Orienteering | Sprint race nel parco di San Giovanni, Trieste

Posted on November 18th, 2009, by Larry
Orienteering | Sprint race nel parco di San Giovanni, Trieste

Il giorno prima del XXX MOV, la giovane, ma rispettabile, società sportiva Gaja di Gropada ha organizzato una apprezzatissima gara sprint nel parco di San Giovanni.
Per i Triestini: al manicomio; i Piccoli Lettori si risparmino le ironie sul nesso orienteering-salute mentale.

Con la scusa che l’indomani c’è il MOV, io la sfango e mi limito a dare il mio contributo a livello organizzativo, rinunciando a malincuore, a gareggiare.
Dato il piazzamento al MOV, dubito che l’anno prossimo la scusa tenga.

La gara inizia alle 12.
Il nostro previdente presidente ci convoca sul luogo del misfatto alle 8,30.
Insieme a Zzi e me, tutti gli atleti della società sono coinvolti e l’operosissimo previdente presidente ci assegna i compiti [peraltro già concordati durante le riunioni]. Sommariamente parlando, le femminucce – più intellettuali – sono assegnate alla segreteria, i maschietti – più aitanti – vanno in giro a disporre le indicazioni stradali e allestiscono le stazioni di partenza e arrivo.
Indovinate chi fa eccezione.

Con il mio manipolo di scagnozzi, composto da Zzi, Markoconlacappa, e il futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, in men che non si dica distribuiamo cartelli e segnali in tutto il quartiere, efficienti come la troupe di Scherzi a Parte.
Io e il futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, abbiamo anche il tempo di andare a comprare un adattatore per la corrente al Brico, approfittando per fare un giro di perlustrazione e fare congetture sull’identità del buontempone che ha già girato i cartelli.
In questi casi la strategia migliore è lasciarli come sono. Sicuramente passerà un altro buontempone che, pensando di fare un dispetto, rimetterà il cartello com’era originariamente, giusto in tempo per l’arrivo dei partecipanti.
Ad ogni modo, sono sicura che il mandante sia la vecchia alla fermata del 35.

Inizia la gara e subito ci incasiniamo col cronometro [parlo sempre di me e del futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, quelli nel camper con i dispositivi elettronici per stilare la classifica non hanno avuto nessun problema e i tempi degli atleti sono stati registrati correttamente]. Trattasi di un dispositivo apparentemente semplice, ma infido, dotato di quattro pulsanti. È collegato ad una apposita scrivente simile ad una piccola calcolatrice col rullo, solo priva di numeri; basta schiacciare ogni volta che arriva un concorrente – ci spiega il Cartografo – e sul rullo esce il tempo. Facile.
Dovete sapere che per un orientista il Cartografo è una specie di divinità. L’orientista vede il mondo come il Cartografo lo ha inteso, nel senso meno metafisico della frase, ovvero, se il Cartografo disegna un sasso più significativo all’interno di una sassaia carsica tralasciandone altri [anche perché se no il carso è tutto una grossa patacca nera], l’orientista in comunione con il Cartografo vede spiccare quel sasso.
Perciò, per l’orientista la parola del Cartografo è il Verbo.
Ma non per il cronometro, che nelle prove a vuoto non si comporta come dovrebbe. Corro a interrogare il Cartografo il quale, benigno, rivela a noi neofiti che il tasto da schiacciare è l’altro. E noi pirla che schiacciavamo dove c’era scritto “print”; ecco l’ennesima dimostrazione di come un orientista sia smarrito senza la guida del Cartografo.

Facciamo appena in tempo per registrare il tempo d’arrivo del primo concorrente, ma dal secondo in poi ridistribuisco i compiti [arrogandomi una superiorità che non ho] e assegno la parte elettronica al futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, mentre io mi limito a tenere nota dell’ordine d’arrivo dei pettorali, badando che gli atleti me li restituiscano e ripongano le cartine nelle buste delle rispettive società. Dopo un quarto d’ora ho l’esaurimento nervoso perché tutti cercano di scappare tenendosi cartina e pettorale e provo a fare cambio, ma il futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, è un giovane astuto e non ci casca.
Oltretutto è molto impegnato perché è arrivata una rossa, sua compagna di scuola, che prova per la prima volta e si dice preoccupata. Siamo chiaramente davanti alla famosa strategia da rimorchio, detta “della femmina imbranata”, solo che l’orienteering non è il biliardo, che puoi strusciarti con la scusa di fartelo spiegare, quindi la manovra è un po’ meno efficace di come la giovane doveva essersela immaginata.
Ad ogni modo, il futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, è un galantuomo e non approfitta, del resto non ne ha bisogno perché ha già convinto la rossa a iscriversi alla nostra giovane, ma rispettabile, società [essere orientisti conviene: se sei maschio, becchi un casino; se sei femmina anche, e non sono neanche bastardi!].
Poi il futuro secondo classificato nazionale nella categoria M18, vanto della nostra società, sparisce dai paraggi, per ricomparire dopo poco sotto il traguardo, con in tasca il secondo posto nazionale, come se niente fosse.
A momenti anche lui si imberta il pettorale; non so cosa scatti nella testa dell’orientista all’arrivo.
Tutti sanno che il pettorale si restituisce, perché non è che le società possono stamparne di nuovi ogni volta che organizzano una gara, e che la cartina va riposta nel sacchetto per garantire che i concorrenti non ancora partiti non abbiano anticipazioni sul percorso.
Ciò non ostante, al responsabile d’arrivo è esposta una gamma smodatamente ampia di strategie per filare via senza riconsegnare niente.
La più diffusa è il “fare normale”: si guardano attorno come se non c’entrassero niente e si dirigono verso un parente immaginario che i più arditi iniziano a salutare. Molto gettonata anche la tattica della “donna invisibile”: mi passano a fianco mentre chiedo a gran voce la restituzione degli oggetti, ignorandomi bellamente, e se mi ci paro davanti manco mi scansano.

Dopo aver reso le cartine con malcelata riluttanza, gli orientisti si dirigono al ristoro. Rifocillati, tornano all’arrivo – peraltro affollandolo mentre tu cerchi di intravedere tra la folla il numero di pettorale di quello che sta arrivando e di bloccare quelli che cercano di raggiungere la transenna dietro di te tenedo il numero addosso, come un poliziotto della Florida con i profughi cubani sulla spiaggia – e iniziano a domandare come cinquenni impazziti “posso riprendermi la cartina?”.
“Eh, ancora no, aspettiamo che siano partiti tutti”.
“Ma io non la faccio vedere a nessuno”
“Lungi da me dubitare – centoquarantasei – ma ho detto di no a tutti – che numero…? Ottantotto! – aspett… – Scusi! La mappa nel sacchetto e il pettorale nella cassetta! Grazie – No, dicevo, aspettiamo che siano almeno partiti tutti, poi potrete prenderle.”
“Ah, va bene.”
……
….”Posso riprendermi la cartina adesso?”
“Eh, no, ancora no”
“Mh. E adesso?”

Al terzo passaggio di canzoni prese a caso da The River opportunamente offerto da Radio Fragola [la sola cosa che mi ha tenuta in vita], la gara ha fine.
A me risultano due dispersi, ma mi tranquillizzo quando accertiamo che non sono neppure partiti.

Orientisticamente parlando, la gara è stata molto apprezzata. Ho origliato molti commenti positivi e perfino Tenani ha fatto i complimenti al nostro previdente presidente.
Tenani è un po’ il Cannavaro dell’orienteering, solo che non esulta ogni volta che si mette il deodorante.
Larrysticamente parlando ho avuto il nescione tutto il giorno e quando m’han detto che per regolamento FISO una stessa società non può organizzare una gara nazionale per due anni consecutivi, ci ho un po’ patito, perché al centonovantaseiesimo arrivo c’avevo anche preso la mano!

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