C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part uàn]

Posted on January 29th, 2010, by Larry
C’è sempre una prima volta, o “La Rigojanci” [part uàn]

Per il compleanno di Zzi ho voluto preparargli il suo dolce preferito, che non avevo mai preparato prima di ieri:

la Rigojanci.

La rigojanci è l’unico dolce triestino che possono mangiare anche gli italiani [o qualunque altro gruppo etnico/sociale] senza restarne uccisi.
Infatti è una ricetta ungherese.
È simile ad un semifreddo al cioccolato con una base di pan di spagna al cioccolato, ma – si sa – niente di ciò che è triestino è uguale a qualcosa di preesistente: tutto è unico ed esclusivo, perciò guai a dire che la rigojanci è un semifreddo tra due strati di pan di spagna.
Di conseguenza, immagino che su wikipedia sia in corso una discussione per la cancellazione di questa pagina sovversiva e mendace.
Il dolce è stato inventato dal violinista Rigò Jancsi, che sedusse e sposò una ricchissima ereditiera americana, che per lui lasciò il marito, un principe belga.
Ciò spiega perchél dolce sia noto tutto il mondo come “rigò jancsi” ; ma il Triestino traslittera i prestiti come il serbo [in cui non esiste il weekend, bensì il vikend] e nella mezzaluna òstile - licenza poetica – tra le risorgive del Timavo e il Rio Ospo questo dolce si chiama, e si scrive, come si pronuncia.

Non è difficile da fare, non ci vuole neanche troppo tempo.
È che io ne ho avuto proprio poco, indicativamente dalle 14, ora un cui sono solitamente libera da impegni lavorativi, alle 18, ora in cui dovevo al più tardi uscire di casa.
“Quattro ore”, diranno subito i miei piccoli lettori, “non sono mica poche”. No, ma non abbiamo fatto i conti con ‘lbonazzo.

‘lbonazzo è un educato e piacevolissimo ragazzo friulano [lapalissiano], studente di architettura e fortunato neomoroso di Bellefossette, la giovane sorella di Elisa.
Quando Bellefossette l’ha incontrato, probabilmente perché ancora alle prime fasi della conoscenza e per esigenze di sintesi, ne ha inizialmente solo descritto l’aspetto estetico; dai pochi tratti forniti, Elisa ed io abbiamo concluso che fosse un bonazzo e, poiché all’epoca ancora ne ignoravamo il nome, ci riferivamo a lui come a “‘lbonazzo” [con l'articolo eliso attaccato], così ho pensato che potesse essere un gradito soprannome. Per niente sessista, oltretutto.
Ad ogni modo, detto da una che potrebbe esse sua madre, è un soprannome meritato.

È un biondo occhiazzurrato coi denti dritti come un attore  americano, ma non con la faccia da bamboccetto tipo – che ne so – Tobey Maguire in Spiderman, più scanzonato, tipo William Holden, ma con lo sguardo più furbo, alla Bruce Willis, ma non così figliodiputtana, più posato, più affidabile, tipo Matt Damon, ma non in Dogma, più in Salvate il soldato Ryan, ma con uno sguardo più sereno, tipo Val Kilmer, ma con l’aria meno arrogante, tipo Mark Hamill; prima di diventare un cavaliere Jedi, però, non esageriamo!
Diciamo come il principe Filippo della Bella addormentata nel bosco, per brevità.

‘lbonazzo ed io non ci siamo mai incontrati prima; io sono molto curiosa, e voglio conoscerlo un po’. Lui mi sgama subito, ma si concede paziente, tirando fuori tutto il repertorio da “primo incontro con un parente della morosa”. È ben vestito, parla con garbo, ha molti argomenti, simula interesse per qualsiasi puttanata io dica [ne dico tante anche nella vita normale], accenna appena al suo rapporto con Bellefossette, giusto per sottolineare le sue buone intenzioni, ma non mette in piazza gli aspetti personali, elegante e discreto come un vero principe. Insiste e riesce nel pagarmi il caffè.

Meno male che anche la più piccola delle due figlie dell’Artista Ceramista ha trovato un buon partito!

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Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Posted on January 27th, 2010, by Larry
Bar Cafénoir/Caffè Orizzonte, via Bellini, Trieste

Qualche settimana fa abbiamo deciso di interrogare il

Cafè noir di via Bellini, Trieste,

altrimenti noto come il

Caffè Orizzonte di via Bellini, Trieste

La verità è che ha cambiato gestione da poco e ha ancora entrambe le insegne, così io non so quale sia il nome attuale perché non ricordo quale fosse il precedente.

L’interno è come lo ricordavo, in tota larrish look arancione e marrone.
Prendiamo posto ad un tavolo minuscolo, contornato ad un lato da sedie e dall’altro da un divanetto pieno di cuscini, spodestati i quali, sprofondiamo col mento sul tavolo.

L’ambiente è tranquillo, il barista compare presto a prendere le ordinazioni.
Non c’è un listino, ma non è questo un bar alla moda dove le persone vanno per farsi vedere, è più un posto dove la gente entra perché ha sete, freddo, voglia di caffè o di far la pipì.

Ordiniamo senza menarcelo e io chiedo uno spritz perché sono si e no le cinque del pomeriggio e la cosa più trasgressiva che ordinano i miei commensali è un succo d’ananas: non mi va di fare la figura dell’alcolizzata. Non la prima volta.

Lo spritz non è memorabile, ma è fatto bene.
Ci raggiungono nel frattempo LaMinaccia e un suo nuovo amico partenopeo.

Partenopeo è a Trieste da solo tre mesi, e ha già tanti aneddoti da raccontare.
La città e i suoi abitanti, in effetti, sono una miniera di spunti.
Il più ovvio è il caffè.
Prendere un caffè denuncia subito la non triestinità dell’avventore. Un italiano chiede un caffè, eventualmente un macchiato, specificando caldo o freddo se è proprio un rompiballe. Prima delle otto consumano un cappuccino o un lattemacchiato, sempre se sono rompiballe.

Il triestino chiede un nero, un capo, un capo in bi [chiaro o scuro], un goccia [caldo o freddo].
Ma il bello non è la varietà: è la [non]corrispondenza.

Possiamo accettare di chiamare solo nero l’espresso [anche se essere corretti dal barista quando chiediamo "un caffè" è onestamente troppo] e imparare che il goccia è il caffè macchiato.
Ma “capo” è il diminutivo di cappuccino, che però viene servito in tazza piccola e – di fatto – è un caffè macchiato fino all’orlo [e chiunque dica il contrario è un triestino]; in bi è servito in bicchiere.
Il problema si presenta quando uno vuole un cappuccino vero, chiede un cappuccino e gli arriva questa porzione micragnosa. Se Nanni Loy fosse stato Triestino non avrebbe avuto abbastanza spazio per intingere il cornetto.
Avrebbe – obietteranno i miei piccoli lettori alabardati – dovuto chiede un caffèlatte.
Già perché ora il delirio di pidocchiosità triestino esplode. Dopo aver ridotto le dosi del cappuccino, riducono anche quelle del caffèlatte e ne danno 250ml, ovvero la tazza da cappuccino.
Non si sa come si faccia ad avere un caffèlatte, forse bisogna chiedere una caraffa, pare che nessuno abbia mai osato chiedere tanto, oppure è ancora là che cerca di spiegarsi col barista e la nomenclatura non è stata codificata.

Ad ogni modo, questo bar è un posto cosmopolita, i gestori sono garbati e parlano italiano.
Io gli spacco un bicchiere perché sono impercettibilmente goffa e loro non battono ciglio.
Gli stuzzichini sono scarsetti, ma, ripeto non è un bar da aperitivi.

Perciò non lo classifichiamo, non finché non mi viene voglia di andare lì a non bere un vodka russian.

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Risotto tracagnotto

Posted on January 25th, 2010, by Larry
Risotto tracagnotto

Grande cavallo di battaglia di Larry e Zzi e prova del fuoco di chiunque accetti un invito a casa nostra è il risotto tracagnotto.
Anche il Previdente Presidente e la sua Costruttiva Consorte sono passati sotto questa forca caudina, mentre la loro Figlia, astuta almeno quanto Fascinosa, ha saggiamente preferito di prepararsi per un’interrogazione.

Abbiamo, quindi, somministrato alla coppia presidenziale, una pietanza che, se volete, potete preparare così:

Fate un delicato soffritto di cipolla nel burro e, non appena la cipolla si sarà ammorbidita, fateci tostare il riso.
Il riso si dosa in una tazzina da caffè per commensale, più una per la pentola dopo i tre commensali.
Non so se dai 6 commensali si aggiungono due tazzine, per girare sei tazzine di risotto ci vuole una piccola betoniera, per otto credo occorra noleggiare una vasca del greggio.

Poi si comincia ad aggiungere brodo per portarlo a cottura.
Io sono di quelle che aggiungono il brodo a poco a poco, ma ho molta stima delle veggenti che buttano la bulaccata di brodo e lo lasciano lì. È che io non sono in grado di predeterminare quanto liquido ci vorrà.

Dopo cinque minti di cottura si mettono le noci sgusciate e mondate della pellicina marrone.
Per mondare i gherigli, si immergono in acqua bollente per qualche istante e  si spellano con l’aiuto di un coltello a punta o di uno stuzzicadenti. Tanto, come sempre, le impronte digitali sono un segno distintivo sopravvalutato.
Quando ne avrete mondate tre quarti, potete anche decidere che d’ora in poi la pellicina darà quel non so che al piatto rinunciare al quale sarebbe un delitto.

Dopo altri cinque minuti aggiungete le mele renette.
Il trucco dello chef è farle a fettine ampie, ma sottilissime, con lo sbucciapatate. Si disfano in cottura, ma se non si disfano sono molto coreografiche.

A cottura ultimata, mantecate con  cubetti di fontina precedentemente messi in ammollo nella panna fresca e la panna fresca dell’ammollo.

Coprite in modo che non di disperda il calore nei due minuti in cui va fatto riposare.

Il piatto è pronto; ota il difficile è impiattarlo perché la fontina si è completamente sciolta e ha formato una ragnatela fitta e resistente tra chicco e chicco: prendete una porzione nel cucchiaio di servizio e tutto il risotto cercherà di venirvi dietro o, alternativamente, di tenere con sé la parte che state cercando di portargli via, ingaggiando una lotta disperata dalla quale, solitamente, esce vincitore.

Preliminari a parte, è un piatto facile e di ottima resa, ma non si può dire che sia veloce.
Come dice Bon Jovi, good things come to those who wait, ma qua non si tratta di aspettare con il dito nel bunigolo, si tratta di all day working that hard line, come dice Springsteen!

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Catodica | V edizione

Posted on January 21st, 2010, by Larry
Catodica | V edizione

Con impercettibile ritardo, ho il piacere di annunciare che anche quest’anno gli amici di FuCineMuTe hanno organizzato la rassegna internazionale di videoarte Catodica.

Potete visionare la presentazione della manifestazione cliccando qui: catodica 5 it


PS che non c’entra un cazzo: avete visto che bel volantino? Sapete come ho fatto a pubblicarlo? Ho preso un volantino di carta e l’ho scannerizzato.
Scannerizzare le immagini è molto facile. Lo è ancora di più quando si tratta di immagini singole  in formato ridotto e su supporto maneggevole -ad esempio su carta da 200gr/mq, con superficie cm 10×15 o 13×18 – come le foto.
Davvero, non ci vuole niente: dieci anni fa occorrevano svariati minuti, ma gli odierni programmi di acquisizione capiscono al volo le intenzioni dell’utente e l’unica cosa che serve è un arto per maneggiare il coperchio. Questione di pochissimo, ci sono riuscita pure io…anzi, potrei pure scannerizzare immagini altrui, avendole anche solo temporaneamente a disposizione.
E serbarle gelosamente senza condividerle con nessuno, chiaro.

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I love shopping con la bussola

Posted on January 20th, 2010, by Larry
I love shopping con la bussola

>>>   POST AGGIORNATO   <<<

Clicca qui sotto per ascoltare l’audiopost:

Larrycette_I_love_shopping_con_la_bussola

°   °   °   °   °

Gennaio, tempo di saldi e tempo di spese con quel che resta della tredicesima [per chi ce l'ha] e della bustina coi contanti di qualche saggio, amatissimo, parente.

Per gli atleti della nostra giovane, ma rispettabile società, è tempo di rinnovare il guardaroba acquistando la tuta di società.

Ora intendo fare un uso personale del mezzo pubblico [si fa per dire] e approfittare della massiccia frequentazione di orientisti per chiedere a loro – in qualità di esperti -, alle crocette – in qualità di ragazze – e agli altri lettori – in qualità di tachenti – suggerimenti su che taglia di tuta acquistare.

Ho provato la tuta di Zzi, che è una M sia di pantaloni che di maglietta, e questo è il risultato [a letto i bambini]:

Davanti

Dietro

Come vi pare?

Secondo me mi sta proprio dimmerda, perdonate il francesismo, sembro una campana per la raccolta differenziata del vetro, potrei far scrivere “non introdurre plastica, ceramica, metallo o altro materiale” al posto del nome della società.
Ora, lo so che se devo indossare questa tuta  perché sono a una gara e non è la situazione per tirarsela da supergnocca [neanche, per assurdo, potendoselo permettere].
Inoltre, sono felicemente maritata e non devo adescare nessuno, quindi non dovrei preoccuparmi tanto di valorizzarmi in ogni circostanza [specie considerando come vado conciata a lavorare certe mattine].
Tuttavia, proprio perché sono felicemente maritata e mi piacerebbe molto restare tale, devo far fronte alla agguerrita concorrenza delle altre atlete, specie delle ragazze dell’est, dai corpi scattanti e dalla spiccata propensione a spogliarsi in pubblico, cercando di “tenermi un po’”, come si suol dire.

Analizziamo insieme i difetti della tuta – anzi, di Larry nella tuta: la tuta in sé non ha difetti – e cerchiamo di minimizzarli.
A me pare un po’ piccola di sotto e grande di sopra [come tutto quello che sta nel mio armadio], quindi la soluzione logica parrebbe essere:
Maglia taglia S
Braghe taglia L

Ma non ne sono persuasa: se prendo la S di maglia mi diventa stretta di fianchi, ed è peggio. Però si accorcia e interessa sempre meno i fianchi, quindi – paradossalmente – potrebbe essere meglio una XS, se esiste.

Le braghe già così sono modello acquancasa, però non sono poi così strette. Se non ci fosse troppa differenza tra una taglia e l’altra potrebbe valere la pena prendere una taglia in meno e spacciarli per trendissmi fuseaux capri [ma il confronto con le altre mi sputtanerà].
E se poi non ci entro?

Che fare?
Cosa acquistare?
Come indossare?

Il ventagli di opzioni è quantomai ampio:

Maglia S + Braghe L, ovvero assecondo le mie forme da Barbapapà, pensando che in fondo ho il corpo di una divinità, pazienza se Buddha.

Maglia XS + Braghe S, ovvero faccio prima a dipingermi la tuta addosso, ma se poi arrivo ultima ho la scusa che ero immobilizzata dalla divisa.

Maglia M + Braghe M, ovvero la stessa taglia di Zzi, che mi dona come una scagazzata di gabbiano nei capelli, ma tanto io mi metterò la tuta si e no una volta all’anno, almeno Zzi ne ricava un cambio completo e posso pure andare in giro a dire che ho la taglia del mio smilzissimo consorte.

Non so cosa scegliere, aiutatemi!
Approfitto per ricordare anche agli altri membri della nostra giovane, ma rispettabile, società, che bisogna comunicare gli acquisti che si intendono fare al Previdente Presidente entro domenica.
Se non sapete come mettervi in contatto con lui, non temete: lui vi telefonerà!

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Questione di codice

Posted on January 19th, 2010, by Giraffa
Questione di codice

Avete presente le difficoltà dei pinguini di Madagascar quando non capiscono il codice?

Ecco, io a volte con la mia amica mi sento così… Lei mi chiede se mi serve qualcosa nel mitico (per me che non ci sono mai stata!) supermercato di Capodistria, io le rispondo di no, che prima o poi riusciremo ad andarci insieme ed allora sì che sarà un gran problema x i nostri mariti trascinarci via dal reparto dolci (nel senso di ingredienti per).

Ma nel giro di qualche ora mi ritrovo sotto casa una borsa con qualche genere di prima necessità (e di molto conforto)

E’ tutto fantastico, ma c’è qualcosa che sbaraglia qualsiasi concorrenza: Prinzessinnen Juwelen, ovvero tre tipi di granella decorativa terribilmente inutile ma anche terribilmente rosa. Insomma, dovrebbe essere un prodotto giraffico!!

Ringrazio pubblicamente, non da parte di Bruttino, che comincia a preoccuparsi di come faremo a traslocare… stiamo pensando di dare una stanza alle glasse!

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Linzer Torte

Posted on January 18th, 2010, by Larry
Linzer Torte

Um eine gute Linzer Torte zubereiten brauchen wir:

Mehl
Zucker
Butter
Haselnussen
Zitronenschale
Zimt
Eier
Hefe
Heidelbeerenkonfitüre

Das Kneten zu machen ist ganz einfach: mit Mehl, Butter, Zucker, Eier und Hefe machen Sie einen Mürbeteigkuchen, aber fügen Sie zu dem Kneten die gehackten[en?] Haselnussen und den Zimt hinzu.
Legen Sie zwei dritteln [es meint 2/3 in meinem Kopf, aber nur dort, fürchte ich mich] des Knetes in einer Form.
Denn schmieren Sie die Heidelbeerenkonfitüre ein und mit dem geblieben[en?] Kneten decken.

Jetzt die Verhältnissen:

Jede Dosis Mehl erfordet eine Dosis  Butter, zwei drittel Zucker, fünf sechstene [5/6, in meinem Kopf immer] Haselnussen, zwei Eier und ein Eidotter, ein Teelöffel Hefe, die gereibt[e?] Schale eines ganz[e?] Zitrone, Konfitüre wie genüg.

Cosa impariamo da questa ricetta?
Che io non so le desinenze degli aggettivi attributivi.

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CIOC | Gara nr. 1, Gropada

Posted on January 15th, 2010, by Larry
CIOC | Gara nr. 1, Gropada

Beffarde, le previsioni parlano per tutta la settimana di neve e pioggia, illudendomi fino all’ultimo di venire esonerata per evidente inadeguatezza fisica.

Invece, la mattina di domenica dieci gennaio splende un sole beffardo e non c’è verso di stare al calduccio. Indosso un pile anni novanta che mi difenderà dal freddo, ma non dal ridicolo e monto in macchina alla volta del centro del mondo orientistico:

GROPADA

Gropada è un piccolo centro abitato sul Carso triestino, all’occhio dello stolto privo di particolare rilevanza; in realtà è un polo di attrazione sportiva di importanza internazionale, come la massiccia partecipazione di atleti stranieri dimostra.
Nucleo pulsante di questa realtà, motore immobile degli eventi sportivi di vero rilievo è la dimora del Previdente Presidente.
Qui ci dirigiamo per ricevere istruzioni e contribuire all’organizzazione della più importante gara del calendario: il primo appuntamento del CIOC.
La Costruttiva Consorte prende subito con sè gli elementi più validi: io posso entrare in casa a far compagnia al gatto.
Poco dopo giunge in cucina la Fascinosa Figlia. È fascinosa anche appena sveglia. Si scofana una fetta di pane grande come una federa spalmata con tre etti di burro e un vaso di marmellata. È snella e atletica, forse non mi sta poi così simpatica come credevo.

Mi spiega come registrare gli arrivi degli atleti.
È preparata e chiara nell’esposizione; io non sono altrettanto lucida.
Mi spiega di nuovo.
Mi guarda in faccia e comprende di dover spiegare di nuovo.

Paziente, continua a esemplificare situazioni finché l’arrivo di Vanty le fa tirare un sospiro di sollievo.
Intanto altri validi elementi, tra cui il Retore, l’Asceta, il Meticoloso Mosaicista e lo stesso Previdente Presidente, si producono per l’allestimento dell’arrivo.
La decisione iniziale è di montare il gazebo, che – però – è leggermente ingombrante.
Oltretutto, nonostante la temperatura polare, il sole continua a splendere e procurarci una copertura antipioggia è forse troppo previdente anche per il nostro Presidente.
Prima di rinunciare, però, si fa ancora un tentativo con il gazebo mignon, ma infine si opta per una traversetta obliqua tirata tra il poggiolo e il cancello.

Risolutivo lo striscione con scritto “finish” che indicherà agli atleti dove consegnare il cartellino. La scelta della collocazione dello striscione è strategica ed efficace, pare che la casetta sia stata costruita apposta per ospitarlo. La realizzazione grafica è precisa, accattivante e significativa.
L’affissione poteva venire meglio.
La scala su cui l’impavido Vanty sale per legare lo striscione ai comignoli scende repentinamente alla temperatura di quattro gradi sottozero; io provo anche a tenerla ferma [non è molto stabile e l'asfalto irregolare non ci è d'aiuto], ma mi si congelano istantaneamente le mani e costituiamo immediatamente un gruppo scultoreo plastico, ma scarsamente efficiente.
Vanty ha un sacco di buone qualità, ma tra esse mi risulta difficile riconoscere l’abilità nel fare i nodi. Non è neppure sceso dalla scala che lo striscione è già caduto. La Fascinosa Figlia interviene e risolve, come sempre.

Tiriamo un nastro tra due pali della luce ai lati della strada e diciamo che è la linea del traguardo. Io passo mezza mattinata a passeggiarci sopra come Rain Man nel terrore che si sollevi e qualcuno ci inciampi.
Non capisco perché a orienteering non si possa fare il segno per terra con i maglioni, come a calcio.

Dell’organizzazione di partenza e segreteria non posso riferire perché ho sentito dire che nei locali del circolo che ci ospita mancano luce e riscaldamento e – francamente – se fossi stata disposta ad affrontare i disagi per l’amore della cronaca, avrei fatto il reporter di guerra; faccio l’edicolante e la mia impresa più pericolosa è  friggere, non intendo metter piede in un ambiente tanto ostile.

In qualche modo la gara inizia e io e i giovani aspettiamo fiduciosi che arrivi qualche atleta. Quando arriva il primo piombiamo nella consueta spirale di panico, ma ci riprendiamo subito e iniziamo a registrare pettorali e tempi di arrivo.
Per fortuna arriva la notizia che ci siamo persi due bambine nel bosco, così un nuovo brivido ci percorre la schiena.

Tra i primi ad arrivare, il Bellicoso Bresciano, atleta di un’altra società, famoso e stimato in tutta la regione. È ferito perché c’era del filo spinato vicino ad una lanterna, probabilmente nascosto dalla neve quando Zzi e il Previdente Presidente hanno disposto i punti di controllo.
Perfetto, avevamo proprio bisogno di una nuova preoccupazione; io mi immagino le bambine a brandelli nel filo spinato, ma tengo per me la riflessione. A giudicare dagli sguardi tra la Costruttiva Consorte e la Fascinosa Figlia, qualcosa del genere è balenato anche sotto le loro frangette.

Dopo circa un’ora ci incasiniamo col cronometro: niente di rilevante ai fini del risultato per gli atleti e la classifica, ma noi viviamo due secondi di puro terrore; meno male, erano quasi quindici minuti che stava andando tutto liscio.

Tutto procede poi regolarmente e a ridosso dell’ora di pranzo gli atleti sono quasi tutti arrivati.
Io comincio a sfregarmi le mani perché finalmente si mangia e confido che la Generosa Genitrice del Celere Capellone non abbia mandato suo figlio a mani vuote.

Arriva Zzi, celestiale visione, e mi dice “Vieni con me”.
Che romantico! Dove mi porterà?
Sul suo cavallo bianco in un castello riscaldato come una sauna con un comodo divano e un tavolo imbandito di tramezzini e bignè?
No, macché, mi mette in mano la cartina della gara e mi dice “Andiamo a ritirare le lanterne, portami tu”.

Mi vengono le ossa molle e mi trascino nel bosco.
Al nostro ritorno, in pieno pomeriggio, stremati, dopo che alcuni se ne erano già andati [è saltata all'occhio l'assenza di Vanty, sparito con la solita tecnica ninja della saponetta, ansioso di andare chissà dove, chissà da chi], tento una botta di dignità rifiutando, a parole, il cibo che ci veniva offerto, essendo che saremmo stati noi i soli a mangiare. Poi mi viene offerta la squisita crostata della Generosa Genitrice ed è talmente invitante [e talmente poca, maledetti orientisti!], che ripongo la dignità là dove l’ho sempre tenuta – cioè nella coscienza di qualcun altro – e mi abboffo di pane e prosciutto, componendo panetti con due dita e ficcandomeli in bocca con movimenti sicuri e armoniosi come quelli di un solfeggio. Mentre manduco a quattro palmenti con la sobrietà che mi contraddistingue, apprendo, che – in nostra assenza – ci siamo quasi fatti arrestare il Presidente.
Mentre Zzi mi pratica la quarta manovra di Heimlich in dieci minuti, scopro che le forze dell’ordine competenti della zona sono venute a fare un sopralluogo, attirate da un volantino promozionale casualmente capitato nelle loro mani, e hanno riscontrato che la manifestazione non era stata opportunamente denunciata.
…..
Eh, però, belin.
Organizziamo gare in continuazione, anche nazionali, e poi caschiamo su ’ste cose? Lo sanno tutti che quando si fa una manifestazione bisogna avvertire le istituzioni. E sì che non è la prima che facciamo e tutte le altre volte siamo stati impeccabili.
Insomma….passi perdersi le bambine nel bosco [a proposito: quando Zzi le ha trovate non erano affatto spaventate, piuttosto erano scoglionate per il fatto che non stessero giocando con la loro cartina, e se lo sono tolto di torno in quattro e quattr'otto], passi approfittare del filo spinato lasciato in giro per eliminare fisicamente i minacciosi atleti delle altre società, ma farsi castagnare sulla burocrazia proprio non è da noi.
Oltretutto, di queste faccende di solito si occupa la Costruttiva Consorte, competente e putuale, ma qua non sembra aver costruito un bel nulla.
Proprio non me la spiego.

Il mistero sembra destinato a restare irrisolto, poi mi guardo intorno e vedo la Dimora presidenziale invasa da carte, mappe, documenti, cime, fogli, cordicelle, striscioni, funi, gazebo, tettoie,  lanterne, punzonatrici, bussole, spranghe, sartie, nastro bianco e rosso, nastro giallo e nero, nastro adesivo di tutte le forme e tenute, borse, brandelli di filo spinato e fango. Tantissimo fango sulle piastrelle bianche.
La Costruttiva Consorte avrà un bel da fare, non appena avrà finito di spostare sedie e tavoli al circolo e di pulire anche quegli [enormi] ambienti.

Un’ipotesi inizia a formarsi nella mia mente foderata di prosciutto: vuoi vedere che è stato tutto un astuto stratagemma della Costruttiva Consorte, così ci inimichiamo le autorità e la prossima volta col cavolo che ci danno il permesso di piantare di nuovo tutto ’sto casino in casa sua?

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Prefazione

Posted on January 13th, 2010, by Larry
Prefazione

L’anno nuovo è anche foriero di sobrietà e continenza verbale, infatti – non potendo ridurre il numero di parole per post per via della grafomania che mi strazia l’esistenza – ho diluito la frequenza dei post.
Non lo faccio per tirarmela, ma non trovo molto significativo raccontare cosa faccio anche quando non faccio niente di rilevante [il che presuppone freghianamente che quanto pubblicato finora sia, per contro, rilevante, e direi che più che una presupposizione si tratta di una grossa presunzione], perciò finché le mie avventure si riducono a fissare il soffitto col dito nell’ombelico, comprenderete che non ve ne metta a parte, sapendo che la cronaca non vi entusiasmerebbe.

Il silenzio recente, invece, è dovuto a vicesitudini talmente concitate e rocambolesche che non ho avuto modo di farne un putuale resoconto. C’è, infatti stata la prima gara del CIOC, organizzata dalla nostra giovane, ma rispettabile società, e tutta la famiglia [noi 2] è stata coinvolta.

In tutto questo turbinare sportivo, anche intrighi affettuos-sentimentali mi hanno tenuto distanti dallo schermo: qualcuno mi ferisce e delude e decido che non ci voglio avere più niente a che fare; vengo clamorosamente fraintesa e ferisco e deludo MIO MALGRADO un’altra persona [solo che nel mio caso ho ragione io, qualora ve lo steste domandando], la quale si scazza tremendamente nei miei confronti e mi fa temere di non voler avere più niente a che fare con me facendomi sentire incompresa e lasciandomi nuovamente ferita e delusa [oltre che letteralmente cagata sotto perché ha fama di serbare più rancore di me e sono già ai barbiturici immaginando la mia vita deprivata di questa presenza];  rischio il divorzio investendo Zzi di tutti i particolari delle vicessitudini, dicendo a lui quello che dovrei dire agli altri, facendomi con lui le mie ragioni e informandolo in tempo reale di tutte le congetture che stavo formulando, e delle loro antitesi, ugualmente possibili.

Perciò, a ben guardare, qualcosa da raccontare lo avrei.
Sono anche persuasa del fatto che un po’ di gossip e di intrigo farebbe bene a queste pagine, manterrebbe viva la curiosità del lettore, credo che fare i nomi dei protagonisti e scendere nei particolari intimi delle vicende – prima ancora di sviscerarne gli aspetti psicologici del gioco di specularità dei ruoli – farebbe venire l’acquolina in bocca.

Pazienza.
Questo è uno stupido blog di ricette – peraltro spesse volte apocrife – con divagazioni su altri pochi futili argomenti.
È su di me nella misura in cui ne sono autrice e riflette competenze [poche] e pensieri [confusi], ma non sono io il mio argomento preferito [cioè sì, in realtà lo sono, ma non ammetterò mai di essere così meschina] perciò non registrerà ciò che ritengo di carattere privato [per quanto inconsueto sia, a volte, il mio concetto di privato], così come restano fuori più serie considerazioni che – sgomento! – faccio, ma non ritengo pertinenti a queste pagine.
Non è un reality.
Piuttosto è la mia sit-com e si va in onda preparati e tirati a lucido, con le ciglia finte e inquadrati solo dal basso, che slancia un casino.

Perciò, dopo questa lunga pausa, siamo pronti per mandare in onda la prossima puntata, che ha per protagonista un dolce seducente e infingardo.
Prossimamente su queste pagine la Linzer Torte: restate sintonizzati!

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Dal cartone col cartone: pizze da asporto a Trieste e film d’animazione in dvd [1]

Posted on January 7th, 2010, by Larry
Dal cartone col cartone: pizze da asporto a Trieste e film d’animazione in dvd [1]

L’anno nuovo è subito foriero di novità: provo infatti l’ebbrezza di consumare la pizza da asporto in un piatto e seduta a tavola come i cristiani, anziché dal cartone, stravaccata sul divano.
Siamo, infatti, ospiti della Giraffa per la serata cartone animato [da che, mi aspetterei, per coerenza e tradizione, di mangiare la pizza dal cartone, donde il titolo della serie che qui inauguriamo], che di regola vuole la pizza da asporto.

Quando si è ospiti di qualcuno che ha cucinato tutto il giorno per noi, infatti, potrebbe non essere apprezzato consumare tali leccornie senza attenzione, tutti presi dalla TV, per questo è opportuno far coincidere la serata del film d’animazione con la pizza da asporto, per antonomasia la pietanza preparata da qualcun altro e che non richiede neanche che dopo si debbano lavare piatti e posate [sempre se la mangiate, come me, con le mani dal cartone; certo, poi devo fare la doccia, ma è un problema diverso].

La pizza viene dalla pizzeria di via Giulia-angolo via Klander [non so il nome, ma adesso la Giraffa accorre in nostro aiuto], il film con cui inauguriamo la rassegna è probabilmente il mio preferito della generazione digitale: Monsters & Co.

Io e il marito della Giraffa non siamo presenti alla scelta delle pizze, il che rende il tutto una procedura molto più semplice perché non possiamo stare ore ed ore a leggere il menù [per poi dichiarare “Margherita!”]. Io ho un certo appetito, quindi dichiaro di voler qualcosa con salsiccia e funghi.
Il prosaico Zzi mi procura una margherita-aggiunta salsiccia-aggiunta funghi.

Quando raggiungiamo i nostri legittimi nel nido dei Giraffi, le pizze sono ancora ben calde, sebbene il volerle a tutti i costi impiattare faccia perdere loro un paio di gradi. Ma i piatti da pizza della Giraffa sono così belli che ci mangerei la pizza surgelata con brina e cellophane e sarei capace di trovarla buona.

Detto ciò, mi impongo di dare un giudizio obiettivo e procedo all’analisi.Il diametro non è esagerato: eccede leggermente il piatto da pizza, ma è inferiore a molti. In compenso il bordo è piuttosto alto e il condimento ricco.

Al taglio la pasta è ben cotta, poco elastica e il bordo, schiacciato dal coltello, presto si rialza, asciutto e mezzo vuoto, come deve essere quando è così alto.
La salsa di pomodoro è versata con generosità e tradisce l’acidulo solo in corrispondenza dei pezzi di pelato più grandi, com’è ovvio.
La mozzarella è, a mio gusto, un po’ troppo cotta, così come la salsiccia, ma pretendere che in una pizzeria da asporto si mettano ad aggiungere gli ingredienti a questo o a quel punto della cottura è pura fantascienza.
I funghi sono i funghetti trifolati d’ordinanza, senza infamia e senza lode.

Segnalo, non senza invidia, l’abbondanza di olive profusa sulle pizze dei Giraffi i quali – essendo clienti – hanno saputo scegliere meglio, o sono trattati con un occhio di  riguardo. La prossima volta torno con loro e prendo la pizza con le olive anche io.

Dovendo dare un voto da uno a dieci, assegnerei un bel sette. Attenzione: si tratta di voti assoluti sulle pizze, perciò una pizza da asporto inevitabilmente consumata almeno dieci minuti dopo essere uscita dal forno non può raggiungere l’eccellenza di una pizza squisita mangiata subito.

Il film è bellissimo, ma vi sconsiglio di guardarlo con me.
Inizio a dire “ÈBBBÈLLISSIMO” dai titoli di testa [peraltro chi li ha visti converrà con me che sono incantevoli, sia nella musica che nelle immagini], poi è tutto un susseguirsi di “Guarda-guarda”, “Senti-senti”, “Ascolta-ascolta”, “Ecco-ecco”.


A Mostropoli c’è il rischio di crisi energetica perché i bambini di oggi sono sempre più difficili da spaventare e sono proprio le loro urla spaventate che, convertite dalla Monsters & Co. – che si avvale del lavoro di esperti spaventatori – in energia, alimentano le comodità della vita quotidiana.
Gli spaventatori, attraverso le infinite porte disponibili nell’archivio aziendale, attivate grazie a specifici dispositivi, sbucano fuori dagli armadi dei bambini di tutto il mondo, terrorizzandoli; quello dello spaventatore è un mestiere stimato e rispettato perché – si sa – non c’è niente di più tossico e mortale di un piccino umano.
Come in ogni grande azienda, la produttività è stimolata con la competitività e il testa a testa è tra il buon James P. Sullivan e l’invidioso secondo Radall Bogs.
Proprio questi sta mettendo in atto un segreto piano sinistro, accedendo al mondo degli umani fuori dall’orario di lavoro.
Bastano ora un paio di coincidenze e Sullivan fa accidentalmente entrare nel mondo dei mostri una bimba. Cerca allora l’aiuto del migliore amico e collega Mike Wasowsky, ma riesce solo a rovinargli una serata romantica e a gettare il panico in città. Bisogna allora riportare la bambina nel mondo degli umani, ma i tentativi di farlo tenendola nascosta riveleranno il vero terribile piano di Randall e insospettabili fiancheggiatori.
Azione, divertimento e colpi di scena culminano, naturalmente, nel successo dell’impresa, nella sconfitta dei cattivi e nella soluzione della crisi energetica grazie alla scoperta che le risate producono molta più energia delle urla.
Ma le regole sono regole e Sullivan deve separarsi definitivamente dalla piccola “Boo”, alla quale nel frattempo si è affezionato, non senza un minimo di sollievo da parte dell’amico Wasowsky….o no?

Come tutti i film Pixar, ma più degli altri film Pixar, le carte vincenti di questo film sono il soggetto innovativo, la sceneggiatura veloce, i dialoghi brillanti, le musiche sublimi, la regia esperta. È ricco di scene memorabili, è difficile indicarne una emblematica, ma la mia preferita è quella del musical aziendale.
È un film, ovviamente, adatto ai bambini, ma che apprezzano soprattutto e meglio i grandi.
Del resto, per capire i cartoni animati bisogna essere dei veri grandi.

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