Ristorante Patagonia, San Vito di Fagagna [2]

Posted on February 3rd, 2012, by Larry

Dopo esserci passeggiati le patatine fritte fino a che non sono diventate gelate (prendine – no, prendile tu – ma no, non fare complimenti, mangiale – ma guarda, giusto una forchettata – prendine ancora – no-no, mangiale tu), decidiamo che possiamo arrenderci al dolce. C’è una coppa gelato con noci e dulce de leche che sembra ghiotta, un paio di altre proposte a orecchio interessanti e le crepes con il dulce de leche.

Non credo di avervi mai parlato della mia passione sfrenata per il dulce de leche. Ne vado letteralmente pazza, potrei farne scorpacciate, nonostante un solo cucchiaino mi riveli nel giro di poche decine di secondo l’esatta posizione di tutte le mie carie e sappia benissimo che è il capostipite dei cibi umibuasfi. I cibi umibuasfi sono i cibi che ti stanno UnMinutoInBoccaeUnAnnoSuiFIanchi, e comunque non detto che l’anno sia uno solo. Un giorno farò una croce con la biro su un grumo di cellulite e vi saprò dire dopo quanti giorni e quanti massaggi con la crema alla centella se ne è andato.

Fato sta che io, nel dulce de leche, ci farei il bagno, così ho ordinato le crepes, che ho gustato con cupidigia e voluttà, pronunciando la domanda di rito “volete assaggiare” a bassissima voce, troppo rapidamente perché fosse compresa, e con tono scoraggiante. Ovviamente ho trovato il dolce squisito, ma io mangerei anche una soletta di Adidas usata, se cosparsa di dulce de leche, quindi sappiate che il giudizio è un po’ parziale.

Nel complesso il locale e il cibo ci sono piaciuti molto, ma va riconosciuto che la piacevolezza della compagnia ha giocato molto a favore di una valutazione positiva della serata, quindi… urge tornare per fare una verifica più approfondita.

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Ristorante Patagonia, San Vito di Fagagna [1]

Posted on February 1st, 2012, by Larry

Il primo duro colpo alla mia dieta è stato inferto il nove dicembre nella dolce Furlania, precisamente al ristorante Patagonia di San Vito di Fagagna, dove siamo andati a cena con TheRiver69 e la sua dolce famiglia.

Lucy è sempre più bella e le bambine, nonostante siano bambine, sono uno spasso. La piccola ha da poco scoperto le orecchie, e le piacciono molto, oppure le danno fastidio e cerca di stacarsele, non è chiaro; fatto sta, che le maneggia tutto il tempo con una manina. Con l’altra, saluta. Pare abbia da poco appreso anche che le braccia possono essere agitate nell’aria, e che il resto degli umani reagisce a questo gesto, quindi non fa che spianare l’aria davanti a sé. Immaginerete che una nana pelata che con una mano si avvita un orecchio e con l’altra scaccia mosche invisibili è abbastanza buffa, e che è diffiicile non ridere; la nana prende il vostro divertimento per approvazione e spazza l’aere con ancor maggiore veemenza. Si ferma solo per mangiare. È ghiotta di pane, pupazzi, libricini. Ride sempre. Non piange mai. Basta lasciarla mangiare.

La sua sorellina è più grande, quindi è meno divertente perché ha passato da un pezzo la fase di rodaggio delle proprie funzioni, ed è un vero umano in miniatura. Nonostante sia una femminuccia, e quindi poco sensibile al fatto che io abbia quaderni e fazzolettini da naso di Cars2, dà non poche soddisfazioni e sa condurre con disinvoltura una conversazione.

Prima di accomodarci, il proprietario, uno vestito da cuoco vero con il profilo a sciabola e la barba sfatta, un po’ Gad Emaleh, un po’ Alessandro Borghese, ci seduce facendoci guardare, dal grande vetro all’uopo allestito, la griglia con la brace su cui i più succulenti tagli di carne stanno cuocendo: quando si dice il voyeurismo.

Gad Borghese ci enumera le curiose e invitanti pietanze offerte fra gli antipasti, non le ricordo tutte, ma ricordo che la scelta di molti si orienta sul “misto senza lingua”per assaggiare le varie specialità scartando la più impressionante. Io sbaraglio la concorrenza e chiedo lingua. Ognuno di noi ha una perversione per un cibo immangiabile. C’è chi è ghiotto di gorgonzola, chi di tartufo, chi di lumache. A me piace la lingua. Ammetto che ho cominciato ad abbassare la guardia verso questo taglio non propriamente “eye-friendly” perché era un buon pretesto per imbibinarsi di salsa verde. Poi, col tempo, ho cominciato a mutare le proporzioni fra pietanza e condimento e ora sono in grado di mangiare la lingua anche senza salsa verde, sebbene io sappia che più buona della lingua con la salsa verde c’è solo la salsa verde.

È con il piatto unico che la faccenda si fa interessante: cominciano ad arrivare vassoi, tenuti caldi dalla brace, con i tagli più diversi di carne. Pochi sono quelli che riconosco, ancora meno quelli che mangio – perché essere una che mangia la lingua non fa di me una che non è schizzinosa sul grasso, anzi – ma l’atmosfera è conviviale e la curiosità parecchia, quindi assaggio un pochettino di tutto. La carne è aromatica e succulenta e mangio più cose di quelle che mangerei se lo stesso taglio me lo avessero messo davanti i miei dieci anni fa.

[segue]

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Gubana & Putizza: l’una è l’identità segreta dell’altra?

Posted on December 31st, 2011, by Larry

Molti di voi avranno presente l’eterna lotta fra il panettone e il pandoro per aggiudicarsi lo scettro di re della tavola di Natale. A parte il fatto che secondo me, per la gioia del Sadico, vince a man bassa il torrone, oggi non vi parlo di nessuno dei tre, ma di altri due dolci che impazzano sulle tavole imbandite per le feste della Gente Unica:

Putizza e Gubana

La putizza è un dolce di pasta soffice e di forma circolare, riccamente farcito con un ghiotto composto di frutta secca ed essiccata e liquore.

La gubana è un dolce di pasta soffice e di forma circolare, riccamente farcito con un ghiotto composto di frutta secca ed essiccata e liquore.

È rinsemenita? Si domanderebbero i miei piccoli lettori, se non fossero avvezzi alle mie scarse facoltà mentali.
Se siete confusi, lasciate che vi mostri di cosa stiamo parlando.
La putizza:

La gubana:

 

Capito la differenza?
Ve lo faccio rivedere:
La gubana:

La putizza:

 

Putizza. Gubana. Gubana. Putizza.
Potrei invertire le foto, e non ve ne accorgereste. Anzi, avrei potuto usare due volte la stessa foto e non ve ne saresti accorti.
A tal proposito: le foto appaiono per gentile concessione di Gambetto di Gambettonellazuppa.blogspot.com , che ha sbaragliato la concorrenza di svariati altri blogger culinari per la qualità dei suoi contenuti e del suo italiano, e della Giraffa, cui ho fregato la foto dal blog (del resto, se le frego i soldi dalla carta di credito, cosa volete che sia una foto da un blog?).

Tornando alle protagoniste delle feste della Gente Unica, vi assicuro che anche il loro sapore e la loro consistenza sono identici. Certo, assaggiandole in orizzontale, probabilmente le si potrebbe distinguere, ma fra l’idea platonica di putizza e l’idea platonica di gubana c’è la stessa differenza di sapore che ci può essere fra i diversi esemplari delle stesse.

Naturalmente – ed è per questo che la vostra coraggiosa piccola scrittrice rischia la vita – né i friulani né i giuliani sarebbero mai disposti ad ammetterlo. Ciascuno sostiene con forza la teoria (fondata quanto quella di Van Helman su topi e camicie) che il proprio dolce sia unico e diverso da quello dei vicini, non mancando di sottolinearne la maggior bontà e le origini più antiche.

Secondo me, invece, sono esattamente la stessa cosa e ci vuole uno testardo come un friulano o facilone come un triestino per non accorgersene.

Perché vi dico tutto ciò?
Dove sto andando a parare?

Da nessuna parte in particolare, volevo solo concludere l’anno parlando di cibo, per fare l’originale.

Buon anno, Piccoli Lettori. Mangiate, bevete, oziate o divertitevi, che dal 2 gennaio ricomincia la dieta.
AUGURI!

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Dieta GIFT metodo Speciani: un Larry-ality [puntata 9]: Springsteen a Trieste l’11 giugno 2012

Posted on November 24th, 2011, by Larry

Se state pensando che abbia sbagliato a fare copia&incolla del titolo, siete fuori strada.

Oggi, infatti, vi mostrerò come questo non sia un blog in cui compaiono con frequenza irregolare argomenti dei più disparati, senza un filo conduttore alcuno, scelti a casaccio fra le cose che mi capitano, come se non avessi altro di meglio da fare.
Oggi vediamo come tutto si riconduca ad un unico supremo Scopo e palesi improvvisamente il proprio senso.

Andiamo con ordine e prendiamo le mosse dal recente commento di una nuova Piccola Lettrice (che spero di non aver già fatto scappare). Il commento originale si trova qui, lei è Lucia (è anche l’unica a commentare), ma non si tratta della nostra nota Lucy Van Pelt, e ci sintetizza la sua esperienza sfortunata. A questo punto ci starebbe bene che io intavolassi un dibattito, cercassi di approfondire le cause del suo insuccesso, arricchissi il confronto e via dicendo.
Solo che io faccio questa dieta sì e no da settembre, la seguo applicando i consigli dei libri, senza neanche sbattermi a preparare le (invitanti) ricette che si trovano in rete, tipo quelle delle Gifterine che mi aveva segnalato Elisa. Insomma, la faccio, ma la faccio un po’ alla cazzo di cane, per esempio mangio la pizza alla sera, cosa che non si dovrebbe perché – se proprio bisogna mangiare la pizza – meglio sarebbe consumarla a pranzo, in modo da bruciare i carboidrati. Invece io la preparo di pomeriggio e la domenica sera mi sbraco sul divano e non paga accompagno la bomba glicemica con la birra. Questo non è dieta Gift.

Nonostante tutti i miei sforzi di mandare i risultati a remengo, la dieta per il momento sembra funzionare. Dopo un periodo di stallo e scarsa motivazione dovuto all’arrivo della Serpe in Seno, infatti, il mio peso ha continuato impercettibilmente a diminuire. Stamattina pesavo 67,3 kg, il che significa che dall’inizio della dieta – stimando di essere stata 71 o 72 chili reali della SiS – ho perso almeno quattro chili.
“Grazialcazzo”, diranno subito i miei piccoli lettori; “Son tre mesi che sei a dieta: Robert de Niro in tre mesi perde, riprende e riprende dieci chili sei volte”. Io lo avevo detto subito che era una cosa lunga, ma ora finalmente posso rispondere ai tanti che mi chiedono “quando la smetti con questa farsa della dieta?”, perché ora ho un obiettivo chiaro da raggiungere: la Transenna.

Ed ecco spiegato il titolo, ma soprattutto il perché di questo assurdo desiderio di dimagrimento e messa in forma: sono vecchia, sono grassa, non ho fiato e sono lenta. Se tutto ciò mi impedisce di essere una buona orientista, me ne catafotto, ma se tutto ciò si frappone fra me e Bruce, verrà spazzato via come qualsiasi altra cosa che si azzardi a farlo.
Oltre ad ammorbarvi con gli interessantissimi progressi della mia dieta, infatti, da oggi in poi vi terrò aggiornati anche sulle mie (patetiche) prestazioni sportive, poiché intraprendo quest’oggi (cinque gradi, bora a centoventi: complimenti per il tempismo!) l’allenamento che mi permetterà di dare del filo da torcere ai veloci ventenni che vanno a vedere Springsteen negli stadi o almeno – e sarebbe un grande risultato comunque – sopravvivere allo spettacolo per assistere al successivo.

E comunque domani Zzi mi fa la focaccia col formaggio, che giugno è distante abbastanza e ho ben 189 giorni per recuperare.

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ELISA 30

Posted on September 26th, 2011, by Larry

Oggi facciamo tanti – ma tanti – auguri a Elisuccia, che ovviamente ha compiuto 21 anni, ma che oggi riesce perfino a compierne trenta (quindi comunque pochissimi). Splendido traguardo di per sé, questi trent’anni di Elisa sono una doppia soddisfazione: da un lato, perché Elisuccia continua a dimostrarne 21 e può vantarsi in giro della sua vera età anagrafica suscitando stupita invidia, dall’altro c’è di che andarne fieri perché quella appena trascorsa è stata per lei (e la sua famiglia)  la settimana più massacrante della Storia dell’umanità e ho a tratti temuto che non arrivassero ad oggi.

Invece, come sempre accade con le donne (e il maschio, ammettiamolo) di quella casa, Elisa e i suoi hanno affrontato con furlana fermezza le incombenze e le difficoltà, risolvendole una dopo l’altra e trasformandole in successi.

Ieri sera, di ritorno dal trofeo delle regioni 2011, coperti di fango come due porci, abbiamo avuto il privilegio di prendere parte alla cena di compleanno che Elisa e i suoi hanno preparato per festeggiare: il vero evento dell’anno, al quale William e Kate hanno supplicato di poter partecipare, ma sono stati liquidati con “hmpfh, eeh non c’è posto” ["hmpfh" è il tipico sbuffo che Elisa fa quando deve perdere il suo prezioso tempo a spiegare cose evidenti, che poi, per educazione, cerca di confondere trasformandolo in un "eeh" di tentennamento].

Come i più affezionati sapranno, Elisa è la mia Musa del fornello ed è stata la mia salvezza quando, giunta da una città lontana, mi sono trasferita in una terra straniera e in una casa dalle bizzarre abitudini alimentari, abitata da un atleta e da una smilza per vocazione.
Io cercavo il burro, ma c’era solo l’olio, e si poteva usare solo per l’insalata; io volevo friggere, ma era Peccato; io volevo chiamare la pizza, ma i carboidrati a cena erano il Male; io preparavo le lasagne, ma ero tacciata di stregoneria e minacciata di essere arsa sul rogo insieme ai miei talismani di belzebù (la frusta per la panna, le formine dei biscotti, gli ingredienti per le torte) e la mia arma del demonio (lo zucchero).

Poi, è arrivata lei. In verità era arrivata poco prima di me, ma forze maligne ci hanno tenute separate per qualche tempo (anche il fatto che io dormissi fino alle tre del pomeriggio non era di aiuto a socializzare con una studentessa che stava a lezione dalle 8 alle 19), finché Lei, nella sua suprema bontà, non ha manifestato accoglienza e comprensione nei miei confronti, palesandosi come l’angelo salvifico che riportava la speranza nella mia vita.
Quando Zzi e Akira (la smilza:  coccolissima mula, ma su certi terreni proprio non riuscivamo a incontrarci) erano a lavorare, Elisa ed io andavamo a fare la spesa e cucinavamo tutto il proibito, ma grazie alla preziosa saggezza della mia amica friulana e alla sua equilibrata misura, incontravamo ugualmente il favore dei nostri conviventi/coinquilini. Una volta abbiamo perfino fritto. Abbiamo fatto delle frittelle così buone che ce le hanno spazzolate sotto il naso e noi ci siamo rimaste malissimo perché ci figuravamo una scorpacciata che non c’è stata (ma la soddisfazione di veder gli inappetenti farle fuori a quattro palmenti ancora ci sazia).

Quando dico che Elisa ha avuto un ruolo fondamentale nel mio matrimonio, non mi riferisco solo alle ammiratissime bomboniere che sua mamma ci ha fatto (e che lei ha passato notti a confezionare graziosamente, disfacendo i disastri che facevo io, progettando e realizzando, al contempo, le nostre strepitose partecipazioni), ma proprio al fatto che la sua presenza è stata fondamentale per inserirmi nella maniera meno possibile traumatica nella vita quotidiana di Zzi. Zzi ancora è indeciso se ringraziare.

E oggi Elisa compie trent’anni, e a me pare ieri che s’è laureata. Ah, come passa il tempo! Sono questi giovani che ci fanno diventare vecchi, sono loro che non dovrebbero crescere. E invece la nostra piccina è cresciuta e adesso ha trent’anni. Oh, Signùr, Signùr, di questo passo andrà presto in moglie. La nostra piccina sposata… ma ci pensi?
Ah, che malinconia e che commozione.
Prevedendo la mia reazione, Elisuccia e i suoi hanno preparato, per consolarmi:

Uno sfracello di antipasti tiepidi e squisiti, fra i quali:

Quiche di zucchine dell’orto personalmente coltivate da Quello lì;
Salatini con i pinoli e tramezzini assortiti;
Cappelle di fungo ripiene;
Crostone con carne e formaggio;
Peperoni a filetti conditi di segreti e gratinati;
Un paio di altri piatti che passavano e dai quali attingevo cose deliziose, che ora mi sfuggono

Uno dei miei primi piatti preferiti, che mangio solo da loro perché io non lo so fare e che sospetto abbiano fatto per me, e che se così non fosse prego Elisa e i suoi di non farmelo mai sapere:
Gnocchi di zucca.

Un secondo strepitoso, uno dei modi che preferisco di fare l’arrosto, che io non faccio mai perché ha l’aria di essere faticoso e non provo neanche a informarmi:
Arrosto con le prugne e le albicocche secche, che non avete idea di che morbido e gustoso e profumato e avvolgente e consolante sia

…con l’apparentemente semplice, ma in realtà laboriosissimo, e irresistibile contorno di:
Patate al forno sublimemente dorate
Cipolline borettane in agrodolce, per l’accaparramento delle quali ho ingaggiato un duello con il titolare di Elisa, lasciandolo in prognosi riservata (perché gli amici di Elisa sono miei amici e li rispetto).

Era molto buona anche la torta, sebbene non provenisse da nessuna delle miracolose manine delle Donne di Quella Casa. A voler fare un appunto, la scritta era piuttosto ermetica; per carità, griciana e era griciana, fedelissima alla legge della quantità “fornisci esattamente l’informazione necessaria, né più, né meno”, però era un po’ inusuale per una torta di compleanno. Fosse stato un voto su un registro, avrei capito, ma così… su una torta…
Anche Rosi ne era perplessa e aveva addirittura pensato di rifarla, ma poi ha optato per lasciare la torta come stava e dar modo agli amici più stretti intervenuti alla festa di prendere un po’ in giro la festeggiata.

Io ho subito pensato che ciò mi autorizzasse automaticamente a prenderla in giro in Larryvisione per la scritta che recitava:

 

ELISA 30

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La vecchia lira, Piazza Ponterosso (un numero vicino al 6), Trieste

Posted on August 23rd, 2011, by Larry

“Ossignùr!” – diranno subito i miei piccoli lettori – “Non sarà mica la recensione di un locale dove andare a mangiare? Non sarà mica che dopo l’orienteering, l’editoria, la pragmatica del linguaggio, le credenze popolari e le dispense snob, questa si mette a parlare di cibo? ”
Ebbene sì, miei Piccoli Lettori, per una volta l’avete indovinata.
Dopo un piacevole aperitavo con lo Psicobootlegger e l’Ufficio Sinistri – presenze rare e preziose come Tom Waits mentre Springsteen canta Jersey Girl – Zzi e io abbiamo deciso di sperimentare un locale che abbiamo notato per la prima volta:

La vecchia lira a Ponterosso, Trieste.

Non ricordo il numero civico, ma dev’essere il 4 o l’8, ad ogni modo è accanto al 6. Il 6 lo riconoscete perché ha le aste con le bandiere; il locale lo trovate perché ha i tavolini apparecchiati.
Abbiamo deciso di impulso di provarlo dopo averlo – come detto – notato per la prima volta. Ha un arredamento molto semplice e grazioso, tutto bianco con bicchieri da acqua fucsia.
Ci avviciniamo e ci viene subito incontro una ragazza vestita pochissimo, ma abbastanza da rispettare la decenza e l’igiene, come piace a me. L’abitino che indossa è bianco e resterà tale fino alla fine della nostra cena. Io, al suo posto, mi sarei pataccata la camicia di sugo solo dicendo “Buonasera”.
Ci accomodiamo a un tavolino apparecchiato con tovaglia e tovaglioli di stoffa, doppia forchetta, bicchieri per l’acqua Italesse (in plastica! Ma dài! Sembrava vetro!) e calici per il vino. Dal menù (stampato col computer su un foglio A4 e infilato in una busta di plastica: niente di male, ma una leggera caduta di stile rispetto all’attenzione per gli altri particolari) scegliamo due antipasti e due secondi.
Io prendo il pesce spada affumicato con chips di melanzane. Il pesce è ottimo, non grasso, ma non stopposo, anzi sorprendentemente soffice e quasi succulento in bocca; leggermente salato, come ci si aspetta da un pesce di sapore intenso come lo spada. Le chips di melanzana restano per me un mistero: non sono croccanti, ma credo dipenda dall’ortaggio stesso, che non contenendo amidi non fa la crosta come le patate, ma sono asciutte; soprattutto sono s-o-t-t-i-l-i-s-s-i-m-e. Io non ho mica capito come si fa a tagliarle così sottili, forse hanno un laser. La prossima volta me ne ficco una in borsetta e la posto… chissà che bell’aspetto avrà!
Zzi opta per l’antipasto di terra: prosciutto crudo, caprino, mozzarella di bufala e pomodorini secchi. Gran scelta. Il piatto costa 9,00€, che non è esattamente una cifra popolare, ma è in linea con il prezzo degli antipasti nei ristoranti italiani; in compenso, quanto a rapporto qualità-quantità/prezzo è un affare: il prosciutto è dolce e ce ne sono almeno 4 fette (forse 5, francamente non ricordo), ma mozzarella è intera e neanche tanto piccola (sarà grande più o meno come un limone). Io non ci riuscirei mai, ma uno come Zzi, che vive di aria, sarebbe capace di saziarcisi.

Come piatto principale io ordino filetto di orata in crosta di patate. Il primo che dice “fish&chips” si becca un dito in un occhio! Anche questa portata mi ha molto soddisfatta perché la porzione era abbondante e la cottura perfetta.
Zzi ha preso la tagliata di tonno col wasabi. La fetta di tonno è servita a cottura media (come la tagliata; del resto il tonno è la mucca del mare e come tale va affrontato, sfido chiunque a dire che non è “carne rossa”) e il wasabi è molto stemperato; non si trattava, infatti, della pasta verde, dura e piccantissima che si abbina al sushi, ma di una salsa tiepida e fluida, il cui sapore e profumo è sicuramente quello del wasabi, ma che si può gustare con fiducia: grande intuizione dello chef!
Siccome avevamo appena visto Cars 2, ho passato tutta la sera a dire a Zzi “No no: wa-sa-bi”. È un miracolo che non mi abbia scaraventata nel vaso dell’oleandro.

Il dolce era sbagliato. Sbagliato da parte mia, non da parte del ristoratore. Zzi ha preso il tiramisù fatto in casa: è servito nel bicchiere e ha una crema molto consistente e per niente unta (a volte capita). Secondo me hanno barato e ci hanno messo un po’ di ricotta molto fresca o un po’ di panna montata dura-dura (propendo per la ricotta), ma – se hanno barato – hanno barato proprio bene! Io faccio un liscio clamoroso e ordino la mousse al cioccolato. Avrete notato che non parlo molto spesso di mousse al cioccolato; c’è una ragione molto semplice: non mi piace. Il primo cucchiaino è squisito, il secondo mi stuficchia, il terzo mi batte in testa. Generalmente al sesto sono stomacata. Puntualmente, è successo anche stavolta. Forse è la massiccia presenza della panna molto lavorata, o l’abbinamento di due cose tanto deliziose e gradite come cioccolato e panna che mi manda in pappa il cervello… tipo overdose, non lo so. Ad ogni modo, il primo cucchiano era di consistenza cedevole, ma non liquida, soffice e areata al punto giusto e si distingueva per la notevole persistenza aromatica. Gli estimatori gradiranno sapere che la porzione è più che generosa, cosa che al secondo cucchiaino ho letto come una minaccia e al quarto come un pericolo di morte,  ma che comprendo essere positiva.

La prossima volta mi faccio portare una fetta biscottata col miele e corono perfettamente un’ottima cena!

 

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[A posteriori] Sarviaa, aka Focaccia con la salvia

Posted on July 21st, 2011, by Larry

La cronaca delle mie recenti gesta si è interrotta bruscamente perché sono stata travolta dagli eventi.

Subito dopo aver finito di preparare l’impasto per una seconda focaccia, la prima era pronta per uscire dal forno, e – chi ha mai mangiato la focaccia con la salvia appena sfornata può capire – ho perso la testa.
Perdo sempre la testa quando la focaccia con la salvia è pronta. È buona fredda, è buona il giorno dopo, ma appena uscita dal forno è commovente. Quando la spezzi fa un rumore tondo e breve di rottura seguito da uno più lungo e leggero di lacerazione: “Cro-tsch-riiip”. I lembi si separano a malincuore e sprigionano un vapore aromatico e un profumo al tempo stesso fragrante e fresco. In bocca non oppone la minima resistenza alla masticazione, se non per la frazione di millimetro della crosta: non lega, non allappa, non appoltgiglia, non asciuga, non impasta. Si disfa e diventa per pochi istanti una massa soffice e gustosa, che prende la via dell’esofago alla velocità della luce, mentre il fortunato che la mangia si sforza di assaporarla più lentamente; ma quella, niente: impietosa delle papille gustative, si fa divorare incessantemente.

Capirete, quindi, che il blog è stato abbandonato senza troppe remore per gustare questa prelibatezza, che abbiamo accompagnato con del prosciutto cotto tagliato a mano (da me: vale doppio) e un po’ di birra.
A casa dei miei è costume consumarla con una maggiore varietà di farciture: tra i salumi e gli insaccati, come minimo prosciutto cotto, prosciutto crudo e un tipo di salame, benvenute anche coppa e mortadella; tra i latticini, lo stracchino è d’obbligo, la mozzarella non dovrebbe mancare e qualche volta s’è vista anche la ricotta. Mia madre ne faceva tre teglie enormi [comincio a pensare che avessimo un forno fuori standard] e si cenava con fette di focaccia calda imbottite direttamente nel piatto. Per ragioni diverse, donne della mia famiglia non sentono il calore sulle dita (mia nonna perché le aveva anestetizzate da sessant’anni di fornelli, mia madre perché ha la soglia del dolore di un pugile, io perché mangiandomi le unghie e le dita ho cancellato le impronte digitali e sviluppato dieci piccoli zoccoli), quindi riuscivamo a mangiare “panini” in cui lo stracchino si era sciolto e il grasso dei salumi aveva impregnato la focaccia. Anche mio padre ci riusciva, perché è molto destro nell’uso delle posate (gli fa schifo il cibo toccato con le mani, anche se sono pulite e sono le sue…siamo tutti strani, in quella casa) o perché mia madre gli preparava il boccone. Probabilmente le migliori cene che io ricordi.

Pensate cosa sarebbe stata la Recherche se, anziché delle stupide madeleines, Proust avesse conosciuto la focaccia con la salvia!

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[In diretta] Sarviaa, aka Focaccia con la salvia

Posted on July 18th, 2011, by Larry

Ore 20,00.

Quando la gente normale ha la cena pronta e si accinge a portarla in tavola, con somma gioia di Zzi, che ha pranzato alle 12.00, mi accingo a fare la focaccia con la salvia.
Il procedimento non è complesso, ma ha i suoi tempi. A memoria, mi paredi averne già parlato, ma poiché il motore di ricerca interno non trova niente, eccovi servita la preparazione. Mal che vada, sarà solo un’altra replica estiva.

Ore 20,05.
Radunare l’occorrente (se non altro per verificare che ci sia, vanificando ogni speranza di Zzi di cenare a un’ora decente chiamando la pizza).
Farina
Sale
Lievito
Zucchero
Olio
Salvia
L’ingrediente fondamentale è stato gentilmente fornito dalla mamma; nonostante sia lunedì, nonostante in questa edicola non funzioni niente, nonostante io e CP siamo due lavativi, la mamma è arrivata con la salvia. Fare la focaccia, a questo punto, è un debito d’onore.

Si tritano le foglie lavate della salvia con un cucchiaioo due di farina [altrimenti si impastano] e, volendo, un pizzichino di sale grosso. Non è fondamentale, ma è pratico perché quando le lame del moulinex smettono di fare trin-trin contro il sale, solitamente le foglie hanno raggiunto la finezza giusta. Alternativamente, si guarda.

Si aggiunge tutta la farina, si cambiano le lame del moulinex con le pale da impasto e ci si dà dei deficienti perché era più logico e più facile fare il contrario.
Si dà una giratina a vuoto, tanto per distribuire la salvia nella farina (ma è un’operazione ridondante).

20,15

Ci si scazza di aspettare che il lievito di birra si sviluppo nell’acqua tiepida e gli si dà un aiutino mescolandolo con un cucchiaino. Tipicamente questa cosa inficia irrimediabilmente lo sviluppo del lievito e farà sì che la pasta realizzata con esso non lieviti mai e poi mai. Con un guizzo di responsabilità e senno, si compie lo scellerato gesto con un cucchiaino di plastica perché – lo sanno tutti – con il metallo il lievito si indigna. In pratica è come spalancare il forno mentre il soufflé sta gonfiando, ma in silenzio, per non spaventarlo.

Si unisce ora il frappè tiepido di lievito alla miscela di farina, salvia, sale e zucchero e si impasta tutto con decisione. Se occorre si aggiunge acqua tiepida. Mia madre fa un impasto collosetto e lucido, mettendo quindi un poco più di acqua di me. La sua focaccia è squisita.
Io tengo l’impasto più asciutto, così dopo è più facile metterlo a riposare senza smerdare il canovaccio e il robot si pulisce in un lampo. La mia focaccia è discutibile anche quando non stupro il lievito.
Vedete voi come ritenete sia meglio comportarsi.

20,45

Si fa finta che sia passata mezz’ora da quando l’impasto è stato messo a riposare e lo si stende in una teglia generosamente unta.
Si accende il forno a…bu? Si chiama mia madre per scoprirlo? Giammai! Si velegia fieri verso il fallimento, ma non si ammette l’ignoranza. Si opta per una cosa intermedia fra la torta e il vol-au-vent, e si tara il termostato sui 200 gradi, come la pizza (altra pietanza elementare per la quale sono maledetta).

20,55

Ci si pindola e si legge l’ultimo numero di Fucine

21,05

Si smette di pindolarsi e si mette su un’altra focaccia con la salvia rimasta [la mamma ne porta a fasce] e il cubetto restante di lievito di birra, che nel frattempo s’è scongelato in maniera più naturale. Tutto fa sperare nel meglio.

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Gostilna Turk, Hotedršica (Slovenia) [3]

Posted on July 12th, 2011, by Larry

Ad ogni modo, io la ordino alla parigina, come dicevo, e mi arriva con un’impanatura liscia e spumosa. È quasi pastellata, ma la crosta che avvolge la carne è molto sottile e ha un sapore di uovo spiccato, credo che – piuttosto che pastellata – sia impanata solo in uovo e farina, senza pangrattato (e quindi, etimologiacamente parlando, non la si può definire “impanata”, ma non saprei come altrimenti chiamarla, essendo “infarinata” altrettanto fuoriviante e “inuovata” un termine che la mia religione mi impedisce di sdoganare). Ora che ci penso, anni fa ho preso “scampi alla parigina” in un ristorante in croazia, ed erano code fritte in pastella. Forse non erano pastellate, erano inuovate (scomunicata!).
La carne di rem è un arrosto di maiale magro e di bell’aspetto, un po’ sodo, se non ricordo male, ma a suo dire gustoso. Le patatine di contorno sono una montagna. Fragrante e appetitosa, ma pur sempre una montagna. Io ho astutamente scelto verdure cotte e tutt’ora il mio stomaco, comunque abituato a tritare i sassi, applaude la tattica.
Le porzioni sono abbondanti e il dessert proprio non ci sta; tuttavia, una porzione di dolce è compresa nel menù di rem, così io e Zzi ci sacrifichiamo e prendiamo una crepe da dividere. Ci spieghiamo male e dopo svariati minuti di attesa, durante i quali la pastella deve essere stata preparata da zero e che vanificano il nostro intento di non lasicare rem solo col suo piatto, ma fanno invece sì che sia lui a dover aspettare che noi terminiamo il pasto, arrivano due piatti di crepes, ciascuno – coerentemente con l’andazzo del locale – costituito da due crepes abbondantemente farcite (di noci, per star leggeri).
La cosa positiva, oltre all’aver mangiato bene e all’aver speso pochissimo (il menù completo di rem costava 8 euro, noi abbiamo raggiunto la decina avendo scelto le pietanze a la carte) al ritorno ho lo stomaco talmente pieno che non riesco a soffrire la macchina, poiché in esso non c’è neanche uno spazietto libero che permetta al suo contenuto di spostarsi; e, no, non ho messo su chili sui fianchi come al mio solito, quella nuova sporgenza è il pancreas che è stato spinto fuori!

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Gostilna Turk, Hotedršica (Slovenia) [2]

Posted on July 8th, 2011, by Larry

La figlia del fattore parla diverse lingue, ma pochissimo italiano, cosa peraltro comprensibile, non essendo la nostra esattamente quel che si die “Una lingua parlata in tutto il mondo”. È buona, però, la figlia del fattore, e dolce e amorevole, e ci mima benissimo i menù. Così rem sceglie il menù con la carne di maiale e Zzi e io prendiamo zuppa e cotoletta.

La zuppa è uguale per tutti perché quella inclusa nel menù coincide con la zuppa del giorno scelta a caso da Zzi e, per combinazione è proprio la zuppa di funghi che ho chiesto io. È molto buona e non è la solita zuppa di funghi Maggi che ogni tanto ti rifilano in qualche bettola istriana. Cioè, magari ha la base fatta con la liofilizzata – perché un po’ di aroma di glutammato io l’ho sentito, ma poteva essere anche il dado – però dentro ha polpose fette di fungo, tipo porcino , o sua valida imitazione.

Io prendo la cotoletta alla parigina, solo perché non so come sia. La cotoletta “normale” (lo dico per i piccoli lettori di là del Tagliamento) che per noi è “la milanese”, in sloveno si chiama “Wiener” come in tedesco, c’è pure qualcuno che a Trieste la chiama ostinatamente “Viennese”, forse per ribadire che era meglio se restavamo sotto l’Austria. Poi c’è la ljubljanska, la lubianese, che è una specie di rustico cordon bleu, di carne di manzo farcito con formaggio e prosciutto crudo, quindi più gagliardo e di aspettomeno raffinato dell’effemminato parente francofono. Qua il cordon bleu non usa e sospetto che se lo chiedi ti prendono per svitato. Forse alcuni piccoli lettori ricorderanno la pubblicità di cotolette preconfezionate di non so che marca, che distinguevano la cotoletta milanese dalla viennese a seconda dello spessore. Era una di quelle pubblicità in cui la mamma ventitreenne fresca di messa in piega frigge cotolette in una cucina immensa e pulita come una sala operatoria, con la faccia da furbona che sembra dire “Adesso vi faccio vedere io che buona cena vi propino scartando solo due cellophane, anziché rompermi i coglioni tutto il pomeriggio a impanare, impiastricciando ovunque”, e con il padre appena trentenne, che sta in camicia anche in casa e alle otto di sera è ancora liscio come appena rasato; la coppia ha due figli di design e un arredamento con lentiggini e fossette. All’annuncio delle cotolette, tutti corrono a tavola felici, come se non avessero mai mangiato in vita loro e scelgono la cotoletta spessa o quella sottile, perché la mamma, dopo essere stata dal parrucchiere, ha astutamente comprato due tipi di cotolette diverse, la viennese e la milanese. Volpona.
Mah. Boh. Secondo me è un’invenzione dei pubblicitari, è un processo di denominazione a ritroso. Io la fetta di carne impanata e fritta l’ho smepre chiamata “milanese”, indipendentemente dallo spessore. Che poi, secondo me, la milanese è di vitello ed è sottile. Non si scappa. Volendo, si può fare anche la milanese-di-pollo, non è niente male, ma conviene che sia un po’ più alta. La “viennese” in italiano non esiste: al massimo esistono italiani che sanno che in tedesco si chiama “wiener schnitzel”, ma non mi risulta che “viennese” denomini un tipo di cotoletta di un determinato spessore. Secondo me è accaduto che, essendo i viaggi sempre pià economici e alla portata di tutti e le lingue straniere sempre più fruibili grazie ad internet, si è diffusa largamente la conoscenza del fatto che solo noi chiamiamo la cotoletta “milanese”, e che in Europa è nota a tutti con l’espressione tedesca, divenuta internazionale o assorbita a calco in altre lingue, un po’ come succede con le patate fritte, che siamo gli unici a chiamare così e se all’estero chiediamo “fried potatoes” nessuno sa cosa darci, perché dobbiamo dire “pommes frites”. Allora secondo me è successo che al cotolettificio non sapevano se continuare con il nome italiano tradizionale – comunicando un’idea di continuità e genuinità del prodotto – o buttarsi sulla definizione internazionale (ma tradotta a uso e consumo del popolo meno poliglotta d’europa, che crede di parlare inglese e dice cose irripetibili…vedere Report per credere!), per svecchiare l’immagine della fettina fritta – che fa un po’ festa dell’Unità – e raggiungere anche il pubblico dei giovani che hanno fatto l’erasmus a Friburgo. E così è venuta la genialata: “Usiamo entrambi i nomi e distinguiamo le cotolette per spessore”, devono essersi detti. Però, a casa mia, non l’abbiamo mai chiamata “viennese”, né ho mai sentito nessuno dire che aveva voglia di una “viennese” riferendosi a una cosa che si inghiotte e che non ha pomodoro (il che esclude la pizza viennese – nome triestino della pizza coi wurstel – e le ragazze della capitale austriaca), a me questa distinzione continua a convincere poco. Invito i miei piccoli lettori a fare outing e dirmi se l’hanno mai chiamata “viennese” prima del 2000.

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