Bruce è in arrivo e Tsitalia regala un e-book

Posted on May 14th, 2012, by Larry

Manca meno di un mese al ritorno di Springsteen in Italia!

Non siete elettrizzati?
Non siete impazienti?
Non siete fuori di voi dalla gioia?

Intanto, Bruce è arrivato in Europa, è sbarcato in una torrida Siviglia, ha fatto il solito concerto da paura, già di tre canzoni più lungo dei concerti americani, e si accinge a incendiare il resto della penisola iberica nei prossimi giorni.

La scaletta del concerto di ieri sera e un primo, rocambolesco e avventuroso, video sono su Springsteen’s Bootleg Collection.

E-book “The italian recordings” in regalo

Sul medesimo sito troverete – solo per questa settimana – un e-book in regalo: “The italian recordings”, la raccolta delle scalette di tutti i concerti tenuti in italia, da Milano 1985 a Udine 2009, più qualche contenuto extra.
Fino a sabato è in regalo, perciò non vi resta che scaricarlo gratis su Springsteen’s Bootleg Collection!

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TONI LAMPONI – Nuova Apertura in Piazza Cavana, Trieste

Posted on May 1st, 2012, by Larry

E finalmente è accaduto.

Dopo un mese passato a rassicurarci “pròsima setimàna verzo”, dopo settimane trascorse a dire che manca poco, dopo miei infiniti appostamenti e sopralluoghi a tutte le ore per monitorare l’avanzamento dei lavori, dopo il giorno della speranza in cui ho visto arrivare i coni e il provvidenziale incontro con Anna alla vigilia dell’apertura, finalmente

Toni Lamponi ha aperto la nuova gelateria in piazza Cavana (a Trieste, ovviamente)!

Potevamo non essere i primi a precipitarci nel nuovo locale (quello con scritto “Zampolli” sul gradino)? Potevamo, e…

…infatti non lo siamo stati.
Dopo il mio capillare servizio di informazione via twitter e sms, gradevoli impegni ci hanno portato fuori città proprio il giorno dell’inaugurazione, ed è stata la Giraffa, intorno a mezzogiorno, ad assaggiare per prima la fresca delizia del miglior gelataio di Trieste (e sì che le buone gelaterie qui non mancano).

Noi arriviamo solo a ora di cena. Il locale è pieno, Toni è sconvolto, ma c’è una scelta di gusti eccezionalmente varia, specie per gli standard di Toni. C’è anche una fresca macedonia, così io e El Puppo ci facciamo preparare una coppa di frutta e gelato, deliziosa. Zzi e Kiki si buttano, invece, su una coppa di solo gelato.
Io assaggio da tutti, tranne che dall’astuto El Puppo, il quale ha messo al sicuro il suo gelato scegliendolo tale e quale al mio proprio per evitare l’incursione del mio cucchiaio. Il gelato di Toni è sempre il più buono.

Se siete di Trieste, non potete farvi mancare questa squisitezza. Magari non troverete sempre tutti gusti (la crema, ad esempio, è una mezza rarità, perché, pur essendo molto popolare, non può essere preparata in qualsiasi momento, ci sono giorni in cui il tempo non va bene per farla ed è meglio soprassedere, e comunque non sempre l’artista ha tempo di mettersi lì a rompere le uova a dozzine… perché Toni, la crema, la fa con le uova del contadino e non con quelle pastorizzate nei cartoni!), magari dovrete fare dieci minuti di coda perché uno spilungone e una culona, davanti a voi, stanno rastrellando tutto muniti di borsa frigo, ma credete a me: ne vale la pena.

Ora Toni ha un vero bar, quindi mi riprometto di riferire presto di brioche, tramezzini, torte, caffè e aperitivi, e spero apprezzerete lo sforzo disumano di scegliere qualcosa di diverso dal gelato, avendo sotto il naso quello di Toni Lamponi!

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Zoe Food, via Felice Venezian, Trieste

Posted on April 24th, 2012, by Larry

Approfitto dell’occasione di esserne diventata recentemente Mayor (ebbene sì, sono anche su Foursquare) per parlare di un locale che ho scoperto da un po’ – e non per prima – e che mi piace molto; oltretutto, la mia posizione di Mayor è molto insidiata, quindi è bene che mi spicci, prima di perdere la corona.

Zoe Food, via Felice Venezia, Trieste.

Ormai diversi mesi fa, la Nini mi aveva trascinata a viva forza in questo locale, che avevo sempre guardato con sospetto. Per molti aspetti, l’immagine mi piaceva, pulita eppure stilosa, tuttavia proprio questa cura mi insospettiva, perché ho imparato a diffidare dei posti troppo “designed”; poiché il vino buono sta nelle bottiglie con l’etichetta brutta,tendo a rifuggire i bei packaging per partito (e bidone) preso.

Conscia che ci sono anche ottimi posti con un ottimo aspetto, però, concedevo teoricamente a Zoe Food il beneficio di inventario, continuando comunque a tenermene alla larga per via della sua terribile reputazione: ristorante con prevalenza di piatti vegani e vegetariani.
Ora, voi capite che anche se so benissimo che non muoio se per una volta mangio insalata… perché rischiare? Perché andare a cercare pietanze salutari quando posso incocconarmi di pizza, toast e gnocchi di pane in brodo di burro?

Trascinata praticamente a forza dalla mia Stella Piumata, varco la bianca soglia.

Grandi lavagne espongono il menù. Non ho mai mangiato metà delle cose elencate, l’altra metà non so cosa sia. Nini par pratica, io ordino un “quello che ha preso lei”. Nini dice che è muscolo di grano. Io dico che è pollo. Nini sa anche come si fa, il muscolo di grano, io pure so benissimo come lo fanno: prendono un pollo e gli tirano il collo. Ha l’aspetto del pollo, il colore del pollo, il sapore del pollo… cos’altro potrebbe essere?
Invece no, dai e dai mi convince che non è pollo, infatti riconosco che è molto più succulento e morbido del pollo.
Siamo sicuri-sicuri che non sia pollo cucinato particolarmente bene?
Sì, siamo sicuri.

È muscolo di grano.

Il locale all’interno è accogliente, luminoso, pulito e tranquillo. I cibi, anche se sani, sono tutti invitantissimi. Decido che devo portarci CP, il quale sulle prime è recalcitrante, poi viene solo per farmi contenta e rimane conquistato.

So che è il locale è molto apprezzato anche dall’Ex Vegetariano di via Imbriani, che recentemente, su Twitter, ha fatto un’acuta riflessione sul fatto che anche la clientela contribuisca alla piacevolezza di un locale (“È pieno di figa”).

Piace anche a Zzi, perché accanto al menù eco-devoto c’è anche un menù banalmente eco-sostenibile, con piatti di carne e di formaggio con ingredienti prodotti in zona.
E poi ci sono un sacco di cose strane (per me, chissà quanto familiari a voi piccoli lettori) che mi intrippano un casino, tipo la gazzosa con il sambuco o l’aceto di umeboshi (che sono quelle prugne secche asperrime che mangia Suppaman nel manga Arale).

In media un piatto costa una decina d’euro; ci sono sicuramente posti più economici, ma probabilmente non con queste materie prime. Inoltre non si paga il coperto e , volendo, c’è a disposizione l’acqua del rubinetto, quindi per una pausa pranzo senza pretese si spende quello che si spenderebbe in una qualsiasi trattoria, ma si mangia meglio.

La mia pietanza preferita, attualmente, è il pastrami sandwich, che è un panino di pane di segale, spalmato di senape, pieno di pastrami, cioè di quella specie di roast-beef affumicato e aromatizzato delle cose più buone che si vede nei film americani. Recentemente il pastrami sandwich è aumentato a 9,00 euro, che non è esattamente una cifra popolare, ma non va considerato come il costo di un panino, bensì come quello di una specialità-piatto unico, anche perché viene servito con un po’ di contorno. E poi è un’esperienza organolettica sublime per la quale si potrebbe chiedere qualsiasi cifra, e che merita un ritratto:

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Coppa Italia middle – Rovegno, 22 aprile 2012

Posted on April 23rd, 2012, by Larry

Mentre il 21 aprile Zzi si cimentava sulla carta di Monte della Cavalla, area nota per essere sempre e solo in salita, indipendentemente dal percorso che uno effettui, io sviluppavo la virtù della pazienza andando in centro con mia madre, a giocare ai deportati.

Domenica 22, invece, compleanno del nostro Previdente Presidente e trentatreesimo anniversario dei miei genitori, abbandono la coppia Nico & Tina ai loro festeggiamenti e prendo il largo con Zzi di buon mattino. La gara si svolge a Rovegno, località La Miniera. Da Genova, ci sono mille chilometri di curve per arrivarci, l’unica cosa che mi tiene la colazione nello stomaco è il freddo pungente dell’aria, che mantiene la temperatura dell’abitacolo abbastanza bassa.

Zzi si prepara e va ad affrontare questa seconda prova di Coppa Italia middle, io mi accoccolo sul sedile del passeggero – anzi, in verità non lo lascio mai – e leggo un romanzo. Il libro è scritto in una bella prosa e non mancano considerazioni ironiche. Tra le nubi si fa largo un timido raggio di sole, che penetra attraverso il parabrezza e scalda la superficie scura della giacca di Zzi, in cui mi sono avvolta. La luce colpisce la pagina e dà un leggero fastidio agli occhi, ma basta socchiuderli un poco. Mmm, che bel tiepidino.

Alle 12:49 il torcicollo mi sveglia. Faccio giusto in tempo a rassettarmi e a far finta di essere presa dalla lettura, e Zzi si presenta alla vettura, sano e salvo, all’orario previsto. Lo saluto, e la voce impastata denuncia che ho dormito fino a un attimo prima. Ora che ci penso, ho anche fame. Zzi si cambia prontamente e mi porta a mangiare.

Incontriamo anche rem, che ci racconta le sue ultime vicissitudini turistico-alberghiere, sulle quali un giorno scriverò un best-seller, con il quale ci dirigiamo a pranzo. Al ritrovo ci sono Cri e Marco con la C(ri): lui è sporco di sangue in viso, lei racconta di essere inciampata nel filo spinato e avere battuto con violenza il mento per terra; per fortuna non si è rotta denti o fatta altro di grave, ma è stata una bella sberla che l’ha rintronata per un po’. Poi qualcuno ancora si domanda perché io non abbia fatto la gara.

Il menu della cucina da campo allestita in loco è quello a suo tempo pubblicato su twitter:

Sul posto, scopriamo che è possibile anche prendere l’insalata russa.
Non so se vi ho mai detto del mio debole per l’insalata russa: ne sono ghiotta. “Non fiori, ma vaschette di insalata russa”.

Prendo posto al coperto, poco dopo arriva Zzi con salsiccia, patatine e – appunto – insalata russa. Accanto a noi si siede un mio piccolo lettore, il quale, senza neanche avermi fatto assaggiare il suo minestrone (e sì che gli avevo chiesto se fosse fatto con il pesto, domanda alla quale, indipendentemente dalle proprie competenze, si risponde “Larry, assaggia”), mi critica aspramente per il presunto scarso ritmo che sto imprimendo al gioco musicale. Il Criticone, del quale non vi dirò il nome, addirittura ironizza proponendo uno spareggio fra i primi due classificati. Io, sul momento, manco mi ricordo chi è che si è aggiudicato i primi punti, e mi offendo a morte, minacciando gravi ripercussioni. Non più di dieci giorni fa, infatti, altre criticone hanno insinuato che il gioco non sia abbastanza avvincente. Vi farò vedere io, vi farò vedere.

Intanto aspiro la salsiccia alla piastra, che è ontologicamente una bontà, ma è poca come la mia pazienza, distraggo Zzi per fargli fuori qualche patatina fritta e spazzolo l’insalata russa con un’unica spatolata di lingua in senso antiorario, tipo visitors.

Per dieci euro, pane e bevande incluse, il vitto è stato più che soddisfacente.

La sfida, dopo, è tenere tutto nello stomaco per i successivi duemila chilometri di tornanti – a confronto dei quali, quelli dell’andata erano uno scherzo – necessari a raggiungere il casello autostradale di Piacenza e tornare a casa.

Intanto, durante il viaggio, medito come mettere a tacere i miei amici criticoni.

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Gostilna Križman, Tubljie (SLO)

Posted on April 19th, 2012, by Larry

Il fine settimana appena trascorso è stato denso di eventi e ispirazioni, grazie alla presenza a Trieste di due mie muse: Ale & Eli.

Con loro torniamo a far visita a una Gostilna poco distante dal confine di Fernetti – no, scusate, Pesek – no, scusate, Fernetti – no, scusate, Rabujese, no, dunque… Lazzaretto no, Sezana no… quello dove c’è anche la birreria Flora, lo stesso che si fa per andare da Mahnič… qual è? Pesek? Bon, quèl!

Non è la prima volta che ci andiamo, e una delle precedenti avevamo portato con noi proprio Eli, che aveva apprezzato; inoltre, per Ale era una novità, così siamo partiti felici alla volta della mistica casa arancione con lo spiedo di fuori.

Lo spiedo è vuoto e spento, ma non è necessariamente un cattivo segno, anzi: vuol dire che il porco è già cotto.

Non posso recensire ampiamente i primi, perché Eli non lo ha ordinato e noi altri tre abbiamo tutti preso jota. Tutte le jote erano buone, però. Ale non la aveva mai mangiata e l’ha gradita molto, e ne ha dato una definizione che farà accapponare la pelle ai triestini, ma che mi torna molto utile per far spiegarlo al mio pubblico occidentale: “una brovadina in brodo”.
Ora è tutto molto più chiaro, vero? Sapete tutti cos’è la brovada, no?

La jota è buona, non superlativa come quella che cucina il nostro Previdente Presidente,  ma si difende alla grande. È calda, e con il freddo che fa, in questo 14 aprile, ci vuole proprio; e poi, come dice Ale, “apre lo stomachino”.
Eli la redarguisce, perché il secondo sarà abbondante e farà fatica a finirlo, ma Ale, nella sfrontatezza dei suoi vent’anni, non le dà particolarmente retta.

Arrivano i secondi e Ale deve riconoscere che Eli è una sorella saggia, che sa cosa è meglio per loro. Nonostante questo, non si lascia intimidire e attacca con metodo cevapcici, raznici, pollo fritto, filetto di maiale, filettino di manzo, porchetta e contorni; solo la salsiccia viene ceduta a Zzi – che la accoglie generoso – perché indigesta. A giudicare dalle espressioni delle sorelle limoges, il piatto misto di carne è buono. Io chiedo se hanno il filetto di manzo servito sulla fetta di pane tostata e imburrata, guarito di verdurine cotte, che ho mangiato tempo addietro e ricevo una risposta affermativa.
Mi viene servito, a onor del vero, un filetto di manzo squisito, effettivamente adagiato su una fetta di pane dorata, che potrebbe addirittura essere fritta. È buono, ma non è come lo ricordavo: il pane non è abbrustolito come la volta precedente e la carne è un po’ più cotta, quindi non impregna il pane di sughino sanguinolento, ma solo lo ammolla con la sua umidità. Il filetto è ottimo e il piatto è decisamente godibile, ma non sceglietelo per scoprire un modo sfizioso di gustare il filetto ai ferri, ma solo per mangiare dell’ottimo filetto, un po’ più apporcellato del consueto.

Zzi, dopo che ha sperato per una settimana di trovare l’agnello, si deve accontentare della porchetta. Dev’essere buona, perché non me la offre con la consueta insistenza. Sia chiaro, me l’ha offerta e l’ha offerta alle nostre muse, ma dopo che la abbiamo rifiutata si è immerso nel piatto con raccolta devozione e ne ha spazzolato il contenuto.
Del resto, non era stato fortunato con i contorni. Chiediamo un contorno di patate al forno e uno di verdure cotte miste: arrivano spinaci e piselli, la criptonite di Zzi (entrambi).

Riscuotono, però, grande successo le patate. Sono così croccanti, dorate e saporite che non capiamo come possano essere fatte al forno. Secondo noi sono fritte, ma vengono spacciate per cotte al forno per ragioni di marketing. Probabilmente quelle vendute come fritte sono uguali, solo a forma di bastoncino.
Propongo di ordinarle per fare un confronto, ma il mio popolo non è con me.

Riscuoto, invece, maggior favore quando chiedo i dolci. La casa propone: baklava, sposa ubriaca, fragole con panna, fragole senza panna. Non esattamente una scelta vasta, ma, d’altro canto, che bisogno c’è di avere una carta dei dolci quando si ha la baklava?

Zzi e io ci affrettiamo a ordinarla, Ale & Eli si informano, invece sulla sposa ubriaca. Rassicurate dalla descrizione “è torta cioccolato, panna”, la ordinano.

Giungono due porzioni di dolce grandi come mattoni, ciascuna composta da uno strato di pandispagna al cioccolato, uno strato di qualcosa al cioccolato di aspetto e consistenza del bunèt, uno strato di panna. Ora che la vedo, mi ricorda qualcosa. 

Sono troppo assorta nella mia mezza porzione di antimateria al miele per badare ai dolci che mi stanno di fronte; io ho, infatti, con la baklava, un rapporto molto stretto ed esclusivo. Anche le nostre amiche, però, sono soddisfatte. Ridono e si divertono, senza sembrare più tanto sazie come prima. Raccontano facezie e ridono felici, punzecchiandosi affettuosamente. Che spasso. Ah, che risate.

L’unica cosa che ci è oscura è come mai abbiano chiamato la torta “sposa ubriaca”. Non è mica alcolica. Mentre ce lo domandiamo, continuiamo a chiacchierare allegramente. Ale & Eli sono proprio brillanti, stasera. Particolarmente, Ale è in vena di racconti spiritosi, Eli un po’ li subisce, ma ride fino alle lacrime. Non avevo mai visto Eli ridere tanto, ma dice che è sempre così quando c’è Ale.

Poi, un lampo di lucidità attraversa la testolina mezza rasata di Ale. Più che altro, una zaffata del suo stesso alito di distilleria le arriva alle narici e capisce che la torta è inzuppata eccome.
Assaggio io.
Ammazza se è inzuppata, per poco non mi stende con un boccone, non so come abbiano fatto a trangugiarne mezza yarda e ad essere ancora in piedi. Allegre, ma in piedi.

Al bancone, uscendo, ci offrono una grappa di mirtillo, che io prendo per liquore di terrano (va detto che hanno lo stesso gusto e lo stesso colore). È dolce, e la tiriamo giù come se fosse Zuegg. In fondo ai bicchieri restano dei piccoli mirtilli che la dicono lunga sulla qualità del liquore, ma nessuna di loro due è abbastanza presente da farci caso, e non sarò certo io a sputtanarmi da sola.

Al ritorno, approfittando del fatto che Zzi non aveva praticamente bevuto, conosceva la strada e del fatto che gli passa il sonno guidando, troviamo ognuna il nostro finestrino e ci spalmiamo contro una guancetta.

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Crema di crema agli asparagi (e porri e patate)

Posted on April 17th, 2012, by Larry

So che non state nella pelle all’idea di conoscere un altro piccolo aspetto dello sloveno e poter finalmente dire che due gatti sono su due tavoli, ma oggi voglio tenervi sulle spine e parlarvi di un argomento nuovo: cibo e cucina.

[Ho preso questa immagine dal sito della ASL di Frosinone, se ci sono problemi con i diritti, rivolgetevi a loro]

Ecco la mia ricetta per preparare una gustosa e raffinata

Crema di Crema agli asparagi (e porri e patate)

Gli ingredienti principali sono solo due: dei culi di asparagi al vapore, troppo duri per essere mangiati con le uova, e un avanzo di crema di porri e patate, troppo scarso per essere consumato da solo.
Ecco come si fa: si frullano i culi degli asparagi con il minipimer – badando ad utilizzare un contenitore alto e stretto, se non si vuole decorare il soffitto della cucina con pois verde-lucertola – aggiungendo un pizzico di sale, così sembreranno meno amari, e si unisce l’avanzo di crema di porri e patate. Se la preparazione è troppo compatta, o è ancora poca, la si allunga con l’acqua di cottura degli asparagi (astutamente conservata) o con del brodo (di dado).

A seconda di quanti culi di asparagi abbiate a disposizione – e di quanto da culo abbiate la faccia -, con una porzione di crema di porri potete ottenere fino a 4 porzioni di crema di crema agli asparagi.

Se non avete a disposizione la crema di porri e patate, potete farla; così:

mondate e porri, sbucciate le patate, fateli – rispettivamente – a rondelle e cubetti (ma se riuscite a fare i porri a cubetti e le patate a rondelle, chiamatemi!); mondate una carota, una cipolla e due gambi di sedano, riduceteli in elementi di dimensioni inferiori della forma che più vi aggrada, imbelinate tutto in un pentolone, versateci dentro anche tutta l’acqua della cisterna condominiale e mettete sul fuoco.
In pratica, il brodo vegetale, nel quale avreste dovuto far cuocere porri e patate, si fa mentre si cuociono porri e patate. A questo modo risparmiate il tempo di preparazione del brodo, tanto la cottura è talmente lunga che alla fine non cambia un cazzo.

Prendete il fornelletto della ceretta e mettetelo a scaldare.
Riordinate e pulite la cucina, senza dimenticare le mensole.
Remesciate il contenuto della pentola affinché non si attacchi e scendete un attimo a buttare la rumenta, senza scordare le chiavi, per l’amor del cielo.

Al vostro ritorno, remesciate di nuovo il contenuto della pentola – per stare tranquilli – e procedete senza indugio a depilarvi le gambe.
Terminata la ceretta,  remesciate un attimo e rimuovete i residui di cera con dell’olio; in mancanza di quello cosmetico, potete usare quello di oliva o quello di semi, che costa meno.

Date una remesciatina e andate a far la doccia, per rimuovere i residui di olio.
Applicate la crema anticellulite, quella rassodante, quella idratante per il corpo e quella idratante per il viso.
Applicate la fiala sul cuoio capelluto e asciugatevi i capelli.
Prendete mentalmente nota del fatto che le fiale sono quasi finite e che bisogna organizzare una riunione della Just.

Passate un attimo a remesciare la minestra e andate a vestirvi.
Ritirate la roba stesa, appaiate i calzini, dividete le mutande nei cassetti.
Togliete l’accappatoio fradicio dal letto e mettetelo a stendere.
Chiamate la nonna, la mamma, la suocera, la sorella e la migliore amica. Non occorre chiamare l’amante del marito perché lo avrete già fatto con una delle ultime due telefonate, senza saperlo.

Chiamate qualche altra amica, sentite come sono messe e organizzate la riunione della Just. Chiamate anche qualche collega, che non si sa mai che qualcuna abbia un contrattempo all’ultimo.

Remesciate la minestra e valutate di stirare e/o fare il cambio degli armadi, scazzatevi al solo pensiero e andate a cazzeggiare su internet.
Parlate bene di Larrycette su tutti i social network che frequentate e fatelo conoscere ai vostri amici, spiegando loro che, oltre ad un interessantissimo corso di sloveno (l’inglese del futuro, dopo che secondo la profezia dei Maya il mondo finirà e la vita sulla terra ricomincerà dal proteo delle grotte di Postumia), c’è anche in corso un gioco per vincere un cellulare, sebbene a prima vista non si direbbe.

Andate a vedere anche il sito della Giraffa, delle Wonder, di Maestra e delle Tartan, se siete femmine.

Se siete maschi, andate a vedere il sito orientistico di Zzi, dello Speaker, di Darietto, di rem e dell’ER Team. Comunque mi preoccupa che vi siate depilati.

Soprattutto, visitate e iscrivetevi al sito di Zzi su Bruce, che il tour è alle porte (ne parla addirittura Fucine).

Trascorso questo tempo, potrebbe essere che la crema di porri e patate sia quasi pronta. Aggiustate di sale, remesciate, spegnete, lasciate raffreddare, altrimenti si fonde il minipimer, e frullate tutto.

Somministratela agli ospiti, badando di farne avanzare un pochino per aggiungerci i culi degli asparagi che cucinerete al vapore per il pasto successivo.

 

 

 

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Senza Grondona, che Pasqua è?

Posted on April 10th, 2012, by Larry

Come sapete non sono una fanatica dei dolci delle feste, specie di quelli confezionati (vale anche per i prodotti di pasticceria). Non che abbia mai disdegnato una fetta di panettone, ma preferisco un qualsiasi dolce fatto in casa, tranne, ovviamente, il castagnaccio, che non è un dolce, è una punizione divina.

C’è, però, fra i prodotti da forno comandati industriali, un dolce che si distingue per bontà e piacevolezza: la colomba di Grondona.

Da qualche anno, una generosa genoana ci invia direttamente da Genova il prelibato dolce, cosa per la quale le siamo molto grati.

La Grondona è un’industria dolciaria di Genova (neanche: Pontedecimo) che sforna prodotti tipici della zona: pandolce alto e basso, canestrelli, pinolate e qualche altro biscotto ad alto tasso di burro per palati più internazionali, tipo le lunette, che sono dei biscotti con burro, burro, cocco, burro e gocce di cioccolato, che non si rifanno ad alcuna ricetta tradizionale, ma sono buonissimi (e comunque son 30 anni che li producono: la tradizione è autocostituita).

Non so quanto vasta sia la produzione Grondona; la immaginavo contenuta, ma suppongo di sbagliare perché i prodotti si trovano senza grosse difficoltà anche al di fuori della Liguria. Li riconoscete dal packaging scoraggiante: sfondo turchese con, sul lato,  effigie di panzone anziano (chiaramente il Babbo Natale della Coca Cola in borghese) importunato da Shirley Temple. Lo slogan fa deporre ogni intenzione di acquisto: “dall’infanzia alla vecchiaia”. Dice proprio così “vecchiaia”. Nel 2012 alla Grondona usano ancora sulle confezioni dei prodotti la parola “vecchiaia”, che credo sia stata bandita dal linguaggio del marketing nel 1987. Si vede che in Grondona non investono molto in comunicazione; in compenso, non sono avari di burro, e ciò fa loro onore.

La colomba è buonissima, è soffice, contiene pezzetti di vera arancia candita (non rape colorate e zuccherate, per dire) ed è ricoperta con un sacco di mandorle spellate. Spellate, signorsì.
Inoltre, non ha quel retrogusto di deodorante da autogrill che hanno un sacco di dolci industriali, quell’odorastro vagamente agrumato, a metà tra il limoncello e il mastro lindo. Sa di colomba e basta.

È morbidissima quando la si apre, ma va consumata velocemente perché si asciuga alla svelta (mai stato un problema).

Se vi capita di dover comprare una colomba e siete indecisi, il mio suggerimento è di prendere questa, nonostante l’incarto non sia dei più invitanti. Credo che ne resterete contenti e farete un figurone regalandola.

Infatti noi, ieri, alla Giraffa, ne abbiamo portata un’altra.

 

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Gasthaus Heinz, Tresesin (Tricesimo) – 01.04.12: u.c., ultima cotoletta

Posted on April 5th, 2012, by Larry

 

I miei piccoli lettori mi perdoneranno se divago dagli argomenti tipici di questo blog e indulgo a parlare di cibo, come se la forchetta là in cima avesse ancora un significato, ma recentemente Elisa & Quellolì ci hanno portati a mangiare in una meritevole birreria di Tricesimo (Tresesin in marileghe, e oltre non oso avventurarmi perché il friulano, ahimè, non è mica una lingua orecchiabile come lo sloveno).

Recensioni_Birrerie

Il locale si chiama Gasthaus Heinz e si affaccia su una piazza con del verde e una curiosa pinna di squalo in pietra che emerge dal selciato; secondo alcuni è una falce; secondo altri, un dente. Per me è una roba davanti alla quale si rivaluta immediatamente la scultura del Nikita (ora Pinolo Mannaro, di cui da più parti si incensano lo stile e l’architettura; fa piacere, perché è più o meno come lo abbiamo lasciato), di cui purtroppo non ho un’immagine, ma per mostrarvi la quale mi riprometto di dar via a uno scavo archeologico.

Curiosamente, questa birreria con cucina si sviluppa in verticale, quindi occorre fare uno o due piani di scale per accedere alle altre sale; il nostro tavolo è “in veranda”, una stanza d’angolo al secondo piano con le finestre grandi, con un’apprezzabile vista sul posteggio.

Siccome Tricesimo non è in California, il riscaldamento generoso del localesi fa apprezzare parecchio.

Nonostante il fatto che siamo reduci da un aperitivo a base di gelato, non ci lasciamo intimidire e ordiniamo due pietanze, più un piattino di anelli di cipolla fritti da condividere. Il menù, difatti, presenta piatti molto appetitosi ed è uno strazio escluderne alcuni, così, grazie alla complicità e alla saggezza di Elisa, che si offre di dividere con me un primo, posso assaggiare più cose.

Scegliamo l’orzotto (cioè l’orzo cucinato a mo’ di risotto) con gli asparagi.
La porzione è esagerata, da una ne ricaviamo due contenute, ma dignitose.
L’impatto visivo è angosciante: dal colore e dall’aspetto del condimento si direbbe  orzotto con il pesto. All’assaggio, però, la consolazione è enorme: non sa di pesto, non sa di formaggio. Sa di asparagi. A volergli trovare un difetto, il sapore è un po’ forte e gli asparagi erano ancora un po’ sodi. Personalmente mi è piaciuto molto, ma solitamente gli asparagi sono sinonimo di sapori e profumi più delicati, mentre questo piatto era decisamente caratterizzato, non ho capito se perché la qualità del vegetale impiegato era molto aromatica, se perché l’averli tenuti indietro di cottura ha lasciato loro un gusto più deciso o se perché il cuoco non è stato avaro e c’erano asparagi in abbondanza. Sia come sia, ho gradito molto il risultato, anche se la mia pipì è stata ferrosa per un giorno intero. Nonostante sia molto buono, però, il gelato di poco prima mi impedisce di terminare gli ultimi bocconi.

Il pensiero del cordon bleu con contorno di Kartoffelnsalat mi suscita  angoscia e quando mi viene servito, grande, caldo e dorato, provo un fugace, ma distinto, sentimento di panico.
È, tuttavia, pur sempre fritto, e l’ardore rende vittoriosa ogni impresa e fa superare qualsiasi difficoltà. Non appena il mio coltello trafigge la panatura – bionda, asciutta e irresistibile come una bagnina di Baywatch – la passione si risveglia nel mio animo e gusto con rinnovato entusiasmo e senza sforzo alcuno la mia deliziosa pietanza.

Oltre alla frittura pregevole, il cordon bleu si è distinto per la magrezza e morbidezza della carne utilizzata e per la bontà del ripieno: veri prosciutto e formaggio; non spalla cotta e sottilette: prosciutto e formaggio, quest’ultimo in una dose tale da poter essere considerato, altrove, un secondo piatto a sé.

Anche l’insalata di patate è buona. Mi aspettavo semplici patate bollite con l’aceto, come usa a Norimberga, invece questa versione è ricca di cetrioli, prosciutto e – mi pare, non sono sicura – uova sode, il tutto ben legato da abbondante maionese. La scelta sbagliata, insomma, per non riempirsi troppo, ma giusta dal punto di vista organolettico.

Innaffiamo il tutto con la birra della casa, una weizen un po’  più limpida di quelle usualmente in commercio, o una pilsner un po’ troppo torbida, ma comunque una bevanda piacevolissima, non troppo amara e non troppo profumata, ma neanche piatta, poco bolliciosa, come piace a me.
Genuina, sarà genuina, perché al terzo sorso inizio a grattarmi le mani come un’appestata. Elisa, da una parte, e Zzi, dall’altra, mi immobilizzano le braccia e mi aspetto che Quello lì, da un momento all’altro, mi metta la maschera di Hannibal Lecter.

Non siamo riusciti ad assaggiare i dolci, pertanto non posso riferirne.
Non saprei neppure dire cosa proponga il menù perché – grave mancanza – non mi sono neppure presa la briga di leggerli, segno che il mio inconscio sapeva che non ce l’avrei fatta.

Poiché, però, la cucina ci ha entusiasmato e ci sono diversi altri piatti che avrei voluto assaggiare, mi riprometto di approfondire lo studio e farvi rapporto, ma non troppo presto perché, a poche settimane dai concerti, non posso permettermi stravizi.

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Cotechino con lo zabaione

Posted on April 1st, 2012, by Larry

Come annunciato in precedenza su questi schermi e su Twitter (perché potete anche seguirmi su Twitter: @Larrycette), vi spiego finalmente come fare il cotechino con lo zabaione, la squisita specialità scoperta a Parma.

È molto semplice da preparare, basta saper fare lo zabaione. Di fatto si cucina il cotechino come di consueto e si prepara lo zabaione come di consueto. Poi, si versa il secondo sul primo e – surprise surprise – il connubio è delizioso. Il fatto è sconcertante, eppure…

Per quanto riguarda il cotechino, io mi affido ad occhi chiusi ai cotechini precotti. Non capisco una fava di cotechini e insaccati; probabilmente se me ne viene somministrato uno particolarmente buono e pregiato lo apprezzo, ma non saprei dove procurarmene uno speciale o come prepararlo per valorizzarlo, quindi quelli precotti vanno benissimo per me.

Occorre, però, inondarlo di zabaione. Quindi, per fare il cotechino con lo zabaione, ci vuole lo zabaione. Per fare lo zabaione, ci vuole un uovo. Per fare un uovo ci vuole una gallina. Per fare una gallina ci vuole un  uovo. Per fare un uovo ci vuole una gallina. Per fare una gallina ci vuole un uovo.
E così all’infinito, per questo la canzone parlava di tavoli e di fiori.

Noi prendiamo l’uovo e teniamo solo il rosso (col bianco potremo fare meringhe, ma solo quando ci sarà cresciuto un nuovo braccio destro), lo mettiamo in una casseruola insieme allo zucchero e lo sbattiamo bene col frullino elettrico. Un cucchiaio e mezzo di zucchero per tuorlo è sufficiente.

A questo punto si prende il marsala e lo si aggiunge a filo, come l’olio nella maionese, continuando a sbattere, ma questa volta usando la frusta a mano. Per montare, infatti, le uova non devono essere sbattute troppo velocemente, altrimenti non entra abbastanza aria e non si gonfiano. Talvolta, quindi, gli sbattitori elettrici sono troppo veloci; sfortunatamente, però, anche agitarle troppo lentamente è inutile e la velocità ideale è leggermente inferiore a quella degli elettrodomestici, ma superiore alla velocità confortevole per il braccio umano. Tipicamente, la velocità ideale è la velocità massima del braccio umano, quella al quale radio e ulna iniziano a dolere dopo il quindicesimo secondo di azione.

Sbattete, sbattete.
Continuate a sbattere.
Siate uomini, continuate a sbattere.
Quando avete finito di incorporare tutto il marsala, sbattete ancora un pochettino e poi riposate pure.

Coraggio: il meglio è passato.
Ora è il momento di cuocere a bagnomaria, il che significa continuare a sbattere le uova, questa volta tenendo il contenitore col culo in una pentola di acqua calda, quindi in un ambiente più ostile e in una posizione meno confortevole, che, per giunta, non potrete cambiare.

Ci vogliono almeno una ventina di minuti di sbatacchiamenti semisospesi sull’acqua bollente affinché lo zabaione cuocia.
Secondo me, l’inferno è un posto dove ti fanno cuocere lo zabaione tutto il giorno.


Come si capisce quando è pronto lo zabaione?
Non lo so, per me il tempo di cottura equivale al tempo di sfinimento del cuoco, quando non ne posso proprio più, smetto. Se avete invitati spiritosi che dall’altra stanza vi reclamano, come se vi steste divertendo o come se poteste fare a meno di stare con le ascelle sul fornello, è probabile che la vostra soglia di tolleranza si abbassi e lo zabaione vi sembri cotto prima. Zabaioni preparati in compagnia di Elisa che pulisce la cucina mentre si parla fittamente di cose interessanti e segrete, invece, superano serenamente la mezz’ora di cottura.

Quando lo zabaione è pronto, va portato subito in tavola, perché va consumato caldo e subito (altrimenti il marsala si deposita e la crema si separa; anche se è fatto bene, alla lunga, di star fermo e di raffreddarsi, si separa), assieme al cotechino lesso caldo.

Come detto, per quanto sbalorditivo, il connubio è una bontà. Quando lo racconto, nessuno mi crede e sono consapevole del fatto che se lo dico attraverso questo blog rendo l’affermazione ancor meno credibile, eppure chi lo ha provato ha dovuto riconoscere che è una squisitezza: parola di CP.

Il modo migliore di gustarlo, comunque, è a casa di qualcun altro, con lo zabaione fatto da qualcun altro. Certo, così è “troppo facile” e la pietanza perde il senso di conquista che ha facendosi lo zabaione da soli, ma sono sicura che sarà buonissima anche senza la sensazione di spada medievale conficcata nel tricipite e poi è sempre bello poter disporre almeno della forza necessaria a portarsi da soli la forchetta alla bocca.

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Maneggiare con CÀUTE-la (non è un’arte per goffi)

Posted on March 21st, 2012, by Larry

So che vedendo le meraviglie che la Giraffa sta producendo con le stoffe acquistate all’inizio del mese all’ Abilmente (e non solo) sarete tutti ansiosi di sapere che cosa ho comprato e che cosa ci sto facendo.

Per sviare l’attenzione dal fatto che non ci ho ancora fatto un bel niente e che non prevedo di farci gran che nell’immediato, sovverto l’ordine cronologico delle mie gesta (ma non temete, tornerò in argomento: prendetelo come un flash forward nel passato) e passo a mostrarvi le mie creazioni più recenti, delle quali, senza falsa modestia, vado sfacciatamente fiera. Perfino il Giraffo, tenendo in debita considerazione che si tratta realizzazioni manuali e che sono pur sempre manufatti di una donna, ha riconosciuto che “sono dritti”. Ha addirittura detto che “sono belli”. Non “simpatici”, non “divertenti” (aggettivi che, nella lingua del Giraffo, significano “sono troppo educato e ho una moglie troppo severa per dirti che fanno cagare, ma sappi che penso che fanno cagare”): proprio “belli”.

Come sapete, lo scorso fine settimana sono andata al corso di raku presso il laboratorio Càutero (e non Cautéro: sono friulani, mica liguri), esperienza letteralmente entusiasmante che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita. Certo, è un piccolo investimento, ma è pur sempre un corso, perciò si torna a casa con una abilità nuova che si può mettere a frutto e, naturalmente, con i propri vasi finiti, il cui valore è inestimabile.
Nonostante il raku non sia un’arte per goffi sono riuscita a non danneggiarmi e sono tornata a casa con tutti gli arti attaccati al corpo e ancora le sopracciglia sulla faccia. Ovviamente il corso ha tutti i requisiti di sicurezza, ma non si sa mai con me: una che riesce a farsi un bernoccolo facendo lo zabaione ha infinite risorse per ledersi, anche nele situazioni  più sicure.

Ecco, dunque, i miei capolavori:

Da

 

Sono tentatissima dal pubblicare una sequela di foto praticamente uguali per mostrarvi le particolarità delle mie opere: dal perfetto craquelèe ottenuto sui cilindri bianchi, all’interessante comportamento dello smalto sulla forma tonda, volutamente levigata con maggiore o minore intensità per ottenere crepe più o meno fitte a diversi livelli.

Vi mostrerò, invece, come ho chiamato i due cilindri bianchi, quello lungo e slanciato e quello corto e tozzo:

Da Raku

 

 

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