara la differenza fra un orrendo centro commerciale e un poco amichevole, ma indispensabile, outlet grandi firme; meno mille punti.

Lucy van Pelt! Lucy van Pelt è una femminuccia ed è lombarda, lei avrà sicuramente la risposta.
Macché. È vagamente a conoscenza dell’esistenza della struttura. Io non capisco a cosa serva essere tanto bravi a leggere le cartine e ad usare la bussola se, poi, si applicano queste abilità solo per sport e non quando ce n’è realmente l’esigenza, ad esempio per fare acquisti convenienti. Mi rassegno all’imminente destino di andare in giro vestita di stracci perché “non ho niente nell’armadio” e decido di consolarmi con il pranzo… tanto presto non avrò più vestiti in cui dover entrare, perciò è inutile badare alla linea.

Prima di farmi premiare per lo sforzo di aver portato a termine la gara andando a pranzo in una di quelle deliziose trattorie affastellate dietro la piazza principale della città, esigo comunque un minimo di shopping consolatorio. La domenica i negozi sono chiusi (poco male, non avendo notato alcun negozio di mio gradimento, a parte quello di pianoforti, articolo che peraltro già posseggo, come presto vedrete), ma mi viene in soccorso la Coldiretti, con il mercatino dei suoi produttori.

Nel frattempo, la giornata si è fatta primaverile, quasi rivierasca, e i 15 gradi col sole non sono la condizione ideale per acquistare formaggi e latticini che vedranno il frigorifero solo dopo sei/otto ore, quindi ci tratteniamo e ne compriamo due chili (assortiti). Quasi quasi potrei farmi un cappotto di caciotte.

Dopo mezzogiorno caramboliamo da una porta di ristorante all’altra, leggendo e confrontando i rispettivi menù. Alla fine, Zzi sceglie liberamente di andare a pranzo in quello che io ho indicato come mia prima scelta, il ristorante Torre di Porta Bruciata. Dall’esterno, con le teste di asinello (o cavallo?) disegnate e appiccicate alla porta, non è particolarmente promettente, ma non appena varchiamo la soglia capiamo che non ho perso il fiuto. Il locale è un piacevole connubio di vecchio e nuovo, con sedie di Kartell in plastica trasparente e muri in pietra, bancone con fianchetto illuminato a colori acidi e tovagliame di stoffa e posateria pesante.

Io sono ancora presa dal sacro fuoco della dieta Gift (“A proposito, Larry, è un po’ che non ce ne parli! Come procede?” – Chiederanno subito i miei Piccoli Impiccioni. Lascio deliberatamente cadere il discorso) e, soprattutto, ho ancora il ricordo del fuoco di Sant’Antonio che mi ha colpita la sera precedente, quindi faccio poco la spiritosa e ordino minestrina e bistecchina. Da bere: ACQUA!

La mia “minestrina” è, in realtà,  una deliziosa crema di zucca, molto densa e delicata, servita con un ciuffetto di pancetta croccante, mentre la “bistecchina” consiste in due (o forse tre, non ricordo con precisione) fettine di filetto di maiale all’arancia, per il quale ho una predilezione.
Zzi sceglie un primo di cui non ho il minimo, sbiadito ricordo (ma del quale so essere stato contento) e delle fettine di cavallo rapidamente cotte ai ferri e profumate con un misto di erbe, secondo tradizione (ci dicono).

Non prendiamo il dolce, ma il mio infallibile fiuto dice che possiamo fidarci del caffè. Vi ho mai parlato del mio infallibile fiuto per il caffè? Probabilmente già molte volte, ma lo farò ugualmente di nuovo. Io ho per il caffè un vero e proprio sesto senso. Se, come me, non credete al paranormale e siete fra le trentasei persone in Italia che non leggono mai l’oroscopo, il mio fiuto per il caffè vi darà del filo da torcere, perché non ha nulla di razionale, eppure è talmente infallibile che non può essere una coincidenza: da una semplice occhiata io sono in grado di determinare con esattezza se l’espresso che fanno in un posto è squisito, buono, mediocre, bevibile o ripugnante. Particolarmente, se è vero che la differenza fra squisito e buono o mediocre e bevibile potrebbe dipendere dal gusto personale e non essere sempre condivisa, il mio fiuto si rivela prezioso quando individua – e mette in salvo da – i caffè ripugnanti. È come un campanello d’allarme che mi suona nella testa; credo che i cani sentano qualcosa di simile quando sta per arrivare il terremoto. Zzi mi chiede “Com’è il caffè?” e io, nei casi più gravi, gli abbraccio forte le caviglie e lo imploro disperata “Non farlo! Amore mio, ti prego: non farlo”. In genere, i ristoratori non gradiscono, ma almeno mio marito è salvo.

Qui il mio istinto ha detto “via libera” e, in effetti, il caffè era buono, solo che il mio istinto del caffè non aveva previsto il servizio. Insieme all’aromatica bevanda, infatti, sono stati serviti degli assaggi di piccola pasticceria secca: un paio di biscottini, forse un bacio di dama e, soprattutto, un brutto-ma-buono. Io, per i brutti-ma-buoni, farei qualsiasi cosa: sarei capace di attraversare a nuoto la Manica, di saltare nel cerchio di fuoco vestita da tigre, di andare in giro con un bauletto di Vuitton (ma solo dove non mi conoscono perché, vero o finto, sempre tamarro è). Siccome ho fatto una gara di orienteering, me ne meriterei una teglia, ma sono una donna a virtuosa e ne mangio solo uno. Attilio capirà, e se non capisce, vuol dire che non ha mai mangiato un brutto-ma-buono.

Quando torniamo a prendere la macchina, gli orientisti sono ancora là che   ciondolano con le seconde manches. Noi recuperiamo le carte tanto gentilmente tenute da parte da Elvio e puntiamo il muso della macchina verso est, concludendo così la nostra esperienza a Brescia.

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Brescia, 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [4]

Posted on January 23rd, 2012, by Larry

Di primo mattino mi fa alzare e mi porta in una città umida e lattiginosa, con la stessa luce e gli stessi colori che ha Trieste quando la si guarda attraverso la carta da forno (chi non ha mai guardato Trieste attraverso la carta da forno?).

Io mi sono cambiata in albergo e non scendo dalla macchina fino all’ultimo. Ma proprio “l’ultimo” tanto che ho rischiato di fare una partenza alla Simonelli, cioè quattro o cinque minuti dopo il proprio minuto di partenza da griglia. Per fortuna, invece, quando arrivo al cancello e chiedo “a che minuto siamo?” con fare indifferente, mi rispondono con il mio numero e passo il nastro con calcolata nonchalance.
La gara non è male, è che è strana.
Ovviamente non parlo della mia performance, che per ragioni atletiche è stata pessima, ma mi limito a considerazioni teoriche, come se non fossi uscita sul terreno. Poiché la mia categoria prevedeva la finale, il castello – ovvero la parte cartograficamente impegnativa – è stato lasciato da parte nella prima manche (non può essere definita “di qualificazione”, essendo diciotto le atlete partecipanti, più io), che si è svolta solo in centro.

La partenza è clamorosamente selettiva, perché prevede di percorrere in discesa una scalinata ripida, sconnessa e lucida come la pista del bowling, roba che se per sbaglio metti il piede su uno sputo fai un volo che ti trovano a Mantova.
Forte della mia capacità a leggere la carta, decido di affrontare con rispetto la ripida discesa, certa di recuperare alla grande una volta arrivata in pianura.
Ai piedi della scalinata c’è un fotografo che immortala tutti gli atleti che passano. Io sono quella che è rimasta nella foto di tutti gli altri e, se ci fate caso, confrontando il primo e l’ultimo scatto in cui compaio, si nota che mi sono cresciute le unghie. Io, visto l’andazzo, faccio quella che non è che non sa scendere due gradini, è che le piace farsi fotografare:

Dovete sapere che, come scrittrice, mi ispiro alla tecnica compositiva per cui è famoso Wordsworth e con cui ci hanno fatto due palle così alle superiori: la recollection in tranquility. Dicesi recollection in tranquility la pratica di non scrivere di getto, ancora sotto l’influsso delle emozioni e delle prime impressioni, bensì limitandosi in prima battuta ad osservare la realtà e riflettendo poi a posteriori sui sentimenti che l’esperienza ha suscitato, lasciando che essi si ripresentino nel’animo attraverso il ricordo in un momento di quiete [questa l'ho detta solo per far vedere che anche se non sembra, ce l'ho anche io, il diploma]. Così io ho vissuto l’esperienza “Brescia, 23 ottobre 2011″ e ho atteso il momento di tranquility per recollect le mie emotions nel memory. Ammettiamo pure che momenti di tranquility per fare un minimo di recollection ce li ho avuti, ma magari ho fatto altro. Insomma, ora che è il momento di riflettere sui miei memories… ecco, i memories mi difettano un po’, e non mi ricordo molto della gara, essendo passati più di due mesi.

Ad ogni modo, mi ricordo che per me è stata abbastanza noiosa, perché le scelte di percorso erano poche, e se c’erano erano intuitive. Mi hanno poi anche spiegato che se la fai a velocità pedrotti [si scrive minuscolo perché è un valore, una sorta di unità di misura dell'orienteering: la formula per determinarla è fulviopacor/tempo], le scelte non sono così scontate, ma se la fai a velocità lumaca è ovvio che hai tutto il tempo di notare che in carta non è segnata l’erba fra le fughe delle piastrelle e infilare i vicoli giusti. Nonostante questo, ricordo distintamente di essere clamorosamente andata lunga a un certo punto ed essermi imbattuta in un negozio di pianoforti che nessun altro ha avuto modo di incontrare.

Il mio stile di corsa (si fa per dire) “attento”, tuttavia, mi ha permesso di notare particolari importantissimi, la cui rilevanza andava ben oltre il mero fine della gara: i ristoranti.
Come il mio piccolo lettore Elvio aveva giustamente sospettato non vedendomi arrivare dopo due ore e mezza di gara, infatti, già che ero in giro ho approfittato per fare un sopralluogo sui possibili posti dove pranzare, cercando di memorizzare dove fossero in carta e tirandomi da sola i peggiori accidenti per non essermi portata una matitina.

Non so se sia consentita la matitina nelle gare di orienteering, non so neanche se sia molto vantaggioso, dal punto di vista tattico-agonistico, fermarsi a prendere appunti sulla carta, ma sui pantaloni della tuta della nostra giovane, ma rispettabile società, è applicata una tasca, quindi non vedo perché non mi potrei portare una matitina, che  - se non altro – sarebbe molto utile in questi casi.

Nonostante il traguardo sia nei pressi della partenza e richieda, quindi, anche una prova di scalata per essere tagliato, arrivo alla fine della gara. Non ci arrivo benissimo: ci arrivo rubizza come un ubriaco a ferragosto, tanto madida e affannata che, in confronto, Ermengarda in punto di morte sarebbe parsa una bagnante in spiaggia. “Beh, è normale” – diranno subito i miei piccoli lettori – “tra la salita e lo sprint finale è ovvio che una si affanna”. Non ho fatto alcun sprint finale.
Io non faccio mai lo sprint finale, io cerco di passare il traguardo alla chetichella, di solito mi nascondo il pettorale fino all’ultimo (infatti a Roma ho anche dichiarato il numero sbagliato, ma non vorrei parlarne più), cerco di sembrare una che passa di là per caso, con la camminata composta e l’aria svagata, ma distinta, di Holly Golightly. Oltretutto, avendo camminato fino a un attimo prima, mi pare una presa per il culo, fare lo sprint finale, senza contare il fatto che, come minimo, se azzardo una mezza falcata e sollevo troppo i piedi da terra, inciampo nel filo del microfono dello Speaker, planando sulla Cento a pelle d’orso, forse addirittura rompendo una di quelle costosissime centraline. No, meglio non fare figure magre davanti a tutti, meglio non farsi notare e arrivare al traguardo senza correre.

A Brescia sono arrivata completamente spolmonata, tenuta in vita dall’incazzatura e dal mugugno, facendo gesti minacciosi in direzione di Zzi.
Poi, siccome era presto, Zzi non era entrato in finale e io col cazzo che facevo un altro giro, ho cominciato a chiedere ai lombardi indicazioni sull’outlet Franciacorta che, a giudicare dal nome e dai cartelli sparsi per tutta l’autostrada, non poteva essere lontano.

Continua, prima o poi.

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Brescia 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [3]

Posted on January 13th, 2012, by Larry

[Clicca qui per rileggere la puntata più recente della saga di Brescia, recentemente tradotta dal sumero, tanto era vecchia]

“Malaria!” è la mia diagnosi. No, Zzi ha fatto il vaccino e la conosce, e mi assicura che la malaria non colora. “Scarlattina!”, proclamo sicura, come se non avessi appena detto una cazzata. Mi pare di avere la febbre, è sicuramente una malattia esantematica, amore mio stammi lontano, altrimenti ti contagio. Oh, mamma mia, il morbillo in età adulta può essere mortale.

“Secondo me è una reazione allergica”. Zzi vuole giocare al dottor House. Pensiamo a tutto quello che ho mangiato, non c’è niente a cui io sia allergica (semplicemente perché non sono allergica a niente) e non c’è neppure nulla ti tipicamente allergenico, come le fragole, le fave o la frutta a guscio. Cerco di non darlo a vedere, ma sono in preda al panico.
Chiamo la reception e chiedo cosa c’era nella zuppa. Il concierge indaga, ma non è risolutivo: nessun ingrediente segreto, nessuna spezia che non ho sentito: verdura bollita e passata. Non è la zuppa. Mi riservo di imputare la colpa al glutammato, ma non mi pareva ci fosse dado da brodo (e poi, il glutammato fa reazione? E quanto ce ne vuole? Se non sento il sapore del dado, è possibile che ce ne sia comunque una quantità sufficiente a scatenare una reazione? Non lo so, ma mi pare improbabile): come detto, era talmente poco salata da risultare amarognola, cosa che non sarebbe stata se ci fosse stato abbastanza dado.

Provo a chiamare Quello Lì per consulto medico, ma non risponde; forse è di turno in ospedale. Da qui a domattina, quando smonterà, potrei essere morta. Alle dieci – ora indegna per telefonare alla gente – mando un messaggio a Elisa per avere notizie del suo fidanzato-che-non-c’è-mai-quando-serve e uno alla mamma, che sicuramente sa cosa fare.

Dopo poco la mamma richiama. Mi vergogno come se avessi fatto la pipì a letto e le racconto che tecnicamente sto bene, ma sono tutta rossa, ho mal di testa, c’ho trentun anni, paura e non so cosa fare. La mamma ipotizza subito una reazione allergica, mi rassicura e mi fa un sacco di domande su cosa ho mangiato, e cosa ho bevuto e cosa ho inalato, e cosa ha mangiato, bevuto e inalato mio marito, e lui come sta. Rispondo e aggiungo che l’arrossamento si sposta, che ora è meno accentuato sulle spalle, ma è arrivato agli stinchi. “Va via per i piedi, come diceva mia mamma”, afferma lei. La mamma sì che sa il fatto suo. Mi tiene dieci minuti al telefono mentre consulta il suo libro di medicina; forse fa finta, ma lo fa bene e mi tranquillizza molto. Quando ci salutiamo mi pare già di star meglio, anche se il mal di testa è terribilmente peggiorato. “La mamma dice che è una reazione allergica”, dico a Zzi, non senza sollievo. Lui è buono, e non sottolinea che lui lo aveva detto due ore prima.

Nel frattempo, aveva consultato internet e scoperto che sono i sintomi dell’intolleranza ai solfiti contenuti nei vini. Non mi era mai successo, prima d’ora, ma, si sa, le allergie vanno e vengono e poiché si trattava di un bianco è probabile che contenesse più solfiti di quelli mediamente aggiunti ai rossi, che consumo di più. Però, cazzo, una reazione del genere a fronte di un quantità di vino inferiore a quella che si prende di sciroppo per la tosse, un po’ di paura me la fa.

Nel frattempo anche Elisa si è interessata e si è informata sul mio stato di salute (il testo del messaggio era un rassicurante “ho dei sintomi che non conosco”), così a mezzanotte passata, quando Zzi dormiva da un po’ e io stavo quasi per abbioccarmi, Quello Lì richiama, facendoci morire dal soprassalto. Certo, se io spegnessi il cellulare, prima di andare a dormire, queste cose non succederebbero. Anche Quello Lì conferma che si tratta di una reazione allergica e avvalla l’ipotesi dei solfiti.
Sarà.
Sarà, ma secondo me è stato un tentativo di avvelenamento da parte di Zzi per sbarazzarsi di me. Infatti, l’indomani ci ha provato di nuovo, sebbene con diversi mezzi.

 

La saga di Brescia continua, ma chissà quando, e chissà tu dove sarai e cosa farai…. Iscriviti al blog, così riceverai i nuovi post nella tua casella e-mail e non rischierai di perdere gli aggiornamenti. Tanto è gratis, che ti frega?

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Brescia 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [2]

Posted on December 15th, 2011, by Larry

La carta del ristorante non ha prezzi proibitivi e sembra offrire pietanze adeguate alla dieta perciò rimando l’esplorazione delle risorse culinarie bresciane al dopo-gara e decidiamo di nutrirci pigramente in hotel.
Zzi ordina un risotto con i funghi porcini e del pesce spada con i capperi. Io – che non oso neanche domandare se per caso non si serva anche riso integrale – scelgo la minestra di verdure e il trancio di tonno ai ferri, con contorno di “patate o verdure alla griglia” (il menù non specifica un criterio, il cameriere non chiede, io incrocio le dita).

Zzi si concede un bicchiere di vino bianco (Lugana santa Cristina, mica Freschello), cui io, prevedendo di assumere carboidrati con le patate e/o con legumi eventualmente contenuti nella zuppa, assennatamente rinuncio.

Il cameriere – miglior sosia di Enrico Bertolino di tutti i tempi, roba che neanche Enrico Bertolino somiglia tanto a Enrico Bertolino – serve una dose di vino che stimo equivalere a tre: porta, infatti, il bicchiere colmo. Evviva.

Da Larrycette

Apprezzo molto il passato di verdure perché è estremamente semplice e dietetico, tanto da essere quasi poco appetitoso. Non cattivo – forse leggermente amaro, credo a causa delle zucchine e del parco impiego di sale – di certo, ma non ricco e cremoso come quando viene fatto con abbondanti patate e legumi, o insaporito con una generosa manciata di parmigiano. Alcuni lo potrebbero considerare un po’ troppo morigerato, quasi tirchio, ma trovo che per il ristorante di un albergo sia invece la scelta giusta, perché chi lo sceglie facilmente lo fa per esigenze particolari (magari è a dieta o non sta bene e deve ugualmente rimettersi in viaggio) ed è un giusto riguardo non annidarvi “nutrienti occulti” che presumibilmente volevano essere evitati. Ad ogni modo è più che gradevole. Visto che il carico di carboidrati è fin qui contenuto, che c’è una bella atmosfera di cenetta romantica , che è pur sempre il nostro anniversario e che ce n’è in abbondanza, prendo un sorso del vino di Zzi. Un sorso molto piccolo davvero e uno soltanto, perché comunque mangerò le patate e forse un pezzetto di pane che è, sì, bianco, e per questo è il carboidrato del demonio, ma ha i semini di papavero di cui sono ghiotta e – sempre in considerazione dell’eccezionalità della serata – in dosi omeopatiche non potrà danneggiarmi. Non più di mezzo boccone della dimensione di un’oliva, però, perché ho già assaggiato cinque o sei chicchi dei risotto di Zzi per potervene riferire (buono, ma un po’ scarso di funghi, a mio gusto).
Arrivano i secondi e scopro con gioia che il contorno servito con il trancio di tonno sono le verdure alla griglia: zucchine, melanzane e peperoni squisiti; non grigliati e messi a marinare nell’olio, come capita talvolta di trovare in quei posti dove preparano in anticipo le pietanze, ma scottati, impiattati e profumati con un filo d’olio crudo: davvero deliziosi (lo so che non si direbbe, ma sono ghiotta di verdure alla griglia, è che mi scazzo a grigliarle). Mangio con gusto il trancio di tonno, che è molto spesso ed è rimasto poco cotto all’interno. Il pesce è buono solo perfettamente cotto o totalmente crudo, solamente il tonno – che, lo ricordiamo, è la mucca del mare – dà soddisfazione anche cotto ibrido come il filetto di manzo. Questo non fa eccezione e, data la penuria di carboidrati nel mio pasto e tutte le altre ragioni sopra addotte, decido che il piatto va coronato con un altro microscopico sorso di vino. Che soddisfazione!
Tornati in camera mi accorgo che il vino ha fatto il suo dovere e ho le guance paonazze. Mi succede anche con due sorsi di birra: avvampo subito.
Accendiamo la TV e io mi metto già sotto le coperte perché ho un po’ freddo; deve dipendere dal clima umido. Pensavo di fare la maglia guardando il telefilm, ma nonostante il passare del tempo ho talmente freddo che non ho voglia di tirar fuori il busto dalle coltri, dalle quali spunto solo dal naso in su. Anche Zzi è venuto sotto le coperte per scaldarmi, ma è più mobile di me, che sto dura come uno stoccafisso per non spostare neppure un centimetro quadrato di pelle su una porzione di letto non calda. Ogni tanto, Zzi mi guarda. Com’è premuroso.
Guarda sotto le coperte. Buh?
Mi guarda. Che tenero.
Riguarda sotto le coperte. Ha perso qualcosa?
“Scusa un attimo” – mi fa, e mi scopre.
Mi vedo, e sono come al ritorno da un giorno al mare: faccia, collo, spalle e petto sono di un bel rosso vivo, tinta “macinata per ragù”. Le braccia sono rosse fino ai gomiti in modo uniforme, poi presentano chiazze sparse grandi come una moneta nella parte più bianca, fino ai polsi. Le mani sono di nuovo maculate. La pancia non è quasi interessata dal fenomeno, solo qualche macchiolina sparsa sul terzo lardino, mentre le cosce sono di nuovo arrossate, ma solo sopra. La cosa buffa è che il rossore non si presenta sulla pelle a contatto con gli indumenti, quindi ho il segno della biancheria come se avessi preso il sole in due pezzi.

Brescia 23 ottobre 2011, Trofeo Centri Storici [1]

Posted on December 6th, 2011, by Larry

Le cartine e le considerazioni sensate sulla gara si trovano sul blog orientistico di Zzi; per le cazzate, proseguire con fiducia.

 

Forse non tutti sanno che Zzi e io ci siamo conosciuti il 23 giugno, anche se consideriamo il nostro anniversario ufficiale il 24 perché ci siamo dati il primo bacino dopo la mezzanotte, e per questo quando abbiamo deciso la data del matrimonio abbiamo optato per il 24.

Ciò non di meno, anche il 23 di ogni mese ci scambiamo gli auguri e, se ci capita l’occasione di fare qualcosa di speciale, non è inusuale che – a seconda dell’opportunità – si scelga questa data.

Se è vero che non festeggiamo ogni mese, è anche vero che evitiamo di fare cose per qualche verso spiacevoli in queste date, in modo da garantirci giornate più serene possibile. È ovvio che non possiamo evitare l’imprevedibile, ma se possiamo facciamo a meno di quelle piccole cose noiose – la fila in posta, la spesa la supermercato, il dentista – che ci portano via tempo che potremmo passare insieme, rimandandole a giorni diversi.
Quando mi amava, di 23 e di 24 non si andava a correre, a meno che non fossi io a esprimerne il desiderio (evento mai accaduto nella nostra dimensione).
Adesso sospetto che Zzi voglia sbarazzarsi di me, perché lo scorso 23 ottobre non solo mi ha portata a una gara di orienteering, ma mi ha pure fatto gareggiare, anziché lasciarmi a pisolare in macchina come quando non può proprio fare a meno di tirarmi appresso, giocando perfino in extremis la carta “sbologna tua moglie allo speaker”.

Sospetto, inoltre, di essere scampata a un tentativo di avvelenamento.

Giungiamo a Brescia la sera precedente alla manifestazione, alloggiando in uno di quei pazzeschi albergoni da congressi superlusso che stanno appena fuori dall’autostrada e che, se beccati al momento giusto, costano come pensione coi cessi in comune. Alla reception intrattengo il consorte e il concierge con uno dei miei più collaudati numeri di magia: la sparizione del portafoglio di Zzi.
Si svolge così: siccome si è rotto il Telepass neppure due ore prima, dopo essere già entrati in autostrada, al casello passiamo dalla porta con il biglietto e paghiamo con la carta di credito. Ripartendo, Zzi mi dà la carta di credito e il portafoglio per riporre la prima nel secondo e il secondo nella mia borsa, mentre lui tiene il volante. Eseguo. Un rapido gesto della mano, e con i miei poteri magici il portafoglio non c’è più. Non è un banale trucco da prestigiatori, è vera magia perché non solo il portafoglio è stato spedito in un’altra dimensione (forse quella in cui io mi sveglio alla mattina alle 5 e prego Zzi di portarmi a correre sotto la pioggia, io lavo e lui sporca come in tutte le coppie normali, ho raggiunto il meritato successo con la mia sartoria cubista e abbiamo una gatta di nome Estrema Riluttanza, per poter uscire di casa e dirci “Ti lascio con Estrema Riluttanza”), ma tutti coloro che erano presenti alla scena – compresa me che ne sono attrice – hanno subito l’effetto del mio potente psicofluido e credono che il portafoglio sia stato riposto nella mia borsetta. Al momento di consegnare i documenti per la registrazione in hotel, il portafoglio, ovviamente, non si trova nella borsetta, e comincia la parte comica del numero, in cui i membri della coppia cercano il portafoglio dapprima nelle rispettive tasche e borse, poi in quelle dell’altro, convinti che il partner abbia tralasciato qualcosa, poi in auto, due volte a testa, e infine si imbarcano in una cronoricostruzione al contrario degli eventi, per capire dove l’oggetto scomparso possa essere finito, ignari del prodigio di cui sono protagonisti.
Intuita la gravità della situazione, le due metà della coppia continuano a cercare, ma solo in apparenza: ora l’attività principale di ciascuna è scaricare la responsabilità sull’altra. Il numero si chiude – come vuole la tradizione del cabaret – con la risoluzione del mistero quando tutto sembra perduto.

Dopo che il gioco è stato decretato fallito, l’aiutante del mago fa un gesto casuale, già fatto, e trova all’improvviso l’oggetto dato per perso, in un posto dove prima non c’era.
Sollievo e divertimento fra il pubblico.
Applauso liberatorio.

 

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Trofeo “Tour di Springsteen in Europa 2012″: carta e tracciato Elite

Posted on December 5th, 2011, by Larry

Avrei voluto aggiornarvi più prontamente sul tracciato di gara per gli Elite, ma le date del tour europeo 2012 di Springsteen si aggiungono tanto da rapidamente da non permettermelo. Per gli aggiornamenti dell’ultim’ora, le notizie su date e modalità di vendita, e informazioni di carattere puramente utile (quisquilie, dunque) conviene sempre fare riferimento a Tsitalia (www.larryetsitalia.com).

Vediamo ora la situazione aggiornata ad oggi delle date del tour europeo di Bruce Springsteen dell’estate 2012

In rosa chiaro sono marcate le lanterne comuni al percorso già noto, in fucsia le tappe nuove.

La prima cosa che salta agli occhi rispetto alla cartina precedente, è che il tipografo non ha avuto bisogno di fare il giro dal golfo di Genova per collegare la 1 e la 2, segno che i cerchietti non sono collocati negli stessi posti sulle due cartine, il che ci fa subito pensare che una delle due sia sbagliata, se non entrambe.

Notiamo subito un allungamento del percorso nelle prime tratte: da Colonia, infatti, non si va di filato a Berlino, ma ci si allontana verso ovest, al Pink Pop Festival che si tiene a Landgraaf in Olanda (giuro che Landgraaf è in Olanda, per pochi chilometri, ma è Olanda), dove peraltro Bruce era già stato.

Dopo il ristoro di Parigi, poi, un’altra variazione, questa volta molto ampia: prima un altro festival – prova sempre dura, roba per i fan più tenaci – in Danimarca (località Roskilde; sembra Copenhagen, sulla cartina, invece è Roskilde), poi un’altra tratta lunga fino a Zurigo e da là un altro estenuante passaggio nella steppa bavarese fino a Praga.

Dopo Praga si rientra nel tracciato di gara comune a tutte le categorie di fans; la tappe seguenti, infatti, sono le popolari Londra e Dublino, ma la novità è che in quest’ultima località è richiesta doppia punzonatura, infatti è stata aggiunta una data (quella che in carta è rappresentata come un ristoro, in effetti, è una pinta di Guinness).
Quindi, dopo il noto attraversamento di montagne impervie e mare ostile, ultime serate in Scandinavia, anche qui con due concerti raddoppiati in tre città. Solo Oslo resta un appuntamento singolo, mentre a Bergen e Goteborg si terranno due concerti (doppia punzonatura e ristoro).

Totale: 30 concerti.
Volete vedere che l’unica volta che decidiamo di fare il summer tour (aka Trofeo Tour di Springsteen in USA estate 2012) in America è anche l’unica volta che lui è troppo stanco per continuare a far concerti in agosto?

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