La vendetta delle mie ultime vittime [2]

Posted on August 11th, 2010, by Larry

La seconda cosa che dico a CP la mattina dopo è quanto fossero buoni i pansotini alla rucola di Trilli, spiegandogli che erano talmente buoni da poter sopportare la rucola.
Con la rucola, come ricorderanno i miei primissimi lettori, ho infatti un rapporto conflittuale:

Ne sono stata esasperata negli anni in cui era di gran moda e qualsiasi cosa ti venisse servita nel piatto era adagiata su un letto di rucola.
Come ingrediente, tuttavia, se accortamente gestito, sono costretta a riconoscerne l’opportunità. Ad esempio, la aggiungo volentieri alla focaccia col formaggio, suscitando le ire dei puristi. La mangio con una certa soddisfazione con il prosciutto di cervo e poco aceto balsamico. Poi basta, per me se la rucola si estingue dal pianeta il danno è meramente botanico.
Invece i pansotini alla rucola di Trilli sono tanto buoni, perché la rucola vi risulta aromatica e non prepotente. Inoltre, la pasta è tirate eccellentemente, al giusto spessore, grazie al quale si ha soddisfazione nel mordere un involucro che “si fa sentire” senza essere troppo spesso e dar l’impressione di esser solo pasta, anzi cedendo al punto giusto per rivelare il ricco ripieno. Mi son proprio piaciuti.

Giraffa! Elisa! State raccogliendo il guanto?

Poiché io avevo preventivamente atterrito Trilli con l’elenco delle “cose che non mangiamo, che non ci piacciono, che ci piacciono ma non le possiamo mangiare, che mangeremmo ma non ne abbiamo voglia, che di solito mangiamo ma stavolta no solo per metterti in difficoltà”, sono stupita dalla varietà del menù, ulteriormente vincolato dal colore. Il secondo, infatti, è un tenerissimo arrosto che si scioglie in bocca, guarnito da verdurine che hanno cotto [uso intransitivo del verbo cuocere, nel senso di “essere arrivato a cottura”, l’azione è svolta dall’alimento ed è terminata nel passato, non è che l’alimento ne ha cucinato un altro] insieme ad esso, donando e ricevendo gusti e profumi e conferendo al piatto un certo qual colore verde. Sono molto ammirata.

Il dolce è budino di criptonite con trucioli di wengè…insolito…
Ah, no! È bavarese alla menta con riccioloni di cioccolato fondente! Meno male! Perbacco, è deliziosa [specie per me che sono una grande fan della menta, sempre che questa stupida moda di metterla in ogni dove, proprio ove un tempo veniva messa la rucola, non mi stufi nei prossimi venti minuti]. I padroni di casa si schermiscono [non fanno altro, in effetti], e straparlano di una superficie irregolare che proprio non va bene. Sarà. Per me è perfetta, vorrei io svegliarmi domattina ed esser capace di fare una bavarese alla menta così. Ora che ci penso, vorrei svegliarmi domattina e avere delle cosce con una superficie “irregolare” come questa bavarese. Ad ogni modo non ne avanzano, quindi vuol dire che nemmeno loro la trovano così male. Peccato, perché io mica ci avevo schifo a finire le loro coppette.

Tra i tanti digestivi messi a disposizione [che accettiamo solo per avere la scusa di trattenerci un altro po’, non perché ci sia bisogno di sgropparsi] c’è anche un amaro alla rucola.

Questo è un po’ troppo. Trinità ce lo magnifica, ma non mi frega. Per un attimo, quando si serve, penso che, se lo beve lui, questo amaro alla rucola dev’essere l’elisir di infinita saggezza [o bono-da-morì], ma pur essendo un’ accanita fan di Trinità, non ne sono seguace al punto da seguirlo in ogni azione suicida, e decido che assurgerò all’infinita saggezza un’altra volta. Già scegliendo un più rassicurante pelinkovec la mia saggezza è adeguatamente esercitata.

Infine, i nostri strepitosi ospiti sono riusciti a metterci alla porta. Ora che ci penso, non so se avrò molte altre occasioni di bere l’elisir di saggezza infinita, può essere che non compiano più il tragico errore di invitarci a cena da loro e non oserei biasimarli.

Eppure già questa serata è stata foriera di grandi gioie e grande onore.
Giraffa! Elisa! C’avete tanti di quei guanti che ora potreste metter su un banchetto.

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La vendetta delle ultime vittime [1]

Posted on August 8th, 2010, by Larry

Non solo mangiano come idrovore, ma cucinano anche benissimo e abbondantemente.
Trilli e Trinità sono decisamente i miei nuovi ospiti preferiti, in entrambi i sensi del termine. Giraffa, Elisa, raccogliete il guanto!

All’indomani della tragica disfatta degli arancioni perpetrata per mezzo della turpe mano che snacchera, ci consoliamo con il gradito invito a casa Trinità.
Il loro appartamento è delizioso, raccolto, ordinato, luminoso, pieno di libri. Ci sono libri in ogni dove, credo anche in letto, sembra la casa della Bella e la Bestia e pare che non siano tutti qua.
Si vede che sono studiati!

Con loro vive una belva feroce, violenta, aggressiva, sospettosa del prossimo e diffidente, pronta ad azzannare ogni malcapitato, un cane chiassoso e maleducato che spadroneggia per le stanze e terrorizza gli ospiti…naturalmente lo dico per ridere, quello che abbiamo visto è un bel cucciolo buonissimo e composto, solo che in realtà, quando sono andati a prenderlo, hanno rifilato loro un peluche e non se ne sono ancora accorti. Un cane vero avrebbe una vita un po’ più movimentata, questo degno erede di Has Findanken al massimo sembra che sbatta le palpebre, ma dev’essere un riflesso nell’occhio di plastica.

Ci hanno preparato una cena speciale: tutta verde.

Si schermiscono negando la paternità dell’idea, ma io ne sono entusiasta lo stesso. Sono sempre di più i miei ospiti preferiti e già nella mia testa è partito l’elenco delle cose arancioni che si possono portare in tavola: scampi marinati nel succo di agrumi e saltati con il mango, zuppa di pesce, orata all’arancia oppure con le verdure e una salsa di zafferano un po’ “aiutata” da una goccia di pomodoro [che tanto poi non si sente]; oppure insalata di pollo con finocchio e arance, zuppa/gnocchi/risotto con la zucca [non sono alternative: ovviamente è un tris di primi], anatra all’arancia/carrè di maiale con le albicocche; e come dolce [un rigore a porta vuota] tiramisù alle pesche, gelato a un frutto qualsiasi, crepes suzette, torta di carote, una crostata con una marmellata arancione qualunque, la torta al cioccolato per antonomasia con una glassa di galak chimicamente colorata, budino alla papaia [ci sarà pure un modo di farlo]…Marillenknödel a tutto pasto!

Quando Sarma batte il gong e mi riporta nella dimensione in cui si muove il resto del mondo, ho nel piatto due profumati pomodori al forno, farciti di formaggio filante [sembra mozzarella, è buono come la mozzarella, ma non fa l’acquetta come la mozzarella, non so a che incantesimo Trilli l’abbia sottoposto] gratinati e decorati con le erbette aromatiche. Mmmh che buoni, sembrano pizza, ma senza sensi di colpa.

C’è anche del tzatziki-o-come-si-scrive [quante cazzo di dentali ha ‘sta merda di un neogreco?], da mangiare con del pane buonissimo, semplice, alle olive e ai pomodorini, che arriva in tavola caldo e fragrante come appena sfornato.
Ciò dipende essenzialmente dal fatto che è realmente appena sfornato, fatto in casa, con amore e sapienza, dalle sante manine di Trinità. Ne sono definitivamente conquistata, è la prima cosa che racconto a CP la mattina successiva, non faccio altro che parlare di Trinità e del suo delizioso pane, interrompendomi solo per magnificare Trinità e il suo delizioso pane alla Giraffa.
Non so se vi ho mai parlato di Trinità e del suo delizioso pane….

Faccio fuori da sola l’intero cestino del delizioso pane di Trinità e quando Trilli mi mostra la teglia con nuove pagnotte appena sfornate a stento trattengo la commozione.

Per poter assaggiare anche loro un po’ di pane, i padroni di casa ci servono il primo: pansotini alla rucola conditi con “erbette” [in senso genovese, cioè “ortaggio in foglia che non capisco mai se è bietola o spinacio, ma forse è un misto e mi pare che ci sia anche della boraxa”] e pomodori ciliegini. I pansotini hanno una graziosissima forma di stellina e – udite udite – sono fatti in casa dalle fatate manine di Trilli; più che una famiglia, è un’associazione a delinquere.

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Le mie ultime vittime, secondo, dolce, epilogo [4]

Posted on August 5th, 2010, by Larry

Siccome il secondo è inconsistente, lo accompagnamo con pomodori con l’origano e cetrioli. Il cetriolo è la verdura più indigesta del creato, è incredibile che sia quasi tutta acqua. Mi domando cosa sia la parte che non è acqua e perché non abbiano ancora pensato ad usarlo come combustibile, sono certa che sprigionerebbe un’energia di fantastiliardi di megatoni. Li mangiano; con gusto, per giunta.

È diventata una questione di principio. Nessuno è mai uscito meno che stremato da casa mia. Certo, per non spaventarli e non bruciarmi subito la possibilità di averli di nuovo come ospiti, ho optato per un menù eccezionalmente leggero, ma questi sono ossi duri.
Finalmente è il momento del gelato di Toni, il mio gelato preferito. Ho avuto in passato occasione di magnificare questo gelataio e i suoi prodotti, ora non lo faccio più perché ha sempre un sacco di clienti e io sono gelosa. Per giunta, quando ci vado io, ha sempre finito tutto e c’è da stare allegri se sono rimasti tre gusti micragnosi.

Porto in tavola la fredda delizia e torno ratta in cucina.

Ah, gli ingenui! Sereni si servono dello squisitode ssert [altrimenti non allittera], ignari del colpo basso che sta per raggiungerli.
Sebbene delusa da una ricotta che non ha tenuto il volume e s’è afflosciata come una messa in piega in un bagno turco, porto trionfante in tavola le mie madelaines alle pesche farcite con  ricotta montata con la marmellata d’arance e guarnite con una spolverata di riccioli di cioccolato fondente [sempre per dare un po’ di nutrimento].

Ci siamo, ce l’ho fatta!

Teneramente si fanno coraggio dandosi la mano sotto il tavolo e guardandosi con occhi che dicono “Scusa, amore mio, non lo sapevo, giuro sull’Olimpo che non ti ci porterò mai più e sono pronto a dare la vita per non costringerti a mangiare un solo altro boccone” e “No, mio adorato, non è colpa tua, sono io che mi sono fatta fregare, avrei dovuto capire dal fatto che è una che riesce a mangiare un Germknödel dopo un toast che non era del tutto a piombo. Se sopravviveremo a questo incubo, il senso di colpa non mi abbandonerà mai!”, e altre struggenti frasi che si sentono solo sul finale di certi film, quando l’eroe e l’eroina sono alla mercé del malvagio di turno, che ha architettato per loro una morte lunga  e dolorosa, grazie al cui farraginoso e demenziale meccanismo, sempre impreciso, riescono a ribaltare la situazione, venendo tratti in salvo da quello che sembrava morto due scene prima, giusto un momento dopo che si sono dichiarati il reciproco amore. Infatti Zzi, loquace come un cadavere, a sorpresa si alza [eppur si muove] e mette in tavola una selezione di digestivi, grazie alla quale strappa da morte certa gli eroi, che hanno pure mangiato il dolcetto.
Non hanno avanzato una briciola in tutta la cena.

Congratulazioni. Coriandoli. Trombette e bandierine.
Trinità e Trilli sono i primi che hanno portato a termine con successo tutti i livelli del videogioco.
È finita, hanno liberato la principessa Toadstool, riunito la Triforza, sparato a tutti gli alieni…io non ho altro da portare in tavola e loro sono ancora in piedi.

Chapeau!

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Per 10 punti: chi riunisce la Triforza e per liberare quale principessa?

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Le mie ultime vittime, primo piatto [3]

Posted on July 27th, 2010, by Larry

Nel frattempo, l’acqua della pasta non è ancora a bollore. Grazie alla brillantezza dei nostri commensali, l’attesa trascorre piacevolmente, tuttavia, dopo svariati quarti d’ora, sono tentata di sputare nella pentola e dire “Toh! Delle bolle! Buttiamo!”. Opto per la più igienica soluzione del soffiare sotto la superficie con l’ausilio di una cannuccia e butto le trofiette in un’acqua che bisogna ringraziare il cielo se sfiora i 70 gradi.

Tanto la trofia è una pasta puttana.
Il nome stesso è chiaramente il frutto di un tabù linguistico, l’etimologia bagascia è lampante, la fricativa è stata ovviamente aggiunta per pudore e riguardo verso l’interlocutore, analogamente a quanto accade quando sentiamo qualcuno che [sfreccia, impenna] esclama “porco dito” [e io rimango abbrustolito]. Le trofie le puoi buttare al momento più opportuno, nell’acqua alla giusta temperatura e composizione ideale di minerali disciolti, alla giusta latitudine e con pressione atmosferica adeguata, con il favore degli astri e degli dei, e per giunta puoi stare lì a fissarle che cuociono e assaggiarne costantemente una sì e una no [che ne devi buttare il doppio di quelle che ti servono e ti siedi a tavola stomacato, ma fa niente, nessun sacrificio è troppo per la trofia perfetta], che loro – puttane! – una volta portate in tavola si presenteranno al 60 scotte, al 35 per cento crude e al 5 per cento giuste; quelle giuste si concentreranno esclusivamente nel piatto del cuoco che, ben a conoscenza dell’ineluttabilità della proporzione, mangerà con la consapevolezza che le pietanze dei suoi ospiti fanno anguscia.

Ciononostante, la trofia è come quell’ex-fidanzata stronza che si fa viva raramente con il preciso ed esclusivo intento di usarti e umiliarti: ti frega sempre. Sai benissimo che lo farà anche questa volta e ogni volta in passato ha giurato e spergiurato che non glielo avresti permessoi mai più. Eppure forse questa potrebbe essere la volta buona, il passato è passato, e non si può mai sapere cosa ne può nascere, e tu sei disposto a creare un dio nuovo di zecca e idolatrarlo con grida lancinanti se questa volta lei ti darà anche una piccolissima speranza di poterla riavere. E allo stesso modo ricompri le trofie. “Amore, cosa hai pensato di fare per la cena con i miei genitori?” – “Trofie!”. “Amore, cosa hai pensato di fare per la cena con i nostri amici?” – “Trofie!”. “Amore, cosa hai pensato di fare per la cena con Trinità e Trilli?” – “Trofie!”. “E che cazzo!”

Per camuffare il più possibile la mia inadeguatezza verso la materia prima, decido di condirle con: abbondante pomodoro fresco tagliato a cubetti di mezzo centimetro di lato[circa sei pomodori, senza i semi – quando userò la parola “dadolata” uccidetemi], tante olive taggiasche [un etto, meno quelle che vi mangiate prima], un bel po’ alici [due scatole] e una cucchiaiata generosissima di pasta d’olive per legare il tutto [meglio due, per dare un po’ di sostanza, che altrimenti è leggerino]. Consiglio di impiegare alici in scatola. Anche qualora non aveste clamorosamente sbagliato la dose delle acciughe acquistate, e ve ne fossero rimaste a sufficienza per la pasta, friggete l’eccedenza e impiegate comunque acciughe in scatola, perché il liquido di governo le ha rese più salate e compatte e si prestano meglio ad essere usate come ingrediente per questo condimento. La dose di condimento suesposta è sufficiente per 450gr di trofie [mi piacciono ben condite]. Se ne ottengono quattro piatti quasi colmi. Mi rassegno al fatto che non ce la potranno fare, ma pazienza, so che sto chiedendo troppo ai loro minuscoli stomaci, quando non ne avranno più voglia, la lasceranno. Una volta tanto non sarà la fine del mondo, e poi… va be’, non è certo “buona” ma un po’ di pasta riscaldata non ha mai ucciso nessuno, casomai la mangio domani….tanto la trofia sarebbe mal cotta comunque!

Trilli e Trinità prendono molto seriamente la loro missione e macinano trofie su trofie. Una forchettata dopo l’altra, con metodo, disciplina e costanza da musicisti, fanno fuori tutto il piatto. Applausi. Io stessa sono allo stremo delle forze, loro, fieri e professionali, non lasciano trasparire alcuna fatica. Io ho il volto madido e credo che da un momento all’altro suderò sangue, loro non sono neanche spettinati. Il mio solo rammarico è di non averli ripresi per mostrarli agli altri miei ospiti quando questi si azzardano ad avanzare qualcosa, o per usarli contro qualche bambino capriccioso.

Il secondo è facile, è tutta scena. Zzi ha fatto le orate al cartoccio, che notoriamente non saziano, sono solo un diversivo per trascorrere il tempo.
Si fanno così [parole di Zzi]: “Si prendono le orate e si cuociono nel cartoccio”. Chiaro ed esaustivo. Un po’ prolisso, forse.

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Sangue. Sudore. Lacrime. Extrem-or 2010, 17-19 Luglio, circa Krajna Vas [2]

Posted on July 23rd, 2010, by Larry

Prima di tutto facciamo gli auguri alla nostra amica Serenút, che ha compiuto 21 anni.

Durante il secondo giorno di gara, alimentati secondo i più rigidi schemi del nutrizionismo agonistico, i nostri eroi hanno affrontato le più spaventose intemperie: tuoni, fulmini, pioggia, grandine, vento, fango, occhiali appannati.

Come da copione, Zzi si perde alla seconda, il Celere Capellone ci mette un po’ ad entrare in cartina, ma poi si rifà alla grande, Lucy opta per vivere, i coniugi K creano un simpatico diversivo chiudendosi a vicenda fuori dalla macchina.
Zitto zitto, quatto quatto, Rem fa di nuovo una bella gara e sembra divertirsi un sacco.

Quando, in tardissima mattinata, esco di casa io, la giornata si sta facendo soleggiata e limpida. Per pranzo scegliamo ancora una pivovarna, confidando che giungere ad un orario più consono permetta alla nostra amica di non ridursi a muschi e licheni. La scelta cade sul collaudatissimo Orient Express a Divaccia, punto di riferimento delle gite fuori porta triestine, dove c’è sempre posto, ci sono un sacco di pietanze tra cui scegliere, c’è tanta birra. Stavolta le previsioni si rivelano esatte, anzi scopriamo che, dall’ultima volta che ci siamo stati, il locale, pur rimanendo rustico e familiare, è diventato leggermente più raffinato, c’è un’ invitante griglia all’aperto dove si prepara anche il pesce fresco esposto e l’offerta di pietanze è più ampia di quanto ricordassimo. I prezzi sono sempre contenuti e la birra è sempre buona. A volte mi sorprendo ancora di come la Slovenia sia una nazione formidabile, io voglio lei un bene fortissimo, in certi momenti.

Lucy finalmente può sfogarsi sul pesce, noi ci buttiamo sulla vešalica, cioè il filetto di maiale farcito con formaggio e cotto alla brace, per giunta servito su una pagnottina deliziosa con una salsetta salata di glutammato e aromi sospetti che intasa le coronarie solo a guardarla, ma che è tanto saporita e ci sta proprio bene, e un fiocchetto di burro alle erbe sopra, che si sa mai che il piatto non fosse abbastanza nutriente!
Io – che avevo già mangiato circa sei etti di burro spalmato sul pane con il pretesto della tartara di antipasto – sono sufficientemente soddisfatta da rinunciare al dolce. Le M-fogne si danno alla palatschinka [secondo la grafia tedesca, perché wordpress supporta la /s/, ma non la /c/ e la /z/ con il diacritico] al cioccolato. Nel dubbio, ne faccio comunque fuori mezza al povero Zzi, Rem offre a malincuore un boccone a Lucy, quini erige con ammirevole disinvoltura intorno al suo piatto una barricata di bicchieri, centrotavola e cavalli di frisia fatti incastrando le posate. Grappa.

La sera sono talmente provati che non si fanno vivi e vanno a nutrirsi autonomamente a Duino, il cui litorale cercano di raggiungere a piedi dall’alloggio, perché sono atleti.
L’orientista che è in loro [che è assai più prepotente di quello che è in me] li conduce lungo un sentiero che si fa sempre più stretto, ma la musica nella musica e il rumore di stoviglie li persuade di essere nella direzione giusta, e proseguono in direzione del mare nella natura sempre più ostile, finché non giungono sul margine della cava. Davanti ai loro piedi il nulla con le pietre intorno, come polvere sulla polvere e un salto di quindici metri [orientarsi a orecchio è un errore che io stessa ho imparato a non commettere più!]. Dopo una rapida valutazione sull’opportunità di scendere a mare lungo il sentiero che costeggia la cava, vincono la naturale ritrosia dell’orientista a ripercorrere una strada già fatta e vanno a prendere l’automobile come due civili. Sono atleti, mica stupidi.

Il lunedì ha luogo la terza e ultima prova. Stavolta il clima è ideale: soleggiato, ma non torrido. Zzi inverte la rotta e si perde alla penultima – dopo una gara fino a quel momento molto buona –, gli altri esponenti della nostra giovane, ma rispettabile, società si difendono bene, Lucy conclude con onore la sua gara, Rem vince: set, game, match: come un diavolo in un fulmine partecipa per scherzo alla competizione e si classifica primo, portandosi a casa una bottiglia di terrano e un CD di musica slovena capaci di scatenare una danza vertigine [se assunti insieme]. Io apprendo la notizia quasi subito, quando al telefono Zzi mi dice anche “Ascoltami, tu! Si fermano un altro giorno, li ho invitati a cena”. Ottimo, io sono in edicola fino alle 18, non c’è niente in frigorifero, non ho tempo di fare la spesa e tanto meno di cucinare, la casa è la solita latrina, non saprei cosa offrire a una vegetariana, che non stia già mangiando da tre giorni, e ho pure un po’ le mani che sudano.
Però sono contenta. Passato il primo panico sono felice di condividere nuovamente un pasto…tanto sono orientisti, sono persone pratiche e abituate ai disagi, si ospitano così: con grazia plebea.

Di primo trofie col pesto, di secondo formaggi di Basovizza e per dolce li incoccono di tiramisù. È la mia ultima occasione e cerco di prenderli per sfinimento.
Sono giorni, infatti, che cerco di persuaderli a tesserarsi con la nostra giovane, ma rispettabile società, poiché, pur non esistendo un vero e proprio Ori-mercato, ho capito che il miglior contributo alla società che io possa portare è quello di far gareggiare per noi atleti buoni [in aggiunta a quelli che già ci sono], che possano compensare le mie scarse – in senso qualitativo certamente, ma anche quantitativo – prestazioni. Cerco anche di farli ubriacare, ma sono atleti, sono assennati e non si lasciano irretire. Conto di farli capitare a tiro del nostro Previdente Presidente che è persuasivo come le sirene di Ulisse e il suo grido bellissimo fa tesserare tutti quanti. Poi, certo, per loro le riunioni di società potrebbero risultare un po’ fuori mano, ma non è che a parte magnar e bèvere si faccia molto altro, durante quegli incontri.

Finisce così, alle 23,30 dell’ultimo giorno di gare, la mia esperienza all’Extrem-or.
Devo dire che mi è piaciuta molto, anche se mi aspettavo una partecipazione maggiore di atleti; probabilmente la prossimità territoriale e cronologica con l’O-O Cup ha un po’ penalizzato l’organizzazione, che peraltro è la stessa dell’O-O Cup, che però ogni anno ama sorprendersi programmando le gare in conflitto con le proprie [e lamentandosi per questo].

Più di tutto mi è piaciuto il filetto di maiale farcito alla brace. L’unico rammarico è stato non essere riusciti a gustare il gelato di Toni, ma confido che dal gennaio prossimo, dopo i tesseramenti 2011, ci saranno più numerose occasioni!

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Ve ne siete accorti? C’è una canzone nascosta in questi due post sull’Extrem-or. Non tutta, ma solamente alcuni riconoscibilissimi stralci [versi, mezzi versi, parole chiave] sono stati inseriti qua e là.

Vince dieci punti chi non solo riconosce la canzone, ma ne elenca tutti gli stralci riportati [che non vi dico quanti sono], quindi fate molta attenzione quando rispondete, per non aiutare troppo gli avversari.
È considerata risposta esatta quella che per prima li contiene tutti, quindi – man mano che darete risposte parziali – dovrete ripetere l’elenco.

Rispondete, però!

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Sangue. Sudore. Lacrime. Extrem-or 2010, 17-19 Luglio, circa Krajna Vas [1]

Posted on July 21st, 2010, by Larry

Soprattutto sudore.

Nella ridente cornice della steppa slovena battuta dal sole e dal vento, molto è stato il sudore versato dai temerari atleti giunti da ogni dove per sfidarsi sulle carte della Lipica Open a metà Luglio, sprezzanti dei quaranta gradi. Del resto, se uno arriva dalla Scozia o dalla Nuova Zelanda, non è che ci si possa aspettare che rinunci a gareggiare perché “è un po’ caldino, oggi”.

Il sangue è quello di MadameK, che si arrabatta lungo la strada prima dell’inizio della prima tappa e si presenta in partenza ferita e contusa come dopo una tre giorni in Boemia.

Le lacrime sono le mie, che per tutto il fine settimana mi sono dovuta alzare alle sei [le sei, piccoli lettori, dico le sei, ovvero quell’ora che esiste solo a Capodanno e in pochi altri giorni particolari e che, comunque, mai segue una dormita, bensì solo la precede] per salutare Zzi che andava alle gare. Il sabato sono stoicamente rimasta in piedi a trafficare, avendo alcune cose da sbrigare [come ritirare il cappotto di lana dal pulisecco – dove ha fatto l’ennesimo trattamento antitarme efficace come una crema gonfiatette - prima che lo regalassero ai nomadi], mentre la domenica ho contribuito attivamente a non surriscaldare il pianeta riducendo al minimo le mie funzioni vitali fino alle nove del mattino.
Io non dormo mai di giorno: o medito [in genere sul divano o in macchina], o salvo il pianeta dal surriscaldamento globale andando in letargo [per questo va bene anche il letto].

Partecipano alla gara, con somma sorpresa di tutti, anche due atleti italiani che non fanno parte della nostra giovane, ma rispettabile, società, che invece avrebbe dovuto essere – stando alle liste di partenza ufficiali – l’unica rappresentante del tricolore a questa manifestazione, che invece gode di grande considerazione all’estero. Insomma: già pregustavo di potermi vantare da queste pagine di aver piazzato tutti i nostri atleti “primi fra gli italiani” nelle rispettive categorie, e invece sono arrivati il mio piccolo lettore Rem e Lucy Van Pelt a rompermi le uova nel paniere.
In compenso, però, la presenza di ospiti italiani mi fornisce il pretesto di rilevare una rapida campionatura dell’offerta gastronomica della zona.

La gara di sabato si svolge su questa cartina:
http://www.larryetsitalia.net/2010/06/03/lipica-open-09-03-2008-ma/
o almeno credo. Ad ogni modo, ci assomiglia molto, la cartina ufficiale dell’Extrem-or 2010 will be soon available .

Come al solito Zzi si perde alla seconda lanterna, poi fa una discreta gara, ma il risultato, ormai, è andato in vacca. In compenso le zecche, dalle vacche saltano tutte addosso a lui.
I coniugi K – nonostante il caldo e le ferite – si difendono bene e il Celere Capellone fa come sempre valere le sue doti atletiche.
Fine della rappresentanza della nostra giovane, ma rispettabile, società; gli altri sono in ferie, in casa coi piedi a bagno e il ventilatore in faccia o naufragati nell’Adriatico. Oppure sono abbastanza sani di mente da non fare una tre giorni dal nome scoraggiante in piena estate, in piena campagna. C’è qualcuno tra voi che la farebbe?

Lucy, che deve aver equivocato e interpretato l’espressione “extrem-“ come un aggettivo che qualificasse il tipo di gara e non le condizioni meteo in cui si è costretti a gareggiare, opta per vivere e soprassiede.
Rem, che è snello e scattante come una lucertola e deve avere la stessa temperatura del sangue, pare che manco sudi e si piazza bene. Quanto bene non si sa perché le classifiche verranno pubblicate “later”.

Finalmente entro in scena anche io, perché è l’ora della pappa. Affronto la canicola e mi reco sull’altipiano senza neanche l’ausilio di un veicolo a benzina [Che donna sono! Che eroina! Molto di più di una donna qualsiasi!] e portiamo gli ospiti a mangiare in un posticino tipico noto al Celere Capellone, rinomato per la produzione di formaggi; i formaggi sono un alimento ideale per chi, come la Van Pelt, preferibilmente non mangia carne di mammifero o uccello, ma ha bisogno di proteine e minerali per far fronte al dispendio energetico della gara. Il luogo com’è? Un giardino in leggera collina con una bella vista sul paesaggio bucolico e un po’ di preziosa arietta che ci invita, fiaccati dalla gara, dal caldo e dai continui attacchi delle farfalle killer, ad abbandonarci al relax. Anche il vino, devo dire, contribuisce non poco al congiungimento delle palpebre.
Noi carnivori possiamo godere anche dei salumi: crudo, salame, salame di pecora, pancetta, cotto arrosto con il cren, come ogni in osmica/agriturismo del carso che si rispetti. Qui è possibile gustare anche dei piatti caldi, quel giorno la proposta era un’estiva porzina con patate in tecia, invitante, senza dubbio, ma troppo ardita perfino per noi. La porzina è la porchetta [ci sono – credo – altre regioni che la chiamano “porcina”]; le patate in tecia sono l’emblema della triestinità in cucina: si tratta di patate al tegame fatte insaporire con cipolla e pancetta [leggere, tipica espressione della fresca cucina mediterranea che così limpidamente si esprime un po’ in tutto il nord dell’Adriatico, dove è anche possibile gustare pietanze al limite della macrobiotica come il baccalà mantecato, il gulasch e la gibanica], la cui caratteristica precipua sta nella procedura di preparazione, che prevede espressamente che si attacchino al fondo della padella e bruciacchino. Mescolate di quando in quando, alla fine si presentano come un purè grossolano in cui si ravvisano pezzi di cipolle, pancetta e crosticine secche di patata bruciata. Raccontate così fan schifo, ma a mangiarle sono buone; esprimono, proprio grazie al procedimento necessario per realizzarle, la vera anima di Trieste, alla va’ là e po’ bon, e sono ideali per la massaia che è stata a Barcola tutto il giorno e a fare babezi con le amiche e ora non può prestare attenzione ai fornelli, ma deve sommariamente rigovernare mentre le patate si cucinano da sole [bruciando qua e là].

Il vino è il caro elisir del carso: non fine, non “buono”, ma tremendamente territoriale, rinfrancante e piacevole; lo beve persino Rem, che non è amante del genere.
La scelta dei dolci che offrono a noi è sorprendentemente ampia: strudel di fichi, di pesche e fichi, crostata con la marmellata e crostata con ricotta e noci. Fa più caldo che a Tangeri e se fossimo minimamente evoluti declineremmo la proposta, ma siamo al livello dell’uomo di Neanderthal [non Lucy, naturalmente] e non ci facciamo mancare neanche queste delizie.
I lombardi fremono per andare alla spiaggia, io sono una persona ospitale e di compagnia, ma non sono una martire, e ci separiamo.

La sera li conduciamo in un breve giro in città dove mostriamo frettolosamente loro le nostre principali attrazioni turistiche e più tardi li portiamo a cena da Krizman a Tublje. È una birreria-trattoria che abbiamo scoperto da poco, la cui specialità è la porchetta allo spiedo. “L’ideale per chi non mangia carne! Bel colpo!” diranno subito i miei piccoli lettori. Concordo, ma qui la scelta di pietanze è ampia, alcuni sono a base di pesce, altri di verdure e c’è anche una discreta proposta di primi piatti. Insomma, si mangia di tutto gustando la birra della casa: sulla carta è un piano perfetto. Se non che i nostri eroi giungono solo verso le dieci di sera sul posto, dove tutto è niente, e c’è da ritenersi fortunati se sono rimasti un avanzo di porchetta, del rostbeef  e un piatto di gnocchi. Per fortuna ci sono gli gnocchi…oltretutto, ricordo che Elisa li aveva trovati buoni: sospiro di sollievo. Quando arriva il piatto fumante si consuma la tragedia nell’imbarazzo generale: sono palesemente conditi con il gulasch. Per un po’ facciamo tutti finta di non accorgercene, Lucy compresa, e ciascuno nel suo cuoricino pensa “È tofu! È sicuramente tofu, per il quale la Slovenia è famosa in tutto il mondo…c’è anche il celebre tofu di Celje, da un paio d’anni presidio slow food”. Poi Rem non si tiene più e fa notare l’ovvio, credo con l’intento di far digiunare l’amica e mangiarsi i suoi gnocchi, ma il suo tentativo fallisce perché la Van Pelt non è una fondamentalista vegetariana e li mangia lo stesso, limitandosi a scartare i pezzi di carne, che – l’avrete capito – comunque non restano nel piatto.

Noi altri spazzoliamo la porchetta, le patate e l’ajvar con metodo e disciplina.
Ci scambiamo sguardi complici e quando vengono a ritirare i piatti, con la speranza mal celata di rimandarci a casa, chiediamo in coro il dolcino.
Optiamo per strudel di mirtilli, servito a temperatura stromboliana, e “sposa ubriaca”, che ci spiegano essere una torta al cioccolato con crema e panna. La avremmo scelta solo per il nome. In realtà non c’è la crema, ma uno strato di budino al cioccolato che nel complesso la fa sembrare un bunet con la panna, ma non è niente male. Niente che tolga le scarpe e le calze alle femmine – cosa che, invece, i presupposti lasciavano sperare – ma niente male davvero. Soprattutto, ha il pregio di essere riproducibile, perfettibile e riproponibile a casa per stupire gli ospiti [che mai si aspetterebbero la panna sul bunet].

Durante il viaggio di ritorno sento il bisogno di meditare sul destino del mondo, perciò non so riferire di cosa si sia parlato. So che anche Lucy ha meditato un po’, immagino che gli altri due parlassero di cartine….se avessero parlato di figa mi sarei svegliata, credetemi, perciò non ci siamo persi niente.

….Segue….

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Le mie ultime vittime, antipasto [2]

Posted on July 18th, 2010, by Larry

Indefessa come una balena che segue la sua rotta, porto in tavola le acciughe nei tre modi principali. Sono infatti molteplici i modi di cucinare le acciughe e si dividono in: Supremo [frisceu co a coa], Principali [fritte impanate, al verde e all’ammiraglia], Secondari [sotto sale, fritte nella sola farina e in tortino] e Ulteriori [tutti gli altri che vi vengono in mente].
Per fare le acciughe all’ammiraglia si prendono tante acciughe quante se ne vogliono mangiare e le si puliscono per bene. Devono essere molto fresche perché vengono cotte dal succo di limone, che non è propriamente un fenomeno di rapidità, per cui bisogna che le carni abbiano un certo delta ti di margine, affinché non giungano alla totale frollatura. Acciughe molto fresche significano relative lische impossibili da rimuovere. Se, infatti, la lisca si stacca agevolmente dalle carni, conviene optare per un’altra preparazione, perché significa che le acciughe hanno almeno un giorno; saranno ottime e innocue per tutte le preparazioni col fuoco, ma inadeguate per il limone, specie perché restando ancora a marinare un giorno, diventano troppo sfatte.
Le acciughe che ho usato io mi hanno fatta impazzire con la loro stupida lisca ben salda nei filetti, ma si sono spappolate lo stesso, perché per preparare le acciughe all’ammiraglia bisogna detenere il sacro segreto della proporzione d’aceto nella marinatura e io – come ho tragicamente dimostrato – non lo detengo. Non basta, infatti, metterle in un piatto coperte di succo di limone e schiaffarle in frigo sotto la pellicola finché non sono cotte [tipicamente 24/36 ore, secondo le dimensioni degli animali], altrimenti quando le tirate fuori sono tutte mollicce e un po’ viscidine. Occorre aggiungere un po’ di aceto bianco alla marinatura, in modo da preservare la tonicità delle carni…”un po’”, non una litrata, altrimenti le acciughe prendono troppo il gusto dell’aceto. Io ne ho messo poco, troppo poco, e così le mie acciughe all’ammiraglia erano mollicce e un po’ viscidine. Trinità e Trilli Campanellino non si sono persi d’animo e le hanno mangiate lo stesso.

Meglio è andata con le acciughe al verde, che si puliscono allo stesso modo delle precedenti [con conseguenti imprecazioni contro quelle stupide lische e altre pavide fughe terrorizzate dal bordo del lavandino alla vista delle interiora dei pesciolini, dacché io le acciughe le pulisco a occhi chiusi, non nel senso che sono abile nel farlo, bensì che ne ho ribrezzo e non guardo] e si cuociono in padella sfumandole col vino bianco e profumandole con aglio e prezzemolo. Si mangiano generalmente calde, ma sono molto apprezzate anche fredde, così ho optato per questa alternativa in modo da potermi interamente dedicare alla frittura delle acciughe impanate.

Ora, non è per vantarmi, ma friggere mi viene bene. A volte penso che non dovrei fare altro. La suprema arte del fritto è come l’orecchio musicale: o ce l’hai o non ce l’hai; se non ce l’hai puoi studiare quanto ti pare, ma sarai sempre una mezza calzetta; se ce l’hai, entro certi limiti puoi anche vivacchiare del talento, ma ti devi applicare con costanza e devozione per approssimarti ad un’eccellenza che resterà, comunque, sempre utopistica. Nessun vero friggitore è mai pienamente soddisfatto dei suoi fritti, ma è contento di vedere la gioia altrui nel fruire del suo operato.
Quando assegnavano l’orecchio musicale, io ero in coda per l’arte del fritto.

Le acciughe impanate sono una delle cose più semplici da friggere, è vero, ma io le ho fritte bene. Potevo fare di meglio, è fuor di dubbio, ma ho ugualmente ottenuto un risultato soddisfacente, e cioè che tre dei quattro commensali, mangiandole, hanno pensato “Ciò, ma no te le podevi frizer tute?” La quarta, invece, ha pensato: “Belin, erano da far tutte fritte”.
Sono consapevole dei devastanti danni alla salute che un abuso di fritto comporta e di quanto bassa sia la soglia di questo “abuso”, e so anche che l’olio è un combustibile da non lasciare sul fuoco sotto il solo controllo di un individuo tanto maldestro come me, ma con la debita morigeratezza e i dovuti accorgimenti, è ovvio che sia questa la mia missione. Arrivata ad una certa età, una deve anche imparare ad accettarlo e agire di conseguenza.

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Le mie ultime vittime, introduzione [1]

Posted on July 16th, 2010, by Larry

Prima di tutto facciamo gli auguri a Quellolì, che ha compiuto 21 anni.

Durante una delle mie sinistre attività collaterali ho conosciuto un superiore dalle cui competenza e dialettica sono rimasta letteralmente soggiogata.

Parlandone entusiasticamente con la Giraffa e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Zucchero e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Struccola e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Della Street e il suo allora imminente marito [sono sposati da meno di una settimana: uniamoci tutti in un coro di giubilo!], ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
E che cazzo.

E com’è ‘sta storia che tutte le mie amiche li conoscono e io me li sono dovuta scoprire tutta da sola? Se li volevano tenere tutti per loro? Ci avevano paura che ce li consumassi?
Mi sono così risolta di mettere fine il prima possibile al rapporto paraprofessionale con questo mio superiore, al fine di poterli invitare finalmente a cena [avendo trovato fertilissimo terreno nella moglie].
Potrei raccontarvi i brillanti dialoghi della serata e le facezie con le quali ci siamo intrattenuti, ma voglio essere originale e – una volta tanto – vi parlerò di cosa ho loro somministrato.

Quando gli ospiti suonano alla porta io ho già l’antipasto quasi completamente impiattato: acciughe all’ammiraglia e acciughe al verde fredde ci sono, mancano solo quelle impanate, ma l’olio è caldo.

Non ho nulla da offrir loro nell’attesa del piatto. Questa consapevolezza un po’ mi  dà ansia, ma poi Zzi mi sgrida che incoccono gli ospiti, e mi domino.
Per i lettori oltre il passo dei Giovi: le acciughe sono le alici; a Genova chiamiamo “acciughe” anche le alici fresche, non solo quelle sotto sale [come credo l’italiano distingua]. Per i lettori al di là dell’Isonzo: “Incoconare”, invece, è un termine triestino che, come si evince facilmente dal prefisso incoativo e dalla ripetizione della sillaba radicale, significa “rimpinzare”, “saziare controvoglia e oltremisura”; il traducente genovese è “imbibinare”, dal sostantivo “bibin”, “tacchino”, cioè, per estensione, “ingozzare come un tacchino per farlo ingrassare intendendo mangiarselo”. In triestino “tacchino” si dice “dindio”; è purtroppo evidente che questa lingua sbaglia nel non chiamare il gustoso uccello “cocco” [nb: rammenterete che il triestino non conosce le doppie; il verbo è “incoconare”, pres. Ind. “mi incocono – ti te incoconi – el l’incocona”, ma io ho italianizzato in “incocconare”, sia per analogia con altri casi di geminazione della consonante di incontro, sia perché la doppia rafforza il significato].

Per fortuna, le loro fisionomie non fanno propriamente pensare a persone che mangiano dalla mattina alla sera.
Zzi, che non aveva mai visto prima nessuno dei due e teme gli avanzi, non è altrettanto sollevato.

A beneficio del lettore sia detto che il mio superiore ha misure medie. Non è un marcantonio, ma è nella media. Nel complesso ricorda vagamente Trinità.
Chi? – Diranno subito i miei più piccoli lettori – Trinity di Matrix?
No, poppanti senza storia. Non Trinity di Matrix – che è una ragazza, ma voi nerds matrixofili potreste non accorgervene – Trinità-Trinità, di Lo chiamavano Trinità.
…Terence Hill!!!
Ah, Don Matteo, diranno ora i miei mocciosissimi lettori. No, non Don Matteo. Trinità. È un po’ diverso!

La moglie del mio superiore ha lineamenti che ricordano vagamente una giovane e moderna Shirley McLane, sul corpo di Kylie Minogue. Che è perfetto, wow, vorrei io svegliarmi domattina nel corpo di Kylie Minogue, ma diciamocelo: non riesci a farci entrare tutto quello che sta nel mio frigo neanche se sei Mago Merlino.

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Gostilna Za Gradom, Kraljela ulica 10, Semedela [SLO]

Posted on July 7th, 2010, by Larry

Innanzitutto facciamo gli auguri alla nostra lettrice Clementina, che ha compiuto 21 anni!

Il tempo vola quando ci si diverte, ma – ohibò – son già quattr’anni che Zzi e io siamo sposati [il che significa che lo conosco da sei...e mia madre non ha ancora capito che non è vero che non mangia la noce moscata!] ed è tempo di festeggiare.

Siccome l’anniversario di matrimonio – un po’ come il compleanno, il Natale e, per dire, il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale – sono cose il cui verificarsi è facilmente prevedibile e non determinano uno stato di emergenza, non ci facciamo prendere alla sprovvista e stabiliamo per tempo di andare a cena da Darko a Semedella.
Cascasse una bagascia in mare, noi per questo anniversario andiamo da Darko a Semedella.

Io non so se recentemente si son pescate bagasce, ma a noi – dopo che lo abbiamo stabilito – è successo di tutto, tra cui la decurtazione del reddito, un colloquio tanto devastante quanto fallimentare la mattina stessa del 24 Giugno e, naturalmente, l’invasione delle tarme.
Stremati e bucherellati, ci dirigiamo da Darko a Semedella, a costo di doverci vendere i capelli per pagare.

Darko a Semedella altri non è che la blasonatissima

Gostilna za Gradom, Kraljela ulica 10, Semedela ( Semedella)

O forse è la

Gostilna pri Gradu (a Semedella)

Ma potrebbe anche essere Gostilna za Gradu o Gostilna pri Gradom; è che io non so lo sloveno, non so che caso vada con quale preposizione e, anche se lo sapessi, non saprei la declinazione, quindi è inutile che stiamo qua a spaccare il capello in quattro: chi sa lo sloveno corregga.
Gli altri, prendano la rampa di lancio di recente costruzione all’uscita Semedella della superstrada, la facciano fino in cima, imbocchino la strada in discese più a sinistra nella rotonda nella quale si sono ritrovati e circa a metà – in corrispondenza di alcuni posteggi a pettine sul lato destro della strada – si fermino. Da lì, attraversino la strada e leggano l’insegna.
Poi vadano pure a casa, perché bisogna sempre prenotare con qualche giorno d’anticipo, dubito che ci sia posto arrivando all’improvviso.

Il signor Darko ci bisbiglia [non l'ho mai sentito parlare, lui bisbiglia, al massimo, se deve alzar la voce, sussurra] di accomodarci ad un insidiosissimo tavolo tra una finestra e la porta finestra: praticamente ti entrano insetti da ogni lato, ma Zzi mi fa accomodare distante dalla luce.

Ordiniamo e dopo qualche tempo [neanche troppo, considerando che deve supervisionare tutto il signor Darko in persona] riceviamo il saluto della cucina: quel giorno era una deliziosa zuppetta di ceci, appena pepata, con bocconcini di pesce bianco e fiorellini di timo, rosmarino e aglio. Mmmm, ci potrei fare il bagno, infatti ci mangio insieme un intero porcospino e sono già sazia.
I porcospini sono dei deliziosi panini fatti in casa,  profumati con foglie di salvia, dalla pasta soffice e dalla forma del puntuto mammifero, i cui occhietti e narici sono realizzati con grani interi di pepe. Arrivano in tavola caldi caldi, è impossibile non divorarli, salvo poi avvertire in breve tempo un leggero, ma distinto, senso di pienezza.

Tra i vari antipasti che il signor Darko ci fa intuire di descrivere, questa volta scegliamo scampi marinati nel succo di agrumi e saltati con il mango, serviti con cous-cous di funghetti [io] e cappesante non ho sentito bene come, ma c’entrava una pietra, infatti sono arrivate nel piatto su un sasso. Zzi dice che erano buonissime, ma io ho paura delle cappesante [anche degli scampi, ma sono più buoni e me la faccio passare].

Il mio primo piatto è, per me, un cannellone di solo pesce bianco gratinato con una salsa di pomodoro saporita di erbette e un poco di formaggio. Ha un profumo delizioso e dev’essere squisito. Purtroppo, la temibile terrina di terracotta in cui è servito ne conserva la temperatura vulcanica e io, ingorda, mi sono strinata tre quarti di glottide al primo boccone. Sul finire della pietanza, quando la sua temperatura si aggira su degli accettabili 230 gradi, riesco ad accorgermi che è davvero gustoso. Zzi ha di nuovo scelto bene e ha preso dei sublimi fusi con le ortiche con scampi, porcini, galletti e tartufo. I fusi, lo dico per gli Italiani, sono una tipica pasta istriana corta, simile ai garganelli. Credo che per modellarli sia sufficiente ritagliare dei quadratini (4 x 4 cm ca)  e congiungere una coppia dei loro angoli opposti, ottenendo una specie di cannoncino con le punte; ma potrei anche avere appena detto la più grande bestemmia dell’Impero austro ungarico e stare quindi rischiando l’esilio in Prussia. Impastati con le ortiche [un po’ come tutta la pasta alle ortiche] sono strepitosi e il condimento scelto è equilibrato e gustoso. Sono, credo, la miglior pasta non ripiena che io abbia mai mangiato in vita mia [perché niente – duole ammetterlo – ha mai superato e mai supererà i tortellini di mia madre] e, per giunta, vengono serviti accolti da una sfoglia croccante.

Quando arriva il secondo siamo strasazi, ma talmente entusiasti che siamo disposti a mangiare per allegria.

E, come in ogni storia che si rispetti, sul più bello, quando tutto sembra girare per il verso giusto, ecco che l’imprevisto mette a dura prova i protagonisti: entra una falena.

Ammettiamolo: probabilmente ne sono entrate a decine e io non me ne sono accorta, ma questa l’ho vista e sono andata in acido.

Sarà riuscita la nostra protagonista a continuare serenamente la sua cena?
Sarà riuscito il nostro deuteragonista a difendere l’amata dalla tremenda minaccia dell’antagonista?

ZZi ha fatto scudo con il suo corpo e mi ha impedito la visione diretta dell’orrendo mostro, che si è insidiosamente andato ad appostare proprio alle sue spalle, ma ne teneva contemporaneamente sotto controllo gli spostamenti che, si sa, sono fulminei e letali, pronto a mettermi in salvo.

Come i più affezionati lettori sapranno, infatti, io sono la splendida principessa di un regno fatato di un’arancione dimensione parallela, in cui i lepidotteri sono la più atroce minaccia per il mio pacifico popolo [gente saggia e semplice, incapace di fare miracoli e di erigere centrali nucleari o rigassificatori, dedita, nei momenti di sfrenata trasgressione, alla frittura delle acciughe o alla lettura di Benni, ma che almeno sa  che "un po'" si scrive con l'apostrofo e il nome di chi gli ha pagato la casa], essendo essi mostri disgustosi che ci vogliono mangiare e che, a tale scopo, hanno addirittura sottomesso e addestrato alla guerra la già bellicosa razza delle spaventose lumache missile [pare che le tengano alla loro mercè con un anello di totano magico, fritto nella leggendaria padella di Mordor].

Qualche anno fa, il mio buon padre mi ha messa in salvo spedendomi in questa dimensione  e affidandomi al cavaliere Zzi, che è evidente che è una specie di Jedi in incognito [sebbene talvolta la sintassi alla Yoda lo tradisca]. In precedenza aveva messo il mio gemello in una capsula e lo aveva sparato nello spazio a caso; per un po’ non ne abbiamo avuto notizie, poi la portinaia della dimensione numero sei ha detto che su un giornale della parrucchiera c’erano le foto di questo tizio, con questo culo larghissimo e i piedi grandi, che sembrava tanto il mio gemello, che passava le giornate a salvare gli abitanti del pianeta dove era capitato, e non aveva un attimo di pace, e volava e destra e a manca, e parava aerei in caduta libera, e tirava giù gattini dagli alberi, e salvava fanciulle dallo stupro [era anche un galantuomo: si sincerava sempre che fossero consenzienti], e congiungeva ponti prima che ci passasse sopra il treno in corsa, ma non faceva costruire di inutili, e tirava fuori l’euro incastrato nel carrello, e tappava i pozzi di petrolio, sopra, sotto e intorno al mare, e non permetteva a nessuno di saltare le file nei negozi, e schivava gli attacchi dei nemici che cercavano di ucciderlo col castagnaccio, e impediva a chiunque di avere più di una rete televisiva o una testata giornalistica per famiglia. Erano tutti contenti sul pianeta dove era capitato il mio presunto gemello, e tutti gli volevano bene, ma a me è parso un mazzo tremendo e ho optato per il basso profilo. Ogni tanto cuocio i muffin con gli occhi laser, ma solo se sono in ritardo.

Insomma che, a causa delle mie vere origini, subisco continui attacchi dai lepidotteri che riescono a eludere i controlli interdimensionali e vengono sulla terra per uccidermi, con lo scopo di mettere fine alla nostra dinastia [di mio fratello non si preoccupano, tanto i suoi fan non lo lascerebbero tornare, anche qualora scoprisse che un trono lo attende]. Questo spiega perché reagisco con terrore alla vista di farfalle e falene: io corro un rischio che voi umani non potreste neanche immaginare. L’altro giorno ho snidato una cellula dormiente di tarme da sotto il letto: erano a decine, incubate in orribili larve vischiose, pronte a nutrirsi prima del mio cappotto di cachemire e poi di me [se fosse il contrario, potrei quasi sopportare, ma capite la tortura psicologica di scoprire il cappotto di cachemire orrendamente mutilato dalle tarme?].

Insomma che mentre Zzi mi difende dal possibile agguato della falena-ninja, il signor Darko ci porta il secondo: io ho preso il tonno Woodstock [perché è cotto sul fumo – l’ha detto Darko, lo giuro!], Zzi il filetto di orata al sale. Sono entrambi ottimi e finché non ci tolgono da davanti i piatti vuoti, mi dimentico completamente di falene-ninja, minacce di morte e regni lontani. Tra l’altro pare che il re e la regina stiano da dio, senza i figli che rompono i coglioni, con le zanzariere nuove e una nuova arma messa recentemente a punto dai nostri migliori scienziati, dal nome esotico e dal meccanismo sofisticatissimo: la ciabatta.

La prosecuzione della nostra stirpe è, a questo punto, realmente messa a repentaglio da Darko stesso, che ci ha saziati con dovizia e ci propone ora dolci irresistibili [nota a margine: il contorno al pesce era la mistura di bietole e patate tipicamente istriana di cui ho già avuto occasione di parlare, rivisitato, signorilmente servito, ma sempre l’istrianissimo patate&blede iera].
Io la faccio finita con un muffin ripieno di cioccolato bianco e fragoline di bosco [non serve dire nulla, immagino], Zzi opta per lo struccalo in straza con i frutti di bosco, il cui unico difetto era quello di aver impedito, con il suo solo essere stato scelto, di provare le altre squisitezze proposte [tra cui la leggendaria panna cotta finta; finta perché in realtà è cioccolato bianco portato alla consistenza del plasma e guarnito con salsa alle fragole, una bontà che manda in coma iperglicemico al secondo cucchiaio].

Per darci la forza di estrarre il portafoglio ci vengono serviti, sapendo a priori che sarebbero andati bene, un pelinkovec e una grappa al mirtillo.

Noi paghiamo, estraiamo le forbici, lasciamo una ciocca di capelli di mancia – perché in fondo siamo signori -  e attendiamo il prossimo anniversario per avere nuovamente abbastanza appetito da affrontare una simile, strepitosa, cena.

E va già bene va, che il pesce non sazia mica, non sazia!

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Chicken Challenge 2010, sera prima del prologo

Posted on June 1st, 2010, by Larry

Non so se lo avete mai notato, ma c’è una forchetta nel logo del blog. C’è anche una chiave di sol e – sapendo quanto bene io mi relazioni alla musica – è lecito pensare che per comporre il logo Elisa abbia pescato le letterine dal sacchetto dello Scarabeo e abbia raffigurato il meglio che è riuscita a comporre, tuttavia l’argomento originale del blog era il cibo.
Poiché ultimamente sono andata leggermente fuori tema, ho deciso di sfruttare al meglio la trasferta orientistica per il Chicken Challenge e abboffarmi di qualsiasi cosa, per potervene dare un resoconto.

Per arrivare preparata all’atmosfera austriaca, faccio una Linzer Torte da mangiare in edicola per celebrare la mia partenza. Quando raggiungo Zzi sul luogo dell’appuntamento presento evidenti tracce di marmellata di frutti di bosco (non avevo né mirtilli rossi né lamponi, ancora grazie che non ci ho messo quella di albicocche) agli angoli della bocca, diffusa untuosità ai polpastrelli e pure CP c’ha una patacca sulle braghe. Non credo di avervi mai raccontato come si fa la Linzer Torte. Evidentemente c’è un motivo, non sono mica come la Giraffa che sputtana i suoi segreti ai quattro venti.

Essendo partiti alle 17,30 (è stato un lungo e commovente addio tra CP e me, per dare un taglio al quale Zzi ha minacciato di partire senza di me), abbiamo consumato la cena già nella terra della Sacher.; in un semplice autogrill, ma pur sempre nella terra della Sacher.
Tempo della sosta: sessanta minuti, di cui meno di venti per mangiare e circa quaranta per scegliere le pietanze, essendo tutte esotiche e interessanti ai miei occhi. Tra le zuppe scelgo quella di asparagi, che si rivelerà salata al limite dell’immangiabile, poi opto per assaggiare un po’ di tutto dal carrello delle insalate; il piatto piccolo costa cinque euro e rotti, il medio circa sette. È un furto e io, paladina del consumatore, fotto il sistema stivando più cose possibili nel piatto piccolo, come ogni Italiano in ferie che si rispetti.
Ci tengo che sappiate che nella vita reale sono un individuo abbastanza normale e insospettabile, e generalmente mi nutro compostamente di bistecche e uova al tegamino, ma per mero senso del dovere nei confronti del blog, ho selezionato le cose più assurde (o che non capivo) e ho assaggiato per voi:

  • zucchini arrostiti con le olive: “che c’è di strano?” diranno subito i miei piccoli lettori; niente, li ho scelti come ancora di salvezza qualora il resto fosse stato da sputare nei vasi da fiori. Ad ogni modo erano pieni di aceto e la loro temperatura a stento superava i tre gradi. Ora mia suocera potrà dire che serve tipica cucina austriaca.
  • Insalata di striscioline di salame Parigi con cipolline sott’aceto, peperoni, rondelle di cipolla, irrorata di aceto (‘nzomma….cioè, quando l’ho scelta ho visto cos’era, quindi non starò qua a lamentarmi, però, se un domani capiterete in un autogrill austriaco e vedrete una cosa del genere e vi verrà la curiosità di provarla perché ‘boh, che ne sai, magari è buona’, ecco, no: magari non è buona per niente)
  • Terrina al basilico: “E che cazzo è?” diranno subito i miei piccoli lettori. Non lo so, si chiama proprio “Basilikumterrine” e non serve sapere il tedesco per capirne il nome, occorre invece un’approfondita conoscenza e un reverenziale rispetto della cultura austrogermanica per concepirne ed accettarne l’esistenza. Per forza che Sissi era magrissima: le davano tutti i giorni questa roba e lei ce la lasciava. Ora lo so che dire che la pizza è famosa e amata in tutto il mondo e la terrina al basilico non varca il Salzkammergut è ironia di bassa lega e so che la storia della superiorità della cucina italiana sulle altre è una puttanata inferiore solo a quella della superiorità delle lingue e delle razze, però…però la terrina al basilico è oggettivamente difficile da mandar giù, e io dovrei ormai sapere quanto limitati e provinciali siano i miei orizzonti, quindi, se non riesco a declinare i loro aggettivi, cosa mi fa pensare di poter mangiare la loro terrina al basilico? Affinché possiate riconoscerla anche senza didascalia, essa si presenta come un aspic appannato; immaginate una grossa panna cotta, per due terzi bianca e nel terzo inferiore color vomito di lumaca (tipo penicillina, ma più brillante, per via della clorofilla di cui la dieta delle lumache è ricca), con macchioline bianche grandi come denti di salamandra. In bocca è viscido e sgusciante come un’anguilla viva, masticarlo è impossibile, in compenso lo si può far filtrare attraverso gli interstizi dentali. Non sa di niente, ma lascia un vago retrogusto di aglio stantio che potrebbe ricordare un pesto cattivo. Alla fine vi scoprite anche dei residui di erbetta tra i denti. Da evitare sempre, specie se intendete proseguire la serata andando a figa.
  • La grande illusione: non so come la chiamino gli autoctoni, so che sembrava insalata russa e l’ho presa. Ho visto che c’era il tonno, e so che non ci andrebbe, ma a me il tonno piace e non ritengo l’insalata russa una pietanza così sopraffina da non poter essere contaminata. E poi è piena di olive. So che non ci andrebbero neppure quelle, ma sono tanto buone e ci stanno bene lo stesso, quindi ben vengano. Faccio la stronza e con nonchalance tiro su quante più olive possibile. Seduta al tavolo ne addento una e scopro che – no – non sono olive. Sono acini d’uva. Io vorrei conoscere il genio del male che in una specie di insalata russa, con carote, piselli, patate, tonno e maionese, ha avuto la bella pensata di mettere gli acini d’uva. Ah, no! Mi correggo! Sembrava un pezzetto di patata bollita, invece è un pezzetto di mela. Certo, ora tutto ha un senso.

Zzi, invece, per non saper né leggere né scrivere, ha preso una zuppa di gulasch e una coscia di gallina al forno e dice che è tutto mediamente buono. Io ho deciso che i miei piccoli lettori saranno comprensivi e la chiudo qua con gli esperimenti; d’ora in poi ordino solo cose che capisco, a costo di dovermi comprare la manzotin al supermercato.

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