Izlet v Ljubljiano – 25.04.2012. Promozionale di orienteering centro storico a Lubiana | 2.5 – La gara, part five

… Continua

 

Nuovamente i colori corrispondono a quello della mia faccia mentre percorrevo la tratta.

Per tutta la discesa, infatti, mi sono cagata in mano perché la pendenza era eccessiva.

Davanti a me, una famigliola italiana scendeva con disinvoltura. Io venivo giù di taglio sicura di ruzzolare a ogni pie’ sospinto. Quando Schopenauer ha detto che camminare è un continuo cadere, doveva essere di ritorno dal castello di Lubiana.

Il fondo è asciutto, ma ugualmente sul brecciolino non c’è aderenza. Medito brevemente di tornare indietro e scendere per la strada dalla quale sono salita. Sarebbe lunghissima, specie perché conduce al lato opposto del colle, ma forse sarebbe più sicura.
Ricordo, allora, che era talmente ripida che a un certo punto ho iniziato a percorrerla all’indietro, per sforzare altre leve, e ne deduco che sarei da capo.

Durante queste elucubrazioni, intanto, ho mosso un passo verso la pianura.

Sopraggiunge il papà di Nuovo Vanty, partito due giorni dopo di me, che nota la mia scarsa disinvoltura:

Lui: – “Problemi alle ginocchia?”
Io: – “Sì, anche, diciamo di sì”
Lui: – “Eh, anche io devo andare piano”, mi urla, giunto a fondo valle.

Quando esco dalla nube di polvere che ha lasciato, non c’è anima viva intorno a me.
Valuto di sedermi in terra e andare giù a culo, ma la ghiaia mi farebbe malissimo, oltre a strapparmi le braghe della Nike.
Per le stesse ragioni, escludo anche di gattonare.

Quasi quasi mi siedo qua buona buona e aspetto che passi Zzi. Accantono subito l’idea perché  non è detto che passi, e anche se passasse gli rovinerei la gara. Devo procedere.
Intanto, ho fatto un altro passo. Faccio un respiro profondo e provo di nuovo a staccare un piede da terra. Lo appoggio più avanti senza che quello rimasto al suo posto perda aderenza. Fin qui è andata bene, ora devo solo fare la stessa cosa con l’altro piede. Ecco, l’ho staccato. Un brivido di terrore mi percorre la schiena mentre accosto il secondo piede al primo, rompendo il precario equilibrio che avevo faticosamente raggiunto, ma anche il secondo piede tocca terra e il mio mento è ancora a un metro e mezzo dal suolo. Dirìa benon.

Intanto valuto l’ipotesi di chiedere di darmi manina la primo che passa.
Certo, non a uno di questi orientisti diciottenni che mi sfrecciano saltuariamente davanti, spezzando il delicato assetto del fondo stradale e rischiando di provocare una slavina di ghiaia che mi farebbe rovinare al suolo.

Se sarò fortunata, però, passerà un’altra famigliola, o qualche turista meno imbranato di me dal quale farmi condurre a valle.
Chissà come si dice “Mi dia la mano, la scongiuro” in sloveno.
Mentre ci penso, faccio un altro breve passo.

Intanto, se devo usare la forma di cortesia, devo dare del “voi”. Credo che ci vorrebbe un imperativo, ma non lo abbiamo fatto. Userò l’indicativo, il mio interlocutore capirà. Il verbo è dati, non è regolare e la coniugazione dell’indicativo presente è:

Mi pare che “mano” si dica ruka, quindi, all’accusativo ruko.
Ora che ci penso: ruka è croato, anche se è un termine di uso quotidiano – cioè quelli che, tipicamente, nelle lingue si assomigliano sempre – non è detto che sia lo stesso in sloveno.
Anzi, proprio perché è un termine di uso quotidiano, può essere che lo sloveno abbia conservato un vocabolo più antico, di altra derivazione, o per qualsiasi altra ragione diverso.
(Un passo)

Riflettiamo: lo sloveno è una lingua meno evoluta rispetto al serbo-croato, nel senso che si è distanziata meno dal proto-slavo, o almeno così pare, a giudicare dalla conservazione del duale. “Ruka” è una radice slava? Se non è una radice slava, è probabile che lo sloveno usi un’altra parola, se è una radice slava, è difficile che lo sloveno l’abbia abbandonata.

Come si diceva “mano” in greco?
Merda, non me lo ricordo. Cinque anni buttati alle ortiche.
Okay, non distraiamoci, altrimenti nelle ortiche ci finiamo davvero. Un passo. Un respiro. Un passo. Un respiro.
…Dicevamo: mano in greco antico. Non lo so, ma deve somigliare a “*chìro”, in qualche modo, altrimenti non avrebbero senso parole come “chiromante” e “chiropratica”. Ci basta per dedurne che “ruka” non è una radice greca.
In latino si sarà detto qualcosa tipo “manu”, “manum”. Un passo. No, “manum” non mi convince, sarebbe neutro e sarebbe diventato maschile. Se in italiano è “la mano”, ci sono elevate possibilità che in latino fosse femminile, un femminile esitato in -o nell’evoluzione della lingua: “manus”, per esempio, femminile della quarta come “domus”. Un passo.
Sono lieta di ricordare vagamente qualcosa, anche se temo che siano i ricordi che ti passano davanti nell’attimo prima di morire, ma ancora non ho capito se “ruka” è una radice slava. Un passo.
La radice germanica qual è? In tedesco è Hand, in inglese è hand, in olandese è hand, in danese è hand col pallino sulla /a/. Qualche sospetto su quale sia la radice germanica comincia a venirmi. Un passo.

Pensa, lurida culona, pensa. Un passo.
Beh, culona va bene, ma lurida lo dici a tua sorella. Mi annuso. In effetti, questa puzza di balena putrefatta sembra proprio provenire da me e dalla mia stupida maglia da orienteering, in materiale ultrasintetico anni Ottanta, fatto apposta per rendere irrespirabile l’aria di qualsiasi spogliatoio, o per far meglio rintracciare ai cani i dispersi nel bosco. Un passo.

Roka! Roka, cazzo, roka. In sloveno si dice roka, a conferma della mia teoria che per parlare sloveno basta tambascare un po’ di croato, spostare gli accenti verso la fine della parola, trasformare in /e/ i dittonghi /je/ e sostituire qua e là le /u/ con le /o/.

Daste roko = lei dà la mano. Ora bisogna dire a chi. Non abbiamo fatto il dativo dei pronomi personali. Un passo. Un accidente alla maestra e alla sua fissa di fare i casi uno per volta, anziché farci imparare le declinazioni a memoria. Quando sarò di nuovo a terra massacrerò i miei piccoli lettori di tabelle. Un passo.
Idea! Lo dico in croato, sposto l’accento e cambio le vocali. Ma com’è che si diceva? Mi? Mihi? No, mihi no di sicuro. Meni, mi pare. Ecco, cambierò la /i/ con una /e/ per dare al tutto un sound più sloveno. Daste mene roko. Lei mi dà la mano.
Un passo.
Posso fare di meglio: posso farne una cortese richiesta con lahko.
A lahko daste mene roko. Dovrebbe suonare tipo “gentilmente mi dia la mano”; magari l’ordine delle componenti nella frase non è corretto, ma il mio interlocutore comprenderà l’emergenza. Un passo.
Sono pronta, non vedo l’ora che arrivi qualcuno per dirgli A lahko daste mene roko.

Dannazione, ho finito la discesa. Quasi quasi torno un pezzettino indietro così posso sperimentare la formula.

Procedo, invece, senza indugio. Il tratto rosso è quello in cui riacquisto consapevolezza delle mie gambe e procedo ancora timorosa, giusto per non sfracellare al suolo in pianura dopo aver compiuto l’impresa di scendere dalla montagna.
Corricchio, quindi, per tutta la parte marcata in arancione, arrivando alla cento con la faccia convinta di quella che s’è impegnata per tutta la gara.

Zzi sarà fiero di me. Già, Zzi. Dove cazzo è Zzi?

 

 

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