[Giovedì, 12 Luglio 2007] Lanterne bianche e rosse / parte terza

Posted on July 28th, 2010, by Larry

Giovedì, 12 Luglio 2007

Non sto a tediarvi con i dettagli della gara, vi basti sapere che era molto semplice, sia dal punto di vista teorico che pratico, talmente semplice che perfino io sono arrivata

QUINTA di otto

e non finirò mai di vantarmene.

Quello che è interessante è il corollario della gara, ovvero:

- il parco termale
- le trattorie

Al parco termale le attività sono: plotch (bagno nell’acqua termale), nanna, plotch, nanna, ancora nanna, plotch, merenda


La merenda tipicamente consiste nelle mini ciambelle fritte che vende il chioschetto iterno, l’unico con una coda chilometrica di gente che si assiepa al banco a rimirare la MacchinaMagica, che adagia in una vaschetta di olio caldo perfetti anelli di sublime pastella, i quali vengono fatti passare dalle ProdigiosePale della MacchinaMagica stessa, nella vaschetta successiva e infine sulla griglia, e da lì serviti nel mistico vassoio di cartone, grande come una cartolina e riempito per un terzo di crema, cioccolato o marmellata.

L’acqua termale, in effetti, non è invitante nè all’aspetto è all’odore in quanto appare come una vasca di giallastra con delle piccole sospensioni marroni. Avete presente a quando aprite un rubinetto chiuso dal Medioevo, che esce acqua color pipì unita a schegge di ruggine? Uguale.
Solo che odora di gomma pane.

Il punto è che l’acqua è a 38 gradi, il che da sè è sufficiente a spingere chiunque ad immegervisi, ed è anche così piacevole da far percepire una sorta di guarigione magica.
Lo stesso effetto si ottiene in casa facendo un bagno caldo di mezz’ora senza nessuno che scassi le palle nel frattempo, ma volete mettere dover sbattere fino in Ungheria, come da la sensazione di sottoporsi davvero a un trattamento?
La nutrizione è, per l’atleta, importante come l’allenamento, per questo ho deciso di compensare la scarsa preparazione fisica con pasti abbondanti.

Uno dice “Ungheria” e subito il pensiero va al goulash, invece – sebbene non ci sia ristorante che non lo proponga – i piatti proposti sono vari e numerosi.

Questo popolo avanzato predilige la cottura per immersione in olio bollente, perciò, anche se non è possibile indovinare il contenuto del piatto dal nome che si legge  sul menù, si può stare tranquilli che nove volte su dieci sarà fritto.  Altra peculiarità dei  piatti ungheresi è quella di venire serviti abbondantemente  cosparsi  di formaggio  grattato, il che li rende da semplicemente sostanziosi a decisamente pesanti/impossibili da finire.

Una menzione speciale  meritano le zuppe, e  fra esse si distingue la zuppa di aglio. Essa è  delicata e profuma come  una bruschetta,  ma è cremosa e morbida, e  viene servita con crostini  croccanti.
Ne ho fatte vere e proprie scorpacciate, ancora adesso emano il  caratteristico  afrore.

postato da: RedHeadedLarry alle ore 14:48 | Permalink commenti (5)

Commenti

#1 13 Luglio 2007 – 16:14
ma siete sempre a mezzo?
utente anonimo

#2 13 Luglio 2007 – 17:01
mi aggiungo ai numerosi interventi quotando l’anonimato di cui sopra con uno di cui sotto…
utente anonimo

#3 17 Luglio 2007 – 10:22
:D :D
utente anonimo

#4 20 Luglio 2007 – 08:11
bei tempi quando ci baciavamo alle feste, facendo svenire i vari carlo… ti penso in maniera lussuriosa
utente anonimo

#5 24 Luglio 2007 – 14:42
Oh Giuggi, sono onorata di saperti qui, scriverò con rinnovato entusiasm
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Gioco a punti di Lorenzo: classifica aggiornata al 28.07.10

Posted on July 28th, 2010, by Larry

Un paio di settimane fa eravamo rimasti con le posizioni della classifica così distribuite:

Marirosa in vetta con 29 punti, Elisa, AB, Nini e tutti gli altri seguivano a più di venti punti di distacco.

Nelle settimane trascorse, rem ha conquistato 14 punti, risalendo ad ampie falcate dall’ultimo posto, ma Marirosa ne ha conquistati 13, mantenendo così la sua posizione saldissima. Si sono difese molto bene anche e Elisa e Susi, rispettivamente con 8 e 7 punti complessivi, ed è arrivata una nuova commentatrice: Cri, che – come Elvio – conquista un punto per l’entusiasmo.
Solo la Giraffa mi dà dolori:

Marirosa……………42 [che di per sé è una risposta!]
Elisa………………….16
rem……………………15
Susidicogoleto……..12
AB………………………7
Nini…………………….5
Elvio…………………..2
Giraffa…………………2
Cri………………………1

Aspettiamo con ansia la nascita del piccolo Lorenzo per scoprire se ci sarà un ribaltone.
Nel frattempo, non distraetevi perché presto ci saranno altri punti da vincere [io scommetto su un colpo di reni della Nini] in un post-a-sorpresa!

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Le mie ultime vittime, primo piatto [3]

Posted on July 27th, 2010, by Larry

Nel frattempo, l’acqua della pasta non è ancora a bollore. Grazie alla brillantezza dei nostri commensali, l’attesa trascorre piacevolmente, tuttavia, dopo svariati quarti d’ora, sono tentata di sputare nella pentola e dire “Toh! Delle bolle! Buttiamo!”. Opto per la più igienica soluzione del soffiare sotto la superficie con l’ausilio di una cannuccia e butto le trofiette in un’acqua che bisogna ringraziare il cielo se sfiora i 70 gradi.

Tanto la trofia è una pasta puttana.
Il nome stesso è chiaramente il frutto di un tabù linguistico, l’etimologia bagascia è lampante, la fricativa è stata ovviamente aggiunta per pudore e riguardo verso l’interlocutore, analogamente a quanto accade quando sentiamo qualcuno che [sfreccia, impenna] esclama “porco dito” [e io rimango abbrustolito]. Le trofie le puoi buttare al momento più opportuno, nell’acqua alla giusta temperatura e composizione ideale di minerali disciolti, alla giusta latitudine e con pressione atmosferica adeguata, con il favore degli astri e degli dei, e per giunta puoi stare lì a fissarle che cuociono e assaggiarne costantemente una sì e una no [che ne devi buttare il doppio di quelle che ti servono e ti siedi a tavola stomacato, ma fa niente, nessun sacrificio è troppo per la trofia perfetta], che loro – puttane! – una volta portate in tavola si presenteranno al 60 scotte, al 35 per cento crude e al 5 per cento giuste; quelle giuste si concentreranno esclusivamente nel piatto del cuoco che, ben a conoscenza dell’ineluttabilità della proporzione, mangerà con la consapevolezza che le pietanze dei suoi ospiti fanno anguscia.

Ciononostante, la trofia è come quell’ex-fidanzata stronza che si fa viva raramente con il preciso ed esclusivo intento di usarti e umiliarti: ti frega sempre. Sai benissimo che lo farà anche questa volta e ogni volta in passato ha giurato e spergiurato che non glielo avresti permessoi mai più. Eppure forse questa potrebbe essere la volta buona, il passato è passato, e non si può mai sapere cosa ne può nascere, e tu sei disposto a creare un dio nuovo di zecca e idolatrarlo con grida lancinanti se questa volta lei ti darà anche una piccolissima speranza di poterla riavere. E allo stesso modo ricompri le trofie. “Amore, cosa hai pensato di fare per la cena con i miei genitori?” – “Trofie!”. “Amore, cosa hai pensato di fare per la cena con i nostri amici?” – “Trofie!”. “Amore, cosa hai pensato di fare per la cena con Trinità e Trilli?” – “Trofie!”. “E che cazzo!”

Per camuffare il più possibile la mia inadeguatezza verso la materia prima, decido di condirle con: abbondante pomodoro fresco tagliato a cubetti di mezzo centimetro di lato[circa sei pomodori, senza i semi – quando userò la parola “dadolata” uccidetemi], tante olive taggiasche [un etto, meno quelle che vi mangiate prima], un bel po’ alici [due scatole] e una cucchiaiata generosissima di pasta d’olive per legare il tutto [meglio due, per dare un po’ di sostanza, che altrimenti è leggerino]. Consiglio di impiegare alici in scatola. Anche qualora non aveste clamorosamente sbagliato la dose delle acciughe acquistate, e ve ne fossero rimaste a sufficienza per la pasta, friggete l’eccedenza e impiegate comunque acciughe in scatola, perché il liquido di governo le ha rese più salate e compatte e si prestano meglio ad essere usate come ingrediente per questo condimento. La dose di condimento suesposta è sufficiente per 450gr di trofie [mi piacciono ben condite]. Se ne ottengono quattro piatti quasi colmi. Mi rassegno al fatto che non ce la potranno fare, ma pazienza, so che sto chiedendo troppo ai loro minuscoli stomaci, quando non ne avranno più voglia, la lasceranno. Una volta tanto non sarà la fine del mondo, e poi… va be’, non è certo “buona” ma un po’ di pasta riscaldata non ha mai ucciso nessuno, casomai la mangio domani….tanto la trofia sarebbe mal cotta comunque!

Trilli e Trinità prendono molto seriamente la loro missione e macinano trofie su trofie. Una forchettata dopo l’altra, con metodo, disciplina e costanza da musicisti, fanno fuori tutto il piatto. Applausi. Io stessa sono allo stremo delle forze, loro, fieri e professionali, non lasciano trasparire alcuna fatica. Io ho il volto madido e credo che da un momento all’altro suderò sangue, loro non sono neanche spettinati. Il mio solo rammarico è di non averli ripresi per mostrarli agli altri miei ospiti quando questi si azzardano ad avanzare qualcosa, o per usarli contro qualche bambino capriccioso.

Il secondo è facile, è tutta scena. Zzi ha fatto le orate al cartoccio, che notoriamente non saziano, sono solo un diversivo per trascorrere il tempo.
Si fanno così [parole di Zzi]: “Si prendono le orate e si cuociono nel cartoccio”. Chiaro ed esaustivo. Un po’ prolisso, forse.

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Gioco a punti di Lorenzo: 20 punti per il vero nome di Lorenzo

Posted on July 26th, 2010, by Larry

Non tutto è deciso!

Forse le sorti del grande concorso si possono ancora ribaltare!
Si aggiudica 20 punti chi avrà indovinato il nome che verrà realmente dato a Lorenzo.

Alla data odierna ritengo che neppure i futuri genitori lo sappiano, perciò avete tutti le stesse possibilità, che conosciate di persona o meno Zucchero & Josephine [eh già – surprise – Lorenzo è loro!]

Ecco come aggiudicarsi regolarmente i punti:

Ciascuno può proporre al massimo 3 nomi. Si considerano ufficialmente proposti i primi tre nomi espressamente suggeriti dal concorrente con la formula “Secondo me Lorenzo si chiamerà….”.

Se postate frasi del tipo “Mmm potrebbero chiamarlo Osvaldo” e poi lo chiamano veramente Osvaldo, non vincete niente.

Se proponete ufficialmente tre nomi e una quarta volta dite “Secondo me Lorenzo si chiamerà Osvaldo”  e poi lo chiamano veramente Osvaldo, non vincete niente.

In questo modo possiamo anche aprire un proficuo dibattito sui nomi senza rischiare di creare malintesi.

Avete tempo finché non nasce il bimbo, ma se il bimbo nasce prima del previsto e voi non avete ancora fatto una proposta, io non ne rispondo!
Se due o più concorrenti suggeriscono lo stesso nome e poi quello si rivela il nome scelto, si dividono i punti: ciascuno valuti quanto è opportuno rischiare di spartirsi il bottino.
Se nessuno indovina il nome del pupo, nessuno vince i punti.

Solo il padre non si è ancora rassegnato ad ammettere che sarà un maschietto, perciò orientatevi massicciamente su nomi azzurri [in caso di femminuccia, faremo salomonicamente decidere il vincitore ai genitori, ma state pure sull'azzurro].

Per aiutarvi nel trovare l’ispirazione vi do qualche informazione sui genitori.

La mamma è una ragazza bellissima: alta, snella, con gli occhi verdi, i capelli lunghi e biondi, un bel sorriso, lentiggini e fossette [equipaggiamento completo!]. Interrompo qua la descrizione fisica altrimenti divento irrispettosa, ma vi basti sapere che è una sventola, la risposta chiara alla Giraffa.
È artistica sia sotto l’aspetto figurativo che musicale, creativa e perfino sportiva; cucina anche bene.
Infatti, Josephine se l’è presa subito!
Il papà è un ragazzo bellissimo: si aggira sul metro e ottanta, ha i capelli neri e gli occhi verdi [un verde diverso], un bel sorriso, i denti bianchi, drittissimi e livellati, non ha le lentiggini, ma ha le fossette [si vede che quelli con le fossette si accoppiano tra di loro]. Secondo me somiglia a Elvis!
È anche lui spiccatamente musicale [bambino fortunato!] e sportivo.

…idee? …proposte?…suggerimenti?

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Sangue. Sudore. Lacrime. Extrem-or 2010, 17-19 Luglio, circa Krajna Vas [2]

Posted on July 23rd, 2010, by Larry

Prima di tutto facciamo gli auguri alla nostra amica Serenút, che ha compiuto 21 anni.

Durante il secondo giorno di gara, alimentati secondo i più rigidi schemi del nutrizionismo agonistico, i nostri eroi hanno affrontato le più spaventose intemperie: tuoni, fulmini, pioggia, grandine, vento, fango, occhiali appannati.

Come da copione, Zzi si perde alla seconda, il Celere Capellone ci mette un po’ ad entrare in cartina, ma poi si rifà alla grande, Lucy opta per vivere, i coniugi K creano un simpatico diversivo chiudendosi a vicenda fuori dalla macchina.
Zitto zitto, quatto quatto, Rem fa di nuovo una bella gara e sembra divertirsi un sacco.

Quando, in tardissima mattinata, esco di casa io, la giornata si sta facendo soleggiata e limpida. Per pranzo scegliamo ancora una pivovarna, confidando che giungere ad un orario più consono permetta alla nostra amica di non ridursi a muschi e licheni. La scelta cade sul collaudatissimo Orient Express a Divaccia, punto di riferimento delle gite fuori porta triestine, dove c’è sempre posto, ci sono un sacco di pietanze tra cui scegliere, c’è tanta birra. Stavolta le previsioni si rivelano esatte, anzi scopriamo che, dall’ultima volta che ci siamo stati, il locale, pur rimanendo rustico e familiare, è diventato leggermente più raffinato, c’è un’ invitante griglia all’aperto dove si prepara anche il pesce fresco esposto e l’offerta di pietanze è più ampia di quanto ricordassimo. I prezzi sono sempre contenuti e la birra è sempre buona. A volte mi sorprendo ancora di come la Slovenia sia una nazione formidabile, io voglio lei un bene fortissimo, in certi momenti.

Lucy finalmente può sfogarsi sul pesce, noi ci buttiamo sulla vešalica, cioè il filetto di maiale farcito con formaggio e cotto alla brace, per giunta servito su una pagnottina deliziosa con una salsetta salata di glutammato e aromi sospetti che intasa le coronarie solo a guardarla, ma che è tanto saporita e ci sta proprio bene, e un fiocchetto di burro alle erbe sopra, che si sa mai che il piatto non fosse abbastanza nutriente!
Io – che avevo già mangiato circa sei etti di burro spalmato sul pane con il pretesto della tartara di antipasto – sono sufficientemente soddisfatta da rinunciare al dolce. Le M-fogne si danno alla palatschinka [secondo la grafia tedesca, perché wordpress supporta la /s/, ma non la /c/ e la /z/ con il diacritico] al cioccolato. Nel dubbio, ne faccio comunque fuori mezza al povero Zzi, Rem offre a malincuore un boccone a Lucy, quini erige con ammirevole disinvoltura intorno al suo piatto una barricata di bicchieri, centrotavola e cavalli di frisia fatti incastrando le posate. Grappa.

La sera sono talmente provati che non si fanno vivi e vanno a nutrirsi autonomamente a Duino, il cui litorale cercano di raggiungere a piedi dall’alloggio, perché sono atleti.
L’orientista che è in loro [che è assai più prepotente di quello che è in me] li conduce lungo un sentiero che si fa sempre più stretto, ma la musica nella musica e il rumore di stoviglie li persuade di essere nella direzione giusta, e proseguono in direzione del mare nella natura sempre più ostile, finché non giungono sul margine della cava. Davanti ai loro piedi il nulla con le pietre intorno, come polvere sulla polvere e un salto di quindici metri [orientarsi a orecchio è un errore che io stessa ho imparato a non commettere più!]. Dopo una rapida valutazione sull’opportunità di scendere a mare lungo il sentiero che costeggia la cava, vincono la naturale ritrosia dell’orientista a ripercorrere una strada già fatta e vanno a prendere l’automobile come due civili. Sono atleti, mica stupidi.

Il lunedì ha luogo la terza e ultima prova. Stavolta il clima è ideale: soleggiato, ma non torrido. Zzi inverte la rotta e si perde alla penultima – dopo una gara fino a quel momento molto buona –, gli altri esponenti della nostra giovane, ma rispettabile, società si difendono bene, Lucy conclude con onore la sua gara, Rem vince: set, game, match: come un diavolo in un fulmine partecipa per scherzo alla competizione e si classifica primo, portandosi a casa una bottiglia di terrano e un CD di musica slovena capaci di scatenare una danza vertigine [se assunti insieme]. Io apprendo la notizia quasi subito, quando al telefono Zzi mi dice anche “Ascoltami, tu! Si fermano un altro giorno, li ho invitati a cena”. Ottimo, io sono in edicola fino alle 18, non c’è niente in frigorifero, non ho tempo di fare la spesa e tanto meno di cucinare, la casa è la solita latrina, non saprei cosa offrire a una vegetariana, che non stia già mangiando da tre giorni, e ho pure un po’ le mani che sudano.
Però sono contenta. Passato il primo panico sono felice di condividere nuovamente un pasto…tanto sono orientisti, sono persone pratiche e abituate ai disagi, si ospitano così: con grazia plebea.

Di primo trofie col pesto, di secondo formaggi di Basovizza e per dolce li incoccono di tiramisù. È la mia ultima occasione e cerco di prenderli per sfinimento.
Sono giorni, infatti, che cerco di persuaderli a tesserarsi con la nostra giovane, ma rispettabile società, poiché, pur non esistendo un vero e proprio Ori-mercato, ho capito che il miglior contributo alla società che io possa portare è quello di far gareggiare per noi atleti buoni [in aggiunta a quelli che già ci sono], che possano compensare le mie scarse – in senso qualitativo certamente, ma anche quantitativo – prestazioni. Cerco anche di farli ubriacare, ma sono atleti, sono assennati e non si lasciano irretire. Conto di farli capitare a tiro del nostro Previdente Presidente che è persuasivo come le sirene di Ulisse e il suo grido bellissimo fa tesserare tutti quanti. Poi, certo, per loro le riunioni di società potrebbero risultare un po’ fuori mano, ma non è che a parte magnar e bèvere si faccia molto altro, durante quegli incontri.

Finisce così, alle 23,30 dell’ultimo giorno di gare, la mia esperienza all’Extrem-or.
Devo dire che mi è piaciuta molto, anche se mi aspettavo una partecipazione maggiore di atleti; probabilmente la prossimità territoriale e cronologica con l’O-O Cup ha un po’ penalizzato l’organizzazione, che peraltro è la stessa dell’O-O Cup, che però ogni anno ama sorprendersi programmando le gare in conflitto con le proprie [e lamentandosi per questo].

Più di tutto mi è piaciuto il filetto di maiale farcito alla brace. L’unico rammarico è stato non essere riusciti a gustare il gelato di Toni, ma confido che dal gennaio prossimo, dopo i tesseramenti 2011, ci saranno più numerose occasioni!

◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊◊

Ve ne siete accorti? C’è una canzone nascosta in questi due post sull’Extrem-or. Non tutta, ma solamente alcuni riconoscibilissimi stralci [versi, mezzi versi, parole chiave] sono stati inseriti qua e là.

Vince dieci punti chi non solo riconosce la canzone, ma ne elenca tutti gli stralci riportati [che non vi dico quanti sono], quindi fate molta attenzione quando rispondete, per non aiutare troppo gli avversari.
È considerata risposta esatta quella che per prima li contiene tutti, quindi – man mano che darete risposte parziali – dovrete ripetere l’elenco.

Rispondete, però!

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[Martedì, 22 Maggio 2007] Enjoy Mostar – parte seconda

Posted on July 21st, 2010, by Larry

Martedì, 22 Maggio 2007

Le scene che seguono l’arrivo di Pumpa – la vera protagonista del fine settimana – possono essere sintetizzate con una di quelle sequenze cinematografiche in cui i protagonisti vengono fissati da tante istantanee in rapida successione in cui mostrano man mano i segni del tempo che passa: noi tre nel cortile che osserviamo trepidanti i 4 meccanici che mettonola macchina sul ponte ostentando sicumera; uno di loro che si rivela essere il gentile mostarese della sera prima che però al mattino ci ha tirato pacco (che senso aveva venire da noi, quando sapeva che saremmo finiti da lui?) e che allora non è un ladro di macchine; noi tre che veniamo invitati a recarci nel bar adiacente; io che nei pochi metri pregusto un toast un po’ bruciacchiato e con il formaggio filante; il bar che si rivela essere una specie di deposito di ricambi privato in cui la moglie del padrone serve acqua/birra/succo di pesca; noi che torniamo sconsolati; noi che ci sediamo sui gradini del giardino; noi che guardiamo il gatto; noi che scopriamo dei cuccioli di cane; noi che torniamo in cortile dopo che è spuntata la madre dei cuccioli…e intanto si son fatte le 4 del pomeriggio, avremmo già dovuto visitare Mostar e partire alla volta di Spalato.

A questo punto mi accontento di arrivare puntuale in ufficio martedì

Poi, all’improvviso il miracolo: la macchina si mette in moto.

Paghiamo, salutiamo e montiamo in macchina, sollevati, imboccando la discesa. Guida Federizza.

La macchina si spegne e ci areniamo al primo slargo. Per un attimo ci godiamo la dolce illusione che sia l’imbranataggine della pilota ad aver fatto spegnere il motore, ma l’auto non si riavvia.

Tanto l’officina è a 100 metri.

I meccanici arrivano spavaldi sulla loro Volkswagen, uno di loro si mette alla guida della nostra auto e spariscono, in folle, dietro la curva successiva.

Quando spuntano tornando indietro, consumiamo l’ultima dose di speranza credendo che l’abbiano fatta ripartire. Esattamente un attimo prima di vedere il cavo di traino fra le vetture.

Trascorre un altro dilatatissimo tempo fra noi tre che stiamo impalati nel cortile/noi tre che andiamo al “bar”/noi tre che imploriamo almeno un cesso, se non un panino/noi tre che ci riavviciniamo ai cuccioli/noi tre che ascoltiamo la loro radio.

Quando passa Springsteen ci rallegriamo e lo prendiamo per un buon presagio, poi riflettiamo sul fatto che è “Pay me my money down” ed è fin troppo chiaro il messaggio che il destino ci sta inviando.

Alcune ere geologiche dopo la macchina si riavvia. I meccanici spiegano più o meno i problemi di pumpa, il motivo per cui la prima pumpa non andava bene, il perchè è stata necessaria una seconda pumpa e altre cose che sarebbero state incomprensibili anche se fossero state in Italiano.

Paghiamo (di nuovo – ma non ci pare il caso di discutere) e ce ne adiamo, dopo che hanno giurato e spergiurato che saremmo arrivati in Italia senza ulteriori intoppi.

In realtà, nessuno di noi ha mai pensato che dicessero sul serio, neanche loro quattro.

Come in quei film in cui prima dei titoli di coda compare la schermata nera che informa sul destino compiutosi dei protagonisti:

Pumpa ha ceduto molto dopo che siamo rientrati in Italia, e l’auto ci ha scorrazzati ancora un po’.

Ha spento i fari per sempre il 9 Maggio 2007, dopo 11 anni e 195000 chilometri

(potete piangere)

postato da: RedHeadedLarry alle ore 14:46 | Permalink commenti
categoria:always honeymooners altri viaggi
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Sangue. Sudore. Lacrime. Extrem-or 2010, 17-19 Luglio, circa Krajna Vas [1]

Posted on July 21st, 2010, by Larry

Soprattutto sudore.

Nella ridente cornice della steppa slovena battuta dal sole e dal vento, molto è stato il sudore versato dai temerari atleti giunti da ogni dove per sfidarsi sulle carte della Lipica Open a metà Luglio, sprezzanti dei quaranta gradi. Del resto, se uno arriva dalla Scozia o dalla Nuova Zelanda, non è che ci si possa aspettare che rinunci a gareggiare perché “è un po’ caldino, oggi”.

Il sangue è quello di MadameK, che si arrabatta lungo la strada prima dell’inizio della prima tappa e si presenta in partenza ferita e contusa come dopo una tre giorni in Boemia.

Le lacrime sono le mie, che per tutto il fine settimana mi sono dovuta alzare alle sei [le sei, piccoli lettori, dico le sei, ovvero quell’ora che esiste solo a Capodanno e in pochi altri giorni particolari e che, comunque, mai segue una dormita, bensì solo la precede] per salutare Zzi che andava alle gare. Il sabato sono stoicamente rimasta in piedi a trafficare, avendo alcune cose da sbrigare [come ritirare il cappotto di lana dal pulisecco – dove ha fatto l’ennesimo trattamento antitarme efficace come una crema gonfiatette - prima che lo regalassero ai nomadi], mentre la domenica ho contribuito attivamente a non surriscaldare il pianeta riducendo al minimo le mie funzioni vitali fino alle nove del mattino.
Io non dormo mai di giorno: o medito [in genere sul divano o in macchina], o salvo il pianeta dal surriscaldamento globale andando in letargo [per questo va bene anche il letto].

Partecipano alla gara, con somma sorpresa di tutti, anche due atleti italiani che non fanno parte della nostra giovane, ma rispettabile, società, che invece avrebbe dovuto essere – stando alle liste di partenza ufficiali – l’unica rappresentante del tricolore a questa manifestazione, che invece gode di grande considerazione all’estero. Insomma: già pregustavo di potermi vantare da queste pagine di aver piazzato tutti i nostri atleti “primi fra gli italiani” nelle rispettive categorie, e invece sono arrivati il mio piccolo lettore Rem e Lucy Van Pelt a rompermi le uova nel paniere.
In compenso, però, la presenza di ospiti italiani mi fornisce il pretesto di rilevare una rapida campionatura dell’offerta gastronomica della zona.

La gara di sabato si svolge su questa cartina:
http://www.larryetsitalia.net/2010/06/03/lipica-open-09-03-2008-ma/
o almeno credo. Ad ogni modo, ci assomiglia molto, la cartina ufficiale dell’Extrem-or 2010 will be soon available .

Come al solito Zzi si perde alla seconda lanterna, poi fa una discreta gara, ma il risultato, ormai, è andato in vacca. In compenso le zecche, dalle vacche saltano tutte addosso a lui.
I coniugi K – nonostante il caldo e le ferite – si difendono bene e il Celere Capellone fa come sempre valere le sue doti atletiche.
Fine della rappresentanza della nostra giovane, ma rispettabile, società; gli altri sono in ferie, in casa coi piedi a bagno e il ventilatore in faccia o naufragati nell’Adriatico. Oppure sono abbastanza sani di mente da non fare una tre giorni dal nome scoraggiante in piena estate, in piena campagna. C’è qualcuno tra voi che la farebbe?

Lucy, che deve aver equivocato e interpretato l’espressione “extrem-“ come un aggettivo che qualificasse il tipo di gara e non le condizioni meteo in cui si è costretti a gareggiare, opta per vivere e soprassiede.
Rem, che è snello e scattante come una lucertola e deve avere la stessa temperatura del sangue, pare che manco sudi e si piazza bene. Quanto bene non si sa perché le classifiche verranno pubblicate “later”.

Finalmente entro in scena anche io, perché è l’ora della pappa. Affronto la canicola e mi reco sull’altipiano senza neanche l’ausilio di un veicolo a benzina [Che donna sono! Che eroina! Molto di più di una donna qualsiasi!] e portiamo gli ospiti a mangiare in un posticino tipico noto al Celere Capellone, rinomato per la produzione di formaggi; i formaggi sono un alimento ideale per chi, come la Van Pelt, preferibilmente non mangia carne di mammifero o uccello, ma ha bisogno di proteine e minerali per far fronte al dispendio energetico della gara. Il luogo com’è? Un giardino in leggera collina con una bella vista sul paesaggio bucolico e un po’ di preziosa arietta che ci invita, fiaccati dalla gara, dal caldo e dai continui attacchi delle farfalle killer, ad abbandonarci al relax. Anche il vino, devo dire, contribuisce non poco al congiungimento delle palpebre.
Noi carnivori possiamo godere anche dei salumi: crudo, salame, salame di pecora, pancetta, cotto arrosto con il cren, come ogni in osmica/agriturismo del carso che si rispetti. Qui è possibile gustare anche dei piatti caldi, quel giorno la proposta era un’estiva porzina con patate in tecia, invitante, senza dubbio, ma troppo ardita perfino per noi. La porzina è la porchetta [ci sono – credo – altre regioni che la chiamano “porcina”]; le patate in tecia sono l’emblema della triestinità in cucina: si tratta di patate al tegame fatte insaporire con cipolla e pancetta [leggere, tipica espressione della fresca cucina mediterranea che così limpidamente si esprime un po’ in tutto il nord dell’Adriatico, dove è anche possibile gustare pietanze al limite della macrobiotica come il baccalà mantecato, il gulasch e la gibanica], la cui caratteristica precipua sta nella procedura di preparazione, che prevede espressamente che si attacchino al fondo della padella e bruciacchino. Mescolate di quando in quando, alla fine si presentano come un purè grossolano in cui si ravvisano pezzi di cipolle, pancetta e crosticine secche di patata bruciata. Raccontate così fan schifo, ma a mangiarle sono buone; esprimono, proprio grazie al procedimento necessario per realizzarle, la vera anima di Trieste, alla va’ là e po’ bon, e sono ideali per la massaia che è stata a Barcola tutto il giorno e a fare babezi con le amiche e ora non può prestare attenzione ai fornelli, ma deve sommariamente rigovernare mentre le patate si cucinano da sole [bruciando qua e là].

Il vino è il caro elisir del carso: non fine, non “buono”, ma tremendamente territoriale, rinfrancante e piacevole; lo beve persino Rem, che non è amante del genere.
La scelta dei dolci che offrono a noi è sorprendentemente ampia: strudel di fichi, di pesche e fichi, crostata con la marmellata e crostata con ricotta e noci. Fa più caldo che a Tangeri e se fossimo minimamente evoluti declineremmo la proposta, ma siamo al livello dell’uomo di Neanderthal [non Lucy, naturalmente] e non ci facciamo mancare neanche queste delizie.
I lombardi fremono per andare alla spiaggia, io sono una persona ospitale e di compagnia, ma non sono una martire, e ci separiamo.

La sera li conduciamo in un breve giro in città dove mostriamo frettolosamente loro le nostre principali attrazioni turistiche e più tardi li portiamo a cena da Krizman a Tublje. È una birreria-trattoria che abbiamo scoperto da poco, la cui specialità è la porchetta allo spiedo. “L’ideale per chi non mangia carne! Bel colpo!” diranno subito i miei piccoli lettori. Concordo, ma qui la scelta di pietanze è ampia, alcuni sono a base di pesce, altri di verdure e c’è anche una discreta proposta di primi piatti. Insomma, si mangia di tutto gustando la birra della casa: sulla carta è un piano perfetto. Se non che i nostri eroi giungono solo verso le dieci di sera sul posto, dove tutto è niente, e c’è da ritenersi fortunati se sono rimasti un avanzo di porchetta, del rostbeef  e un piatto di gnocchi. Per fortuna ci sono gli gnocchi…oltretutto, ricordo che Elisa li aveva trovati buoni: sospiro di sollievo. Quando arriva il piatto fumante si consuma la tragedia nell’imbarazzo generale: sono palesemente conditi con il gulasch. Per un po’ facciamo tutti finta di non accorgercene, Lucy compresa, e ciascuno nel suo cuoricino pensa “È tofu! È sicuramente tofu, per il quale la Slovenia è famosa in tutto il mondo…c’è anche il celebre tofu di Celje, da un paio d’anni presidio slow food”. Poi Rem non si tiene più e fa notare l’ovvio, credo con l’intento di far digiunare l’amica e mangiarsi i suoi gnocchi, ma il suo tentativo fallisce perché la Van Pelt non è una fondamentalista vegetariana e li mangia lo stesso, limitandosi a scartare i pezzi di carne, che – l’avrete capito – comunque non restano nel piatto.

Noi altri spazzoliamo la porchetta, le patate e l’ajvar con metodo e disciplina.
Ci scambiamo sguardi complici e quando vengono a ritirare i piatti, con la speranza mal celata di rimandarci a casa, chiediamo in coro il dolcino.
Optiamo per strudel di mirtilli, servito a temperatura stromboliana, e “sposa ubriaca”, che ci spiegano essere una torta al cioccolato con crema e panna. La avremmo scelta solo per il nome. In realtà non c’è la crema, ma uno strato di budino al cioccolato che nel complesso la fa sembrare un bunet con la panna, ma non è niente male. Niente che tolga le scarpe e le calze alle femmine – cosa che, invece, i presupposti lasciavano sperare – ma niente male davvero. Soprattutto, ha il pregio di essere riproducibile, perfettibile e riproponibile a casa per stupire gli ospiti [che mai si aspetterebbero la panna sul bunet].

Durante il viaggio di ritorno sento il bisogno di meditare sul destino del mondo, perciò non so riferire di cosa si sia parlato. So che anche Lucy ha meditato un po’, immagino che gli altri due parlassero di cartine….se avessero parlato di figa mi sarei svegliata, credetemi, perciò non ci siamo persi niente.

….Segue….

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Le mie ultime vittime, antipasto [2]

Posted on July 18th, 2010, by Larry

Indefessa come una balena che segue la sua rotta, porto in tavola le acciughe nei tre modi principali. Sono infatti molteplici i modi di cucinare le acciughe e si dividono in: Supremo [frisceu co a coa], Principali [fritte impanate, al verde e all’ammiraglia], Secondari [sotto sale, fritte nella sola farina e in tortino] e Ulteriori [tutti gli altri che vi vengono in mente].
Per fare le acciughe all’ammiraglia si prendono tante acciughe quante se ne vogliono mangiare e le si puliscono per bene. Devono essere molto fresche perché vengono cotte dal succo di limone, che non è propriamente un fenomeno di rapidità, per cui bisogna che le carni abbiano un certo delta ti di margine, affinché non giungano alla totale frollatura. Acciughe molto fresche significano relative lische impossibili da rimuovere. Se, infatti, la lisca si stacca agevolmente dalle carni, conviene optare per un’altra preparazione, perché significa che le acciughe hanno almeno un giorno; saranno ottime e innocue per tutte le preparazioni col fuoco, ma inadeguate per il limone, specie perché restando ancora a marinare un giorno, diventano troppo sfatte.
Le acciughe che ho usato io mi hanno fatta impazzire con la loro stupida lisca ben salda nei filetti, ma si sono spappolate lo stesso, perché per preparare le acciughe all’ammiraglia bisogna detenere il sacro segreto della proporzione d’aceto nella marinatura e io – come ho tragicamente dimostrato – non lo detengo. Non basta, infatti, metterle in un piatto coperte di succo di limone e schiaffarle in frigo sotto la pellicola finché non sono cotte [tipicamente 24/36 ore, secondo le dimensioni degli animali], altrimenti quando le tirate fuori sono tutte mollicce e un po’ viscidine. Occorre aggiungere un po’ di aceto bianco alla marinatura, in modo da preservare la tonicità delle carni…”un po’”, non una litrata, altrimenti le acciughe prendono troppo il gusto dell’aceto. Io ne ho messo poco, troppo poco, e così le mie acciughe all’ammiraglia erano mollicce e un po’ viscidine. Trinità e Trilli Campanellino non si sono persi d’animo e le hanno mangiate lo stesso.

Meglio è andata con le acciughe al verde, che si puliscono allo stesso modo delle precedenti [con conseguenti imprecazioni contro quelle stupide lische e altre pavide fughe terrorizzate dal bordo del lavandino alla vista delle interiora dei pesciolini, dacché io le acciughe le pulisco a occhi chiusi, non nel senso che sono abile nel farlo, bensì che ne ho ribrezzo e non guardo] e si cuociono in padella sfumandole col vino bianco e profumandole con aglio e prezzemolo. Si mangiano generalmente calde, ma sono molto apprezzate anche fredde, così ho optato per questa alternativa in modo da potermi interamente dedicare alla frittura delle acciughe impanate.

Ora, non è per vantarmi, ma friggere mi viene bene. A volte penso che non dovrei fare altro. La suprema arte del fritto è come l’orecchio musicale: o ce l’hai o non ce l’hai; se non ce l’hai puoi studiare quanto ti pare, ma sarai sempre una mezza calzetta; se ce l’hai, entro certi limiti puoi anche vivacchiare del talento, ma ti devi applicare con costanza e devozione per approssimarti ad un’eccellenza che resterà, comunque, sempre utopistica. Nessun vero friggitore è mai pienamente soddisfatto dei suoi fritti, ma è contento di vedere la gioia altrui nel fruire del suo operato.
Quando assegnavano l’orecchio musicale, io ero in coda per l’arte del fritto.

Le acciughe impanate sono una delle cose più semplici da friggere, è vero, ma io le ho fritte bene. Potevo fare di meglio, è fuor di dubbio, ma ho ugualmente ottenuto un risultato soddisfacente, e cioè che tre dei quattro commensali, mangiandole, hanno pensato “Ciò, ma no te le podevi frizer tute?” La quarta, invece, ha pensato: “Belin, erano da far tutte fritte”.
Sono consapevole dei devastanti danni alla salute che un abuso di fritto comporta e di quanto bassa sia la soglia di questo “abuso”, e so anche che l’olio è un combustibile da non lasciare sul fuoco sotto il solo controllo di un individuo tanto maldestro come me, ma con la debita morigeratezza e i dovuti accorgimenti, è ovvio che sia questa la mia missione. Arrivata ad una certa età, una deve anche imparare ad accettarlo e agire di conseguenza.

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Le mie ultime vittime, introduzione [1]

Posted on July 16th, 2010, by Larry

Prima di tutto facciamo gli auguri a Quellolì, che ha compiuto 21 anni.

Durante una delle mie sinistre attività collaterali ho conosciuto un superiore dalle cui competenza e dialettica sono rimasta letteralmente soggiogata.

Parlandone entusiasticamente con la Giraffa e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Zucchero e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Struccola e suo marito, ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
Parlandone entusiasticamente con Della Street e il suo allora imminente marito [sono sposati da meno di una settimana: uniamoci tutti in un coro di giubilo!], ho scoperto che anche loro lo conoscevano e avevano già beneficiato della sua compagnia e di quella della sua simpaticissima moglie.
E che cazzo.

E com’è ‘sta storia che tutte le mie amiche li conoscono e io me li sono dovuta scoprire tutta da sola? Se li volevano tenere tutti per loro? Ci avevano paura che ce li consumassi?
Mi sono così risolta di mettere fine il prima possibile al rapporto paraprofessionale con questo mio superiore, al fine di poterli invitare finalmente a cena [avendo trovato fertilissimo terreno nella moglie].
Potrei raccontarvi i brillanti dialoghi della serata e le facezie con le quali ci siamo intrattenuti, ma voglio essere originale e – una volta tanto – vi parlerò di cosa ho loro somministrato.

Quando gli ospiti suonano alla porta io ho già l’antipasto quasi completamente impiattato: acciughe all’ammiraglia e acciughe al verde fredde ci sono, mancano solo quelle impanate, ma l’olio è caldo.

Non ho nulla da offrir loro nell’attesa del piatto. Questa consapevolezza un po’ mi  dà ansia, ma poi Zzi mi sgrida che incoccono gli ospiti, e mi domino.
Per i lettori oltre il passo dei Giovi: le acciughe sono le alici; a Genova chiamiamo “acciughe” anche le alici fresche, non solo quelle sotto sale [come credo l’italiano distingua]. Per i lettori al di là dell’Isonzo: “Incoconare”, invece, è un termine triestino che, come si evince facilmente dal prefisso incoativo e dalla ripetizione della sillaba radicale, significa “rimpinzare”, “saziare controvoglia e oltremisura”; il traducente genovese è “imbibinare”, dal sostantivo “bibin”, “tacchino”, cioè, per estensione, “ingozzare come un tacchino per farlo ingrassare intendendo mangiarselo”. In triestino “tacchino” si dice “dindio”; è purtroppo evidente che questa lingua sbaglia nel non chiamare il gustoso uccello “cocco” [nb: rammenterete che il triestino non conosce le doppie; il verbo è “incoconare”, pres. Ind. “mi incocono – ti te incoconi – el l’incocona”, ma io ho italianizzato in “incocconare”, sia per analogia con altri casi di geminazione della consonante di incontro, sia perché la doppia rafforza il significato].

Per fortuna, le loro fisionomie non fanno propriamente pensare a persone che mangiano dalla mattina alla sera.
Zzi, che non aveva mai visto prima nessuno dei due e teme gli avanzi, non è altrettanto sollevato.

A beneficio del lettore sia detto che il mio superiore ha misure medie. Non è un marcantonio, ma è nella media. Nel complesso ricorda vagamente Trinità.
Chi? – Diranno subito i miei più piccoli lettori – Trinity di Matrix?
No, poppanti senza storia. Non Trinity di Matrix – che è una ragazza, ma voi nerds matrixofili potreste non accorgervene – Trinità-Trinità, di Lo chiamavano Trinità.
…Terence Hill!!!
Ah, Don Matteo, diranno ora i miei mocciosissimi lettori. No, non Don Matteo. Trinità. È un po’ diverso!

La moglie del mio superiore ha lineamenti che ricordano vagamente una giovane e moderna Shirley McLane, sul corpo di Kylie Minogue. Che è perfetto, wow, vorrei io svegliarmi domattina nel corpo di Kylie Minogue, ma diciamocelo: non riesci a farci entrare tutto quello che sta nel mio frigo neanche se sei Mago Merlino.

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Gioco a punti di Lorenzo: 7 punti per l’oggetto misterioso

Posted on July 14th, 2010, by Larry

CHE CAZZO È?

Va bene, forse ho posto la domanda in maniera un po’ secca, ma mettetevi nei miei panni: sabato scorso vedete dopo tanto tempo Clementina e le Belinette, vi dimenticate di portarle la crema mani che ha vinto con il concorso precedente e ricevete comunque il regalo di Natale; la situazione è di per sé imbarazzante e quando scartate il regalo vi ritrovate in mano l’oggetto misterioso.

La domanda sorge spontanea, ora sta a voi svelare l’arcano [Clementina & Quellolà, guai a voi se rispondete!].

Voglio darvi subito un aiuto: è una cosa che, quando mi hanno spiegato cosa fosse, sono stata davvero felice di avere ricevuto e che ora sono proprio contenta di avere.
Sette punti a chi indovina!

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