L’unica volta che vidi Parigi [2]

      8 Comments on L’unica volta che vidi Parigi [2]

 

Parigi, giorno 1, parte II

La colazione Lufthansa

Dopo un lasso di tempo che non so quantificare, perché dormivo, il personale di bordo inizia a distribuire scatoline di cartone bianche e verdi.
È ancora mattino e io mi illudo che ci stiano dando yogurt e cereali. Cos’altro potrebbe essere, se non un bel vasetto di yogurt e una bustina di croccante muesli da versarci dentro? Gustoso e tedesco quanto basta!
Nei miei sogni proibiti più estremi, è una coppetta di yogurt, granola e composta di frutta – magari fragole! – il cui superfluo, ulteriore confezionamento nel cartoncino giustifico con il voler ottenere un effetto sorpresa nel passeggero.
Quando mi arriva in mano il prezioso scrigno, parte della mia intuizione è confermata: Actimel c’è scritto. Non l’ho mai mangiato in vita mia, ma so che è uno yogurt da bere; sono un po’ delusa, ma non troppo. Non quanto sono delusa dal contenuto della confezione: oltre alla microscopica bottiglietta dall’inspiegabile forma di dirigibile (scelta forse per evocare quello senza elica e timone che il prodotto fa spostare nel corpo di chi lo assume), c’è una bustina di plastica, ma non contiene cereali. Contiene spicchi di mela.


Ma vaffanculo.

Uno: c’ho fame, sono le nove passate, ho mangiato solo una briochina che faceva ridere i cazzi sul volo prima, a quest’ora l’euforia glucidica data dall’overdose di zuccheri raffinati è passata, l’insulina mi ha fatto un buco nello stomaco che ci sta L’Ayers Rock, e voi mi date sei microspicchi di mela, che corrisponderanno sì e no a un terzo di frutto?
Ma siete scemi?
Affamatori del popolo! Assassini, tanto vale che spegniamo i motori e ci lasciamo cadere, è più umano!

Due: che cazzo di bisogno c’è di prendere le mele, farle a spicchi, irrorarle di acido ascorbico per non farle diventare nere e chiuderle nella plastica? Non si può semplicemente prendere la mela e distribuire la mela?
… Ah, la mela… 
La mela è già stata dotata di una confezione perfetta da Yaveh, che l’ha fatta capace di mantenersi in condizioni ottimali più a lungo di altri frutti anche una volta staccata dall’albero, infatti, già ai tempi della Genesi, ha avuto uno strepitoso successo di pubblico, tanto che il 50% intraprendente dell’umanità convinse la metà pavida a non rinunciare a un frutto così pieno di vantaggi.

Tre: passi che ci sia stato un imprenditore megalomane e blasfemo che ha voluto sostituirsi a Dio e dare una nuova confezione alle mele, ma che ci sia pure stato qualcuno che gli ha detto “bravo, bella idea” (la banca che l’ha finanziato, magari) e qualcun altro che ha ha pensato “Belin, che bel prodotto, proprio quello che ci voleva” (Lufthansa) e glielo ha pure comprato fa precipitare ai minimi termini la mia già scarsissima fiducia nell’umanità.

Quattro: sono mele morgenduft.
A me fanno cagare le mele morgenduft.
Non sono un’intenditrice di mele: distinguo a malapena quelle due o tre varietà che mi piacciono, di cui, però, non ricordo mai il periodo di maturazione, e cerco di tenere a mente quelle che non mi piacciono, in modo da non ricascarci.
Non c’è pericolo che mi dimentichi le morgenduft: mi fanno proprio anguscia, più delle stark delicious (che sono quelle belle, rettangolari e rosse come un peperone, che di gusto non sono male, ma che hanno la consistenza di una cucchiaiata di gesso); più delle cazzo-di-melette-slovene, che non so come si chiamino botanicamente (penso “cazzo-di-melette-slovene”), ma che non mancano mai alle terme, fuori dalle saune, accanto al distributore dell’acqua, e sono l’unica varietà di mela che mette sete: non solo sono brutte, con la buccia molla, la polpa allappante, il gusto di un amaro sgradevole con vago sentore di foglia di cardo cruda e l’odore di verderame, ma per giunta sono dissetanti come un bicchiere di sabbia.

Le morgenduft – il cui nome, così bello e accattivante, doveva farmi subito capire che solo un prodotto ontologicamente scarso ha bisogno di un marketing così efficace – inoltre, sono detestabili perché sono estremamente infingarde: sembrano piccole fuji (la mia varietà preferita), ma non lo sono. Un po’ tipo gli squali: sembrano, alla lontana, innocui e simpatici delfini, ma non lo sono.
E io le odio per questo loro sembrare buone e non esserlo.
Figuratevi che piacere trovarmi pochi spicchi di mela quando ho una fame da lupo e mi aspetto cereali, tagliati da una mela che addirittura è l’odiata morgenduft, e che come se non bastasse sono fasciati nella plastica, mentre sono intrappolata a diecimila metri e non posso andare a comprarmi un panino. Sono finita in un thriller catastrofico del martedì di Canale 5!

Soprattutto: figuratevi Zzi che ha subito tutto questo live.

8 thoughts on “L’unica volta che vidi Parigi [2]

  1. Otti

    attenzione, andava a Parigi (quante cacchio di ore di volo saranno mai potute essere?! Pensi a me che tra 10 giorni sarò intrappolata in un volo da 14 ore…) e solo lei può tirar fuori un intero post a partire dallo snack dei voli Lufthansa.

    Ad gni modo è la stessa compagnia che mi trasporterà in California, quindi grazie per avermi avvisata di portarmi i cereali in cabina. O casomai le mele secche ;P

  2. Pingback: L'unica volta che vidi Parigi 4 | LARRYCETTE

  3. Pingback: Lonza di maiale al forno con mele | LARRYCETTE

  4. Pingback: Danone Actimel per Lufthansa [con audio] | LARRYCETTE

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *