Il Kindle, dicevamo

Posted on February 27th, 2012, by Larry

Come annunciato pochi giorni fa, eccomi pronta a coinvolgervi nella grande decisione della vita: Kindle o non Kindle?

Ora, non è che se lo compro e poi non lo uso sia proprio la fine del mondo. Certo, costa come un biglietto di un concerto di Springsteen (dannazione, forse è Springsteen che costa come un Kindle. Riflettiamoci!) e non è che io i soldi li trovi per terra (se voi sì, ditemi dove), però è anche una cifra abbastanza sostenibile, che non sarebbe la prima volta che sputtano in capricci.

Il punto è che io, se ho una cosa, la uso. Magari non al suo massimo, magari non da subito, ma comunque cerco di sfruttarla il più possibile, quindi l’acquisto di un lettore di e-book assume immediatamente risvolti esistenziali. Come cambierà le mie abitudini il Kindle? E soprattutto: io voglio che il Kindle cambi le mie abitudini in quel modo? Se le mie abitudini cambieranno in un modo che non mi soddisfa, sarà meglio stare alla larga dal dispositivo del demonio.

 

Riflettiamoci insieme.

1) Con Kindle non si sente l’odore della carta.

E che palle, è l’obiezione tipica. Tutto qua?
Io leggo i libri per quello che c’è scritto, se ho voglia di sentire l’odore della carta (che pur mi piace), apro e sniffo uno dei seicento che ho già in casa. Non avendo mai avuto questo impulso (anzi, riconoscendo che molti tipi di carta puzzano), escludo lo avrò in futuro.
Un punto per Kindle.

 

2) Kindle è leggero e pesa sempre uguale indipendentemente da quanti libri ci carichi.

Vero, ma io mi porto dietro un libro alla volta, solo in ferie il numero aumenta, ma li lascio in valigia, limitando a casi troppo rari per essere rilevanti le volte in cui ne camallo più di due.
Un punto per librodicarta.

 

3) Gli e-book costano meno dei libri di carta.

Sì, ma io compro sempre edizioni economiche e scontate, quindi la differenza si riduce a pochi centesimi. Considerando l’ammortamento dell’apparecchio, ci vuole almeno un anno prima che diventi conveniente acquistare e-book.
Un punto per il librodicarta.

 

4) Kindle ha una tecnologia che si regola in base alla luce ambientale ed è sempre riposante da leggere, oltre che da tenere in mano.

Ok, punto per Kindle.

 

5) Kindle costa 99 euro, un libro (tascabile ed economico), in media, 9.

È vero che Kindle si compra una volta sola, mentre spenderò mediamente nove euro per ogni libro che vorrò acquistare, ma se me lo dimentico sul treno, è meglio che sia un libro di carta da nove euro. Ci vogliono dieci attacchi di rincoglionite per rimetterci 100 euro con il libro di carta, con Kindle ne basta uno e sei fottuto.
Un punto per librodicarta.

 

6) Il libro di carta non ha nessun appeal, mentre Kindle è figo-de-cagarse (triestino per “fighissimo”).

Quindi il Kindle te lo rubano, il libro non te lo tocca nessuno.
Punto per librodicarta.

 

7) Se cade dal terzo piano, il Kindle si sfascia.

Il librodicarta, al contrario, al massimo si ammacca e si sporca. Ora: io non sono certo il tipo da scaraventare i libri dalla finestra, tuttavia sono sufficientemente imbranata da dover badar molto alla robustezza delle cose.

 

8) Il Kindle ha i dizionari integrati: quando non conosci il significato di una parola, ci clicchi sopra e te lo dice.

Potrebbe essere la volta buona che leggo qualcosa in tedesco, dato che non mi è mai successo di leggere un romanzo con il libro in una mano e il Duden nell’altra.
Punto per Kindle.

 

9) L’editoria si sta evolvendo verso il digitale e sono sempre più le biblioteche che si dotano di sistemi per il prestito degli e-book.

Anche se questo non significa che vivrò abbastanza per veder scomparire del tutto il libro di carta (ammesso che mai accada), rifiutare il progresso è in sé un errore e si fa la fine di quelli che vaticinavano la natura effimera della televisione.
Un punto per Kindle.

10) Grazie alla scadenza dei diritti d’autore, i classici in versione elettronica si trovano gratis o a pochissimi centesimi.

Il librodicarta, invece, deve comunque essere stampato e distribuito, perciò ha costi fissi da ammortizzare con il prezzo che non possono essere eliminati.
Punto per Kindle.

Per ora, siamo cinque a cinque.

 

Dunque, che fare? Voi che ne pensate? Che altri motivi trovate per comprarlo? E per rifuggirlo come la peste?

Perché non ve lo comprate [www.larrycette.com/kindle] e non mi dite com’è?

 

 

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Se v’avanzano tre euro, o il romanzo dell’Apprendista Libraio

Posted on February 17th, 2012, by Larry

Oggi parliamo della concorrenza: il tenutario di un blog con più di 500 iscritti e più di 300 fan su facebook, ovvero esattamente quel tipo di blogger impensierito dal successo di Larrycette.

Mi riferisco a l’Apprendista Libraio, l’arguto e ironico blog scritto da e dedicato a chi la sorte ha voluto che lavorasse in una libreria, con tutte le conseguenze del caso. Sarà che è divertente, sarà solidarietà alla categoria, ma i post fulminanti sui suoi clienti fulminati mi divertono parecchio.

Perché ve ne parlo, rischiando di perdervi tutti in un sol colpo?
Per risparmiare due euro e novantanove!

I miei Piccoli Lettori valgono ben più di 2,99 euro, ma io ho sprezzo del pericolo e un ego smisurato, così reclamizzo con nonchalance sia il blog, che il libro che l’autore ne ha tratto.

Così facendo, mi accaparro il diritto di riceverne gratis una copia, anziché sostenere l’immane costo di due euro e novantanove.

Se anche voi volete avere questo libro, potete acquistarlo scaricandolo qui, oppure fare come ho fatto io (ma leggete bene il regolamento).

Ad ogni modo, se c’avete tre euro che v’avanzano, potrebbe essere una buona idea effettuare l’acquisto, a titolo di sostenimento del blogger.
Lo dico in caso un domani lanciassi anche io un e-book… in caso…

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23 settembre 2011

Posted on September 23rd, 2011, by Larry

Oggi dovremmo fare gli auguri a Bruce Springsteen, che ha compiuto 21 anni quarantun anni fa, ma vorrei invece condividere con voi una riflessione di carattere sociale (anche l’aggiornamento sulla dieta seguirà, è stata una settimana a dir poco rocambolesca).

Recentemente sono stata colta da profonda tristezza e un certo disgusto, avendo avuto modo di vedere per la strada una coppia attempata.

Lui era vestito in maniera sciatta, portava una canottiera da muratore sotto il giubbotto col colletto foderato di agnello, perché evidentemente non ha abiti per la mezza stagione e ai primi freddi si copre con quello che ha, modulando come può la pesantezza dei capi.
Lei, coi capelli freschi di parrucchiere di un colore vistoso e troppo chiassoso per una donna di quell’età, era tutta vestita di nero in pieno giorno, chiaro segno di mancanza di gusto e di ignoranza delle più elementari regole dell’abbigliamento, e sfoggiava spavalda una borsa di Hermés grigia (temo che il total look pece fosse volto a far risaltare la borsa… meschinetta!).

Già così il quadro strideva, ma dopo qualche istante ho notato che una scarpa dell’uomo aveva la suola scollata.
Dunque: la moglie non si fa mancare nessun capriccio e il marito rinuncia al necessario, al punto da andare in giro con le scarpe rotte. Mi si è stretto il cuore.
Vorrei poter fare qualcosa per questo poverino… non so, dargli dei soldi, ma senza offenderlo, magari in cambio di qualche piccolo servizio… certo, niente di faticoso per un uomo non più giovane… va bene anche se canta una canzoncina, per dire.
E al tempo stesso, e soprattutto, vorrei salvarlo dall’influenza nefasta di quella donnaccia che lo ha irretito, facendola finalmente uscire dalla sua vita e restituendogli dignità e autonomia.

Ho una foto della coppia di cui parlo, giudicate voi stessi se la situazione non è gravissima e se non è giunto il momento di un intervento risolutivo per salvare questo disgraziato:

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Sole 24 Ore “Q&A Misura il tuo sapere”. Prima uscita: Cinema. [Répete!]

Posted on July 29th, 2011, by Larry

L’avventura – per chi non lo sapesse – comincia qui.

Questa mattina ho comprato un’altra copia della prima uscita della collana di quiz “Q&A – Misura il tuo sapere” proposta dal quotidiano Il Sole 24 Ore, sperando che la copia orribilmente impaginata che avevo trovato allegata al giornale di sabato 23 luglio fosse un caso unico (anche se il tipo di errore lasciava pensare che ci fosse un errore nell’impostazione del menabò, non nella rilegatura… ma non si può mai sapere).

Senza neanche troppa sorpresa, scopro che anche questa copia è impaginata male, e si fa strada la convinzione che non sia mai stata stampata né distribuita una versione corretta.
Poiché non compro il Sole 24 Ore se non c’è un supplemento che mi interessa, e, se lo compro, a malapena lo sfoglio, voglio sperare che mi sia sfuggita una comunicazione relativa a questo errore contenente delle scuse e, rosea aspettativa, le istruzioni per il rimpiazzo.

Qualcuno sa qualcosa a riguardo?

Per amor di cronaca, la seconda uscita, relativa ai quesiti logico-matematici, era impaginata correttamente, riproponeva le 68 domande anticipate nella prima e ne forniva le soluzioni (più corretto è chiamarle risposte, perché spesse volte non sono spiegate e, se uno non è stato capace di risolvere il quesito, non è in grado di capire dove stesse il suo errore e – secondo me, che non ne imbrocco uno – si diverte poco).

Resta il mistero su quali fossero le prime 91 domande di Cinema!

 

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Note a pie’ di porco:

“Répete” è un’espressione triestina che si traduce quasi perfettamente con il genovese “torna” (pr: ['tur na]). In italiano corrisponde all’esclamazione “di nuovo!” con l’implicita sfumatura di disappunto (e talvolta incredulità) al riscontrare il nuovo verificarsi di una situazione sgradita. Si noti che, mentre il genovese e l’italiano possono essere utilizzati anche con valore interrogativo (il primo ne fa particolarmente un uso ironico), l’espressione triestina è solo affermativa. Si vedano gli esempio:

1. Nelle esclamative

Una persona vuole mettere nel piatto un uovo al tegamino senza rompere il tuorlo, ma non ci riesce. Prova con il secondo uovo al tegamino, ma anche in questo caso fallisce ed esprime così il suo disappunto:

A Firenze: “Atscidènti, di nuovo!”
A Trieste: “Orpo! Répete!”
A Genova: “Porco belin! Torna!” 

2. Nelle interrogative

Un figlio comunica al genitore che ha preso un’insufficienza in un compito in classe. Il genitore sa che non è la prima volta e reagisce così:

A Firenze: “Che, di nuovo?”
A Trieste: “Ciò, de novo, ah?”
A Genova: “Ma o belin, ma torna?” 

Si osservi che, nell’esempio, 2 il triestino non usa “repete”, ma la locuzione “de novo”.

 

 

 

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Per Repubblica è Oslo la città del premio Nobel

Posted on July 24th, 2011, by Larry

Se parliamo del Nobel per la pace, è corretto! Diranno subito i miei piccoli lettori. Lo so, lo sanno tutti, lo so perfino io. Il quotidiano di Ezio Mauro, però, ieri – nel reportage anticipato in prima pagina e sviluppato a pagina 2 a firma dell’inviato Giampaolo Cadalanu – scriveva:

[...] Il quartiere governativo di Oslo sembra Kabul. La paura, la guerra, l’odio sono arrivati fin qui, nella terra tranquilla del premio Nobel, nella città dove persino israeliani e palestinesi si erano stretti la mano. La Norvegia è sotto attacco [...]

Il periodo evidenziato viola la massima della quantità, ovvero quella di dare esattamente la quantità informazione necessaria, né più né meno.
Così facendo, cioè non specificando di quale premio Nobel si parli, si implica l’esistenza di un solo premio Nobel di riferimento, e si afferma che la città in cui viene conferito è Oslo. Così com’è, l’enunciato è falso

È palese che non si tratta di ignoranza dell’emittente, che si suppone conosca quale sia la capitale scandinava in cui viene assegnato il premio istituito per volontà dell’inventore della dinamite, ma di un banale refuso o di un’omissione della specificazione “per la pace”, che avrebbe reso la frase vera e l’avrebbe investita del carico retorico che avrebbe dovuto avere.
Peccato, perché, viste le circostanze dell’articolo, cadono proprio le braccia davanti a tanta sbadataggine.

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Il Sole 24 Ore “Q&A Misura il tuo sapere”. Prima uscita: Cinema [fangala!]

Posted on July 23rd, 2011, by Larry

Da qualche tempo il Sole 24 Ore pubblicizza l’uscita di una nuova collana di libri a prezzo stracciassimo (prima uscita, 10 cent in più rispetto al quotidiano obbligatorio, totale un euro e sessanta: sostenibile perfino per me). Sono libretti con domande e risposte su vari argomenti, per misurare le proprie competenze o passare il tempo con gli amici. Una specie di Trivial Pursuit rilegato. Oeh, che figata. A me piacciono un sacco i quiz, si imparano tantissime cose con questo sistema. Lo voglio, lo voglio, lo voglio. Non vedo l’ora che esca. Ogni volumetto è monotematico, perciò si possono direttamente saltare gli argomenti-pacco (ognuno ha i suoi). Che organizzazione! Che impostazione onesta! Il primo numero è sul cinema ed esce il 23 luglio. Lo voglio, lo voglio, lo voglio. Non so se lo ho già detto, ma lo voglio.

Finalmente arriva il 23 luglio, mi ricordo perfino di andare in edicola a comprarlo (fatto eccezionale, di solito le cose che voglio vengono procurate da Zzi, perché io le dimentico, indipendentemente dal forte interesse che provo per esse). Arrivo a casa e lo sfoglio (altro fatto eccezionale, di solito dopo che ho ottenuto una cosa che mi interessa, la dimentico in ingresso per giorni perché scatta il meccanismo del “non mi scappa più”).

Frontespizio “Q&A – Misura il tuo sapere | Il Sole 24 Ore”.
Volta del frontespizio: informazioni editoriali, copyright, credits, tipografia
Pagina 3: “Sfide logiche e matematiche”
Ma come?
Guardo la copertina: c’è chiaramente scritto “Cinema”. Torno a pagina 3 “Sfide logiche e matematiche”. Sbatto le palpebre. Opto per il clamoroso errore di stampa (e lo attribuisco a pagina 3). Pazienza, costa 10 cent – un euro e sessanta, dato che mai avrei comprato il quotidiano, ma è poco lo stesso – chi se ne frega.
Pagina 5: “Domande”. Oh, eccoci!
Pagina 7: “1 | Gianni e Gustavo [non mi pare che siano i fratelli Taviani] sono in grado di siglare 12 documenti in 20 secondi [sarà una trama]. Gianni ne sigla il triplo di Gustavo che, a sua volta, ne sigla la metà di Pierangelo [la trama si infittisce]. Quanti documenti riuscirebbero a siglare i tre lavorando insieme per 1 minuto?”
A parte il fatto che prima di “lavorando” ci va una virgola e che “1″ si scrive “un”, specie avendo scritto “tre” anziché “3″, non mi pare una domanda sul cinema.
Proseguo sospettosa. Nemmeno la seconda è una domanda sul cinema, né lo è la terza. Guardo l’intestazione della pagina “Sfide logiche e matematiche”. Eccheccazzo!

Riguardo la copertina. Essa, beffarda, continua a dire “Cinema”.

Sfoglio il libretto e trovo che le prime sessantotto [68] sono domande di logica e matematica, equivalgono a 26 facciate, contro le 64 totali della sezione domande. Le domande tra la numero 69 e la numero 91 non sono pervenute.
La sezione risposte riporta solo risposte a domande di argomento cinematografico, perciò il risultato è: 91 domande in meno di quelle previste, di cui 22 che ancora si dibattono nelle rotative, 68 domande senza risposta, 91 risposte (ovviamente tutte in apparenza interessanti) prive di domanda.

Problema di terza elementare: il Sole24Ore ha investito in un’operazione volta a incentivare l’acquisto del quotidiano anche in un giorno tradizionalmente non lavorativo per i colletti bianchi, quando, cioè, le vendite di un quotidiano economico subiscono una flessione. Il contributo chiesto al lettore è di 10 centesimi oltre al prezzo del quotidiano, una cifra irrisoria che difficilmente copre i costi di redazione, impaginazione (si fa per dire) e stampa.

Supponendo che la mia copia non sia la sola impaginata male, quanti centesimi avrebbe dovuto chiedere al lettore il quotidiano, per permettersi di distribuire un libretto realizzato con i medesimi supporti, strumenti e collaboratori, ma sottoposto a una – non dico “attenta”, sarebbe bastata superficiale – revisione?

E inoltre (sempre supponendo che non sia capitata proprio a me la sola copia sbagliata scampata la macero): considerando che alla domenica è in atto una operazione analoga, che vede la distribuzione di romanzi brevi correttamente impaginati, in edizione economica, a 50 centesimi oltre al prezzo del quotidiano, qual è la velocità di rotazione delle gonadi dell’acquirente/lettore, che si ritrova nell’assurda e ridicola situazione di aver “risparmiato” quaranta centesimi per portarsi a casa un prodotto realizzato senza cura, che fa sospettare forte disinteresse verso la soddisfazione del cliente?
Attenti che è una cifra alta.

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Gostilna Turk, Hotedršica (Slovenia) [3]

Posted on July 12th, 2011, by Larry

Ad ogni modo, io la ordino alla parigina, come dicevo, e mi arriva con un’impanatura liscia e spumosa. È quasi pastellata, ma la crosta che avvolge la carne è molto sottile e ha un sapore di uovo spiccato, credo che – piuttosto che pastellata – sia impanata solo in uovo e farina, senza pangrattato (e quindi, etimologiacamente parlando, non la si può definire “impanata”, ma non saprei come altrimenti chiamarla, essendo “infarinata” altrettanto fuoriviante e “inuovata” un termine che la mia religione mi impedisce di sdoganare). Ora che ci penso, anni fa ho preso “scampi alla parigina” in un ristorante in croazia, ed erano code fritte in pastella. Forse non erano pastellate, erano inuovate (scomunicata!).
La carne di rem è un arrosto di maiale magro e di bell’aspetto, un po’ sodo, se non ricordo male, ma a suo dire gustoso. Le patatine di contorno sono una montagna. Fragrante e appetitosa, ma pur sempre una montagna. Io ho astutamente scelto verdure cotte e tutt’ora il mio stomaco, comunque abituato a tritare i sassi, applaude la tattica.
Le porzioni sono abbondanti e il dessert proprio non ci sta; tuttavia, una porzione di dolce è compresa nel menù di rem, così io e Zzi ci sacrifichiamo e prendiamo una crepe da dividere. Ci spieghiamo male e dopo svariati minuti di attesa, durante i quali la pastella deve essere stata preparata da zero e che vanificano il nostro intento di non lasicare rem solo col suo piatto, ma fanno invece sì che sia lui a dover aspettare che noi terminiamo il pasto, arrivano due piatti di crepes, ciascuno – coerentemente con l’andazzo del locale – costituito da due crepes abbondantemente farcite (di noci, per star leggeri).
La cosa positiva, oltre all’aver mangiato bene e all’aver speso pochissimo (il menù completo di rem costava 8 euro, noi abbiamo raggiunto la decina avendo scelto le pietanze a la carte) al ritorno ho lo stomaco talmente pieno che non riesco a soffrire la macchina, poiché in esso non c’è neanche uno spazietto libero che permetta al suo contenuto di spostarsi; e, no, non ho messo su chili sui fianchi come al mio solito, quella nuova sporgenza è il pancreas che è stato spinto fuori!

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Gostilna Turk, Hotedršica (Slovenia) [2]

Posted on July 8th, 2011, by Larry

La figlia del fattore parla diverse lingue, ma pochissimo italiano, cosa peraltro comprensibile, non essendo la nostra esattamente quel che si die “Una lingua parlata in tutto il mondo”. È buona, però, la figlia del fattore, e dolce e amorevole, e ci mima benissimo i menù. Così rem sceglie il menù con la carne di maiale e Zzi e io prendiamo zuppa e cotoletta.

La zuppa è uguale per tutti perché quella inclusa nel menù coincide con la zuppa del giorno scelta a caso da Zzi e, per combinazione è proprio la zuppa di funghi che ho chiesto io. È molto buona e non è la solita zuppa di funghi Maggi che ogni tanto ti rifilano in qualche bettola istriana. Cioè, magari ha la base fatta con la liofilizzata – perché un po’ di aroma di glutammato io l’ho sentito, ma poteva essere anche il dado – però dentro ha polpose fette di fungo, tipo porcino , o sua valida imitazione.

Io prendo la cotoletta alla parigina, solo perché non so come sia. La cotoletta “normale” (lo dico per i piccoli lettori di là del Tagliamento) che per noi è “la milanese”, in sloveno si chiama “Wiener” come in tedesco, c’è pure qualcuno che a Trieste la chiama ostinatamente “Viennese”, forse per ribadire che era meglio se restavamo sotto l’Austria. Poi c’è la ljubljanska, la lubianese, che è una specie di rustico cordon bleu, di carne di manzo farcito con formaggio e prosciutto crudo, quindi più gagliardo e di aspettomeno raffinato dell’effemminato parente francofono. Qua il cordon bleu non usa e sospetto che se lo chiedi ti prendono per svitato. Forse alcuni piccoli lettori ricorderanno la pubblicità di cotolette preconfezionate di non so che marca, che distinguevano la cotoletta milanese dalla viennese a seconda dello spessore. Era una di quelle pubblicità in cui la mamma ventitreenne fresca di messa in piega frigge cotolette in una cucina immensa e pulita come una sala operatoria, con la faccia da furbona che sembra dire “Adesso vi faccio vedere io che buona cena vi propino scartando solo due cellophane, anziché rompermi i coglioni tutto il pomeriggio a impanare, impiastricciando ovunque”, e con il padre appena trentenne, che sta in camicia anche in casa e alle otto di sera è ancora liscio come appena rasato; la coppia ha due figli di design e un arredamento con lentiggini e fossette. All’annuncio delle cotolette, tutti corrono a tavola felici, come se non avessero mai mangiato in vita loro e scelgono la cotoletta spessa o quella sottile, perché la mamma, dopo essere stata dal parrucchiere, ha astutamente comprato due tipi di cotolette diverse, la viennese e la milanese. Volpona.
Mah. Boh. Secondo me è un’invenzione dei pubblicitari, è un processo di denominazione a ritroso. Io la fetta di carne impanata e fritta l’ho smepre chiamata “milanese”, indipendentemente dallo spessore. Che poi, secondo me, la milanese è di vitello ed è sottile. Non si scappa. Volendo, si può fare anche la milanese-di-pollo, non è niente male, ma conviene che sia un po’ più alta. La “viennese” in italiano non esiste: al massimo esistono italiani che sanno che in tedesco si chiama “wiener schnitzel”, ma non mi risulta che “viennese” denomini un tipo di cotoletta di un determinato spessore. Secondo me è accaduto che, essendo i viaggi sempre pià economici e alla portata di tutti e le lingue straniere sempre più fruibili grazie ad internet, si è diffusa largamente la conoscenza del fatto che solo noi chiamiamo la cotoletta “milanese”, e che in Europa è nota a tutti con l’espressione tedesca, divenuta internazionale o assorbita a calco in altre lingue, un po’ come succede con le patate fritte, che siamo gli unici a chiamare così e se all’estero chiediamo “fried potatoes” nessuno sa cosa darci, perché dobbiamo dire “pommes frites”. Allora secondo me è successo che al cotolettificio non sapevano se continuare con il nome italiano tradizionale – comunicando un’idea di continuità e genuinità del prodotto – o buttarsi sulla definizione internazionale (ma tradotta a uso e consumo del popolo meno poliglotta d’europa, che crede di parlare inglese e dice cose irripetibili…vedere Report per credere!), per svecchiare l’immagine della fettina fritta – che fa un po’ festa dell’Unità – e raggiungere anche il pubblico dei giovani che hanno fatto l’erasmus a Friburgo. E così è venuta la genialata: “Usiamo entrambi i nomi e distinguiamo le cotolette per spessore”, devono essersi detti. Però, a casa mia, non l’abbiamo mai chiamata “viennese”, né ho mai sentito nessuno dire che aveva voglia di una “viennese” riferendosi a una cosa che si inghiotte e che non ha pomodoro (il che esclude la pizza viennese – nome triestino della pizza coi wurstel – e le ragazze della capitale austriaca), a me questa distinzione continua a convincere poco. Invito i miei piccoli lettori a fare outing e dirmi se l’hanno mai chiamata “viennese” prima del 2000.

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Il 12 giugno si vota su acqua, nucleare e giustizia. Poi non lamentatevi se vi ritrovate disidratati con tre cazzi in culo.

Posted on June 2nd, 2011, by Larry

Non è mia, campeggia su Spinoza.it da quando si è saputo che i quesiti sono quattro.
Se volete, possiamo anche aprire un dibattito, ma, se ci tenete tanto a dire la vostra, io credo che sarebbe meglio che ciascuno di noi esprimesse il proprio parere alle urne.

Progetti per l’estate: cosa farò il 12 giugno

Posted on May 24th, 2011, by Larry

I più sagaci avranno notato che sono settimane che campo di rendita centellinando il resoconto della gita a Parma, della quale non resta più neanche un briciola di parmigiano nel mio frigo.
Confidando di venire incontro al desiderio di attualità di alcuni di voi, voglio oggi parlarvi dei miei progetti per l’estate. Nello specifico, dei progetti per uno dei prossimi fine settimana: quello del 12 giugno.

Voi cosa farete?

Io ANDRÒ A VOTARE.
Dovessi andarci sui gomiti, io voterò.
Fosse l’ultima cosa che faccio, io voterò.
Fosse condizione necessaria per il voto mangiare una teglia di castagnaccio senza bere, io voterò.

Voterò per principio, perché il voto è finora il solo modo che il cittadino ha di prendere parte alla cosa pubblica, ed è un diritto (è un diritto-dovere, in realtà) irrinunciabile. È il diritto a dire la propria; in un mondo in cui tutti hanno un blog e lottano per “far sentire la propria voce”, non votare è da incoerenti, essendo il voto il mezzo più semplice per esprimere il proprio parere su argomenti spesso fondamentali.

Voterò perché credo che comunque la si pensi – anche qualora si desideri strenuamente morire fra atroci tormenti dovuti alle malattie causate dalle radiazioni nucleari, anche qualora si sia ansiosi di dover pagare di più per un bene imprescindibile senza alcun vantaggio reale in cambio, anche qualora si desideri paraculare i potenti in quanto tali (poiché non è vero che si tratta di uno: si tratta di lui e tutti quelli che verranno dopo) per poter poi lamentarsi delle ingiustizie – bisognerebbe comunque andare tutti alle urne, e piuttosto votare contro l’abrogazione, perché negare il quorum significa negare a se stessi e agli altri cittadini il diritto di esprimersi. E poi è da vigliacchi.

Voterò perché mi interessano gli argomenti su cui si è chiamati a esprimersi e ci tengo che il mio parere sia tenuto in considerazione.

Voterò perché si potevano risparmiare i soldi per il referendum accorpando la votazione con quella delle amministrative, ma per non rischiare troppa affluenza alle urne, non è stato fatto. Quindi, per non sprecare denaro pubblico, voto e dimostro che la separazione è stata superflua, così, magari, la prossima volta evitiamo.

Un riassunto chiaro e obiettivo dei quesiti dei referendum è su Wikipedia

Pensateci, miei piccoli (e)lettori, e agite in coscienza.

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