23 settembre 2011

Posted on September 23rd, 2011, by Larry

Oggi dovremmo fare gli auguri a Bruce Springsteen, che ha compiuto 21 anni quarantun anni fa, ma vorrei invece condividere con voi una riflessione di carattere sociale (anche l’aggiornamento sulla dieta seguirà, è stata una settimana a dir poco rocambolesca).

Recentemente sono stata colta da profonda tristezza e un certo disgusto, avendo avuto modo di vedere per la strada una coppia attempata.

Lui era vestito in maniera sciatta, portava una canottiera da muratore sotto il giubbotto col colletto foderato di agnello, perché evidentemente non ha abiti per la mezza stagione e ai primi freddi si copre con quello che ha, modulando come può la pesantezza dei capi.
Lei, coi capelli freschi di parrucchiere di un colore vistoso e troppo chiassoso per una donna di quell’età, era tutta vestita di nero in pieno giorno, chiaro segno di mancanza di gusto e di ignoranza delle più elementari regole dell’abbigliamento, e sfoggiava spavalda una borsa di Hermés grigia (temo che il total look pece fosse volto a far risaltare la borsa… meschinetta!).

Già così il quadro strideva, ma dopo qualche istante ho notato che una scarpa dell’uomo aveva la suola scollata.
Dunque: la moglie non si fa mancare nessun capriccio e il marito rinuncia al necessario, al punto da andare in giro con le scarpe rotte. Mi si è stretto il cuore.
Vorrei poter fare qualcosa per questo poverino… non so, dargli dei soldi, ma senza offenderlo, magari in cambio di qualche piccolo servizio… certo, niente di faticoso per un uomo non più giovane… va bene anche se canta una canzoncina, per dire.
E al tempo stesso, e soprattutto, vorrei salvarlo dall’influenza nefasta di quella donnaccia che lo ha irretito, facendola finalmente uscire dalla sua vita e restituendogli dignità e autonomia.

Ho una foto della coppia di cui parlo, giudicate voi stessi se la situazione non è gravissima e se non è giunto il momento di un intervento risolutivo per salvare questo disgraziato:

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Sole 24 Ore “Q&A Misura il tuo sapere”. Prima uscita: Cinema. [Répete!]

Posted on July 29th, 2011, by Larry

L’avventura – per chi non lo sapesse – comincia qui.

Questa mattina ho comprato un’altra copia della prima uscita della collana di quiz “Q&A – Misura il tuo sapere” proposta dal quotidiano Il Sole 24 Ore, sperando che la copia orribilmente impaginata che avevo trovato allegata al giornale di sabato 23 luglio fosse un caso unico (anche se il tipo di errore lasciava pensare che ci fosse un errore nell’impostazione del menabò, non nella rilegatura… ma non si può mai sapere).

Senza neanche troppa sorpresa, scopro che anche questa copia è impaginata male, e si fa strada la convinzione che non sia mai stata stampata né distribuita una versione corretta.
Poiché non compro il Sole 24 Ore se non c’è un supplemento che mi interessa, e, se lo compro, a malapena lo sfoglio, voglio sperare che mi sia sfuggita una comunicazione relativa a questo errore contenente delle scuse e, rosea aspettativa, le istruzioni per il rimpiazzo.

Qualcuno sa qualcosa a riguardo?

Per amor di cronaca, la seconda uscita, relativa ai quesiti logico-matematici, era impaginata correttamente, riproponeva le 68 domande anticipate nella prima e ne forniva le soluzioni (più corretto è chiamarle risposte, perché spesse volte non sono spiegate e, se uno non è stato capace di risolvere il quesito, non è in grado di capire dove stesse il suo errore e – secondo me, che non ne imbrocco uno – si diverte poco).

Resta il mistero su quali fossero le prime 91 domande di Cinema!

 

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Note a pie’ di porco:

“Répete” è un’espressione triestina che si traduce quasi perfettamente con il genovese “torna” (pr: ['tur na]). In italiano corrisponde all’esclamazione “di nuovo!” con l’implicita sfumatura di disappunto (e talvolta incredulità) al riscontrare il nuovo verificarsi di una situazione sgradita. Si noti che, mentre il genovese e l’italiano possono essere utilizzati anche con valore interrogativo (il primo ne fa particolarmente un uso ironico), l’espressione triestina è solo affermativa. Si vedano gli esempio:

1. Nelle esclamative

Una persona vuole mettere nel piatto un uovo al tegamino senza rompere il tuorlo, ma non ci riesce. Prova con il secondo uovo al tegamino, ma anche in questo caso fallisce ed esprime così il suo disappunto:

A Firenze: “Atscidènti, di nuovo!”
A Trieste: “Orpo! Répete!”
A Genova: “Porco belin! Torna!” 

2. Nelle interrogative

Un figlio comunica al genitore che ha preso un’insufficienza in un compito in classe. Il genitore sa che non è la prima volta e reagisce così:

A Firenze: “Che, di nuovo?”
A Trieste: “Ciò, de novo, ah?”
A Genova: “Ma o belin, ma torna?” 

Si osservi che, nell’esempio, 2 il triestino non usa “repete”, ma la locuzione “de novo”.

 

 

 

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Per Repubblica è Oslo la città del premio Nobel

Posted on July 24th, 2011, by Larry

Se parliamo del Nobel per la pace, è corretto! Diranno subito i miei piccoli lettori. Lo so, lo sanno tutti, lo so perfino io. Il quotidiano di Ezio Mauro, però, ieri – nel reportage anticipato in prima pagina e sviluppato a pagina 2 a firma dell’inviato Giampaolo Cadalanu – scriveva:

[...] Il quartiere governativo di Oslo sembra Kabul. La paura, la guerra, l’odio sono arrivati fin qui, nella terra tranquilla del premio Nobel, nella città dove persino israeliani e palestinesi si erano stretti la mano. La Norvegia è sotto attacco [...]

Il periodo evidenziato viola la massima della quantità, ovvero quella di dare esattamente la quantità informazione necessaria, né più né meno.
Così facendo, cioè non specificando di quale premio Nobel si parli, si implica l’esistenza di un solo premio Nobel di riferimento, e si afferma che la città in cui viene conferito è Oslo. Così com’è, l’enunciato è falso

È palese che non si tratta di ignoranza dell’emittente, che si suppone conosca quale sia la capitale scandinava in cui viene assegnato il premio istituito per volontà dell’inventore della dinamite, ma di un banale refuso o di un’omissione della specificazione “per la pace”, che avrebbe reso la frase vera e l’avrebbe investita del carico retorico che avrebbe dovuto avere.
Peccato, perché, viste le circostanze dell’articolo, cadono proprio le braccia davanti a tanta sbadataggine.

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Il Sole 24 Ore “Q&A Misura il tuo sapere”. Prima uscita: Cinema [fangala!]

Posted on July 23rd, 2011, by Larry

Da qualche tempo il Sole 24 Ore pubblicizza l’uscita di una nuova collana di libri a prezzo stracciassimo (prima uscita, 10 cent in più rispetto al quotidiano obbligatorio, totale un euro e sessanta: sostenibile perfino per me). Sono libretti con domande e risposte su vari argomenti, per misurare le proprie competenze o passare il tempo con gli amici. Una specie di Trivial Pursuit rilegato. Oeh, che figata. A me piacciono un sacco i quiz, si imparano tantissime cose con questo sistema. Lo voglio, lo voglio, lo voglio. Non vedo l’ora che esca. Ogni volumetto è monotematico, perciò si possono direttamente saltare gli argomenti-pacco (ognuno ha i suoi). Che organizzazione! Che impostazione onesta! Il primo numero è sul cinema ed esce il 23 luglio. Lo voglio, lo voglio, lo voglio. Non so se lo ho già detto, ma lo voglio.

Finalmente arriva il 23 luglio, mi ricordo perfino di andare in edicola a comprarlo (fatto eccezionale, di solito le cose che voglio vengono procurate da Zzi, perché io le dimentico, indipendentemente dal forte interesse che provo per esse). Arrivo a casa e lo sfoglio (altro fatto eccezionale, di solito dopo che ho ottenuto una cosa che mi interessa, la dimentico in ingresso per giorni perché scatta il meccanismo del “non mi scappa più”).

Frontespizio “Q&A – Misura il tuo sapere | Il Sole 24 Ore”.
Volta del frontespizio: informazioni editoriali, copyright, credits, tipografia
Pagina 3: “Sfide logiche e matematiche”
Ma come?
Guardo la copertina: c’è chiaramente scritto “Cinema”. Torno a pagina 3 “Sfide logiche e matematiche”. Sbatto le palpebre. Opto per il clamoroso errore di stampa (e lo attribuisco a pagina 3). Pazienza, costa 10 cent – un euro e sessanta, dato che mai avrei comprato il quotidiano, ma è poco lo stesso – chi se ne frega.
Pagina 5: “Domande”. Oh, eccoci!
Pagina 7: “1 | Gianni e Gustavo [non mi pare che siano i fratelli Taviani] sono in grado di siglare 12 documenti in 20 secondi [sarà una trama]. Gianni ne sigla il triplo di Gustavo che, a sua volta, ne sigla la metà di Pierangelo [la trama si infittisce]. Quanti documenti riuscirebbero a siglare i tre lavorando insieme per 1 minuto?”
A parte il fatto che prima di “lavorando” ci va una virgola e che “1″ si scrive “un”, specie avendo scritto “tre” anziché “3″, non mi pare una domanda sul cinema.
Proseguo sospettosa. Nemmeno la seconda è una domanda sul cinema, né lo è la terza. Guardo l’intestazione della pagina “Sfide logiche e matematiche”. Eccheccazzo!

Riguardo la copertina. Essa, beffarda, continua a dire “Cinema”.

Sfoglio il libretto e trovo che le prime sessantotto [68] sono domande di logica e matematica, equivalgono a 26 facciate, contro le 64 totali della sezione domande. Le domande tra la numero 69 e la numero 91 non sono pervenute.
La sezione risposte riporta solo risposte a domande di argomento cinematografico, perciò il risultato è: 91 domande in meno di quelle previste, di cui 22 che ancora si dibattono nelle rotative, 68 domande senza risposta, 91 risposte (ovviamente tutte in apparenza interessanti) prive di domanda.

Problema di terza elementare: il Sole24Ore ha investito in un’operazione volta a incentivare l’acquisto del quotidiano anche in un giorno tradizionalmente non lavorativo per i colletti bianchi, quando, cioè, le vendite di un quotidiano economico subiscono una flessione. Il contributo chiesto al lettore è di 10 centesimi oltre al prezzo del quotidiano, una cifra irrisoria che difficilmente copre i costi di redazione, impaginazione (si fa per dire) e stampa.

Supponendo che la mia copia non sia la sola impaginata male, quanti centesimi avrebbe dovuto chiedere al lettore il quotidiano, per permettersi di distribuire un libretto realizzato con i medesimi supporti, strumenti e collaboratori, ma sottoposto a una – non dico “attenta”, sarebbe bastata superficiale – revisione?

E inoltre (sempre supponendo che non sia capitata proprio a me la sola copia sbagliata scampata la macero): considerando che alla domenica è in atto una operazione analoga, che vede la distribuzione di romanzi brevi correttamente impaginati, in edizione economica, a 50 centesimi oltre al prezzo del quotidiano, qual è la velocità di rotazione delle gonadi dell’acquirente/lettore, che si ritrova nell’assurda e ridicola situazione di aver “risparmiato” quaranta centesimi per portarsi a casa un prodotto realizzato senza cura, che fa sospettare forte disinteresse verso la soddisfazione del cliente?
Attenti che è una cifra alta.

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Gostilna Turk, Hotedršica (Slovenia) [3]

Posted on July 12th, 2011, by Larry

Ad ogni modo, io la ordino alla parigina, come dicevo, e mi arriva con un’impanatura liscia e spumosa. È quasi pastellata, ma la crosta che avvolge la carne è molto sottile e ha un sapore di uovo spiccato, credo che – piuttosto che pastellata – sia impanata solo in uovo e farina, senza pangrattato (e quindi, etimologiacamente parlando, non la si può definire “impanata”, ma non saprei come altrimenti chiamarla, essendo “infarinata” altrettanto fuoriviante e “inuovata” un termine che la mia religione mi impedisce di sdoganare). Ora che ci penso, anni fa ho preso “scampi alla parigina” in un ristorante in croazia, ed erano code fritte in pastella. Forse non erano pastellate, erano inuovate (scomunicata!).
La carne di rem è un arrosto di maiale magro e di bell’aspetto, un po’ sodo, se non ricordo male, ma a suo dire gustoso. Le patatine di contorno sono una montagna. Fragrante e appetitosa, ma pur sempre una montagna. Io ho astutamente scelto verdure cotte e tutt’ora il mio stomaco, comunque abituato a tritare i sassi, applaude la tattica.
Le porzioni sono abbondanti e il dessert proprio non ci sta; tuttavia, una porzione di dolce è compresa nel menù di rem, così io e Zzi ci sacrifichiamo e prendiamo una crepe da dividere. Ci spieghiamo male e dopo svariati minuti di attesa, durante i quali la pastella deve essere stata preparata da zero e che vanificano il nostro intento di non lasicare rem solo col suo piatto, ma fanno invece sì che sia lui a dover aspettare che noi terminiamo il pasto, arrivano due piatti di crepes, ciascuno – coerentemente con l’andazzo del locale – costituito da due crepes abbondantemente farcite (di noci, per star leggeri).
La cosa positiva, oltre all’aver mangiato bene e all’aver speso pochissimo (il menù completo di rem costava 8 euro, noi abbiamo raggiunto la decina avendo scelto le pietanze a la carte) al ritorno ho lo stomaco talmente pieno che non riesco a soffrire la macchina, poiché in esso non c’è neanche uno spazietto libero che permetta al suo contenuto di spostarsi; e, no, non ho messo su chili sui fianchi come al mio solito, quella nuova sporgenza è il pancreas che è stato spinto fuori!

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Gostilna Turk, Hotedršica (Slovenia) [2]

Posted on July 8th, 2011, by Larry

La figlia del fattore parla diverse lingue, ma pochissimo italiano, cosa peraltro comprensibile, non essendo la nostra esattamente quel che si die “Una lingua parlata in tutto il mondo”. È buona, però, la figlia del fattore, e dolce e amorevole, e ci mima benissimo i menù. Così rem sceglie il menù con la carne di maiale e Zzi e io prendiamo zuppa e cotoletta.

La zuppa è uguale per tutti perché quella inclusa nel menù coincide con la zuppa del giorno scelta a caso da Zzi e, per combinazione è proprio la zuppa di funghi che ho chiesto io. È molto buona e non è la solita zuppa di funghi Maggi che ogni tanto ti rifilano in qualche bettola istriana. Cioè, magari ha la base fatta con la liofilizzata – perché un po’ di aroma di glutammato io l’ho sentito, ma poteva essere anche il dado – però dentro ha polpose fette di fungo, tipo porcino , o sua valida imitazione.

Io prendo la cotoletta alla parigina, solo perché non so come sia. La cotoletta “normale” (lo dico per i piccoli lettori di là del Tagliamento) che per noi è “la milanese”, in sloveno si chiama “Wiener” come in tedesco, c’è pure qualcuno che a Trieste la chiama ostinatamente “Viennese”, forse per ribadire che era meglio se restavamo sotto l’Austria. Poi c’è la ljubljanska, la lubianese, che è una specie di rustico cordon bleu, di carne di manzo farcito con formaggio e prosciutto crudo, quindi più gagliardo e di aspettomeno raffinato dell’effemminato parente francofono. Qua il cordon bleu non usa e sospetto che se lo chiedi ti prendono per svitato. Forse alcuni piccoli lettori ricorderanno la pubblicità di cotolette preconfezionate di non so che marca, che distinguevano la cotoletta milanese dalla viennese a seconda dello spessore. Era una di quelle pubblicità in cui la mamma ventitreenne fresca di messa in piega frigge cotolette in una cucina immensa e pulita come una sala operatoria, con la faccia da furbona che sembra dire “Adesso vi faccio vedere io che buona cena vi propino scartando solo due cellophane, anziché rompermi i coglioni tutto il pomeriggio a impanare, impiastricciando ovunque”, e con il padre appena trentenne, che sta in camicia anche in casa e alle otto di sera è ancora liscio come appena rasato; la coppia ha due figli di design e un arredamento con lentiggini e fossette. All’annuncio delle cotolette, tutti corrono a tavola felici, come se non avessero mai mangiato in vita loro e scelgono la cotoletta spessa o quella sottile, perché la mamma, dopo essere stata dal parrucchiere, ha astutamente comprato due tipi di cotolette diverse, la viennese e la milanese. Volpona.
Mah. Boh. Secondo me è un’invenzione dei pubblicitari, è un processo di denominazione a ritroso. Io la fetta di carne impanata e fritta l’ho smepre chiamata “milanese”, indipendentemente dallo spessore. Che poi, secondo me, la milanese è di vitello ed è sottile. Non si scappa. Volendo, si può fare anche la milanese-di-pollo, non è niente male, ma conviene che sia un po’ più alta. La “viennese” in italiano non esiste: al massimo esistono italiani che sanno che in tedesco si chiama “wiener schnitzel”, ma non mi risulta che “viennese” denomini un tipo di cotoletta di un determinato spessore. Secondo me è accaduto che, essendo i viaggi sempre pià economici e alla portata di tutti e le lingue straniere sempre più fruibili grazie ad internet, si è diffusa largamente la conoscenza del fatto che solo noi chiamiamo la cotoletta “milanese”, e che in Europa è nota a tutti con l’espressione tedesca, divenuta internazionale o assorbita a calco in altre lingue, un po’ come succede con le patate fritte, che siamo gli unici a chiamare così e se all’estero chiediamo “fried potatoes” nessuno sa cosa darci, perché dobbiamo dire “pommes frites”. Allora secondo me è successo che al cotolettificio non sapevano se continuare con il nome italiano tradizionale – comunicando un’idea di continuità e genuinità del prodotto – o buttarsi sulla definizione internazionale (ma tradotta a uso e consumo del popolo meno poliglotta d’europa, che crede di parlare inglese e dice cose irripetibili…vedere Report per credere!), per svecchiare l’immagine della fettina fritta – che fa un po’ festa dell’Unità – e raggiungere anche il pubblico dei giovani che hanno fatto l’erasmus a Friburgo. E così è venuta la genialata: “Usiamo entrambi i nomi e distinguiamo le cotolette per spessore”, devono essersi detti. Però, a casa mia, non l’abbiamo mai chiamata “viennese”, né ho mai sentito nessuno dire che aveva voglia di una “viennese” riferendosi a una cosa che si inghiotte e che non ha pomodoro (il che esclude la pizza viennese – nome triestino della pizza coi wurstel – e le ragazze della capitale austriaca), a me questa distinzione continua a convincere poco. Invito i miei piccoli lettori a fare outing e dirmi se l’hanno mai chiamata “viennese” prima del 2000.

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Il 12 giugno si vota su acqua, nucleare e giustizia. Poi non lamentatevi se vi ritrovate disidratati con tre cazzi in culo.

Posted on June 2nd, 2011, by Larry

Non è mia, campeggia su Spinoza.it da quando si è saputo che i quesiti sono quattro.
Se volete, possiamo anche aprire un dibattito, ma, se ci tenete tanto a dire la vostra, io credo che sarebbe meglio che ciascuno di noi esprimesse il proprio parere alle urne.

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Progetti per l’estate: cosa farò il 12 giugno

Posted on May 24th, 2011, by Larry

I più sagaci avranno notato che sono settimane che campo di rendita centellinando il resoconto della gita a Parma, della quale non resta più neanche un briciola di parmigiano nel mio frigo.
Confidando di venire incontro al desiderio di attualità di alcuni di voi, voglio oggi parlarvi dei miei progetti per l’estate. Nello specifico, dei progetti per uno dei prossimi fine settimana: quello del 12 giugno.

Voi cosa farete?

Io ANDRÒ A VOTARE.
Dovessi andarci sui gomiti, io voterò.
Fosse l’ultima cosa che faccio, io voterò.
Fosse condizione necessaria per il voto mangiare una teglia di castagnaccio senza bere, io voterò.

Voterò per principio, perché il voto è finora il solo modo che il cittadino ha di prendere parte alla cosa pubblica, ed è un diritto (è un diritto-dovere, in realtà) irrinunciabile. È il diritto a dire la propria; in un mondo in cui tutti hanno un blog e lottano per “far sentire la propria voce”, non votare è da incoerenti, essendo il voto il mezzo più semplice per esprimere il proprio parere su argomenti spesso fondamentali.

Voterò perché credo che comunque la si pensi – anche qualora si desideri strenuamente morire fra atroci tormenti dovuti alle malattie causate dalle radiazioni nucleari, anche qualora si sia ansiosi di dover pagare di più per un bene imprescindibile senza alcun vantaggio reale in cambio, anche qualora si desideri paraculare i potenti in quanto tali (poiché non è vero che si tratta di uno: si tratta di lui e tutti quelli che verranno dopo) per poter poi lamentarsi delle ingiustizie – bisognerebbe comunque andare tutti alle urne, e piuttosto votare contro l’abrogazione, perché negare il quorum significa negare a se stessi e agli altri cittadini il diritto di esprimersi. E poi è da vigliacchi.

Voterò perché mi interessano gli argomenti su cui si è chiamati a esprimersi e ci tengo che il mio parere sia tenuto in considerazione.

Voterò perché si potevano risparmiare i soldi per il referendum accorpando la votazione con quella delle amministrative, ma per non rischiare troppa affluenza alle urne, non è stato fatto. Quindi, per non sprecare denaro pubblico, voto e dimostro che la separazione è stata superflua, così, magari, la prossima volta evitiamo.

Un riassunto chiaro e obiettivo dei quesiti dei referendum è su Wikipedia

Pensateci, miei piccoli (e)lettori, e agite in coscienza.

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Being Agenda Larrycette – Epilogo [3]

Posted on April 6th, 2011, by Larry

Siccome sul foglietto arancione del secondo passaggio del postino non c’è scritto a quale ufficio postale viene lasciato in giacenza il pacco [giuro: c'erano le righe in bianco. Non avete idea di quanto sia pentita di non averne fatto una scansione per mostrarvelo], vado per tentativi e opto per quello presso il quale solitamente giacciono i pacchi destinati a casa mia.
Per fortuna i nostri portalettere hanno una spiccata attitudine a passare quando non ci siamo e siamo diventati espertissimi del ritiro in posta.
Ovviamente l’ufficio è quello giusto, ma data l’aura non proprio fortunata che aleggia su questa spedizione, chiedo gentilmente alla signora dello sportello presso il quale sto pagando alcuni bollettini – fra cui l’iscrizione all’associazione Sogni d’oro – di controllare che effettivamente lo sia. Ella, pur non rientrando strettamente nei suoi compiti, lo fa di buon grado, anche comprendendo il disappunto di quella che ha trovato il biglietto compilato a metà, ma mentre aspetta di visualizzare la schermata della giacenza, passa una collega di rara solerzia che le dà dei consigli non richiesti e apparentemente nemmeno necessari. Non appena le due hanno la conferma che il pacco è in giacenza, la seconda [cioè non quella gentile, quella solerte] mi annuncia con scazzo che è lì dal 30 Marzo. Lo dice proprio con il tono di quella che sottintende “Cazzo vuoi, che domande fai, è una vita che sta qua, ti par l’ora di svegliarti?”. Ora ci tengo che sia messo a verbale che ho ricevuto l’avviso in data 29 Marzo e che mi sono recata a ritirare il pacco il 2 Aprile, ovvero il primo sabato utile. Sottolineo che l’avviso diceva esplicitamente che il pacco sarebbe stato disponibile per il ritiro dopo due giorni lavorativi dalla data del presente avviso, il che solitamente significa, nella fattispecie, il 1° Aprile [due giorni interi dopo quello dell'avviso] o – ma non è mai la situazione delle poste, perché quando ho interpretato così m’han dato della scema allo sportello – il 31 Marzo [due giorni interi compreso quello dell'avviso]. In nessun caso, se non in una lingua che non è l’italiano, può significare il 30. E comunque, sia detto per inciso, il cliente ha 15 giorni per ritirare il pacco, quindi non mi pare il caso di scoglionarsi per un paio di giorni. E, sempre per inciso, se era per criticare, poteva farsi gli affari suoi.

Al termine della lunga coda per i pacchi [allora non sono l'unica che ha solo il sabato per andare in posta, nonostante lo sconcerto dell'impiegata solerte] consegno il mio foglietto all’impiegata dello sportello, alla quale assicuro la presenza del pacco. Controlla a sua volta, conferma e va a prenderlo. La vedo aggirarsi smarrita senza trovarlo, poi io lo individuo perché ne riconosco la forma e vedo l’indirizzo di casa mia a caratteri cubitali su un lato, e glielo indico. L’impiegata è incolpevole perché cercava un “pacco celere uno” e ravanava fra le spedizioni di quel tipo; peccato che la busta fosse fuori posto e io l’abbia vista per caso.

E ora, il gran finale.
Pensate che sia finita, una firma, un documento, e arrivederci?
Macché!
Devo pagare cinque euro.
Ebbene sì. Io ho fatto reclamo e devo pagare cinque euro.
Questo perché quando ho effettuato la spedizione ho dimenticato di barrare la casellina per chiedere la restituzione del pacco in caso di mancata consegna [io, scema, penso che la mancata consegna dipenda dal destinatario, non dalla voglia del consegnante, e non comprendo a pieno l'importanza cruciale della casellina], di conseguenza per recuperare il plico è stata svolta una ricerca supplementare ed esso è stato sottratto dalla pila delle cose destinate al macero, imbustato nuovamente e rispedito, con conseguenti costi di gestione e spedizione di cinque euro, a carico di chi ha richiesto il recupero.
Non fa una piega.
Surreale che un pacco che è stato presumibilmente a dormire per settimane in qualche magazzino fosse già fra le cose destinate al macero proprio quando ho chiesto la restituzione, ma sacrosanto che si applichi il regolamento: non ho chiesto la restituzione a suo tempo e pago per averla a posteriori.
Conquisto l’agenda e me ne torno a casa lieta che la faccenda sia conclusa.

Poi il lampo di lucidità che squarcia la tenebra della mia amnesia.
Ricordo e ricontrollo il testo del reclamo che ho sporto:
“[...]chiedo gentilmente che mi venga restituito l’importo di € 12,00, corrispondenti al costo del servizio “Paccocelere 1″ e, se possibile, che mi venga restituita la spedizione all’indirizzo [...]”

Nella mia ingenuità non ho richiesto espressamente che la restituzione fosse a titolo gratuito, ma poiché ho chiaramente detto “se possibile”, le Poste non erano tenute a restituire l’agenda, ma potevano limitarsi a rimborsare la spedizione. Si tratta, dunque, di una scelta compiuta dalle Poste e a rigor di logica dovrebbero far fronte loro ai costi di una gestione che hanno liberamente scelto di affrontare.
Inoltre: dove sono i miei dodici euro?
Io ho chiesto il rimborso e mi ritrovo un’agenda [alla quale non tenevo particolarmente] per la quale devo pagare e nessun rimborso. Se ne deduce che il reclamo non è accettato, o sbaglio?
Allora, se il reclamo non è accettato, non è neanche presa in considerazione la richiesta di restituzione dell’agenda, quindi – nuovamente – l’iniziativa di recuperare, imbustare e rispedire il materiale è tutta delle Poste e nulla dovrebbe essere dovuto, perché non è avvenuta in conseguenza di una mia indicazione.

Quindi ritengo che le Poste, finora, mi abbiano becciato diciassette euro. Non credo che vivrò abbastanza per rivederli, ma credo che ne butterò via un altro paio per fare un altro reclamo!

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Dibattito: tratti accomunanti e distintivi tra minigolf e orienteering

Posted on March 23rd, 2011, by Larry

Tanto per ribadire che “qua le domande le faccio io”, ho un quesito per Marirosa, ma anche per tutti i piccoli lettori orientisti che vogliano contribuire a dissipare le nebbie della mia incoscienza.

Si è squalificati se si corre fuori carta?

Ora voi penserete che sia una domanda sciocca e che son cose che una dovrebbe sapere, però a me non risultava che vigesse la regola del minigolf che “non puoi uscire dalla pista e se esci per sbaglio paghi pegno”.
Per fortuna, giocando solo a Venezia mi è stato finora fisicamente impossibile finire fuori carta, ma sono certamente il tipo di atleta che si ritroverebbe in men che non si dica oltre le colonne d’Ercole.

E quindi? Ciccia? Sarei squalificata?
Vige anche nell’orienteering il principio del minigolf, che non si può andare fuori pista?
In linea di principio mi par poco logico, perché è una scelta di percorso come un’altra e mi par che siano affari del concorrente se decide di avventurarsi oltre le colonne d’Ercole; ma, se lo dice il Regolamento, allora, logico o no, bisogna attenersi ad esso.
Quello che mi perplime è che alla terza prova della Valsugana, la Levico centro storico, sono stati diversi gli atleti squalificati per essere andati fuori carta, tutti presumibilmente esperti e a conoscenza del regolamento. Perché, allora, se fosse stato vietato, avrebbero fatto questa scelta? Escludo ovviamente subito il tentativo di ingannare il sistema, in quanto si sono prontamente costituiti.
Concedo che l’orientista, in quanto sportivo che per giunta va a perdersi nel bosco al freddo e al gelo, non sia il più fulgido esempio di sanità mentale, ma fare svariati chilometri per raggiungere il luogo delle gare, partecipare ivi ad alcune di esse e farsi intenzionalmente squalificare dall’ultima (valevole per il trofeo centri storici) contravvenendo al regolamento e immediamente denunciandosi per sincerarsi di essere sbattuto fuori mi sembra un comportamento squinternato anche per questo tipo di atleta.

Come sono andata, dunque, le cose?
C’è qualcosa che mi sfugge?
Quali dinamiche misteriose esulano dalla mia capacità di comprensione dei criteri dell’orienteering (già a me alieno in principio)?

Naturalmente anche i piccoli lettori non-orientisti possono partecipare al dibattito, dato che – tanto – qua si parla di orienteering solitamente senza cognizione di causa alcuna e il parere dell’uomo della strada è sepre spunto di riflessioni critiche.

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