CCCP: Cena chez CP [o "L'ultima lettera che Giraffa conforti"]

Posted on February 10th, 2010, by Larry
CCCP: Cena chez CP [o "L'ultima lettera che Giraffa conforti"]

Ciao Giraffina!
Puff, Quello Stronzo Del Mio Collega si è vendicato, ha fatto un sacco di roba da mangiare: ci ha stremati.
Era tutto buono [parecchio buono, maledizione!], così mi sono riempita allo sfinimento, tanto che alla fine  Zzi mi ha trascianata va facendomo rotolare come una balla di fieno, scusandosi come un giapponese dei cartoni animati per il mio increscioso comportamento.

Per antipasto ci è stata servita, tra le altre bontà, a fatto una torta salata con peperoni e tonno; per te è criptonite, ma io l’ho gradita parecchio, la base era fatta di frolla salata. Mary Jane ha asserito che fosse la prima volta che la preparava, ma io non ci credo!
Poi c’era una pappetta di melanzane aglio e aceto, che ha un nome che ho finto di comprendere alla prima, ben sapendo che anche se me lo fossi fatta ripetere diverse volte, non lo avrei comunque mai appreso. Pare che fosse venuta un po’ scarsa di aglio e un po’ abbondante di aceto. Non lo so, a me pareva buona. Certo, poteva metterci le pesche e mi sarebbe parso appropriato comunque, ma io nel dubbio me ne sono scofanata mezza ciotola, per avere ben presente il termine di paragone la prossima volta…sembra che facendola con l’impiego di melanzane non fuffose – come erano quelle usate stavolta – sia tutta un’altra cosa.

Qua CP ha cominciato a menarla che questo non va bene e quell’altro non gli piace.
Da quando si è trasformato in Peter Parker, del resto, è diventato ancora più strano , devono essere anche aumentate le sue pretese perché “grandi poteri comportano grandi responsabilità”.

La sola cosa che gli andava era la torta salata fatta dalla moglie e il salame, sul quale, come immaginerai, non era intervenuto. A sentir lui ogni cosa su cui aveva posato le sue zampette era stata irrimediabilmente rovinata. Probabilmente  i suoi sensi di ragno non gli fanno percepire gli stessi sapori che percepiamo noi.

È che è uno di quei cagacazzi che gli deve venire tutto perfetto come ce lo ha in testa se no non va bene…come te, hai presente?
Poi c’era del formaggio col miele gustosissimo e questo salame friulano che ho cercato di ingoiare intero, ma che Zzi mi ha estratto dalla trachea facendo passare il patetico siparietto per il famoso numero da circo del mangiatore di spade, offerto per esprimere gratitudine.

Quindi ci ha servito il risotto, una specialità che aveva chiaramente preparato per sopravvivere a 14 Civil Wars insieme a tutti gli altri supereroi, ma che noi abbiamo dovuto consumare nel tempo di una portata  in 4, peraltro  inequamente spartita nei piatti, in modo che Mary Jane ne ha avuto una porzione normale e Zzi e io ne abbiamo ricevuto un sei etti a testa.
Alla fine del risotto ero sfinita, sudata, spettinata e abbioccata.
Per non intasarmi ho continuato a bere vino, aumentando la sensazione di calore e continuando a danneggiare il mio aspetto complessivo.
Noi abbiamo portato una bottiglia fighissima del 1998 che però era andata in aseto e io ci sono rimasta molto male.
Poi CP ha portato in tavola i suoi famosi filetti di maiale al pepe rosa.
Voleva aspettare un pochino, maMary Jane lo ha garbatamente redarguito, invitandolo ad essere più deciso. Erano le unidici e ci aveva ancora per casa, con davanti ancora secondo, contorno e dolce.
Comprendo il suo rancore.
I filetti erano buoni e profumati, solo che erano in numero di DUE a testa, grandi come una mano  e alti un centimetro e mezzo.  Probabilmente il maiale che ha dato quei filetti era diventato un mutante per gli effetti del morso di un grattacielo.
Peso stimato: 750 gr di carne a testa, affogata nel burro.
Più le patate.
Il nostro [super]eroe, infatti, ha portato in tavola l’arma definitiva per distruggere il goblin, spacciandola per un contornino leggero: patate al forno pasticciate col formaggio; praticamente frico al cucchiaio.
Poi è arrivato il dolcetto: una deliziosa e soffice torta pere e cioccolato, che – spiace riconoscerlo – avremmo senz’altro apprezzato di più se fossimo ancora stati coscienti.
Per fortuna Mary Jane ne ha fatto un generoso cartoccio e abbiamo potuto goderne anche la mattina successiva.
Comunque io mi sono difesa con onore assestando un colpo sotto la cintola con  la rigojanci, che – strano a dirsi -  non ha fatto faville ed è rimasta pressoché intonsa; ho saputo recentemente che è stata inflitta a tradimento al resto della famiglia Parker.
Finita la cena, a mezzanotte e dieci,  il richiamo delle fibbie dei giubbotti ci rammenta che dobbiamo tornare a casa, così ho modo di apprezzare solo di sfuggita il mirabolante dispositivo per la visione a distanza che l’Uomo Ragno ha recentemente installato nel suo covo.
Il nostro generoso ospite si offre di farci scendere dalla finestra avvolti in un confortevole bozzolo di bava di ragno, ma noi siamo una coppia noiosa e, salutato Frighetto Giallo, ci incamminiamo lungo le scale.

Avendo egli declinato con scuse patetiche i miei più recenti inviti, temo che la sua sensibilità di ragno ne sia stata ferita.

Magari domani gli porto un pacchettino di mosche.
Un bacino, ci sentiamo presto
Larry

PS: scrivi qualcosa per Larrycette, quando ti capita!

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[Sondaggio] Brava, ma basta

Posted on February 7th, 2010, by Larry
[Sondaggio] Brava, ma basta

Nell’attesa di stilare e donare ai posteri le cronache della cena di CP, mi domandavo:

vi piacciono gli audiopost?

Continuo a pubblicare saltuariamente i file audio di ciò che scrivo [generosamente  letti dalla voce di una provetta declamatrice , che gentilmente di presta], o fazo de meno, che tanto non li ascoltate e non vi siete neanche accorti che ci sono?

Fatemi sapere!

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Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste

Posted on February 4th, 2010, by Larry
Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste

| über Sinn und Bedeutung |

Prima o poi dobbiamo testare anche tutta quella sfilza di bar-fotocopia da fighettame di via San Nicolò bassa.
Iniziamo con sistematicità e ci infiliamo, per prima cosa, al

Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste
L’atomosfera interna è leggermente cupa, l’istinto è quello di cercare le vasche con le pozioni magiche per sviluppare le foto, poi Zzi mi ricorda che no, pirla, non è una camera oscura, è un bar, e stai attenta a dove metti i piedi!
Guardo bene in terra e, sebbene le luci siano estremamente basse per un locale che somministra alimenti in cui avventori e personale restano vestiti, non c’è nulla da nascondere, il pavimento è pulito, anche negli angoli.
Occupiamo un tavolino sul retro tanto alto quanto minuscolo, la cui già ridotta superficie è occupata da un lumino più sepolcrale che romantico. Accanto alla macchina del caffè giace, parzialmente mangiucchiato, un toast poggiato direttamente sul marmo del bancone che, però, appena noi clienti prendiamo posto dove può essere visto, sparisce.

Attendiamo la cameriera per un tempo ragionevole, questa, cordiale e sorridente, non ci propone la lista, del resto noi, decisi sulla nostra ordinazione, non gliene diamo modo.
La giovane veste in total look nero, spezzato solo dal grembiule color vinaccia…non sia mai che le frequenze del verde impressionino le stampe!

Quando chiedo il vodka russian si alza un sopracciglio sul gioviale volto della barista, ma, poiché non chiede delucidazioni, deduco che sappia benissimo cosa voglio.
Io lo so, se me lo chiede, io lo so.
Ma non me lo chiede, e io non glielo dico.

Nell’attesa ho modo di apprezzare i tovagliolini personalizzati che, sotto al logo a due colori del locale, reca la descrizione “wine e american bar / stuzzicheria” e i recapiti.
“Stuzzicheria”.
Sticazzi, mi viene da dire.
Cosa diavolo sarà una stuzzicheria? Si direbbe un neologismo creato per analogia con termini quali “pizzeria” o “coltelleria”.  La prima è un locale in cui si produce e somministra pizza. Nella seconda si vendono e si fa manutenzione ai coltelli, in alcuni casi vi vengono anche realizzati.
Ne deriva che in una stuzzicheria si producano e somministrino/vendano gli “stuzzichi” o le “stuzziche”. Non mi risulta che questo segno possa essere riferito ad alcun significato. Al massimo, con uno sforzo di immaginazione, posso credere che si riferisca a “stuzzichini”.
Al di là del fatto che gli stuzzichini, gratuitamente serviti come accompagnamento o acquistabili singolarmente, in un bar sono una presenza un po’ scontata [tanto varrebbe scrivere allora "coca-coleria", "acquadel rubinetteria", "cappuccineria"], la dicitura corretta dovrebbe allora essere “stuzzichineria”.
“Faccagare”, diranno subito i miei piccoli lettori. Sono d’accordo. Anche “stuzzicheria”, d’altro canto, è un ottimo succedaneo del confetto Falqui.

Non tutte le lingue hanno una e una sola parola per indicare un concetto, questo spiega perché, con i mutamenti culturali che portano nuovi concetti nelle società, si ricorra a perifrasi o a prestiti. Non è obbligatorio usare una sola parola per chiamare le cose.
Inoltre, la presenza di stuzzichini in un bar non è, a mio modesto avviso, un mutamento culturale di portata tale da giustificare il conio di una nuova parola, specie così brutta.

Non appena mi si riassorbe la bile, arriva il vassoio con le consumazioni.
Al posto del mio vodka russian c’è un bicchiere di Coca Cola. Ah, no, è un Black Russian.
Lo faccio notare.
Sconcerto nella barista. Conferma che è un Black Russian. Riconosce che avevo chiesto Vodka Russian. Ora sembra comprendere perché ho usato un senso diverso dal suo per riferirmi ad un significato che – TA DA! – è altrettanto diverso.
Spiego cos’è il Vodka Russian. Risponde che tanto la Russian non ce l’aveva.
Faccio la faccia di quella che dice “E allora potevi dirmelo e chiedermi cosa voglio….e se fossi stata una i quelle strambe che odiano il caffè?”, ma taccio.
Fatalmente, sono una creatura estremamente espressiva.

La barista, compresa la gaffe e il peccato di ubris, insiste tantissimo per cambiare la mia consumazione, ma dato che io non sono una di quelle strambe che odiano il caffè e so quanto costa la kahlua, lo bevo lo stesso.
È buono; un po’ abbondante di kahlua [o carente di vodka, punti di vista], ma, proprio per questo, dolce e beverino.

Gli stuzzichini riempiono il tavolo [grazialcazzo, ha il diametro di un 33 giri e, dopotutto, siamo in una stuzzicheria], ma tra essi non ce ne è nemmuno uno che ‘faccia fondo’, eccettuata la fetta di pane tagliata in 4 su cui giacciono i resti smembrati di un pomodoro e di una mozzarella che hanno fatto felici molti altri palati. Ci sono olive, ma non c’è un piattino dove gettare gli ossi, ci sono peperoncini verdi sott’aceto, ma nemmeno un tovagliolo di carta dove gettare i piccioli, ci sono arachidi in guscio, ma un cazzo di niente dove mettere le bucce: in men che non si dica il 33 giri è pieno di briciole di arachidi, tovagliolini umidi di resti di peperoncini e ossetti sputazzati.
Per fortuna i bagigi sono pochi e liberiamo presto una coppetta da adibire a pattumiera.

Alla cassa, la barista si scusa ancora per il malinteso e ci ringrazia e saluta molto educatamente.

Non è il tipo di locale che mi piace, ma lo sapevo prima di entrarci; nonostante ciò e nonostante il fatto che neanche qui sia possibile bere un vodka russian [o scegliere un'alternativa!] è un locale privo di doti, ma anche privo di difetti.

In breve

Il locale e le cose
Aspetto degli ambienti [nel suo genere]: ♦♦ [Un po' camera oscura, un po' boudoir, parecchio stravisto]
Cura e manutenzione degli ambienti:  ♦♦♦♦ [Fanno di tutto per non darlo a vedere, ma è molto ordinato e pulito!]
Qualità suppellettili: ♦♦♦
Cura e pulizia degli oggetti: ♦♦ [Tutto pulito e grazioso, ma neanche una sputacchiera!]
Il personale
Competenza: ♦♦ [Uno per la presunzione e uno per la sufficienza]
Gentilezza/disponibilità: ♦♦♦♦♦ [Per la sincera disponibilità a sostituire la consumazione]
Cura e pulizia: ♦♦♦ [Sempre 'sto nero...]
I prodotti somministrati
Bevande:  ♦♦♦ [Il black russian era di mio gusto, ma obiettivamente leggermente squilibrato]
Cibi: ♦♦♦ [Freschi, non abbondanti, ma neppure scarsi, un po' troppo fighetti e inspiegabilmente mancanti di semplici patatine]

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C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part trì]

Posted on February 3rd, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part trì]

Secondo tempo supplementare:

Nel frattempo, la cioccopanna bollita è ancora a temperatura stromboliana. Come fare?
Idea! Prendo tutto il ghiaccio che ho nel freezer e lo metto in una bacinella, ci poso dentro  il contenitore della cioccopanna bollita e mescolo rapidamente affinché perda presto calore. Non basta.
Che fare? Mica posso metterlo in frigo, se lo metto in frigo a 60 gradi poi prendo il frigo e lo butto via. E poi bisogna mescolare affinché perda calore, mica posso entrare in frigo.

Entrare in frigo no, ma uscire in poggiolo sì, per fortuna ci sono due gradi.
Non so esattamente come siano andate le cose, ma a un certo punto mi sono trovata con il recipiente appoggiato allo stenditoio, mescolando rapidamente e saggiando la temperatura con l’indice ogni cinque raffiche di bora.
Mettere l’indice nel liquido caldo credo che sia ciò che mi ha tenuto in vita.

Bisogna ora montare la cioccopanna.
Bisogna anche togliere la base cotta dalla carta, tagliarla, pulire la cucina che è diventata una stalla e fondere altro cioccolato, sempre sul fonello-accendino.

Ingegnosa come McGiver, costruisco un marchingegno di rara pericolosità, mettendo lo sbattitore elettrico in bilico sul bordo del contenitore e lasciandolo lì, acceso e in funzione.
Se si ribalta ho cioccopanna ovunque, e non ho più né tempo né ingredienti per ricominciare.
Dev’essere questo che gli Inglesi chiamano sudden death [o golden goal, dipende per chi tifi, se per me o per lo sbattitore]
Non devo allontanarmi dallo sbattitore.
Di conseguenza lo lascio da solo e mi occupo della cucina.

Dio ci tiene molto al dolce di compleanno di Zzi e contro ogni legge della fisica lo sbattitore lavora da solo, come un Kitchen Aid artigianale.

Spalmo la mousse semifredda – ops! Scusate, volevo dire “lo speciale ripieno cremoso della rigojanci” – sulla “speciale base sottile della rigojanci” e copro con “lo speciale strato superiore della rigojanci”, su cui stendo “la speciale copertura fluida della rigojanci” [il cioccolato precedentemente fuso su una candela].
Nota per i posteri: prima si stende il cioccolato fuso sulla copertura e una volta che questa si è nuovamente raffreddata la si dispone sul ripieno. Altrimenti il calore del cioccolato passa attraverso la copertura, raggiunge il ripieno e il tutto si affloscia assumendo l’aspetto di un grosso Kinder Fetta al Latte.

Schiaffo tutto in frigo prima che diventi pane carasau. Vedo Zzi tra mezz’ora a venti minuti da casa e devo ancora fermarmi a comprare il regalo. Se trovo la sciarpa che devo portare alla Giraffa e che – dannazione – un minuto fa era qui  [dove cazzo è finita, sono tre giorni che non la muovo dalla libreria per non scordarla] posso anche farcela.
Eccola.

Fletto i muscoli e sono nel vuoto.

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C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part ciù]

Posted on January 31st, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part ciù]

I convenevoli con ‘lbonazzo hanno richiesto un’ottantina di minuti, la sosta al supermercato altri dieci.
Al novantesimo sono stremata, ma la vera partita deve ancora cominciare.

Primo tempo supplementare:

Per preparare il ripieno occorre fal bollire mezzo litro di panna con 150gr di cioccolato fondente fuso e 50gr di zucchero e far raffreddare completamente il composto.
Inizio a fondere il cioccolato a bagnomaria.
Fornello grande: l’acqua bolle troppo vigorosamente, trabocca e mi spegne il fuoco, che non si accende più.
Niente panico, fornello medio uno: l’acqua bolle piano, metto un ditino nel cioccolato per vedere se si intenerisce, l’acqua trabocca e mi spiegne il fuoco, che non si accende più.
Niente panico, fornello medio due: l’acqua bolle piano, metto un ditino nel cioccolato per vedere se si intenerisce, l’acqua trabocca e mi spiegne il fuoco, che non si accende più [eccheccazzo].
Sudori freddi, ultimo fornello, quello piccolo della caffettiera, l’acqua non bolle, il cioccolato si scioglie a preghiere. E intanto il tempo passa.
Nel frattempo cerco di far esplodere la cucina facendo uscire il gas da un fornello e incendiandolo con l’accendino, nella speranza che il fuoco asciughi gli augelli adiacenti, permettendomi così di recuperare il fornello. Non funziona, in compenso si manifestano affascinanti palle di fuoco a venti centimetri dal fornello. Decido che le mie sopracciglia mi piacciono e la smetto di giocare alla piccola suicida.
Faccio bollire il cioccolato nella panna….sulle prime è una stracciatella e penso che resterà per sempre separato, inspiegabilmente, però, dopo ore e ore che mescolo, diventa omogeneo.
Lo travaso subito in un recipiente freddo e mi dedico alla base.
Faccio il pan di spagna al cioccolato con 3 uova, mezz’etto di farina, 30gr di cacao in polvere  e 30gr di zucchero, solo che monto a parte le chiare. Sono talmente disperata che le monto con lo sbattitore per fare prima, ma rinnegherò per sempre questa scelta.
Spalmo la diarrea di nutria sulla placca da forno foderata di carta e cuocio a 200 per dieci minuti.

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C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part uàn]

Posted on January 29th, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part uàn]

Per il compleanno di Zzi ho voluto preparargli il suo dolce preferito, che non avevo mai preparato prima di ieri:

la Rigojanci.

La rigojanci è l’unico dolce triestino che possono mangiare anche gli italiani [o qualunque altro gruppo etnico/sociale] senza restarne uccisi.
Infatti è una ricetta ungherese.
È simile ad un semifreddo al cioccolato con una base di pan di spagna al cioccolato, ma – si sa – niente di ciò che è triestino è uguale a qualcosa di preesistente: tutto è unico ed esclusivo, perciò guai a dire che la rigojanci è un semifreddo tra due strati di pan di spagna.
Di conseguenza, immagino che su wikipedia sia in corso una discussione per la cancellazione di questa pagina sovversiva e mendace.
Il dolce è stato inventato dal violinista Rigò Jancsi, che sedusse e sposò una ricchissima ereditiera americana, che per lui lasciò il marito, un principe belga.
Ciò spiega perchél dolce sia noto tutto il mondo come “rigò jancsi” ; ma il Triestino traslittera i prestiti come il serbo [in cui non esiste il weekend, bensì il vikend] e nella mezzaluna òstile - licenza poetica – tra le risorgive del Timavo e il Rio Ospo questo dolce si chiama, e si scrive, come si pronuncia.

Non è difficile da fare, non ci vuole neanche troppo tempo.
È che io ne ho avuto proprio poco, indicativamente dalle 14, ora un cui sono solitamente libera da impegni lavorativi, alle 18, ora in cui dovevo al più tardi uscire di casa.
“Quattro ore”, diranno subito i miei piccoli lettori, “non sono mica poche”. No, ma non abbiamo fatto i conti con ‘lbonazzo.

‘lbonazzo è un educato e piacevolissimo ragazzo friulano [lapalissiano], studente di architettura e fortunato neomoroso di Bellefossette, la giovane sorella di Elisa.
Quando Bellefossette l’ha incontrato, probabilmente perché ancora alle prime fasi della conoscenza e per esigenze di sintesi, ne ha inizialmente solo descritto l’aspetto estetico; dai pochi tratti forniti, Elisa ed io abbiamo concluso che fosse un bonazzo e, poiché all’epoca ancora ne ignoravamo il nome, ci riferivamo a lui come a “‘lbonazzo” [con l'articolo eliso attaccato], così ho pensato che potesse essere un gradito soprannome. Per niente sessista, oltretutto.
Ad ogni modo, detto da una che potrebbe esse sua madre, è un soprannome meritato.

È un biondo occhiazzurrato coi denti dritti come un attore  americano, ma non con la faccia da bamboccetto tipo – che ne so – Tobey Maguire in Spiderman, più scanzonato, tipo William Holden, ma con lo sguardo più furbo, alla Bruce Willis, ma non così figliodiputtana, più posato, più affidabile, tipo Matt Damon, ma non in Dogma, più in Salvate il soldato Ryan, ma con uno sguardo più sereno, tipo Val Kilmer, ma con l’aria meno arrogante, tipo Mark Hamill; prima di diventare un cavaliere Jedi, però, non esageriamo!
Diciamo come il principe Filippo della Bella addormentata nel bosco, per brevità.

‘lbonazzo ed io non ci siamo mai incontrati prima; io sono molto curiosa, e voglio conoscerlo un po’. Lui mi sgama subito, ma si concede paziente, tirando fuori tutto il repertorio da “primo incontro con un parente della morosa”. È ben vestito, parla con garbo, ha molti argomenti, simula interesse per qualsiasi puttanata io dica [ne dico tante anche nella vita normale], accenna appena al suo rapporto con Bellefossette, giusto per sottolineare le sue buone intenzioni, ma non mette in piazza gli aspetti personali, elegante e discreto come un vero principe. Insiste e riesce nel pagarmi il caffè.

Meno male che anche la più piccola delle due figlie dell’Artista Ceramista ha trovato un buon partito!

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Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Posted on January 27th, 2010, by Larry

Qualche settimana fa abbiamo deciso di interrogare il

Cafè noir di via Bellini, Trieste,

altrimenti noto come il

Caffè Orizzonte di via Bellini, Trieste

La verità è che ha cambiato gestione da poco e ha ancora entrambe le insegne, così io non so quale sia il nome attuale perché non ricordo quale fosse il precedente.

L’interno è come lo ricordavo, in tota larrish look arancione e marrone.
Prendiamo posto ad un tavolo minuscolo, contornato ad un lato da sedie e dall’altro da un divanetto pieno di cuscini, spodestati i quali, sprofondiamo col mento sul tavolo.

L’ambiente è tranquillo, il barista compare presto a prendere le ordinazioni.
Non c’è un listino, ma non è questo un bar alla moda dove le persone vanno per farsi vedere, è più un posto dove la gente entra perché ha sete, freddo, voglia di caffè o di far la pipì.

Ordiniamo senza menarcelo e io chiedo uno spritz perché sono si e no le cinque del pomeriggio e la cosa più trasgressiva che ordinano i miei commensali è un succo d’ananas: non mi va di fare la figura dell’alcolizzata. Non la prima volta.

Lo spritz non è memorabile, ma è fatto bene.
Ci raggiungono nel frattempo LaMinaccia e un suo nuovo amico partenopeo.

Partenopeo è a Trieste da solo tre mesi, e ha già tanti aneddoti da raccontare.
La città e i suoi abitanti, in effetti, sono una miniera di spunti.
Il più ovvio è il caffè.
Prendere un caffè denuncia subito la non triestinità dell’avventore. Un italiano chiede un caffè, eventualmente un macchiato, specificando caldo o freddo se è proprio un rompiballe. Prima delle otto consumano un cappuccino o un lattemacchiato, sempre se sono rompiballe.

Il triestino chiede un nero, un capo, un capo in bi [chiaro o scuro], un goccia [caldo o freddo].
Ma il bello non è la varietà: è la [non]corrispondenza.

Possiamo accettare di chiamare solo nero l’espresso [anche se essere corretti dal barista quando chiediamo "un caffè" è onestamente troppo] e imparare che il goccia è il caffè macchiato.
Ma “capo” è il diminutivo di cappuccino, che però viene servito in tazza piccola e – di fatto – è un caffè macchiato fino all’orlo [e chiunque dica il contrario è un triestino]; in bi è servito in bicchiere.
Il problema si presenta quando uno vuole un cappuccino vero, chiede un cappuccino e gli arriva questa porzione micragnosa. Se Nanni Loy fosse stato Triestino non avrebbe avuto abbastanza spazio per intingere il cornetto.
Avrebbe – obietteranno i miei piccoli lettori alabardati – dovuto chiede un caffèlatte.
Già perché ora il delirio di pidocchiosità triestino esplode. Dopo aver ridotto le dosi del cappuccino, riducono anche quelle del caffèlatte e ne danno 250ml, ovvero la tazza da cappuccino.
Non si sa come si faccia ad avere un caffèlatte, forse bisogna chiedere una caraffa, pare che nessuno abbia mai osato chiedere tanto, oppure è ancora là che cerca di spiegarsi col barista e la nomenclatura non è stata codificata.

Ad ogni modo, questo bar è un posto cosmopolita, i gestori sono garbati e parlano italiano.
Io gli spacco un bicchiere perché sono impercettibilmente goffa e loro non battono ciglio.
Gli stuzzichini sono scarsetti, ma, ripeto non è un bar da aperitivi.

Perciò non lo classifichiamo, non finché non mi viene voglia di andare lì a non bere un vodka russian.

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Risotto tracagnotto

Posted on January 25th, 2010, by Larry
Risotto tracagnotto

Grande cavallo di battaglia di Larry e Zzi e prova del fuoco di chiunque accetti un invito a casa nostra è il risotto tracagnotto.
Anche il Previdente Presidente e la sua Costruttiva Consorte sono passati sotto questa forca caudina, mentre la loro Figlia, astuta almeno quanto Fascinosa, ha saggiamente preferito di prepararsi per un’interrogazione.

Abbiamo, quindi, somministrato alla coppia presidenziale, una pietanza che, se volete, potete preparare così:

Fate un delicato soffritto di cipolla nel burro e, non appena la cipolla si sarà ammorbidita, fateci tostare il riso.
Il riso si dosa in una tazzina da caffè per commensale, più una per la pentola dopo i tre commensali.
Non so se dai 6 commensali si aggiungono due tazzine, per girare sei tazzine di risotto ci vuole una piccola betoniera, per otto credo occorra noleggiare una vasca del greggio.

Poi si comincia ad aggiungere brodo per portarlo a cottura.
Io sono di quelle che aggiungono il brodo a poco a poco, ma ho molta stima delle veggenti che buttano la bulaccata di brodo e lo lasciano lì. È che io non sono in grado di predeterminare quanto liquido ci vorrà.

Dopo cinque minti di cottura si mettono le noci sgusciate e mondate della pellicina marrone.
Per mondare i gherigli, si immergono in acqua bollente per qualche istante e  si spellano con l’aiuto di un coltello a punta o di uno stuzzicadenti. Tanto, come sempre, le impronte digitali sono un segno distintivo sopravvalutato.
Quando ne avrete mondate tre quarti, potete anche decidere che d’ora in poi la pellicina darà quel non so che al piatto rinunciare al quale sarebbe un delitto.

Dopo altri cinque minuti aggiungete le mele renette.
Il trucco dello chef è farle a fettine ampie, ma sottilissime, con lo sbucciapatate. Si disfano in cottura, ma se non si disfano sono molto coreografiche.

A cottura ultimata, mantecate con  cubetti di fontina precedentemente messi in ammollo nella panna fresca e la panna fresca dell’ammollo.

Coprite in modo che non di disperda il calore nei due minuti in cui va fatto riposare.

Il piatto è pronto; ota il difficile è impiattarlo perché la fontina si è completamente sciolta e ha formato una ragnatela fitta e resistente tra chicco e chicco: prendete una porzione nel cucchiaio di servizio e tutto il risotto cercherà di venirvi dietro o, alternativamente, di tenere con sé la parte che state cercando di portargli via, ingaggiando una lotta disperata dalla quale, solitamente, esce vincitore.

Preliminari a parte, è un piatto facile e di ottima resa, ma non si può dire che sia veloce.
Come dice Bon Jovi, good things come to those who wait, ma qua non si tratta di aspettare con il dito nel bunigolo, si tratta di all day working that hard line, come dice Springsteen!

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Linzer Torte

Posted on January 18th, 2010, by Larry
Linzer Torte

Um eine gute Linzer Torte zubereiten brauchen wir:

Mehl
Zucker
Butter
Haselnussen
Zitronenschale
Zimt
Eier
Hefe
Heidelbeerenkonfitüre

Das Kneten zu machen ist ganz einfach: mit Mehl, Butter, Zucker, Eier und Hefe machen Sie einen Mürbeteigkuchen, aber fügen Sie zu dem Kneten die gehackten[en?] Haselnussen und den Zimt hinzu.
Legen Sie zwei dritteln [es meint 2/3 in meinem Kopf, aber nur dort, fürchte ich mich] des Knetes in einer Form.
Denn schmieren Sie die Heidelbeerenkonfitüre ein und mit dem geblieben[en?] Kneten decken.

Jetzt die Verhältnissen:

Jede Dosis Mehl erfordet eine Dosis  Butter, zwei drittel Zucker, fünf sechstene [5/6, in meinem Kopf immer] Haselnussen, zwei Eier und ein Eidotter, ein Teelöffel Hefe, die gereibt[e?] Schale eines ganz[e?] Zitrone, Konfitüre wie genüg.

Cosa impariamo da questa ricetta?
Che io non so le desinenze degli aggettivi attributivi.

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Albume di famiglia [Tre]

Posted on January 5th, 2010, by Larry
Albume di famiglia [Tre]

Uovo

Montare le chiare a neve è una scienza esatta.
Più volte mi avete sentito affermare con tracotanza che io monto le chiare a neve a mano, con una frusta a fili che sembra quella del maitre chocolatier dei Lindor finita sotto un trattore.
È ora di svelarvi il mio segreto [per una volta che ne avevo uno, dannazione].

Non che io sia chissà che fenomeno, è che proprio ho un pessimo rapporto con gli sbattitori elettrici.
Conosco una che in gioventù li fondeva come burro sui ravioli, io, invece, proprio non riesco a farmi ubbidire.
Metto le chiare nell’apposito recipiente, aziono la diavoleria moderna, immergo la diavoleria moderna e aspetto.
Aspetto e guardo.
‘n zuccede gnente.

Aspetto ancora.
Guardo ancora.
E ancora niente.

E così finché lo sbattitore non inizia a fare un rumore come di sorpresa dell’uovo di Pasqua e capisco che si è staccato un pezzetto al suo interno e ha bisogno di riposo.

Allora prendo la frusta a fili, prendo altre chiare – che se l’albume è indignato, è indignato e non monta più – e le monto a mano.
Il segreto per montare a mano è il recipiente ampio, la casa grande e il polso del segaiolo. Indispensabili per cominciare sono il recipiente ampio e la casa grande, il polso verrà da sé, perché ci vuole almeno una ventina di minuti.
Durante questo tempo è importante svagarsi passeggiando tra le stanze, guardando fuori dalla finestra, parlandovi allo specchio.

Attenzione: avete entrambe le braccia e le mani impegnate, quindi non potete accendere la TV; del resto, se fosse già accesa vi irriterebbe perchè il rumore della frusta disturberebbe l’ascolto e la spegnereste a calci.
Per lo stesso motivo, non potete venire al PC. Al massimo potete scrollare a culate la scrivania in modo che il mouse vibri e sparisca il salvaschermo, così potrete vedere che ci sono 6 e-mail non lette, di cui almeno una molto urgente, e che la barra di msn è diventata arancione e c’è scritto 5; l’unica persona che siete certi vi sia venuta a cercare è quella che speravate tanto di sentire, ma che da un po’ di tempo fa la preziosa, e adesso che la state trascurando per quegli stupidi albumi, di sicuro impiegherà lustri a perdonarvi. Garantito.

Nel frattempo le chiare fanno dapprima una lieve schiumetta, tipo inquinamento in mare, e man mano si addensano e crescono di volume. È come osservare un’eclissi: da un lato dà soddisfazione perché qualcosa succede e invita a perseverare, dall’altro sfibra i nervi perché l’attesa infinita.

In genere, al quinto minuto prude il naso, al decimo scappa la pipì. Al quarto d’ora suonano alla porta, è Capossela in canottiera e lucine di Natale, ma si scazza e se ne va.
Al ventesimo suonano di nuovo, è Springsteen in giacca e crocifisso, ma si scazza e se ne va.
Al trentesimo, l’arbitro fischia il rigore per loro.
Vi scazzate e usate le chiare così come sono.

Di solito vanno più o meno bene.

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