Cronache romane [1]

Posted on March 5th, 2010, by Larry

Parto con l’Eurocity delle 6,35, che è quello che una volta mi riportava a Genova. Quando entrambi eravamo giovani lui era un Eurostar, ora siamo entrambi conciati molto peggio, ma lui costa di più.

Per sicurezza, parte con cinque minuti di ritardo, non sia mai che a Mestre abbiamo il tempo di fare la pipì.

Gli orologi dei binari 4 e 5 di Mestre sono proprio buffi: il binario 5 è avanti di meno di un minuto, ma abbastanza da avere la lancetta sensibilmente più in avanti di quello del binario 4, ed entrambi sono in ritardo di almeno 5 minuti sull’obliteratrice. Chissà se il campionario è tutto qui, o ci sono, sparse tra i numerosi orologi di una stazione, altri orari disponibili per i capitreno per stornare le proteste dei viaggiatori di Eurostar, desiderosi di ricevere il rimborso per il ritardo superiore ai 25 minuti, mostrando loro che – contrariamente a quanto asserito dagli strumenti di misurazione del tempo a bordo del treno – sono trascorsi a malapena 20 o 22 minuti dall’orario di arrivo previsto.

I potenti mezzi dell’Edicola mi fanno viaggiare in prima classe che, in effetti, è più pulita e leggermente più spaziosa della seconda.

Le differenze, però, non si fermano qui. Quando per prima salgo sulla carrozza sorprendo l’addetto delle pulizie nell’atto di terminare il proprio intervento. Ad ogni stazione fa la ronda e si assicura che chi sale trovi il proprio posto in condizioni impeccabili; qualche crudele strategia di marketing ha optato per la visibilità di questo ruolo a scapito della dignità dell’uomo che lo svolge, costretto in un imbarazzante completo pantaloni e polo gialli [vistose scritte blu sulla schiena].

Rispetto alla seconda classe, la frequentazione lascia un po’ a desiderare.
Ricordavo con tenerezza trentenni morte di sonno che avevo deciso essere segretarie, studenti di cui si poteva capire la facoltà solo dalle scarpe, uomini di mezza età ai quali di volta in volta affibbiavo un passato e una storia diversi, tanto quando attaccavano bottone scoprivo sempre che non ci avevo indovinato.
Qua ci sono solo infelici con vestiti noiosamente impeccabili ed equipaggiamento tecnologico al limite del ridicolo; ma non fa niente, tanto il co-viaggiatore di prima classe non si trasforma in compagno di viaggio, non dovrò fare conversazione con nessuno di costoro.

Noi viaggiatori di prima siamo fieri della nostra autarchia, spostiamo fieramente le nostre valigie e non ci azzardiamo a sfiorare quelle degli altri. Afferrarle con destrezza e accomodarle sul ripiano è roba che fanno solo gli immigrati seduti in corridoio.

Per la prima volta in vita mia mi interrogo sulla necessità delle intercettazioni telefoniche.
Intendo dire: che bisogno c’è di collegarsi alle linee degli utenti quando ci si può sedere qui e ascoltare dettagliatamente le strategie politiche, aziendali e sentimentali di chiunque sieda nella stessa carrozza?

In questo momento – Santa Maria Novella – uno che non vedo ha invitato il proprio interlocutore a prendere un caffè al Senato, dopo averlo ammorbato con considerazioni assortite sul blocco del traffico, aveva iniziato un paio di frasi con “no, ma lì bisogna…” e “sì, però tu devi…”, ma aveva chiosato con “poi te sei il sindaco e fai quello che vuoi, ma…”.
È appena sceso il mi passeggero favorito, Franco, uno che credo dialogasse con un trafficante d’organi, perché dal suo telefono provenivano preoccupate frasi di Maurizio a proposito di un casino che ha combinato Paolo e che adesso lui non sapeva come fare perché non è che quelli aspettano, gli aveva detto che si poteva fare, che era tutto a posto, ma poi Paolo s’è messo in mezzo e adesso lui non sa cosa dire, perché tanto a quelli non gliene frega niente se è stato Paolo o è stato lui.
È andato avanti così per una decina di minuti, poi Franco, sempre con una gamba dei calzoni arrotolata fino alla fine del femore, a scoprirgli un ginocchio peloso, ma calzini pregiati, ha preso a tranquillizzarlo e a spiegargli che per prima cosa doveva chiamare Paolo – ma lui con Paolo non ci voleva parlare – e che adesso stesse un attimo ad ascoltare e lo facesse parlare, doveva chiamare Paolo e farsi dire esattamente cosa aveva detto lui agli amici Giorgio e poi di richiamarlo.
Peccato che sia sceso, perché era da Ferrara che la vicenda mi stava appassionando.
In verità Franco era salito a Padova, ma prima stavo cercando di capire perché il wifi del boaro in Hugo Boss funzionasse e il resto del treno imprecasse cambiando continuamente porta alla chiavetta.

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Trail-O a Genova [o Trilli Trilli Trilli]

Posted on February 18th, 2010, by Larry
Trail-O a Genova [o Trilli Trilli Trilli]

Non avendo potuto prendere parte alla precedente prova di Mestre per misurarmi con la versione praticabile dell’orienteering, aderisco con incontenibile  entusiasmo e palpabile ansia alla gara nel Parco storico di Villa Serra a Comago, frazione di Sant’Olcese [GE].

Proprio non mi trattengo dalla voglia di partecipare e non sto nella pelle, tanto che  alla mattina, gioendo del mite clima rivierasco, mi pento di non avere con me i miei amati indumenti da orientista, che mi avrebbero permesso di godere del tiepido sole e farmi riconoscere come fiera atleta di questo sport sconvolgente.

Giunti sul posto, ci conquista la vegetazione lussureggiante e il dolce tepore del sole già primaverile. Gli atleti sono numerosi e provengono da ogni parte d’Italia e non solo.
Il luogo è così bello che vorrei non dovermene mai andare.

La gara è entusiasmante, grazie al suo percorso si scoprono scorci di vegetazione ricca e ambienti romantici.
Il gioco è facile e divertente.
Venghino, venghino, siore e siore. Si vince sempre, piace e diverte.

MUSSE

Una giornata d’inferno.
Non ne andava dritta una: un umido e un lovego che spaccava le ossa, potevi sventrare uno yak e coprirti con le budella ancora calde e c’avevi freddo lo stesso.
Io c’avevo per il belino di fare la gara; anche se Zzi mi aveva rassicurata che era lungo il sentiero, nel pulito, senza animaletti, io ero sicura che ci fosse una lumaca missile in agguato, pronta a saltarmi al collo.

Per fortuna ad accoglierci c’è il venditore di cavi d’ormeggio [Zzi ha un fornitore in ogni porto], che ci spiega che, invece, nelle belle giornate, quella boscaglia  lugubre è davvero un piacevole giardino. Io, però, mi guardo in giro circospetta aspettandomi da un momento all’altro che esca il mostro della palude e mi mangi.

Noi abbiamo davanti sei ore di macchina, sono le undici e mezzo e non tocca mai a noi.
Perché?
Non le leggono le mail di Zzi che gli chiede di farci partire per primi?
Io faccio fuoco e fiamme e minaccio di torturarli perforandogli i capezzoli con le punzonatrici, Zzi va a spiegare la situazione al sosia di Morozzi che, bontà sua, prende a cuore il nostro caso e lo porta all’attenzione del saggio con la barba.

Il saggio con la barba va e viene, ma non ci dà mai un responso.
A un certo punto Morozzi, che prima ci teneva d’occhio, comincia ad evitarci imbarazzato.
Infine, guadagniamo venti minuti partendo alla fine degli Elite, silenziosi come congiurati, spariamo risposte a caso come neanche al quiz della patente e in qualche modo ne veniamo fuori.

Il gioco, in verità, è pur bello: si segue a passo d’uomo un sentiero pulito e si raggiungono punti di osservazione dai quali si vedono 3/4 lanterne vicine e si deve scegliere quella corrispondente alla descrizione data, chiamandola ” A/B/C/D” da sinistra verso destra. Chiaro. Patti chiari, amicizia lunga.

La risposta fatalmente sbagliata è quella che do a Zzi quando mi chiede “Ti piace?”.
Per mera educazione mi scappa un automatico “sì” e la mia condanna a morte è firmata.
Per l’entusiasmo, Zzi si fa scappare che forse – gli pare – non ha scritto che volevamo partire presto….ora…è Zzi. on sbaglia. Non dimentica.
Se non ricorda di aver fatto significa che non ha fatto.

Per un attimo gli vorrei aizzare contro un cigno mannaro.

Ma a parte che a volte si vedono più lanterne del previsto e non si capisce da che parte bisogna cominciare a contare, o che ci sono file indiane di lanterne che sfido chiunque a dire quale sia più a sinistra, devo ammettere che il gioco è divertente. E poi, suvvia, la domanda carogna è quella che dà pepe al gioco, se è troppo facile non c’è gloria nell’impresa.
Non siamo mica qua per farci mangiare il belino dalle mosche, un po’ d’entusiamo e intraprendenza, che diamine!

.  .  .  .

Ora son qua sul divano che sfoglio il bel libro Land of Hope and Dreams e aspetto un finale a effetto per il post.
Intanto Zzi lo legge in anteprima.
- “Sono contento che ti sia piaciuta la gara, perché non finisci semplicemente dicendo che ti ho già iscritta alla prossima gara in Liguria?”
- “Voglio il divorzio”

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Bandierine della noia

Posted on February 16th, 2010, by Larry
Bandierine della noia

Le detesto.

Lo so che non posso, perché se ne stanno lassù e non fanno del male a nessuno, ma le odio lo stesso.
Per giunta, sono inattaccabili: al contrario degli ultravasi non costituiscono un danno per l’ambiente, non hanno richiesto la morte di alberi innocenti, non consumano energia elettrica, non ingombrano il passaggio.
Ma io le aborro: garrule, festose, variopinte, svolazzanti bandierine carnevalesche tese sopra le principali vie del centro.

Non le posso vedere.
Non penso neppure che siano malvagie, nel loro essere bandierine.
Insomma, sono bandierine, stanno lì, colorano, si muovono a seconda de vento. È questo il lavoro della bandierina, e loro lo fanno come si deve.

È che non sopporto il carnevale.
Non mi piaceva neanche da bambina, sebbene la festa in classe non mi dispiacesse affatto.
So che è una festa di antiche tradizioni, con aspetti culturali non trascurabili; so che rappresenta il sovvertimento dell’ordine sociale  e lo spirito creativo innato nell’uomo, che attraverso il caos reinventa la realtà  [Bakhtin]; so che nasconde istanze psicanalitiche di trasformazione nell’altro e di oggettivazione e presa di distanze dell’abietto [Kristeva].
Conosco tutte le giustificazioni di nobilitazione del carnevale e suppongo di avere torto sotto svariati aspetti.

Ma io fatico a non vedere altro che una massa di bambini irritanti e adulti insopportabili che intasa la città, ora vagando rincretinita dall’euforia a comando, ora marciando implotonata in una sfilata ridicola e terrificante assieme, nella sua demenzialità.

È un’opinione.
Secondo me è giusta, ma scommetto che c’è un sacco di gente che la ritiene sbagliata, specie al di là del rio Ospo.

È che ho scelto la città sbagliata per fare resistenza passiva al carnevale, mi sembra di andare in giro come un’appestata, come Caino col marchio in fronte…come uno con la sciarpa della Juve a Firenze.

Poi in edicola arriva Trilli Campanellino con un vassoio di crostoli – dal quale io produco sei quintali di briciole e una collante molto potente che ho in buona parte spalmato su documenti importanti – e mi riservo di considerare eventuali aspetti positivi del carnevale.

Ma dovrò comunque scavarmi un tunnel sotterraneo con la tessera-sconti della libreria per arrivare a casa indenne.
Magari non rapidamente, ma indenne.

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Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste

Posted on February 4th, 2010, by Larry
Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste

| über Sinn und Bedeutung |

Prima o poi dobbiamo testare anche tutta quella sfilza di bar-fotocopia da fighettame di via San Nicolò bassa.
Iniziamo con sistematicità e ci infiliamo, per prima cosa, al

Café del Mar, via San Nicolò 3, Trieste
L’atomosfera interna è leggermente cupa, l’istinto è quello di cercare le vasche con le pozioni magiche per sviluppare le foto, poi Zzi mi ricorda che no, pirla, non è una camera oscura, è un bar, e stai attenta a dove metti i piedi!
Guardo bene in terra e, sebbene le luci siano estremamente basse per un locale che somministra alimenti in cui avventori e personale restano vestiti, non c’è nulla da nascondere, il pavimento è pulito, anche negli angoli.
Occupiamo un tavolino sul retro tanto alto quanto minuscolo, la cui già ridotta superficie è occupata da un lumino più sepolcrale che romantico. Accanto alla macchina del caffè giace, parzialmente mangiucchiato, un toast poggiato direttamente sul marmo del bancone che, però, appena noi clienti prendiamo posto dove può essere visto, sparisce.

Attendiamo la cameriera per un tempo ragionevole, questa, cordiale e sorridente, non ci propone la lista, del resto noi, decisi sulla nostra ordinazione, non gliene diamo modo.
La giovane veste in total look nero, spezzato solo dal grembiule color vinaccia…non sia mai che le frequenze del verde impressionino le stampe!

Quando chiedo il vodka russian si alza un sopracciglio sul gioviale volto della barista, ma, poiché non chiede delucidazioni, deduco che sappia benissimo cosa voglio.
Io lo so, se me lo chiede, io lo so.
Ma non me lo chiede, e io non glielo dico.

Nell’attesa ho modo di apprezzare i tovagliolini personalizzati che, sotto al logo a due colori del locale, reca la descrizione “wine e american bar / stuzzicheria” e i recapiti.
“Stuzzicheria”.
Sticazzi, mi viene da dire.
Cosa diavolo sarà una stuzzicheria? Si direbbe un neologismo creato per analogia con termini quali “pizzeria” o “coltelleria”.  La prima è un locale in cui si produce e somministra pizza. Nella seconda si vendono e si fa manutenzione ai coltelli, in alcuni casi vi vengono anche realizzati.
Ne deriva che in una stuzzicheria si producano e somministrino/vendano gli “stuzzichi” o le “stuzziche”. Non mi risulta che questo segno possa essere riferito ad alcun significato. Al massimo, con uno sforzo di immaginazione, posso credere che si riferisca a “stuzzichini”.
Al di là del fatto che gli stuzzichini, gratuitamente serviti come accompagnamento o acquistabili singolarmente, in un bar sono una presenza un po’ scontata [tanto varrebbe scrivere allora "coca-coleria", "acquadel rubinetteria", "cappuccineria"], la dicitura corretta dovrebbe allora essere “stuzzichineria”.
“Faccagare”, diranno subito i miei piccoli lettori. Sono d’accordo. Anche “stuzzicheria”, d’altro canto, è un ottimo succedaneo del confetto Falqui.

Non tutte le lingue hanno una e una sola parola per indicare un concetto, questo spiega perché, con i mutamenti culturali che portano nuovi concetti nelle società, si ricorra a perifrasi o a prestiti. Non è obbligatorio usare una sola parola per chiamare le cose.
Inoltre, la presenza di stuzzichini in un bar non è, a mio modesto avviso, un mutamento culturale di portata tale da giustificare il conio di una nuova parola, specie così brutta.

Non appena mi si riassorbe la bile, arriva il vassoio con le consumazioni.
Al posto del mio vodka russian c’è un bicchiere di Coca Cola. Ah, no, è un Black Russian.
Lo faccio notare.
Sconcerto nella barista. Conferma che è un Black Russian. Riconosce che avevo chiesto Vodka Russian. Ora sembra comprendere perché ho usato un senso diverso dal suo per riferirmi ad un significato che – TA DA! – è altrettanto diverso.
Spiego cos’è il Vodka Russian. Risponde che tanto la Russian non ce l’aveva.
Faccio la faccia di quella che dice “E allora potevi dirmelo e chiedermi cosa voglio….e se fossi stata una i quelle strambe che odiano il caffè?”, ma taccio.
Fatalmente, sono una creatura estremamente espressiva.

La barista, compresa la gaffe e il peccato di ubris, insiste tantissimo per cambiare la mia consumazione, ma dato che io non sono una di quelle strambe che odiano il caffè e so quanto costa la kahlua, lo bevo lo stesso.
È buono; un po’ abbondante di kahlua [o carente di vodka, punti di vista], ma, proprio per questo, dolce e beverino.

Gli stuzzichini riempiono il tavolo [grazialcazzo, ha il diametro di un 33 giri e, dopotutto, siamo in una stuzzicheria], ma tra essi non ce ne è nemmuno uno che ‘faccia fondo’, eccettuata la fetta di pane tagliata in 4 su cui giacciono i resti smembrati di un pomodoro e di una mozzarella che hanno fatto felici molti altri palati. Ci sono olive, ma non c’è un piattino dove gettare gli ossi, ci sono peperoncini verdi sott’aceto, ma nemmeno un tovagliolo di carta dove gettare i piccioli, ci sono arachidi in guscio, ma un cazzo di niente dove mettere le bucce: in men che non si dica il 33 giri è pieno di briciole di arachidi, tovagliolini umidi di resti di peperoncini e ossetti sputazzati.
Per fortuna i bagigi sono pochi e liberiamo presto una coppetta da adibire a pattumiera.

Alla cassa, la barista si scusa ancora per il malinteso e ci ringrazia e saluta molto educatamente.

Non è il tipo di locale che mi piace, ma lo sapevo prima di entrarci; nonostante ciò e nonostante il fatto che neanche qui sia possibile bere un vodka russian [o scegliere un'alternativa!] è un locale privo di doti, ma anche privo di difetti.

In breve

Il locale e le cose
Aspetto degli ambienti [nel suo genere]: ♦♦ [Un po' camera oscura, un po' boudoir, parecchio stravisto]
Cura e manutenzione degli ambienti:  ♦♦♦♦ [Fanno di tutto per non darlo a vedere, ma è molto ordinato e pulito!]
Qualità suppellettili: ♦♦♦
Cura e pulizia degli oggetti: ♦♦ [Tutto pulito e grazioso, ma neanche una sputacchiera!]
Il personale
Competenza: ♦♦ [Uno per la presunzione e uno per la sufficienza]
Gentilezza/disponibilità: ♦♦♦♦♦ [Per la sincera disponibilità a sostituire la consumazione]
Cura e pulizia: ♦♦♦ [Sempre 'sto nero...]
I prodotti somministrati
Bevande:  ♦♦♦ [Il black russian era di mio gusto, ma obiettivamente leggermente squilibrato]
Cibi: ♦♦♦ [Freschi, non abbondanti, ma neppure scarsi, un po' troppo fighetti e inspiegabilmente mancanti di semplici patatine]

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Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Posted on January 27th, 2010, by Larry

Qualche settimana fa abbiamo deciso di interrogare il

Cafè noir di via Bellini, Trieste,

altrimenti noto come il

Caffè Orizzonte di via Bellini, Trieste

La verità è che ha cambiato gestione da poco e ha ancora entrambe le insegne, così io non so quale sia il nome attuale perché non ricordo quale fosse il precedente.

L’interno è come lo ricordavo, in tota larrish look arancione e marrone.
Prendiamo posto ad un tavolo minuscolo, contornato ad un lato da sedie e dall’altro da un divanetto pieno di cuscini, spodestati i quali, sprofondiamo col mento sul tavolo.

L’ambiente è tranquillo, il barista compare presto a prendere le ordinazioni.
Non c’è un listino, ma non è questo un bar alla moda dove le persone vanno per farsi vedere, è più un posto dove la gente entra perché ha sete, freddo, voglia di caffè o di far la pipì.

Ordiniamo senza menarcelo e io chiedo uno spritz perché sono si e no le cinque del pomeriggio e la cosa più trasgressiva che ordinano i miei commensali è un succo d’ananas: non mi va di fare la figura dell’alcolizzata. Non la prima volta.

Lo spritz non è memorabile, ma è fatto bene.
Ci raggiungono nel frattempo LaMinaccia e un suo nuovo amico partenopeo.

Partenopeo è a Trieste da solo tre mesi, e ha già tanti aneddoti da raccontare.
La città e i suoi abitanti, in effetti, sono una miniera di spunti.
Il più ovvio è il caffè.
Prendere un caffè denuncia subito la non triestinità dell’avventore. Un italiano chiede un caffè, eventualmente un macchiato, specificando caldo o freddo se è proprio un rompiballe. Prima delle otto consumano un cappuccino o un lattemacchiato, sempre se sono rompiballe.

Il triestino chiede un nero, un capo, un capo in bi [chiaro o scuro], un goccia [caldo o freddo].
Ma il bello non è la varietà: è la [non]corrispondenza.

Possiamo accettare di chiamare solo nero l’espresso [anche se essere corretti dal barista quando chiediamo "un caffè" è onestamente troppo] e imparare che il goccia è il caffè macchiato.
Ma “capo” è il diminutivo di cappuccino, che però viene servito in tazza piccola e – di fatto – è un caffè macchiato fino all’orlo [e chiunque dica il contrario è un triestino]; in bi è servito in bicchiere.
Il problema si presenta quando uno vuole un cappuccino vero, chiede un cappuccino e gli arriva questa porzione micragnosa. Se Nanni Loy fosse stato Triestino non avrebbe avuto abbastanza spazio per intingere il cornetto.
Avrebbe – obietteranno i miei piccoli lettori alabardati – dovuto chiede un caffèlatte.
Già perché ora il delirio di pidocchiosità triestino esplode. Dopo aver ridotto le dosi del cappuccino, riducono anche quelle del caffèlatte e ne danno 250ml, ovvero la tazza da cappuccino.
Non si sa come si faccia ad avere un caffèlatte, forse bisogna chiedere una caraffa, pare che nessuno abbia mai osato chiedere tanto, oppure è ancora là che cerca di spiegarsi col barista e la nomenclatura non è stata codificata.

Ad ogni modo, questo bar è un posto cosmopolita, i gestori sono garbati e parlano italiano.
Io gli spacco un bicchiere perché sono impercettibilmente goffa e loro non battono ciglio.
Gli stuzzichini sono scarsetti, ma, ripeto non è un bar da aperitivi.

Perciò non lo classifichiamo, non finché non mi viene voglia di andare lì a non bere un vodka russian.

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Catodica | V edizione

Posted on January 21st, 2010, by Larry
Catodica | V edizione

Con impercettibile ritardo, ho il piacere di annunciare che anche quest’anno gli amici di FuCineMuTe hanno organizzato la rassegna internazionale di videoarte Catodica.

Potete visionare la presentazione della manifestazione cliccando qui: catodica 5 it


PS che non c’entra un cazzo: avete visto che bel volantino? Sapete come ho fatto a pubblicarlo? Ho preso un volantino di carta e l’ho scannerizzato.
Scannerizzare le immagini è molto facile. Lo è ancora di più quando si tratta di immagini singole  in formato ridotto e su supporto maneggevole -ad esempio su carta da 200gr/mq, con superficie cm 10×15 o 13×18 – come le foto.
Davvero, non ci vuole niente: dieci anni fa occorrevano svariati minuti, ma gli odierni programmi di acquisizione capiscono al volo le intenzioni dell’utente e l’unica cosa che serve è un arto per maneggiare il coperchio. Questione di pochissimo, ci sono riuscita pure io…anzi, potrei pure scannerizzare immagini altrui, avendole anche solo temporaneamente a disposizione.
E serbarle gelosamente senza condividerle con nessuno, chiaro.

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Dal cartone col cartone: pizze da asporto a Trieste e film d’animazione in dvd [1]

Posted on January 7th, 2010, by Larry
Dal cartone col cartone: pizze da asporto a Trieste e film d’animazione in dvd [1]

L’anno nuovo è subito foriero di novità: provo infatti l’ebbrezza di consumare la pizza da asporto in un piatto e seduta a tavola come i cristiani, anziché dal cartone, stravaccata sul divano.
Siamo, infatti, ospiti della Giraffa per la serata cartone animato [da che, mi aspetterei, per coerenza e tradizione, di mangiare la pizza dal cartone, donde il titolo della serie che qui inauguriamo], che di regola vuole la pizza da asporto.

Quando si è ospiti di qualcuno che ha cucinato tutto il giorno per noi, infatti, potrebbe non essere apprezzato consumare tali leccornie senza attenzione, tutti presi dalla TV, per questo è opportuno far coincidere la serata del film d’animazione con la pizza da asporto, per antonomasia la pietanza preparata da qualcun altro e che non richiede neanche che dopo si debbano lavare piatti e posate [sempre se la mangiate, come me, con le mani dal cartone; certo, poi devo fare la doccia, ma è un problema diverso].

La pizza viene dalla pizzeria di via Giulia-angolo via Klander [non so il nome, ma adesso la Giraffa accorre in nostro aiuto], il film con cui inauguriamo la rassegna è probabilmente il mio preferito della generazione digitale: Monsters & Co.

Io e il marito della Giraffa non siamo presenti alla scelta delle pizze, il che rende il tutto una procedura molto più semplice perché non possiamo stare ore ed ore a leggere il menù [per poi dichiarare “Margherita!”]. Io ho un certo appetito, quindi dichiaro di voler qualcosa con salsiccia e funghi.
Il prosaico Zzi mi procura una margherita-aggiunta salsiccia-aggiunta funghi.

Quando raggiungiamo i nostri legittimi nel nido dei Giraffi, le pizze sono ancora ben calde, sebbene il volerle a tutti i costi impiattare faccia perdere loro un paio di gradi. Ma i piatti da pizza della Giraffa sono così belli che ci mangerei la pizza surgelata con brina e cellophane e sarei capace di trovarla buona.

Detto ciò, mi impongo di dare un giudizio obiettivo e procedo all’analisi.Il diametro non è esagerato: eccede leggermente il piatto da pizza, ma è inferiore a molti. In compenso il bordo è piuttosto alto e il condimento ricco.

Al taglio la pasta è ben cotta, poco elastica e il bordo, schiacciato dal coltello, presto si rialza, asciutto e mezzo vuoto, come deve essere quando è così alto.
La salsa di pomodoro è versata con generosità e tradisce l’acidulo solo in corrispondenza dei pezzi di pelato più grandi, com’è ovvio.
La mozzarella è, a mio gusto, un po’ troppo cotta, così come la salsiccia, ma pretendere che in una pizzeria da asporto si mettano ad aggiungere gli ingredienti a questo o a quel punto della cottura è pura fantascienza.
I funghi sono i funghetti trifolati d’ordinanza, senza infamia e senza lode.

Segnalo, non senza invidia, l’abbondanza di olive profusa sulle pizze dei Giraffi i quali – essendo clienti – hanno saputo scegliere meglio, o sono trattati con un occhio di  riguardo. La prossima volta torno con loro e prendo la pizza con le olive anche io.

Dovendo dare un voto da uno a dieci, assegnerei un bel sette. Attenzione: si tratta di voti assoluti sulle pizze, perciò una pizza da asporto inevitabilmente consumata almeno dieci minuti dopo essere uscita dal forno non può raggiungere l’eccellenza di una pizza squisita mangiata subito.

Il film è bellissimo, ma vi sconsiglio di guardarlo con me.
Inizio a dire “ÈBBBÈLLISSIMO” dai titoli di testa [peraltro chi li ha visti converrà con me che sono incantevoli, sia nella musica che nelle immagini], poi è tutto un susseguirsi di “Guarda-guarda”, “Senti-senti”, “Ascolta-ascolta”, “Ecco-ecco”.


A Mostropoli c’è il rischio di crisi energetica perché i bambini di oggi sono sempre più difficili da spaventare e sono proprio le loro urla spaventate che, convertite dalla Monsters & Co. – che si avvale del lavoro di esperti spaventatori – in energia, alimentano le comodità della vita quotidiana.
Gli spaventatori, attraverso le infinite porte disponibili nell’archivio aziendale, attivate grazie a specifici dispositivi, sbucano fuori dagli armadi dei bambini di tutto il mondo, terrorizzandoli; quello dello spaventatore è un mestiere stimato e rispettato perché – si sa – non c’è niente di più tossico e mortale di un piccino umano.
Come in ogni grande azienda, la produttività è stimolata con la competitività e il testa a testa è tra il buon James P. Sullivan e l’invidioso secondo Radall Bogs.
Proprio questi sta mettendo in atto un segreto piano sinistro, accedendo al mondo degli umani fuori dall’orario di lavoro.
Bastano ora un paio di coincidenze e Sullivan fa accidentalmente entrare nel mondo dei mostri una bimba. Cerca allora l’aiuto del migliore amico e collega Mike Wasowsky, ma riesce solo a rovinargli una serata romantica e a gettare il panico in città. Bisogna allora riportare la bambina nel mondo degli umani, ma i tentativi di farlo tenendola nascosta riveleranno il vero terribile piano di Randall e insospettabili fiancheggiatori.
Azione, divertimento e colpi di scena culminano, naturalmente, nel successo dell’impresa, nella sconfitta dei cattivi e nella soluzione della crisi energetica grazie alla scoperta che le risate producono molta più energia delle urla.
Ma le regole sono regole e Sullivan deve separarsi definitivamente dalla piccola “Boo”, alla quale nel frattempo si è affezionato, non senza un minimo di sollievo da parte dell’amico Wasowsky….o no?

Come tutti i film Pixar, ma più degli altri film Pixar, le carte vincenti di questo film sono il soggetto innovativo, la sceneggiatura veloce, i dialoghi brillanti, le musiche sublimi, la regia esperta. È ricco di scene memorabili, è difficile indicarne una emblematica, ma la mia preferita è quella del musical aziendale.
È un film, ovviamente, adatto ai bambini, ma che apprezzano soprattutto e meglio i grandi.
Del resto, per capire i cartoni animati bisogna essere dei veri grandi.

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Trattoria Antico Spazzacamino, via Settefontane 66, Trieste

Posted on January 3rd, 2010, by Larry
Trattoria Antico Spazzacamino, via Settefontane 66, Trieste

CLICCA E ASCOLTA: Larrycette_Antico_Spazzacamino

Si tratta di un locale aperto da diverso tempo, tanto da essere noto anche – pur per altre ragioni, come ho scoperto in seguito – a persone che abitano a Trieste da meno tempo di me.
Si trova in zona ippodromo, ovvero ben lontano dal mare e dalle mete turistiche, ma offre pietanze a base di pesce.
Grazie ad un collega di Zzi e a sua moglie, che ne sono clienti quasi abituali, finalmente proviamo la nota-a-tutti-tranne-che-a-noi

Trattoria Antico Spazzacamino, via Settefontane 66, Trieste

La prima impressione è quella di una birreria con musica dal vivo declinata in salsa triestina – cioè più osteria che pub – arredato con radio e televisori d’epoca o, più prosaicamente, vecchi.

Accomodandosi, si scopre che, invece, la cucina è molto attiva e propone un menù completo dall’antipasto al dolce.

Come entrèe scelgo “sardoni marinati”, noti nel resto dello stivale come alici/acciughe all’ammiraglia. Sono buoni, anche se un paio non sono stati marinati abbastanza a lungo e presentano ancora alcune parti di carni un po’ rosate. Sono guarniti con un’insalata di cubetti di pomodoro tagliati finemente, prezzemolo e abbondante aglio; inaspettato, ma tutto sommato appetitoso. Zzi sceglie cappesante gratinate, delle quali si dice soddisfatto e che immagino gustose avendo assaggiato un po’ di gratinatura dal suo piatto. La mia religione mi impedisce di nutrirmi di cappesante e molluschi in genere: se Dio li ha creati tanto ripugnanti è evidente che non voleva che ce ne cibassimo ed io, timorosa tanto del Suo giudizio quanto del loro aspetto, me ne guardo bene. Gli amici che ci hanno portato a provare questo posto – la Formosa con Furore [nel senso che è molto carina, è di Taiwan e Iddio ci scampi dalla sua ira] e la risposta muggesana a Sting [sua moglie lo vede somigliante, e io tengo troppo alla mia vita per contraddirla] – scelgono cozze al verde e le consumano con molto gusto.

La proposta dei primi piatti si riduce ai soli spaghetti, disponibili, però, con diversi condimenti, tutti di mare; opto per il sugo “barcolana”: acciughe, salsa di pomodoro e capperi. È un gusto decisamente intenso, ma molto piacevole; peccato che i capperi utilizzati siano sott’aceto e stonino un po’ con l’insieme: i capperi sotto sale si sarebbero armonizzati meglio con i sapori del piatto, ma poiché ho scoperto che qui al nordest non sono pochi a condire il pesce con qualche goccia d’aceto, concedo l’eventualità che la scelta sia dettata dal gusto tradizionale e non dal portafoglio e mi godo la specialità tipica.
La Formosa con Furore deve aspettare una decina di minuti ulteriore per la sua pasta fatta in casa [unica deroga agli spaghetti] con l’aneto e le canocce, perché il servizio si incasina e lo porta prima ad un altro tavolo, ma le scuse profuse [e il tentativo infantile di dare la colpa alla cucina, quando abbiamo visto benissimo che il piatto era pronto, ma si è diretto altrove, dove è stato accolto con estrema sorpresa dai commensali] ci ammorbidiscono facilmente.

Come secondo piatto si può scegliere tra orate da porzione e branzini per due, pescetti fritti, sardoni fritti e fritto misto di mare con pescetti, moli e un’altra cosa che non mi ricordo, ma che somiglia vagamente ad una sogliola. Quelli che a Genova si chiamano pescetti, qui prendono il nome di ribaltavapori, mentre a Muggia ne hanno già un altro che non posso riportare perché non ho compreso, ma suonava vagamente come “guatto”, “guitto”, “guscio”….non lo so! Ad ogni modo, sono quei pesciolini di forma lanceolata, più piccoli di una sigaretta, che vengono fritti e mangiati senza essere puliti, con lisca, occhi e ventraggi, tanto sono piccoli e teneri. Ne ho mangiato uno e l’ho trovato saporito, ma l’idea di averne sgranocchiato le interiora mi ha impedito di gettarmi a capofitto sugli altri.

Io ho scelto sardoni impanati: si distinguono da quelli fritti perché anziché essere a malapena decapitati, sciacquati, infarinati e gettati in olio bollente, sono amorevolmente aperti a libro, privati della testa, mondati della lisca e delle interiora, lavati, asciugati, passati in farina, uovo e pangrattato e sapientemente dorati in padella; ci vuole qualche istante in più, ma ne vale la pena. La porzione che mi viene servita conta ben 10 acciughe, tutte ben pulite e ben cotte. Le carni di questi pesci sono poco sode, ma non sfatte. In Liguria questa caratteristica verrebbe presa per indice di scarsa freschezza del pesce, ma poiché ho constatato più volte che qui a Trieste le alici sono più tenere, o i triestini mandano a Udine il pesce migliore e più fresco e si tengono gli scarti [leggenda metropolitana vuole che i genovesi facciano lo stesso con i mercati di Milano, ma è ovvio che sia una vanteria da milanesi, cui solo loro possono credere veramente, perciò dubito che i triestini – pur nella loro triestinitudine – lo facciano], o – semplicemente – i sardoni non hanno carni compatte come le acciughe. Comunque sia, gusto con piacere il mio piatto di sardoni impanati e mi guardo bene dall’offrirne ai commensali, che, anzi, dissuado dall’avvicinarsi innalzando una barricata di bicchieri, cestini del pane, portatovaglioli, portacandele, e portacandelotti di dinamite intorno al mio piatto.

Al momento del dolce siamo satolli e contenti.

Il tipo di cucina è tutt’altro che ricercata, ma è gustosa, senza pretese e – lo sappiamo già – relativamente economica, perciò perdoniamo volentieri quelle mancanze di attenzioni che, in un locale più presuntuoso, ci avrebbero mandati su tutte le furie; il prendere il cestino del pane avanzato da un tavolo e portarlo direttamente ad un altro, senza nemmeno “fare la finta” di riportarlo in cucina, senza nemmeno aggiungere qualche fetta, tanto per fare un esempio.

Ordiniamo, perciò, anche il dolce, che ci viene detto essere strudel di mele fatto in casa e che attendiamo con entusiasmo.
La porzione, anche in questo caso, è generosa, ed è accompagnata da una ricca spruzzata di panna.

La prima ad assaggiare è la Formosa con Furore, che prima sorride [a proposito, è vero che gli orientali sorridono spesso, ma non significa quasi mai che siano contenti] e poi dice che secondo lei sa “come di Bolognese”. Ora: io di “bolognese” pertinente all’argomento “alimentazione” conosco solo il ragù, perciò deduco di aver capito male, o che lei voleva dire un’altra cosa, e assaggio curiosa e carica di aspettative.
Purtroppo, avevo capito benissimo. Del resto lei, che è laureata in Italiano, ha studiato a Siena e parla italiano meglio della maggior parte dei triestini, si esprime perfettamente. Lo strudel sa di ragù alla bolognese. A ben guardare, ci sono degli agglomerati che potrebbero essere minuscole polpette, anche se potrebbe essere il pangrattato appallottolato con zucchero e sughino di mele. Però, il sapore è proprio quello del ragù. Non solo c’è gusto di carne, ma si sentono chiaramente l’acidulo del pomodoro, la componente salata, la pienezza del soffritto.

Lo segnaliamo, divertiti, alla cameriera. Da qui, il delirio.

La Formosa con Furore le porge la forchetta affinché lei possa annusare, ma quella se la mette in bocca e assaggia. Tanta disinvoltura con le posate usate dagli sconosciuti mi spaventa un poco, ma la cameriera rassicura subito “scusa, poi te la cambio”. Non sapendo come cavarsi d’impaccio [presumo perché anche lei sentiva il gusto di ragù] sparisce, ma prima di allontanarsi posa nuovamente sul nostro tavolo la forchetta che ha usato; dopo poco arriva quello che immagino essere il titolare, che stacca un boccone dalla porzione di Zzi, con la forchetta di Zzi, e se lo porta alla bocca con le mani [per non usare la forchetta del cliente, ipotizzo]. Lo trova delizioso. Non sente alcun gusto di ragù. Postula che possiamo sentirne l’odore perché magari, forse, la pasta era vicino al ragù mentre riposava e ne ha preso l’odore, ma assolutamente – garantisce – non c’è ragù nel ripieno. Il braccio di ferro prosegue brevemente: quattro clienti sentono sapore di ragù, un proprietario no, e dobbiamo cedere, dato che noi ne abbiamo assaggiato appena un boccone e lui ne ha mangiato quasi una porzione intera. Porta via le restanti e torna con il conto, in cui i dolci sono regolarmente inseriti, sebbene rimandati indietro; immagino che per fare il conto abbia guardato nei piatti e constatato che buona parte del dessert era stato consumato, indifferente che lo avesse mangiato lui.
Diversamente da molti altri locali, in cui ordinando antipasto, primo, secondo, dolce e vino per quattro persone spesso si “vince” il liquore digestivo, qui la direzione non offre nulla, credo per poter continuare a mantenere i costi contenuti [i maligni direbbero "per coninuare a permettersi di mettere la carne nello strudel] o forse perché abbiamo osato dubitare della perfezione dello strudel della Tiziana. O forse si sono offesi per la mancia.

Fino al dolce era tutto buono ed abbondante, poi il gusto strano dello strudel [ci fosse o no il ragù nel ripieno, è già abbastanza anomalo che ne avesse il sapore] e – soprattutto – l’atteggiamento disinvolto nei confronti dell’igiene, mi hanno fatto rivalutare la cena nel suo insieme [occhio non vedere, paura non avere; ma se occhio vedere...] e anche se non posso dire di essermi trovata male in senso assoluto, non mi sento affatto di consigliare questo locale.
Io stessa , sebbene ansiosa di dare una nuova possibilità a un locale che per diversi motivi ho inizialmente gradito, dubito che ci tornerò presto. Senza i Nas, intendo.

Share This PostTrattoria Antico Spazzacamino, via Settefontane 66, Trieste

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Due ricche porzioni

Posted on December 28th, 2009, by Larry
Due ricche porzioni

Avrete notato [altrimenti notatelo adesso], che da qualche giorno la lista dei link in basso a destra si sta – finalmente – allungando.

Oggi intendo portare la vostra attenzione su “Due ricche porzioni”.
Può non sembrare una mossa astuta, questa di promuovere il blog di un altro: con tutta la fatica che ci è voluta a radunare il mio manipolo di Piccoli Lettori, invitarli ad andare a leggere altre pagine è un po’ un’autorete, ma io ho cieca fiducia nella fedeltà dei miei Piccoli Lettori [ e se i miei lettori mi abbandoneranno, non sarà certo perché io ho mostrato loro questo nuovo fantastico blog, che prima o poi avrebbero scoperto anche da soli].

Si tratta di un blog sul “mangiare”, cioè sul nutrirsi con la massima resa per il minimo sforzo.
È dedicato a chi conosce e apprezza la buona cucina, ma non se la può – per ragioni principalmente di tempo che di denaro – permettere tutti i giorni.
È l’altra faccia della cucina, ovvero quella fatta con le minestrine in busta e le pietanze surgelate, di cui si farebbe volentieri a meno, ma che spesso è necessaria, raccontata con il brillante caustico umorismo da…
….

L’ex vegetariano di via Imbriani

Compie oggi un mese il suo blog apparecchiato per unoDue ricche porzioni” e io, tempestiva come sempre, vi invito caldamente a leggerlo e frequentarlo.
Dopo Larrycette, naturalmente.

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Another year’s over

Posted on December 8th, 2009, by Larry
Another year’s over

Più o meno da quando è online questo nuovo blog, Zzi mi suggerisce di postare una volta al mese la classifica dei post più letti nel mese precedente, così i visitatori saltuari non si perdono le parti salienti.

È che io non sono una fan delle classifiche, gerarchiche.
Al limite, preferisco le liste, democratiche.
A lasciarmi fare, finisco nelle le enumerazioni, anarchiche.
La classifica è troppo inglese, roba per Nick Hornby [Alta Fedeltà], la lista è nazionale, da Sandro Veronesi [Caos Calmo].

L’enumerazione è particolare – e universale – come Stefano Benni [Saltatempo].

In compenso sono una fan accanita delle operazioni nostalgia, mi piace proprio macerarmi a rivangare i bei tempi andati che più mai torneranno [che non sono quasi mai migliori di quelli attuali, però lo sembrano, specie in piena sindrome premestruale].

Ispirata dal momento propizio – e dal Group Writing Project di Daily Blog Tips! – ho deciso di comporre un menù con i migliori piatti che ho assaggiato quest’anno [non necessariamente per la prima volta]. O, se non i migliori, i primi che mi vengono in mente!

Menù

Stappiamo subito: Champagne Les Brun Servenay, 1998

Appetizers & Cisquini [indispensabili per ingannare il tempo]

Prugnette pancettate di Elisa
Focaccia di Recco di Zzi
Salsa agliata su pane fatto in casa di Zucchero
Sott’olii della Nonna di Zucchero
Frittini della [ex] Birreria Primo

Stappiamo ora: Montevertine, 2005

Antipasti [non avrete pensato che volessi saltarli?]

Timballo di riso e verdure di Zucchero
Carne cruda all’albese del Ristorante Madonna di Como
Torta salata di porri di Elisa

Primi piatti [leggeri!]

Pasta al mojito di CP
Zuppa di zucca della Giraffa
Zuppa di birra di Mahni
č

Stappiamo ancora: Boscoña 2000

Secondi piatti [finalmente si mangia!]

Goulasch di Capodanno [vale, perché non è stato consumato il 31/12/2008, bensì il 5/1/2009 in quanto inspiegabilmente avanzato; riproposto a ottobre, ma meno buono]
Formaggio fritto alla ceca [senza i, ovvero alla maniera della Repubblica Ceca, non fritto senza guardare! Memorabile, per molte ragioni]
Salsicce nostrane cotte nel terrano della birreria Vecio Canal [le ha mangiate Zzi, io ne ho assaggiato un pezzo e l'ho trovato squisito, condito col "tre a zero" del Genoa sul doria]

Contorni [per variare un po']

Chifeletti di Siora Rosa [seguirà recensione completa, aspetto che finisca la ristrutturazione]
Patate in tecia [il contorno del goulasch di ottobre]

Stappiamo in fine: Porto Rol Roi, 2002

Dolci

Sacher della mamma di Josephine
Torta più buona del mondo, alias torta di compleanno del Generale
Kaiserschmarren
Torta di compleanno del Setter
Gelato di Toni
Tiramisù di Elisa
…okay, forse i dolci sono un po’ tanti, ma, se i miei ospiti non si presentano a mani vuote, io cosa ci posso fare?

Chissà cosa ci riserverà il nuovo anno?
….chissà…


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