L’unica volta che vidi Parigi (3)

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Terminata l’invettiva sul deludente snack che Lufthansa ci ha somministrato, sono precipitata nel sonno fino all’atterraggio.
In aeroporto, ho per la prima – e ritengo, in ogni caso, unica – volta in vita mia provato gioia per aver sposato un orientista. Se, infatti, l’essere appassionato di questo incondivisibile sport è l’unico difetto di Zzi, al Charles de Gaulle ho dovuto ammettere che la cosa ha dei risvolti positivi. Per esempio, ci ha permesso di uscire dall’aeroporto, per giunta con i nostri bagagli. Fosse stato per me, avrei fatto la fine di Tom Hanks, ma senza neanche lumarmi Catherine Zeta Jones.

L’aeroporto di Parigi è, infatti, un dedalo inesplicabile, soprattutto perché non fa niente per farsi esplicare.
L’aeroporto di Monaco è pensato per la rigidità mentale tedesca e non richiede il minimo sforzo intellettivo per capire dove dirigersi e cosa fare; l’aeroporto di Londra (Stansted, solitamente noi voliamo pezzente) rispecchia la meritocrazia britannica: voli solo se sai leggere (cioè: basta saper leggere, è tutto perfettamente indicato); l’aeroporto di Parigi è un po’ più latino di quelli da me fin qui conosciuti, per cui è organizzato (si fa per dire) in modo che bisogna fare centocinquanta chilometri a piedi nei tunnel per andare a prendere la valigia, e altri ottanta per raggiungere l’uscita. Niente di insormontabile, ma implica un’evoluzione a primate che finora non mi era stata richiesta.


 

Larry e Zzi all’Hotel du nord et de l’est

Vinciamo l’ostilità della biglietteria automatica e prendiamo il treno RER per la città. Probabilmente prendiamo anche il tetano.
Parigi – e i suoi mezzi di trasporto – è la città più sporca che ho mai visto in vita mia.
Non sono mai stata a Calcutta, ma sono stata quasi 25 anni a Genova, il che dovrebbe dirvela lunga sulla scarsa igiene nella capitale francese. Magari io sono un po’ schizzinosa su certe cose; di certo esagero quando, vedendovi toccare un oggetto – per dire, un paio di occhiali da lettura –  dimenticato da qualcuno per strada, esclamo “che schifo, chissà chi l’ha toccato!“, ma posso assicurarvi che la sensazione di sporcizia del treno per Parigi avrebbe disgustato chiunque.
A Gare du Nord ci ricongiungiamo con Slonc e andiamo insieme in albergo.

L’Hotel è davvero pulito e ordinato, come riferito dai siti internet che Zzi aveva consultato prima di prenotare e, leggendo i commenti degli ospiti di questo e altri alberghi, pare che da queste parti non siano qualità scontate.
In compenso, entrare in camera è un casino.
Per accedere alla stanza, infatti, bisogna dapprima raggiungere un piccolo corridoio trasversale, cui si arriva aprendo una porta tagliafuoco pesantissima, con una molla durissima che rende ancora più difficoltosa un’apertura, la cui difficoltà era già sensibilmente aumentata dalla moquette, che offriva ulteriore resistenza dal basso.

Una volta aperta con fatica questa porta, si scopre che il corridoio è talmente stretto che c’è luce a malapena per aprire la porta della camera, di conseguenza bisogna stare un po’ indietro, evitando che la tagliafuoco si chiuda alle spalle. Neppure la porta della camera si apre con disinvoltura, ma almeno siamo preparati.
Espugnato anche questo ingresso, c’è un’altra porta. Ci prendono per il culo, è chiaro. Ormai esperta delle porte francesi, mi getto con tutta la forza ad aprire la terza, che ovviamente è cedevole come il burro e a momenti mi fa capitombolare a panciata sul letto. Il bello è che prima di avventarmi sulla maniglia avevo pensato “ora succede come nello slapstick e mi imbelino per terra”, ma mi sono anche detta “ma no, mica devono sempre succedermi cose grottesche”… e puntualmente…

L’importante, in ogni caso, è che siamo entrati.
La stanza è pulita, luminosa, la zona sembra silenziosa; il bagno c’è ed è spazioso, pulito e luminoso pure lui.
Perbacco, se è spazioso questo bagno! C’è un sacco di posto per muoversi comodamente davanti al lavabo e alla vasca. In casa mia il bagno è più o meno grande uguale, eppure non c’è tutto questo spazio… mmm, ora che ci penso… mi pare che manchi qualcosa.

La tazza!
-“Cazzo, Zzi, manca la tazza! La tazza del cesso, ci hanno fottuto la tazza del cesso!”
– “Sarà separata”
– “E dove? Non ci sono porte, qui”
– “Entrando ho visto una porta sulla destra, nell’ingressino prima di entrare in camera”
– “Entrando?”
Fammi capire: mentre cercavamo di sfuggire all’abbraccio mortale delle porte dell’albergo e io combattevo con tutte le mie forze per raggiungere il nostro talamo, tu sei riuscito a notare che c’era un’altra porta?
Ad ogni modo, riaperta con cautela la porta leggera, constato che effettivamente c’era una porta nell’ingresso della stanza, che, come facilmente prevedibile, dà su un cubicolo che contiene un water. L’ambiente è leggermente angusto e non c’è lavandino, figuriamoci il bidet (che comunque non mi aspettavo di trovare all’estero, sebbene sia nato in Francia); dunque è previsto che, dopo aver usato la toilette, il fruitore ne esca con culo e mani sporchi e vada a lavarsi in bagno, attraversando la stanza con il letto, con le braccia alzate come un chirurgo per non spargere germi in giro. Funzionale!

Ripuliti e rivestiti, andiamo a pranzo con Slonc.

 

2 thoughts on “L’unica volta che vidi Parigi (3)

  1. Lucy Van Pelt

    Una mia amica ha preso la scabbia a Parigi: quando il medico francese, appena comunicata la diagnosi, ha visto la sua faccia sbalordita le ha detto “ma è normale!”.

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