Dieta GIFT metodo Speciani: un Larry-ality [puntata 9]: Springsteen a Trieste l’11 giugno 2012

Posted on November 24th, 2011, by Larry

Se state pensando che abbia sbagliato a fare copia&incolla del titolo, siete fuori strada.

Oggi, infatti, vi mostrerò come questo non sia un blog in cui compaiono con frequenza irregolare argomenti dei più disparati, senza un filo conduttore alcuno, scelti a casaccio fra le cose che mi capitano, come se non avessi altro di meglio da fare.
Oggi vediamo come tutto si riconduca ad un unico supremo Scopo e palesi improvvisamente il proprio senso.

Andiamo con ordine e prendiamo le mosse dal recente commento di una nuova Piccola Lettrice (che spero di non aver già fatto scappare). Il commento originale si trova qui, lei è Lucia (è anche l’unica a commentare), ma non si tratta della nostra nota Lucy Van Pelt, e ci sintetizza la sua esperienza sfortunata. A questo punto ci starebbe bene che io intavolassi un dibattito, cercassi di approfondire le cause del suo insuccesso, arricchissi il confronto e via dicendo.
Solo che io faccio questa dieta sì e no da settembre, la seguo applicando i consigli dei libri, senza neanche sbattermi a preparare le (invitanti) ricette che si trovano in rete, tipo quelle delle Gifterine che mi aveva segnalato Elisa. Insomma, la faccio, ma la faccio un po’ alla cazzo di cane, per esempio mangio la pizza alla sera, cosa che non si dovrebbe perché – se proprio bisogna mangiare la pizza – meglio sarebbe consumarla a pranzo, in modo da bruciare i carboidrati. Invece io la preparo di pomeriggio e la domenica sera mi sbraco sul divano e non paga accompagno la bomba glicemica con la birra. Questo non è dieta Gift.

Nonostante tutti i miei sforzi di mandare i risultati a remengo, la dieta per il momento sembra funzionare. Dopo un periodo di stallo e scarsa motivazione dovuto all’arrivo della Serpe in Seno, infatti, il mio peso ha continuato impercettibilmente a diminuire. Stamattina pesavo 67,3 kg, il che significa che dall’inizio della dieta – stimando di essere stata 71 o 72 chili reali della SiS – ho perso almeno quattro chili.
“Grazialcazzo”, diranno subito i miei piccoli lettori; “Son tre mesi che sei a dieta: Robert de Niro in tre mesi perde, riprende e riprende dieci chili sei volte”. Io lo avevo detto subito che era una cosa lunga, ma ora finalmente posso rispondere ai tanti che mi chiedono “quando la smetti con questa farsa della dieta?”, perché ora ho un obiettivo chiaro da raggiungere: la Transenna.

Ed ecco spiegato il titolo, ma soprattutto il perché di questo assurdo desiderio di dimagrimento e messa in forma: sono vecchia, sono grassa, non ho fiato e sono lenta. Se tutto ciò mi impedisce di essere una buona orientista, me ne catafotto, ma se tutto ciò si frappone fra me e Bruce, verrà spazzato via come qualsiasi altra cosa che si azzardi a farlo.
Oltre ad ammorbarvi con gli interessantissimi progressi della mia dieta, infatti, da oggi in poi vi terrò aggiornati anche sulle mie (patetiche) prestazioni sportive, poiché intraprendo quest’oggi (cinque gradi, bora a centoventi: complimenti per il tempismo!) l’allenamento che mi permetterà di dare del filo da torcere ai veloci ventenni che vanno a vedere Springsteen negli stadi o almeno – e sarebbe un grande risultato comunque – sopravvivere allo spettacolo per assistere al successivo.

E comunque domani Zzi mi fa la focaccia col formaggio, che giugno è distante abbastanza e ho ben 189 giorni per recuperare.

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Springsteen a Trieste l’11 giugno 2012: Larrycette è in pericolo?

Posted on November 22nd, 2011, by Larry

Stavolta Tsitalia c’è andato solo vicino.
Peccato, perché di solito le imbrocca con maggiore precisione, invece per questo tour ha sbagliato di un centinaio di chilometri. Bruce Springsteen non suonerà a Udine il prossimo giugno, bensì a Trieste (sarà allo stadio Nereo Rocco l’11 giugno 2012, lo dico per le sei o sette persone al mondo che ancora non lo sanno. A proposito: dormire sul mio divano costa 50 euro).

La sopravvivenza di questo blog, dunque, è – ora sì – messa seriamente a repentaglio, perché fare il fan di Springsteen è un lavoro, per giunta molto serio e che non permette distrazioni, e io, sebbene abbia oramai acquisito una certa esperienza, lo faccio con molto scrupolo. C’è il rischio, quindi, che il tempo e le energie da dedicare a questo blog diventino insufficienti. Per esempio: devo andare in coda.

Non è questa, però, la principale fonte di rischio per questo blog. Tutta la mia vita, infatti, potrebbe essere a una svolta colossale e non garantisco di potervene dare testimonianza.
Prima dell’11 giugno 2012 a Trieste ci fu l’11 giugno 1999 a Genova, dove allora risiedevo. Pare, allora, che Bruce Springsteen tenda a suonare nelle città dove risiedo; è un’ipotesi interessante, ma secondo me non è esatta. Osservate le date: coincidono.
La spiegazione più plausibile, invece, è un’altra: tredici anni fa Bruce si è perdutamente innamorato di me (come è ovvio, del resto), ma non era certo di dove io stessi, così ha iniziato a cercarmi. Purtroppo l’averlo seguito per mezza Europa non ha giocato a mio favore, poiché ha confuso le acque (anche se escludo che mi abbia presa per svedese) ma lui, mosso dalla forza incontrastabile dell’Amore, ha continuato a fare indagini e a cercarmi e, finalmente, dopo tredici anni mi ha trovata.
Nora Ephron ha già scritto una sceneggiatura su questa nostra commovente e romantica storia, Tom Hanks farà la parte di Springsteen, mentre per la mia si stanno ancora scannando Meg Ryan e Julia Roberts. A Nicholas Cage – per ovvie ragioni di somiglianza – il ruolo di Zzi.

E così l’11 giugno 2012 Bruce Springsteen mi dichiarerà il suo amore davanti agli 80.000 del Nereo Rocco e io dovrò effettuare la difficile scelta fra lui e Zzi [Zzi, invece, saprebbe benissimo cosa scegliere tra me e Springsteen, ma non tocca a lui. Tiè]. Sarò indecisa ed emozionata, e allora Bruce tenterà di persuadermi suonando Zero e Blind Terry e mi dirà “Larry come on, tonight is the night – pack your bags baby” (Qua forse il film – finora realistico come un documentario – prende una piega demenziale, in cui io faccio i bagagli e per rendere l’idea di tutto quello che mi porterei dietro, i montatori riutilizzano le immagini dei profughi istriani, moltiplicando le masserizie al computer per avvicinarsi alla realtà) .

E dunque io sono lì, in mezzo al pit e agli sguardi invidiosi di fan di ogni sesso, età, etnia, religione e credo calcistico, sospesa tra i due amori della mia vita.
Chi sceglierò?

 

 

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Ancora Agonizzante Avenezia

Posted on November 18th, 2011, by Larry

Io non VolevoVincereVenezia.
Tutto sommato, a me, bastava espugnarla. Oddio, “espugnarla” è una parola grossa, mi sarei accontentata benissimo di insinuarmici; che, poi, diciamocelo, anche uscirne viva sarebbe stata una grande vittoria.

L’anno scorso, più che Venezia sembrava Caporetto, sia perché il mio animo di runner mal si conciliava con il mio corpo di lottatrice di sumo, sia perché il tracciato era una dadolata [ndr - uso di proposito una delle parole che più detesto] di coglioni mai vista: un percorso che passerà alla storia, non solo dell’orienteering, quanto soprattutto del turismo, per aver reso noioso girare per Venezia.

Pensavo che non potesse andare peggio, invece così è stato: nel 2011 non ho neanche partecipato, a causa dello stato di forma nel quale tuttora verso, molto prossimo al deambulare con la flebo. Sono pentita di non aver fatto gareggiare il mio bidet con la mia Si-card: avrebbe fatto un buon risultato rispetto a quello cui posso aspirare in questo momento.

“Di che ti lamenti?” – diranno subito i miei Piccoli Lettori – “In fondo tu detesti correre e gareggiare, hai sicuramente preferito girovagare per le calli vestita da persona civile, beandoti delle vetrine luccicanti”. Non vi sbagliate: lo avrei senz’altro preferito (specie la parte in cui sono vestita da persona civile, alla faccia degli orientisti che girano senza neanche la borsetta).
Invece, il mio dentista aveva deciso qualche giorno prima che bisognava assolutamente mettere la vite per il dente finto, e ha fatto scempio delle mie fauci. Ma come (direte voi)? Dopo un anno che vai in giro sdentata, c’era proprio bisogno di farlo due giorni prima di Venezia? Con tutto quello che hai da fare al lavoro? Senza preavvisarti e senza farti prendere antibiotico prima?
No che non ce n’era bisogno, si poteva benissimo aspettare ancora un po’, ma dato che gli ho detto che ho molto da fare in edicola e che ho bisogno di stare bene, e ho osato rammentargli che, invece, saranno più o meno sei mesi che aspetto il bite di cui abbiamo preso il calco sì e no tre volte perché ogni volta il tecnico se lo perdeva, ha pensato bene di devastarmi.
Ricordate, Piccoli Lettori: mai discutere con il dentista prima dell’intervento. Egli ha il trapano dalla parte del manico.

Dimostrata la sua superiorità a colpi di bisturi e punti, il mio dentista mi congeda con un po’ di antidolorifico e un sacchetto di ghiaccio sulla guancia, che tengo su fino a casa. Quando mi guardo allo specchio, scopro che sembro due gemelle siamesi attaccate per il collo, sono talmente gonfia che praticamente ho due teste (e due culi, ma quelli ci sono sempre stati).
Il gonfiore passerà solamente il mercoledì successivo (dicesi sei-giorni-sei più le ultime ore del giovedì, roba da tribunale dell’Aia) e a Venezia mi reco con nel bagaglio più Oki che belletti.
Non passo dei bei momenti.

Sabato sera ceniamo alla Taverna san Trovaso, che è una garanzia, ma io non me la godo per niente, tormentata dalle mie ferite. In compenso, se anche solo uno degli accidenti tirati al mio dentista lo ha colpito, lui sta peggio di me.

Trascorro la mattina della gara a compiangermi in albergo, senza la forza di muovere un passo fuori. Solo il sopraggiungere dell’ora del checkout mi stimola a trascinarmi fuori, con l’espressione da derelitta, e arrancare miserabile fino alle transenne dell’arrivo.
Su di esse vedo raccolta una nutrita folla.
Eccheccazzo, sono orientisti, mica Springsteen, fa bisogno di accalcarsi alla transenna? Eccheppalle, e adesso io dove mi metto?
Individuo una fessura tra un bambino coi ricci e una vecchia, confido nella superiorità fisica su almeno uno dei due e tento di incunearmi. La vecchia si intenerisce per la mia condizione e mi fa posto, ma appena mi appoggio alla transenna, non vede più niente perché è alta un metro e dieci [essendo le transenne collocate parallele al tratto di arrivo, per vedere arrivare i concorrenti si guarda alla propria destra, non di fronte, e la sventurata vecchia s'è ritrovata alla mia sinistra], così si sposta alla ricerca di postazioni più favorevoli. Io sono attraversata da un fugace senso di colpa per averla esiliata, ma mi passa subito appena apprezzo la possibilità di allargare le braccia.

Sto un po’ lì; dopo una decina di minuti ho preso confidenza con l’ambient, estraggo dalla borsetta i ferri
e mi metto a fare a maglia.
Vi ho mai parlato delle mie produzioni a maglia?
No, vero?
Capite da soli, allora, che non ho risultati molto brillanti.
E mentre sono lì che faccio la maglia, ascolto lo speaker. Non The Speaker, uno messo lì a far lo speaker. Diceva le solite cose da speaker, senza particolare verve, ma gli va riconosciuto che la gara di Venezia dura un’enormità e le cose da speaker da dire prima o poi finiscono, o son sempre quelle. Egli era affiancato da uno speaker straniero.
A giudicare dalla voce, è il papa. Parla inglese con spiccato accento tedesco e ha una vocetta piuttosto acuta. Quando accenna due parole di italiano è identico a Ratzinger, a un certo punto ero pronta a ricevere la benedizione. Invece no, non è Ratzinger, è Poetsch, il diabolico tracciatore dell’anno precedente, che mi perseguita.
Si attende l’arrivo di un atleta altoatesino, il cui tempo potrebbe rovinare il risultato di Alessio Tenani, attualmente al primo posto. Se l’altoatesino (aveva un nome, tipo Scagaus, ma non lo ricordo esattamente) arriva nei prossimi 10 minuti, – ci informano gli speaker in svariate lingue – Tenani è secondo. Arriva un sacco di gente, fra cui una bimbetta tonda che non poteva avere più di due anni, che procedeva sola al traguardo correndo su quelle sue improbabili gambette poco usate. ”Se l’atleta altoatesino arriva nei prossimi cinque minuti, Tenani è secondo”. Arrivano cani e porci. “Se l’atleta altoatesino arriva nei prossimi due minuti e mezzo, Tenani è secondo”. Se giocavo arrivavo anche io. Nonostante il tifo smaccato dei commentatori per l’atleta altoatesino, questi non riesce a battere Tenani, anzi arriva diversi minuti dopo. Intervistato, spiega che sì, mah, buh, lui zi zta cià preparanto per l’anno pro’simo e che qvella ti Fenetsia è una cara che fa “un pho’ cho’sì”. Ha detto proprio “un po’ così”. Quando ho sentito che fa Venezia “un po’ così” ho perfino alzato gli occhi dai ferri per vedere in faccia il fenomeno e a momenti mi faccio scappare un faffanchulo davanti a orecchie innocenti. Dieci minuti dopo, si scopre con suprema meraviglia che l’atleta altoatesino ha fatto punzonatura mancante. Peccato. Poverino.
Capita, quando si fanno le gare “un po’ così”.

Purtroppo gli speaker l’hanno tanto gufata a Tenani che più tardi sarà un altro a piazzarsi prima di lui per meno di trenta secondi.

Sorte analoga tocca al nostro Darietto, che nonostante i commenti demotivanti di rem ha fatto un risultato pazzesco, ma non abbastanza pazzesco per lui. Non mi risulta si sia ancora ripreso, mentre io sono molto fiera dei risultati dei miei piccoli lettori, che mi fanno vincere a man bassa il campionato di Fanta-O che gioco con le vocine nella mia testa.

Finalmente, con la flemma che lo contraddistingue, arriva anche Zzi.
Quest’anno è particolarmente in forma, infatti impiega solo due minuti e mezzo a riconoscermi dopo aver tagliato il traguardo, durante i quali cerca di evitarmi vagando per tutta la riva e guardandomi con disgusto. Vi ricordo che in tutto ciò io ho due teste, non è stato il solo che mi ha rifuggita.

Per fortuna la  giornata prende una piega migliore quando, tornando al treno, Zzi mi regala una bellissima penna stilografica arancione (vi ho mai parlato del mio feticcio per le penne stilografiche? Non c’è molto da dire, mi piacciono un sacco, tutto qua) e degli strepitosi, sontuosissimi, sofficissimi gomitoli di alpaca arancione a striaturine verde scuro. Lui sì che conosce i miei gusti, la sera prima erano bastati appena 35 minuti attaccata alla vetrina del negozio chiuso per fargli intuire il mio desiderio.

Ho anche fatto delle foto a dei vestiti costosissimi e mal fatti, talmente mal fatti che non ci credevo e volevo attestarne l’esistenza, perché sapevo che non mi avreste mai creduto, ma questo è un argomento da sartine e crocette, e lo tengo in serbo per loro!

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È in edicola, a fascicoli: Impara lo Sloveno con Larrycette [2]

Posted on November 10th, 2011, by Larry

♦ Primi accenni di fonetica dello Sloveno ♦

Lo Sloveno si scrive con alfabeto latino, il che gli conferisce un aspetto simile all’Italiano e un’allure amichevole e scanzonata. Non fidatevi! Diversamente che nel Serbo-Croato, infatti, in Sloveno non c’è corrispondenza biunivoca tra grafema e fonema, cioè non è detto che a lettera uguale corrisponda sempre suono uguale.

Essendo parlanti nativi italiani, non ci possiamo lamentare, perché anche l’Italiano ha il medesimo comportamento incostante, con l’aggravante di avere regole fonetiche più opache, ragion per cui spesse volte in Italiano “si pronuncia così perché sì”. Non ci credete?
Prendiamo la /z/. La /z/ è una delle lettere che mi sono più simpatiche, è il simbolo di Zorro e concorre a formare parole e nomi bellissimi come zucchero, zuzzurellone, Lorenza, pizza, zabaione.

Sebbene tutti dicano ['zuk:ero], la pronuncia corretta sarebbe ['tsuk:ero], con la /z/ sorda. Ne possiamo dedurre che la /z/ in principio di parola si pronuncia [ts]? Macché! In “zabaione” è sonora, quindi ['zabajone]. Che dipenda dal fatto che in “zabaione” è seguita da una vocale più arretrata? Interessante osservazione, ma in “zafardata” è seguita dal medesimo suono, eppure torna ad essere sorda, e in “zuzzurellone” è sonora pur precedendo la /u/. Soffermiamoci ancora su “zuzzurellone”: è sonora anche la pronuncia della /z/ geminata, cosa che dovrebbe gettarci nello sconcerto, perché se c’era una cosa che ci pareva di aver capito è che la doppia /z/ è spesso sorda (pensate a pizza, piazza, cozza, cazzo, bozza, bonazzo, fazzoletto, torrazzo); evidentemente no, e basta riflettere ancora un po’ per trovare molti esempi di /z/ doppia pronunciata sonora (bizza, bizzarro, bizzoso, buzzo, buzzonaio, buzzurro).
Accettiamo il fatto che non c’è – fra le lingue indoeuropee – fonetica più insidiosa di quella italiana e accostiamoci con rinnovata fiducia a quella slovena.
Senza per il momento preoccuparci dei comportamenti inaspettati che i fonemi hanno quando vengono in contatto, influenzandosi a vicenda, oggi vediamo quali sono i grafemi che l’Italiano non conosce, o che pronuncia diversamente:

C  si pronuncia [ts], ovvero /z/ sorda. Certo, la grafia analoga a quella di un diverso fonema italiano potrà trarre in inganno, ma consoliamoci: per il momento non mi risultano eccezioni; cascasse una bagascia in mare, ogni volta che in Sloveno incontriamo /c/ possiamo stare tranquilli e pronunciare con sicurezza [ts]. Vedrete che non è roba da poco!

La /z/ sonora [z], invece, si scrive Z, proprio come nell’alfabeto fonetico e – come abbiamo visto, con le dovute approssimazioni – in Italiano. Più facile di così si muore.

 Un buon modo per memorizzare la pronuncia per noi non spontanea della /c/ è ricordare che si trova nella parola “osmica”, che tutti sappiamo pronunciarsi [os'mitsa].

Vi chiederete, spero, con quale grafema lo Sloveno rappresenti il suono della /c/ italiana.

Per la trascrizione della pronuncia di quella che viene tante volte approssimativamente chiamata “c gutturale”, ovvero della esplosiva sorda velare, lo Sloveno usa /k/.
Kruh vuol dire “pane”, e sembra essere proprio questa parola l’etimologia del termine spregiativo “crucco” con cui ci si riferisce ai tedeschi, diffusosi dopo la Grande Guerra, quando i soldati austriaci sconfitti vagavano per il Carso mendicando il pane. Non so se sia vero, ma l’ipotesi mi affascina un casino.
Per la pronuncia dell’affricata sorda palatale [t], quella che quelli che mettono lo zucchero sui fonemi chiamano “c dolce”, lo sloveno usa /č/.

Čisto vuol dire “pulito”. La stessa parola in triestino significa “miscio”, “senza soldi”, ed è un falso amico, non tanto perché il significato è traslato, come potrebbe apparire, quanto perché in sloveno questa accezione non esiste. Se dite a uno sloveno che siete “cisti”, probabilmente si rallegrerà per la vostra scrupolosa igiene, ma continuerà ad ignorare le vostre difficoltà economiche.

 

 

In Sloveno ci sono altri due caratteri con la strešica ['stre∫itsa], ovvero quel vezzoso diacritico che le lingue slave impiegano a profusione e che noi italiani ci ostiniamo a chiamare orrendamente “pipetta”.
Oltre alla /č/, in Sloveno troviamo anche /š/ e /ž/.
Come abbiamo visto in strešica, /š/ si pronuncia [∫] (fricativa palatale sorda).
Una parola semplice che comincia per /š/ è šola. Fate attenzione quando la trovate scritta sulla carreggiata perché vuol dire che c’è vicino una scuola.

/ž/, invece, si pronuncia [3] (“tre?”, diranno subito i mie piccoli lettori, per canzonarmi – No, non “tre”, ma è il carattere che più ci assomiglia. È quella specie di “zeta che va sotto”, simile anche a un tre abbassato di mezza riga), essendo la corrispondente sonora del suono precedente (quindi la fricativa palatale sonora). In italiano non ci sono parole con questo suono, ma in genovese sì: è la [3] di xiatta. Per i francofili, è la /j/ di giocajouer.

Ci sono diverse parole utili che iniziano con questo suono, ma quelle che conosco prevedono tutte la conoscenza di altre regole fonetiche, delle quali parlerò solo prossimamente, quindi come esempio vi do železo, che vuol dire “ferro”, e mi rendo conto che non fosse proprio la prima parola che avreste voluto imparare, ma per il
momento vi dovrete accontentare.

 

 

 

Fino alla prossima puntata, familiarizzate con pronunce sonore e strešice con una delle mie parole preferite: slaščičarna. Si pronuncia [sla∫t∫i't∫arna] e vuol dire…

 

 

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Dieta GIFT metodo Speciani: un Larry-ality [puntata 8]: dove eravamo rimasti

Posted on November 7th, 2011, by Larry

Eravamo rimasti all’arrivo in casa Larry&Zzi di un’infida macchina di tortura psicologica: la bilancia nuova.

Per chi se lo fosse perso, a differenza dell’incoraggiante e accondiscendente bilancia precedente, la bilancia nuova, impietosa, rivela il mio peso reale e non il medesimo dato diminuito di due chili (il che, ai fini del calcolo della perdita di peso è irrilevante, ma sul piano dell’umore è tutto un altro paio di maniche). Inoltre, la serpe in seno non presta – come colei che l’ha preceduta – alcuna attenzione all’aspetto psicologico del percorso di dimagrimento e si ostina a comunicare freddi e sconfortanti dati reali, anziché indulgere alla bugia a fin di bene per motivare la paziente. Non dà, cioè, un peso inferiore solo perché è passato qualche tempo dalla pesata precedente, perciò – di fatto – non ho avuto grandi aggiornamenti da comunicarvi, non essendo, neppure nominalmente, il mio peso variato in maniera apprezzabile. Nonostante SiS (Serpe in Seno) abbia fatto di tutto pur di farmi desistere dal mio proposito di seguire la dieta GIFT, ho proseguito indefessa per la mia strada, lastricata di gallette integrali.

Devo ammettere, però, che non mancano i benefici collaterali: pane e pasta integrali mi hanno regalato un pelo soffice e lucido come un collie (anche l’aver imparato a dosare la maschera capelli Just, in effetti, è d’aiuto) e anche il mio mento prominente mette in mostra meno brufoli del solito (il che si potrebbe interpretare come una normalizzazione ormonale).

Finalmente qualche giorno fa ho riscontrato un leggero calo ponderale, ma non fidandomi della SiS – che sono certa sarebbe capace di illudermi brevemente con un peso fasullo per il semplice gusto di gettarmi nella disperazione alla, veritiera, pesata successiva – ho preferito attendere che il trend si consolidasse. Oggi posso annunciare urbi et orbi che addì 4 novembre 2011 alle otto del mattino, il vostro amato quartino di bue pesava “appena” 68,3 chilogrammi, con l’asciugamano bagnato in testa (ma senza orologio).

Applausi.
Più forti.

Purtroppo non manca la nota dolente. A causa di uno stop forzato (di cui non vi posso spiegare la ragione, che – credetemi – in realtà non volete sapere, essendo una cosa molto splatter, ma vi assicuro che non è stata una scusa per non andare a correre) dal – mi si conceda qui l’iperbole – consueto allenamento, il rapporto tra massa grassa e massa magra è peggiorato, perciò c’è il rischio che, una volta che migliorerò di nuovo questo valore, metta di nuovo su qualche etto.

La verità è che sono un po’ indulgente sulle porzioni.
Seguo scrupolosamente le linee guida della dieta, perciò non mangio farine bianche da quasi tre mesi (tranne due micropanini – in due pasti diversi – a Brescia il 23 ottobre, il che significa che neppure per il mio compleanno mi sono concessa distrazioni) e non butto giù niente di diverso da vegetali crudi fra un pasto e l’altro. In cuor mio, sapendo di avere avuto, fino all’inizio della dieta, una condotta alimentare propriamente esemplare, confidavo che la distribuzione armonica dei nutrimenti nel corso della giornata, l’eliminazione di qualsiasi cosa zuccherata e degli snack fuori pasto sarebbero bastate a farmi rapidamente diminuire di peso. In fondo, nel 1997 avevo già fatto qualcosa del genere e aveva funzionato.
Non ho fatto i conti con l’anagrafe. Ho un vezzoso ciuffo di capelli color nebbia proprio alla sommità della testa, le pieghe intorno alla mia bocca non spariscono più dopo che ho smesso di ridere e le mie tette… beh, comincio ad apprezzarne la leggerezza e le dimensioni a dir poco contenute, grazie alle quali posso sfruttare il lavoro della resistenza dell’aria, perché i miei tessuti hanno smesso di fare il loro dovere da un pezzo. Non deve meravigliare che anche il mio metabolismo non risponda al trattamento con la prontezza dell’adolescenza.

Dunque il buon proposito, ora che mi sono abituata ai principi della dieta e li seguo con una certa facilità, è di ridurre le porzioni, specie – forse solo – quelle della cena. Se, infatti, la colazione è sicuramente adeguata, il pranzo potrebbe migliorare, ma tutto sommato non è sbagliato, la cena è decisamente indulgente e spesse volte troppo abbondante, però la cena è il mio pasto preferito, perché è il più tranquillo, ed è difficile liquidarla con le porzioni striminzite del monopiatto, senza contare che per me solo la pancia piena è capace di dare quella sensazione di benessere e relax che fa gustare al meglio il divano.

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È in edicola, a fascicoli: Impara lo Sloveno con Larrycette [1]

Posted on October 31st, 2011, by Larry

Occhiello: qualsiasi argomento è buono per non parlare della dieta.
Sommario: aggiungiamo un’altra lingua alla lista di quelle che non so.

Benvenuti, Piccoli Lettori, ad un altro – appassionante – ciclo a puntate che prima o poi verrà piantato lì inconcluso, come tutti i precedenti.
Scopo principale di questa nuova rubrica è forzarmi a tenere in ordine gli appunti del corso serale, obbligandomi a ripassarli da una lezione all’altra ricopiandoli; potevo fare dei documenti di Google e averli ugualmente disponibili dappertutto [è più facile che abbia un computer davanti che il quaderno in borsa], ma poi ho pensato che avrebbero costituito dei post di sicuro interesse per i miei lettori e non ho voluto privarvene.

No, branco di malfidenti che non siete altro, non è perché non ho tempo di aggiornare il blog con altri argomenti e no, non è perché non ho niente altro da raccontare.

Perché lo Sloveno?
Perché la Slovenia è più vicina della Croazia e dell’Austria, in caso un domani volessi espatriare senza compromettere la comodità di recarmi a riunione di Tartanrughe.
Inoltre in Slovenia si mangia bene (anche in Croazia, in effetti; se no, perché Mangiare in Istria?) e ci sono supermercati convenienti. Frequentandola spesso, è ora di cominciare a interagire con gli indigeni, i quali, rivolgendosi a me con il loro italiano, se non perfetto, migliore di quello di molti nostri compatrioti, mi fanno sentire una bifolca patentata a non essere in grado di ricambiare l’ospitalità espressiva (con l’aggravante di essere io quella fuori posto).

Poi, i nostri vicini ricevono ogni mattina il Primorski, un quotidiano locale in lingua slovena, che il postino lascia nelle inferriate del portone e i cui titoli leggo ogni mattina, ma senza comprenderli.
Non so se vi ho mai detto che sono affetta da una forma acutissima di cazzialtruite ebdomadarica, per cui non resisto all’impulso di leggere i periodici degli altri. Mi capita più intensamente con i quotidiani, ma non disdegno settimanali, mensili e talvolta libri. Fondamentale è che la pubblicazione sia già in lettura, altrimenti l’impulso è contenibile (infatti, al Primorski dei vicini getto un’occhiata alla parte visibile senza rallentare il mio percorso); ma se qualcuno sta leggendo qualcosa, non riesco a fare a meno di leggere con lui. Io sono quella che sull’autobus vi si piazza dietro e legge il vostro quotidiano, perfino se è il Giornale, perfino se è in Ungherese (quest’ultima scena è realmente accaduta a Budapest, la storia de il Giornale, ovviamente, è un’iperbole). Io sono quella che al bar sposta la Gazzetta sul tavolo accanto per fare spazio, ma che si contorce per leggere il trafiletto di fondo non appena un altro avventore la apre. Io sono quella che dal parrucchiere (le rare volte che ci va) si porta un libro, ma che non appena la signora dietro di lei sfoglia un magazine patinato tutto diete e borse, fa i miopi occhi a fessura per indovinare il titolo dell’articolo, rovesciato nel gioco di specchi, disdegnando la pila di riviste altrettanto patinate che le sorge accanto. Io, insomma, sono quella cagacazzi tremenda che non vi lascia sfogliare la vostra rivista in pace e già godo all’idea di rubare un titolo in più dai giornali degli altri, facilmente, ogni mattina, prima ancora dei legittimi destinatari.

Infine, la Slovenia è meravigliosa terra di boschi (chi alla parola “verde” pensa all’Irlanda non è, evidentemente, mai stato in Slovenia) e natura rigogliosa, ma un nume beffardo le ha inflitto un tremendo contrappasso per questa sua sfrontata beltà e l’ha resa anche terra martoriata dalle gare di orienteering. Qui se ne tengono di tecnicissime e blasonatissime, tanto da richiamare atleti dall’estero. Capirete bene che se il tuo “estero” si risolve in cinquanta chilometri, le probabilità di risparmiarcele precipitano a una su un googol.

Così abbiamo deciso che era giunta l’ora di espugnare questo idioma melodioso, ma non esattamente orecchiabile, e sia io che Zzi ci siamo iscritti a un corso di lingua serale. Non potendo raccontare a lui le mie disavventure – perché vi ha assistito – ho deciso di infliggerle a voi.
Contenti, neh?

 

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Trofeo delle regioni 2011, 24-25 settembre 2011, Liguria (ebbene sì) [2]

Posted on October 25th, 2011, by Larry



Bon, ora dove cazzo è andato?
Il Brioso Ballerino l’ha visto poco fa che stava bene, di quanto cazzo si è perso in mezzo percorso? Che si sia fatto male dopo che è stato visto? Sarebbe una sfiga tremenda.
No, per fortuna è più probabile che si sia perso.
Senti che aria, tra un po’ piove di nuovo e lui è infognato nel bosco. Doveva essere qui venti minuti fa. Avrà fatto uno di quei begli errori da dieci minuti su e giù sullo stesso punto a girare intorno a una lanterna senza vederla. Ci scommetto. Che pippa!
Che poi il signorino va a giocare, e io qua morta di umido che mi cago addosso perché penso che gli sia successo qualcosa, e lui là avanti e indietro intorno a un sasso.
Cambia gioco! Non sei capace a trovare le lanternine? Non fa niente, non occorre che ti ostini, gioca a calcio. No, il calcio è pericoloso, c’è troppo contatto fisico, meglio qualcosa che surriscaldi meno gli animi. Pallavolo. La pallavolo è bella, ognuno se ne sta nel suo pezzettino di campo, nessuno va addosso a nessuno. No, però ti puoi far male lo stesso, metti che scivoli, metti che prendi un pallonata in faccia. Nuoto. Non pallanuoto, che ti possono affogare, nuoto e basta, ognuno nella propria corsia. Certo, l’acqua non è quello che si dice un elemento sicuro, e poi starebbe sempre bagnato, rischia di buscarsi un malanno se non si asciuga bene i capelli. Vediamo… golf? Il golf è tranquillo, si svolge nel verde civilizzato di campi ben rasati e dissodati. Oddio, il colpo della strega è sempre in agguato e sei comunque circondato da gente fornita di numerose mazze di ferro… senza contare la natura ostile che nasconde insidie ad ogni passo (un lombrico, una farfalla).

Cirulla! La cirulla – o ciapachìnse – è uno sport che non richiede grandi sforzi fisici, né contatto con l’avversario: al massimo ci si copre di insulti.
È deciso: l’anno prossimo ci tesseriamo con la federazione di cirulla.

Mentre penso a questa buona idea e al cazziatone che gli farò appena torna, Zzi finalmente spunta all’orizzonte, così io non sono pronta a scattargli foto. e l’unica che riesco a fare ritrae una nuca scura su uno sfondo verde indefinito. Ma l’importante è che sia arrivato.
Come al solito, non mi vede.
Secondo me lo fa apposta, ma lui sostiene di no. Sostiene, invece di essere talmente concentrato e stanco da non rendersi conto di quello che gli succede attorno, perciò, anche se io e Zucchero urliamo “nudo-nudo” al di là del nastro dell’arrivo (non è un esempio a caso: lo abbiamo fatto), lui non se ne accorge e impiega un paio di minuti buoni a riconoscere, fra quelle dei presenti, la faccia che vede ogni mattina sul cuscino accanto al suo. Ad ogni modo, io non me lo lascio scappare e mi ci attacco come una pattella. Anche perché, senza Zzi che mi dà la manina, non sono in grado di percorrere la discesa che riconduce al centro gara e all’automobile. Prima di andare a procacciarci il cibo, salutiamo lo Speaker, con il quale ironizziamo sul clima carnico di questo ultimo lembo di Liguria, urtando, forse, l’orgoglio degli indigeni. Figgeu, cioveva ch’o Segno a la mandava, cio in peau ‘negavimo tûtti.

Lo svantaggio di annotare e divulgare i progressi della mia dieta attraverso il blog (non temete, ne parleremo, non ho ceduto per un attimo; non ho perso un etto – ma è marginale – l’importante è la costanza) è che c’è un sacco di gente che sa cosa posso e non posso mangiare. Fin qui nulla di male, non fosse che quando sei lì per scofanarti una xiatta de polenta co o tocco e due luganeghe, Darietto – da dietro alla medesima xiatta di polenta più grande di lui – ti fa notare che “qui non c’è niente che puoi mangiare”.
Cazzo.
E se io avessi voluto fare uno strappo? E se avessi deciso che sono stata grassa 30 anni e per un giorno non farà differenza, quindi posso benissimo ricominciare a dimagrire da domani? Oramai gli occhi del mondo – o, almeno, quelli di Darietto – sono sui miei fianchi e con la morte nel cuore ordino una costina di maiale e spinaci al burro.
Devo dire che m’è andata di lusso perché la costina era dignitosa (forse la stessa costina mangiata al calduccio, in un locale con quattro pareti, più spazio, meno rumore e una tovaglia sarebbe sembrata addirittura “buona”), mentre gli spinaci erano pazzeschi. Generosamente conditi di burro e parmigiano, gli ortaggi degli dei celavano (manco tanto, ce n’era in abbondanza e si vedevano facilmente) l’asso nella manica della cucina ligure, l’ingrediente discreto, ma onnipresente, che rende tutte le preparazioni prelibate e pregiate (anche preziose, considerando che non ha un costo propriamente simbolico): o pigneu. O pigneu o l’è quell’afàre gianco e piccin ch’o sta drento e pigne. Besogna anna-a a raccatta-a e pigne, poi e  se portan a casa e se arvan. Drento se piggian i pigneu, che servan a faa in sacco de roba. Se adovian pe’ fa-a o pesto, se mettan int’o polastro quande o se cuxinna int’a pignatta, in gianco o co a tomata, se mettan de dato a o castagnaccio (ma o meximo a no a l’è ‘na bonna raxion pe mangiàlo) e se mettan int’o pan doce e  - me paa – in’e fritelle de San Giovanni. Servan anche pe fa-a un atro doce zeneize: e pignolate, che son comme di amaretti, ma g’han i pigneu ao posto de e mandorle e son tutte coverte de pigneu. Praticamente son pigneu tegnui inscemme co o suc-còu. Son bonne. E costan un occio da a testa, ma son bonne.

Gli spinaci, dicevo, erano veramente deliziosi e sono soddisfattissima del mio pranzo. Guai a voi se mi raccontate quant’era buona la polenta con le salsicce.
Poco prima che sia il momento di andarsene viene giù la ramata d’acqua (CuH2O) più massiccia della Storia da dopo che ci siamo giocati il liocorno, che mette in difficoltà svariate vetture alle prese con la salitina di fango per uscire dal posteggio. Una di esse era la nostra. Gli indigeni sanno il fatto loro e aiutano tutti a venirne fuori, o spiegando la manovra, o mettendosi al volante, o trainando le vetture. Dopo alcuni tentativi, Zzi porta fuori l’Air Force One (il Previdente Presidente viaggiava con noi, come ricorderete) e possiamo far ritorno a nord est.

Tra cinque ore c’è la cena per i trent’anni di Elisa e io sono vestita da orientista e coperta di fango dalla testa ai piedi.

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Trofeo delle regioni 2011, 24-25 settembre 2011, Liguria (ebbene sì)

Posted on October 20th, 2011, by Larry

 Prima gli auguri delle settimane 41 e 42:  ad Architetta Sartina Provetta (16/10) e Strucola (20/10) congratulazioni per aver compiuto 21 anni.
A Belleguancette  (19/10) tanti auguri e tanta invidia: lei ha fatto UNO.

Quest’anno il trofeo delle regioni si è svolto in Liguria, regione dalla grande tradizione orientistica. È quim infatti, che anni addietro (nnon poi così tanti) mossi i miei primi – già rivelatori della mia attitudine – passi in questo formidabile sport.

Noi non ce ne facciamo mancare una e partecipiamo con entusiasmo, grazie a Marirosa che convoca nella rappresentativa regionale mezzo blog (l’altro mezzo è sparpagliato nella rappresentativa di altre regioni e ha partecipato comunque). Partiamo da Trieste con il Previdente Presidente e il Celere Capellone. Il Brioso Ballerino (tofkaa: the orientist formerly known as asceta) segue in treno. Arriviamo il venerdì nel tardo pomeriggio e ciascucno raggiunge le rispettive sistemazioni. Il sabato mattina, Zzi raggiunge gli altri atleti e insieme partono alla volta di Casa del Romano per la prova di Trail-O.
Io mi do al Fanta-O e creo la mia squadra virtuale, alla fine del trofeo, guardo come sono andati i singoli atleti e stilo una classifica di società di Fanta-O, e guardo se vinco. Siccome gioco da sola, vinco. Mi piacerebbe giocare a Fanta-O con qualcun altro, ma poi non so più se vinco, quindi non lo insegno a nessuno

Stegal67 vince la prova di Trailo-O, bene anche rem che arriva terzo. Zzi non brilla, ma tanto Zzi lo tengo in squadra lo stesso perché faccio dei favoritismi. In Open A il Celere Capellone si piazza subito terzo e Larrycette già domina le manifestazione. Nel pomeriggio affronto anche io una sfida impegnativa, soprattutto dal punto di vista psicologico: mi faccio tagliare i capelli da mia madre, che li taglia bene, ma cede al perfezionismo e, a furia di spuntatine, mi riduce la chioma a una caschetto da Gemma Pontini… è la seconda volta che mi caèpita in pochi mesi, devo smetterla di tagliarmi i capelli.
Corrono la staffetta:… Gli atleti rientrano tardi a Genova perché il Brioso Ballerino va oltre il temop massimo di novanta minuti e incontra qualche difficoltà a rientrare dopo che sono state rimosse le lanterne.

Domenica la sveglia suona alle sei e mezza: dev’esserci un contatto, un errore umano, un malinteso col destino. No, Zzi mi dice “lasciami la luce accesa quando esci”, il che – non serve essere Grice – implica che io debba uscire dalla stanza e, di conseguenza, dal letto. Abbandono a malincuore le lenzuola a pasticcini – i soli dolci che tocco da qualche tempo ormai – e mi avvio in cucina felpata come un ninja per non svegliare i miei genitori. “Ciao Nanetto!” mi infartua mia madre, che esce allo scoperto dal bagno, dove immagino sia rimasta appostata tutta la notte solo per farmi venire un colpo di primo mattino – “La caffettiera è pronta, devi solo accenderci il fuoco!” – escalama con la sua voce sussurrata, che, in termini di emissione di decibel, equivale all’impatto sonoro di un quartetto di fiati balcanico. Facciamo una parca colazione a base di prosciutto arrosto senese, caffelatte, yogurt e frutta.È un miracolo che riesca a tenerla nel mio stomaco sulla strada per Fontanarossa.

Raggiunta l’amena località, parcheggiamo in un’area dedicata. Siccome arriviamo tra i primi ci tocca andare a mettere la macchina in fondo in fondo – luogo altrimenti noto come in stramonazze ai parlanti triestini – e comprendo finalmente il senso di “beati gli ultimi”.
L’allestimento del centro gara promette bene. “Ma c’erano appena due cessi”, obietteranno i più superficiali. Sì, ma il cesso è un optional di rilevanza relativa (specie se non ti scappa), mentre era degna di nota l’ampiezza della griglia e la quantità di roba da mangiare che veniva continuamente scaricata sui tavoli dell’area attrezzata, una sorta di megaveranda, una superficie saldamente coperta pavimentata, con due lati aperti e due chiusi, chiaro reperto del passaggio di un ingegnere, un architetto o almeno un geometra.

Terminato il sopralluogo e testata l’efficienza del 50% dei bagni, me ne torno in macchina ad aspettare con pazienza. C’è un bel tiepidino e me ne sto con tutte le portiere spalancate, anche perché, se si tiene un solo finestrino aperto, l’automobile si riempie di insetti che sbattono disgustosi contro il parabrezza, mentre se l’unica cosa chiusa è il bagagliaio, gli insetti o snobbano la vettura o vi transitano fugacemente, attraversandola da parte a parte. Dopo qualche tempo, il tepore diminuisce perché dispettose nuvolette fanno giocare il sole a nascondarello. Trascorsa un’ora, in cielo non ci sono che nubi, alcune scure. Dopo un’altra ora ‘ste cazzo di nuvole di merda hanno formato un banco compatto che scarica una ramata d’acqua che levati. Lo speaker è sensibilmente preoccupato per la propria incolumità, circondato com’è da materiale elettrico. Non appena la pioggia cessa, mi dirigo all’arrivo, dove Zzi dovrebbe essere giunto da qualche minuto.

Non c’è. Meglio, mi sarebbe dispiaciuto non vederlo arrivare.

Ora mi metto qui – penso -  e aspetto che spunti da là dietro.
Tra un po’ spunta.
Spunta sicuro.
Ec… no, non è lui. Non c’assomiglia manco per niente.
Che ore sono? A che ora partiva? Ora lo vado a chiedere allo Speaker.
Ma no, non facciamo i rompicoglioni. Starà arrivando.
Adesso arriva.
Non c’è nulla di cui preoccuparsi, non si è mai fatto niente, starà benone.
Adesso guardo da un’altra parte e conto fino a venti; quando mi giro lo vedo…uno…
…diciassette, diciò, ciannò, veventi!
Uffa, no, non ancora.
Magari si è fatto male. Magari è caduto in una dolina (una delle numerosissime doline che punteggiano il terreno della Liguria), si è fatto male e non riesce a tornare su… e nessuno se ne accorge perché non parla!
Ma no, che stupidaggine. Oltretutto diverse categorie hanno percorsi simili, anche se si fosse fatto male – e non sarà così – qualcuno prima o poi lo vedrebbe.
E se si è fatto male fuori carta?
Impossibile, non sarà finito fuori carta. Non è un portento di atletica, ma non è neanche l’ultimo dei fessi, è improbabile che vada fuori carta in Italia.
Adesso spunta. Tre, due, uno e spunta.
Ancora niente, in compenso spunta Marirosa, alla quale esprimo velata preoccupazione, che mi rassicura “Non te ne liberi”.
Arriva il Brioso Ballerino.
Gli chiedo notizie.
“È dietro di me, ora arriva”.
Ah, sollievo.
Adesso mi metto qui e lo aspetto che spunta. Perché adesso spunta sicuro.

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Indovinate:

Posted on October 13th, 2011, by Larry

È il 13 ottobre: chi ha compiuto 21 anni?

Non si vince niente, è solo per ere un po’ le acque dat che i biglietti sono andati sold out  da giorni e non vorrei che pensaste che ce ne siano ancora con conseguente delusione al mio diniego di fornirveli.

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Seconda Tartancoperta: ultima chiamata!

Posted on October 7th, 2011, by Larry

Per prima cosa, poiché oggi è il 7 ottobre (o il 19 Festoso), facciamo gli auguri alla nostra Della Street, che ha compiuto 21 anni!
Con leggero ritardo (il compleanno era ieri) ci rallegriamo anche con Zucchero, Vale e la mia amica Vegetariana quasi australiana: anche loro hanno compiuto 21 anni.

Quindi, come promesso, vi aggiorno sugli sviluppi della seconda tartancoperta; anzi, do la parola direttamente alle Tartanrughe (cioè, rubo il post dal loro blog e ve lo ripropongo pari-pari, come se fosse farina del mio sacco).

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Ecco, come promesso, la foto della seconda tartancoperta finita:

seconda tartancoperta

“Ma è strepitosa” ci sembra di sentirvi esclamare.
Eh, già.
Non dovremmo dirlo noi, ma – wow – è davvero fantastica.

Potete tentare di averla acquistando uno dei biglietti della nostra lotteria (€ 10,00, come la precendente; anche i costi che sosteniamo aumentano, ma sappiamo che è dura per tutti e ci impegniamo a chiedere un contributo ragionevole).
Il vincitore sarà il possessore del biglietto con il numero che sarà il  PRIMO ESTRATTO SULLA RUOTA DI VENEZIA DEL 3 NOVEMBRE 2011.

Il ricavato (ribadiamo: ricavato, cioè tutto quello che riusciremo a raccogliere con la vendita dei biglietti, senza trattenere neanche le spese vive sostenute per la realizzazione) verrà devoluto al centro sociale oncologico di Trieste.

Se volete aiutarci, potete venire ad acquistare un biglietto – certo, se ne vorrete più di uno, noi non vi fermeremo - lunedì 10 ottobre presso la nostra sede di via San Lazzaro 19, tra le 17 e le 19 (così potrete anche assistere a una nostra riunione e conoscerci di persona), oppure potete scrivere a info@letartanrughe.it, lasciando il vostro recapito telefonico per darci modo di contattarvi e prendere accordi.

Poiché molte persone non erano riuscite ad acquistare la coperta precedente, abbiamo dato loro la possibilità di acquistare in anticipo di biglietti per questa, di conseguenza, mentre scriviamo, i biglietti rimasti per questa sono una dozzinai, perciò vi suggeriamo di non por tempo in mezzo e contattarci subito.

Grazie fin d’ora per il vostro contributo e… in bocca al lupo!

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