Il Kindle, dicevamo

Posted on February 27th, 2012, by Larry

Come annunciato pochi giorni fa, eccomi pronta a coinvolgervi nella grande decisione della vita: Kindle o non Kindle?

Ora, non è che se lo compro e poi non lo uso sia proprio la fine del mondo. Certo, costa come un biglietto di un concerto di Springsteen (dannazione, forse è Springsteen che costa come un Kindle. Riflettiamoci!) e non è che io i soldi li trovi per terra (se voi sì, ditemi dove), però è anche una cifra abbastanza sostenibile, che non sarebbe la prima volta che sputtano in capricci.

Il punto è che io, se ho una cosa, la uso. Magari non al suo massimo, magari non da subito, ma comunque cerco di sfruttarla il più possibile, quindi l’acquisto di un lettore di e-book assume immediatamente risvolti esistenziali. Come cambierà le mie abitudini il Kindle? E soprattutto: io voglio che il Kindle cambi le mie abitudini in quel modo? Se le mie abitudini cambieranno in un modo che non mi soddisfa, sarà meglio stare alla larga dal dispositivo del demonio.

 

Riflettiamoci insieme.

1) Con Kindle non si sente l’odore della carta.

E che palle, è l’obiezione tipica. Tutto qua?
Io leggo i libri per quello che c’è scritto, se ho voglia di sentire l’odore della carta (che pur mi piace), apro e sniffo uno dei seicento che ho già in casa. Non avendo mai avuto questo impulso (anzi, riconoscendo che molti tipi di carta puzzano), escludo lo avrò in futuro.
Un punto per Kindle.

 

2) Kindle è leggero e pesa sempre uguale indipendentemente da quanti libri ci carichi.

Vero, ma io mi porto dietro un libro alla volta, solo in ferie il numero aumenta, ma li lascio in valigia, limitando a casi troppo rari per essere rilevanti le volte in cui ne camallo più di due.
Un punto per librodicarta.

 

3) Gli e-book costano meno dei libri di carta.

Sì, ma io compro sempre edizioni economiche e scontate, quindi la differenza si riduce a pochi centesimi. Considerando l’ammortamento dell’apparecchio, ci vuole almeno un anno prima che diventi conveniente acquistare e-book.
Un punto per il librodicarta.

 

4) Kindle ha una tecnologia che si regola in base alla luce ambientale ed è sempre riposante da leggere, oltre che da tenere in mano.

Ok, punto per Kindle.

 

5) Kindle costa 99 euro, un libro (tascabile ed economico), in media, 9.

È vero che Kindle si compra una volta sola, mentre spenderò mediamente nove euro per ogni libro che vorrò acquistare, ma se me lo dimentico sul treno, è meglio che sia un libro di carta da nove euro. Ci vogliono dieci attacchi di rincoglionite per rimetterci 100 euro con il libro di carta, con Kindle ne basta uno e sei fottuto.
Un punto per librodicarta.

 

6) Il libro di carta non ha nessun appeal, mentre Kindle è figo-de-cagarse (triestino per “fighissimo”).

Quindi il Kindle te lo rubano, il libro non te lo tocca nessuno.
Punto per librodicarta.

 

7) Se cade dal terzo piano, il Kindle si sfascia.

Il librodicarta, al contrario, al massimo si ammacca e si sporca. Ora: io non sono certo il tipo da scaraventare i libri dalla finestra, tuttavia sono sufficientemente imbranata da dover badar molto alla robustezza delle cose.

 

8) Il Kindle ha i dizionari integrati: quando non conosci il significato di una parola, ci clicchi sopra e te lo dice.

Potrebbe essere la volta buona che leggo qualcosa in tedesco, dato che non mi è mai successo di leggere un romanzo con il libro in una mano e il Duden nell’altra.
Punto per Kindle.

 

9) L’editoria si sta evolvendo verso il digitale e sono sempre più le biblioteche che si dotano di sistemi per il prestito degli e-book.

Anche se questo non significa che vivrò abbastanza per veder scomparire del tutto il libro di carta (ammesso che mai accada), rifiutare il progresso è in sé un errore e si fa la fine di quelli che vaticinavano la natura effimera della televisione.
Un punto per Kindle.

10) Grazie alla scadenza dei diritti d’autore, i classici in versione elettronica si trovano gratis o a pochissimi centesimi.

Il librodicarta, invece, deve comunque essere stampato e distribuito, perciò ha costi fissi da ammortizzare con il prezzo che non possono essere eliminati.
Punto per Kindle.

Per ora, siamo cinque a cinque.

 

Dunque, che fare? Voi che ne pensate? Che altri motivi trovate per comprarlo? E per rifuggirlo come la peste?

Perché non ve lo comprate [www.larrycette.com/kindle] e non mi dite com’è?

 

 

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Capodanno 2012 da Suban [1]

Posted on February 23rd, 2012, by Larry

Pochi giorni dopo il pranzo da Siora Rosa con Qg e Fed è arrivato il capodanno.

Né io né Zzi siamo tipi da divertimento mondano a tutti i costi (siamo gente che si diverte con l’orienteering, del resto, mica col grande fratello), e io sono terribilmente diffidente nei confronti dei locali aperti a capodanno, perché assumo che ci sia sotto la fregatura. Alzi la mano chi ha mai mangiato bene a un veglione di capodanno. Lasciamo stare per un attimo quanto il concetto di veglione sia deprimente di per sé; a capodanno si mangia male dappertutto, è un assioma arcinoto.

[Immagine di cui non detengo alcun diritto, sottratta da questo blog a loro insaputa]

Questo, tuttavia, è stato uno dei pochi anni in cui è rimasto aperto il nostro ristorante preferito, che non ha proposto alcun veglione (non ci avrebbero visti neanche col binocolo), ma solamente la possibilità di cenare con le loro buonissime pietanze. Come ho avuto modo di spiegare a un amico che professa di non tenere molto a festeggiare il capodanno, ma che in pratica gli dà talmente importanza da trascorrerlo solo a casa perché nessuno è degno di fargli compagnia in questa serata, potevamo contare sulla proverbiale serietà e qualità del locale e sul fatto che non ci sarebbe stato nulla di diverso da una serata qualsiasi, così abbiamo prenotato con fiducia ed entusiasmo da…

SUBAN!

Suban! Suban! SUban!
L’unico posto dove vado quasi più volentieri che a vedere Springsteen, il magico scenario del matrimonio dei Giraffi, il luogo mistico ove si ripete il miracolo della trasformazione di Zzi in un ghiottone.

Non era il nostro primo capodanno da Suban, e il primo era stato talmente soddisfacente che abbiamo atteso con trepidazione che si ripresentasse l’occasione.

Le pietanze erano di ottimo livello, come sempre, e questo è l’importante. Il servizio era più che buono e, come promesso, non c’era alcun tipo di intrattenimento; tuttavia, per riuscire a definirla “una serata come tutte le altre” ci sarebbe ancora parecchio da lavorare.

La prima cosa inusuale è l’affluenza: il locale è stipato come l’ho visto solo poche volte. Certo, è un ottimo segno ed è comprensibile che fossero in molti a voler passare qui la sera di San Silvestro, però quando ti ritrovi a dover mettere tre coperti sui tavolini piccoli, dove di solito ne metti due, perché non puoi permetterti di affiancare un secondo tavolino… ecco, forse a quel punto puoi smettere di prendere prenotazioni. A un certo punto puoi anche cominciare a dire che sei completo. Naturalmente nessuno ti obbliga, c’è la crisi e un cliente accontentato è un cliente conquistato, ma se se lo poteva permettere il compianto Nikita, con le sue trofiette da sei euro e i suoi frixieu co a coa a otto euro (coperto incluso), forse, per una volta, se lo può permettere anche Suban.

Ammetto che sono un po’ inacidita dal fatto che ci hanno fatto sedere nella sala di serie B, vale a dire quella a destra, senza vista sulla cucina e sulla brace, e dal fatto che fosse pieno di truzzi (il che non è certo colpa del locale e, soprattutto, è colpevole intolleranza da parte mia), tuttavia l’affollamento e il chiacchericcio sottraevano alla serata una buona dose d’atmosfera.

La seconda cosa che non era uguale a una “serata normale” era il fatto che il menù era stato stampato su un cartoncino e disposto sui piatti. Zzi mi ha assicurato che era successo anche all’altro capodanno, ma a me non sta bene lo stesso. Da che mondo è mondo, da Suban il menù viene raccontato al tavolo; certo, stampandolo si fa prima, inoltre, con tutti quei clienti, non c’è il tempo materiale di declamare il menù a tutti i tavoli. Mi ripeto, ma il problema non si sarebbe posto se ci fosse stata un po’ meno gente.

La terza cosa che non era come sempre era il servizio. Non che non andasse bene, era più che buono e non ci si poteva lamentare di nulla, ma poiché Suban ci ha abituati all’eccellenza, quando è “solo ottimo” si ravvisa comunque una carenza. È un po’ come quando, a scuola, prendi otto di una materia in cui di solito prendi dieci. È un voto fantastico, c’è gente che ammazzerebbe per prenderlo, ma – tant’è – sia tu che la prof sapete che si poteva fare di meglio e non siete per niente soddisfatti. Si tratta, comunque, di piccole disattenzioni, come il fatto che Zzi è stato sistematicamente servito per primo e che la bottiglia vuota dell’acqua è rimasta sul tavolo finché non ne abbiamo chiesta un’altra (mentre, di solito, i camerieri si accorgono prima di noi che l’acqua è finita e ci chiedono se ne vogliamo un’altra, in modo da non lasciarci mai senza), che si perdonano facilmente in un contesto tanto piacevole, ma che sembrano un’altra conseguenza della scelta di accettare più prenotazioni del consueto, a scapito dell’accuratezza.

Le pietanze sono state, però, all’altezza delle aspettative.

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Come procurarsi un bernoccolo in fronte facendo lo zabaione

Posted on February 21st, 2012, by Larry

Non è cosa da tutti, ma io ci sono riuscita: mi sono procurata un grazioso bernoccolo in fronte facendo lo zabaione.

È facile! Se non resistete alla tentazione di farvelo anche voi, vi insegno passo-a-passo come si fa.

Per prima cosa, è fondamentale preparare lo zabaione per accompagnare il cotechino. Mi pare di avervi già parlato d quanto sia delizioso il cotechino con lo zabaione, presto mi dilungherò sui dettagli della preparazione, ora mi limiterò a spiegarvi come farsi il bernoccolo.

Proprio perché è zabaione per cotechino e non fine a se stesso, sui vostri fornelli ci sarà anche la pentola per il cotechino (onestamente precotto). Ecco come si presentano i fornelli:

[In verde la superficie occupata dalla pentola per il cotechino; in grigio chiaro la superficie occupata dalla pentola del bagnomaria. In blu elettrico l'orbita di presenza del fuoco]

Il cotechino cuoce nella pentola nel quadrante SE, dotato del fornello più potente. Poiché il quadrante SO, ossia quello più comodo per operare, è fornito di un fornello troppo piccolo, è necessario collocare la pentola per il bagnomaria dello zabaione su uno degli altri fornelli. Per ovvie ragioni di combustibilità del cuoco, la scelta ricade per forza sul quadrante NO.

Dovendo sporgersi fino a laggiù, il cuoco è costretto ad appoggiare la fronte alla cappa dell’aspirazione.
Il movimento rotatorio/oscillatorio del polso, necessario a far montare lo zabaione durante la cottura, si propaga – per una notissima legge della quantità di moto che non vi sto a ripetere – a tutto il corpo, ivi compresa la testa, la quale viene con rapidità e frequenza scostata dalla cappa, per tornare ad appoggiarvicisi pochi istanti dopo, con una certo impatto.

Nei venti minuti necessari a cuocere lo zabaione, ecco pronto il vostro bernoccolo.
Con un po’ di pratica, diventerà un delizioso trauma cranico.

 

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Libri scontati del 25%

Posted on February 19th, 2012, by Larry

Presto vi coinvolgerò nel dibattito sul Kindle [mi sarei mai potuta esimere?], ma ora pubblico questo post al volo per segnalarvi che Amazon ha messo da poche ore in vendita alcuni titoli con il 25% di sconto.

Per quelli di voi che non lo sapessero, pochi mesi fa è entrata in vigore la legge Levi, che regolamenta gli sconti massimi applicabili sui libri, fissandoli al 15% per i privati e al 20% per gli enti pubblici; per questo, da qualche tempo, quando nelle librerie trovate sconti maggiori del 15%, sono tipicamente fondi di magazzino o titoli scrausi (la legge, nel prevedere deroghe, parla proprio di titoli scrausi – sì sì).

Dunque, o la legge è cambiata a mia insaputa, oppure Amazon la conosce molto bene e ha trovato il modo di lanciare questa offerta, che, dato il panorama legislativo, diventa ancora più eccezionale.

Inoltre, la promozione si accumula con quella che offre la spedizione gratis sopra i 19 euro, perciò è ancora più conveniente.
Io ne sto già approfittando perché i titoli sono moltissimi e per niente scrausi.

Se volete anche voi comprare su Amazon libri al 25% di sconto e al contempo dimostrarmi gratitudine per l’utile segnalazione, visitate il sito passando per i banner a lato o cliccando qui.

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Se v’avanzano tre euro, o il romanzo dell’Apprendista Libraio

Posted on February 17th, 2012, by Larry

Oggi parliamo della concorrenza: il tenutario di un blog con più di 500 iscritti e più di 300 fan su facebook, ovvero esattamente quel tipo di blogger impensierito dal successo di Larrycette.

Mi riferisco a l’Apprendista Libraio, l’arguto e ironico blog scritto da e dedicato a chi la sorte ha voluto che lavorasse in una libreria, con tutte le conseguenze del caso. Sarà che è divertente, sarà solidarietà alla categoria, ma i post fulminanti sui suoi clienti fulminati mi divertono parecchio.

Perché ve ne parlo, rischiando di perdervi tutti in un sol colpo?
Per risparmiare due euro e novantanove!

I miei Piccoli Lettori valgono ben più di 2,99 euro, ma io ho sprezzo del pericolo e un ego smisurato, così reclamizzo con nonchalance sia il blog, che il libro che l’autore ne ha tratto.

Così facendo, mi accaparro il diritto di riceverne gratis una copia, anziché sostenere l’immane costo di due euro e novantanove.

Se anche voi volete avere questo libro, potete acquistarlo scaricandolo qui, oppure fare come ho fatto io (ma leggete bene il regolamento).

Ad ogni modo, se c’avete tre euro che v’avanzano, potrebbe essere una buona idea effettuare l’acquisto, a titolo di sostenimento del blogger.
Lo dico in caso un domani lanciassi anche io un e-book… in caso…

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Siora Rosa con le QGs [2]

Posted on February 15th, 2012, by Larry

[Continua da qui]

Come sempre è tutto squisito. Magari non leggero, ma squisito. Il pasticcio è farcito con abbondanza, sia di formaggio che di verdura, il goulasch è ricco e aromatico e gli gnocchi di pane, beh, gli gnocchi di pane con il sugo di arrosto sono una garanzia, e ci puoi mangiare insieme un panino tirando su il sugo, sempre che la QG ti lasci un panino. Quello scricciolo, infatti, dopo quattro figli è capace – senza prendere un etto – di incocconarsi di tutto il pane che viene portato in tavola (chiedendone in continuazione), spazzolare quello che ha nel piatto, farsi fuori mezzo (per pudore) contorno e mangiare pure il dolce. E si sa che le porzioni di Siora Rosa sono più che generose, tant’è che una basta a stendere sia me che CP; eppure QG ha tritato giù tutto. Annoto mentalmente di invitarla d’ora in poi a tutte le mie cene, così i miei amici inappetenti vedranno come si fa!

Come dolcino volevo tanto far assaggiare a Zzi la gibanica, che qui è davvero spettacolare, avendo lo strato di noci costituito da mezzi gherigli interi (okay, l’espressione “mezzo intero” è stilisticamente raccapricciante, ma ci siamo capiti), roba che non si riesce a tagliare, ma che dà una soddisfazione pazzesca. Invece questa volta non c’era, così abbiamo “ripiegato” sullo strudel di ricotta, anch’esso tanto buono.

Zzi tira fuori la scusa più banale del mondo e ci abbandona per tornare in ufficio; in verità non vuole partecipare alla pantomima del pagamento, dei resti, dei cambi e delle restituzioni.

Alle 15 riusciamo a rimettere piede fuori dal locale.

Ci salutiamo alle 16, perché Fed aveva un appuntamento-lampo per comprare una macchina fotografica e si è trattenuta con lo scrupoloso venditore “qualche istante in più”.

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Siora Rosa con le QGs [1]

Posted on February 13th, 2012, by Larry

Un’altra stoccata alla Dieta GIFT è stata inferta il 27 dicembre, in occasione del pranzo con Fed e QG da Siora Rosa.
Fed è la nostra eroina della Bosnia Federizza, nonché la formidabile illustratrice che ha ritratto Larry-cartomante [Madame Larrie] sulle agende 2011.

QG è sua cugina e, per assurdo che vi possa sembrare, quella più fulminata delle due è lei, del resto, se non lo fosse, non avrebbe fatto quattro figli.

Data l’occasione, rara e preziosa, di avere Fed e la QG in città, si unisce all’allegra combriccola anche Zzi. È ancora pentito.
Data la popolarità del posto e il periodo di festeggiamenti, arrivo un po’ prima e mi faccio tenere un tavolo. Chiedo se per caso non hanno visto due squinternate. No, non di recente. Chiedo se hanno visto mio marito. Smarrimento. Descrivo Zzi come lo spilungone scuro con la testa grossa, da non confondere con lo spilungone chiaro con le orecchie grandi. No, non lo hanno visto.
Attendo fuori, che dentro è una caina.

Arriva Zzi, splendido ed elegante, e aspettiamo con fiducia le nostre amiche, rassegnati a invecchiare in via Torino.
Sbirciamo dietro l’angolo e vediamo una donnina con una giacca improbabile che cerca di entrare nella propria stessa borsa. La QG! QG ci spiega che Fed è andata a posteggiare e che sta arrivando, così andiamo ad accomodarci. Poco dopo si siede al nostro tavolo una giovane donna bella e aggraziata, femminile e soave. “Scusi” – le dico – “non è libero, stiamo aspettando un’amica”. “Larry, ma cosa dici?”. Dalla moderna Audrey Hepburne esce la voce di Fed. Il mostro l’ha mangiata? No, è lei, ma è un po’ cambiata. Intanto ha solo una borsa e un sacchetto (che mi consegna): era impossibile riconoscerla senza il consueto zaino e il grappolo di bagagli che porta sempre con sé. Inoltre, è senza basso. Io credevo che ci fosse attaccata come a un gemello siamese, forse ha dovuto farsi operare per lasciarlo a casa.

Ha i capelli quasi lunghi e morbidamente ondulati, acconciati in modo semplice, ma femminile, e io ci metto un po’ a convincermi che non è una parrucca. Dopo che l’ho trascinata per tutto il locale tirandola per i capelli, me ne persuado. Sta benissimo, ma è strana.

È il momento di ordinare, e si consuma il dramma. Le cugine hanno scelto la stessa cosa, allora una vuole cambiare, ma non sa cosa prendere, allora si offre di cambiare l’altra, ma la prima non vuole. Alla fine prenderanno entrambe il pasticcio con il radicchio di Treviso, ma ci metteranno 16 minuti per dirlo al cameriere. Facendo così mi tolgono dall’impasse: anche io avevo una mezza idea di ordinarlo, ma ero combattuta, perché avrei voluto mangiare anche gli gnocchi di pane, dato che senza CP nessuno me li avrebbe fatti assaggiare, così ordino questi ultimi, un po’ perché ho ben due piatti dai quali pescare il pasticcio, un po’ perché la mancanza di CP mi strazia.

Zzi prende il goulasch con la polenta.
Zzi sì che è uno che sa il fatto suo.

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Brescia, 23 ottobre 2011, Trofeo centri storici [5 - fine]

Posted on February 7th, 2012, by Larry

I lombardi – intendo: gli orientisti lombardi – si rivelano delle pippe pazzesche in quanto a competenza sugli outlet.
Rem non guida neanche, figuriamoci se conosce luoghi per recarsi nei quali è indispensabile la macchina.
The Speaker osa addirittura menare vanto della sua idiosincrasia per i centri commerciali, dimostrando che neppure ha chiara la differenza fra un orrendo centro commerciale e un poco amichevole, ma indispensabile, outlet grandi firme; meno mille punti.

Lucy van Pelt! Lucy van Pelt è una femminuccia ed è lombarda, lei avrà sicuramente la risposta.
Macché. È vagamente a conoscenza dell’esistenza della struttura. Io non capisco a cosa serva essere tanto bravi a leggere le cartine e ad usare la bussola se, poi, si applicano queste abilità solo per sport e non quando ce n’è realmente l’esigenza, ad esempio per fare acquisti convenienti. Mi rassegno all’imminente destino di andare in giro vestita di stracci perché “non ho niente nell’armadio” e decido di consolarmi con il pranzo… tanto presto non avrò più vestiti in cui dover entrare, perciò è inutile badare alla linea.

Prima di farmi premiare per lo sforzo di aver portato a termine la gara andando a pranzo in una di quelle deliziose trattorie affastellate dietro la piazza principale della città, esigo comunque un minimo di shopping consolatorio. La domenica i negozi sono chiusi (poco male, non avendo notato alcun negozio di mio gradimento, a parte quello di pianoforti, articolo che peraltro già posseggo, come presto vedrete), ma mi viene in soccorso la Coldiretti, con il mercatino dei suoi produttori.

Nel frattempo, la giornata si è fatta primaverile, quasi rivierasca, e i 15 gradi col sole non sono la condizione ideale per acquistare formaggi e latticini che vedranno il frigorifero solo dopo sei/otto ore, quindi ci tratteniamo e ne compriamo due chili (assortiti). Quasi quasi potrei farmi un cappotto di caciotte.

Dopo mezzogiorno caramboliamo da una porta di ristorante all’altra, leggendo e confrontando i rispettivi menù. Alla fine, Zzi sceglie liberamente di andare a pranzo in quello che io ho indicato come mia prima scelta, il ristorante Torre di Porta Bruciata. Dall’esterno, con le teste di asinello (o cavallo?) disegnate e appiccicate alla porta, non è particolarmente promettente, ma non appena varchiamo la soglia capiamo che non ho perso il fiuto. Il locale è un piacevole connubio di vecchio e nuovo, con sedie di Kartell in plastica trasparente e muri in pietra, bancone con fianchetto illuminato a colori acidi e tovagliame di stoffa e posateria pesante.

Io sono ancora presa dal sacro fuoco della dieta Gift (“A proposito, Larry, è un po’ che non ce ne parli! Come procede?” – Chiederanno subito i miei Piccoli Impiccioni. Lascio deliberatamente cadere il discorso) e, soprattutto, ho ancora il ricordo del fuoco di Sant’Antonio che mi ha colpita la sera precedente, quindi faccio poco la spiritosa e ordino minestrina e bistecchina. Da bere: ACQUA!

La mia “minestrina” è, in realtà,  una deliziosa crema di zucca, molto densa e delicata, servita con un ciuffetto di pancetta croccante, mentre la “bistecchina” consiste in due (o forse tre, non ricordo con precisione) fettine di filetto di maiale all’arancia, per il quale ho una predilezione.
Zzi sceglie un primo di cui non ho il minimo, sbiadito ricordo (ma del quale so essere stato contento) e delle fettine di cavallo rapidamente cotte ai ferri e profumate con un misto di erbe, secondo tradizione (ci dicono).

Non prendiamo il dolce, ma il mio infallibile fiuto dice che possiamo fidarci del caffè. Vi ho mai parlato del mio infallibile fiuto per il caffè? Probabilmente già molte volte, ma lo farò ugualmente di nuovo. Io ho per il caffè un vero e proprio sesto senso. Se, come me, non credete al paranormale e siete fra le trentasei persone in Italia che non leggono mai l’oroscopo, il mio fiuto per il caffè vi darà del filo da torcere, perché non ha nulla di razionale, eppure è talmente infallibile che non può essere una coincidenza: da una semplice occhiata io sono in grado di determinare con esattezza se l’espresso che fanno in un posto è squisito, buono, mediocre, bevibile o ripugnante. Particolarmente, se è vero che la differenza fra squisito e buono o mediocre e bevibile potrebbe dipendere dal gusto personale e non essere sempre condivisa, il mio fiuto si rivela prezioso quando individua – e mette in salvo da – i caffè ripugnanti. È come un campanello d’allarme che mi suona nella testa; credo che i cani sentano qualcosa di simile quando sta per arrivare il terremoto. Zzi mi chiede “Com’è il caffè?” e io, nei casi più gravi, gli abbraccio forte le caviglie e lo imploro disperata “Non farlo! Amore mio, ti prego: non farlo”. In genere, i ristoratori non gradiscono, ma almeno mio marito è salvo.

Qui il mio istinto ha detto “via libera” e, in effetti, il caffè era buono, solo che il mio istinto del caffè non aveva previsto il servizio. Insieme all’aromatica bevanda, infatti, sono stati serviti degli assaggi di piccola pasticceria secca: un paio di biscottini, forse un bacio di dama e, soprattutto, un brutto-ma-buono. Io, per i brutti-ma-buoni, farei qualsiasi cosa: sarei capace di attraversare a nuoto la Manica, di saltare nel cerchio di fuoco vestita da tigre, di andare in giro con un bauletto di Vuitton (ma solo dove non mi conoscono perché, vero o finto, sempre tamarro è). Siccome ho fatto una gara di orienteering, me ne meriterei una teglia, ma sono una donna a virtuosa e ne mangio solo uno. Attilio capirà, e se non capisce, vuol dire che non ha mai mangiato un brutto-ma-buono.

Quando torniamo a prendere la macchina, gli orientisti sono ancora là che   ciondolano con le seconde manches. Noi recuperiamo le carte tanto gentilmente tenute da parte da Elvio e puntiamo il muso della macchina verso est, concludendo così la nostra esperienza a Brescia.

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Ristorante Patagonia, San Vito di Fagagna [2]

Posted on February 3rd, 2012, by Larry

Dopo esserci passeggiati le patatine fritte fino a che non sono diventate gelate (prendine – no, prendile tu – ma no, non fare complimenti, mangiale – ma guarda, giusto una forchettata – prendine ancora – no-no, mangiale tu), decidiamo che possiamo arrenderci al dolce. C’è una coppa gelato con noci e dulce de leche che sembra ghiotta, un paio di altre proposte a orecchio interessanti e le crepes con il dulce de leche.

Non credo di avervi mai parlato della mia passione sfrenata per il dulce de leche. Ne vado letteralmente pazza, potrei farne scorpacciate, nonostante un solo cucchiaino mi riveli nel giro di poche decine di secondo l’esatta posizione di tutte le mie carie e sappia benissimo che è il capostipite dei cibi umibuasfi. I cibi umibuasfi sono i cibi che ti stanno UnMinutoInBoccaeUnAnnoSuiFIanchi, e comunque non detto che l’anno sia uno solo. Un giorno farò una croce con la biro su un grumo di cellulite e vi saprò dire dopo quanti giorni e quanti massaggi con la crema alla centella se ne è andato.

Fato sta che io, nel dulce de leche, ci farei il bagno, così ho ordinato le crepes, che ho gustato con cupidigia e voluttà, pronunciando la domanda di rito “volete assaggiare” a bassissima voce, troppo rapidamente perché fosse compresa, e con tono scoraggiante. Ovviamente ho trovato il dolce squisito, ma io mangerei anche una soletta di Adidas usata, se cosparsa di dulce de leche, quindi sappiate che il giudizio è un po’ parziale.

Nel complesso il locale e il cibo ci sono piaciuti molto, ma va riconosciuto che la piacevolezza della compagnia ha giocato molto a favore di una valutazione positiva della serata, quindi… urge tornare per fare una verifica più approfondita.

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Ristorante Patagonia, San Vito di Fagagna [1]

Posted on February 1st, 2012, by Larry

Il primo duro colpo alla mia dieta è stato inferto il nove dicembre nella dolce Furlania, precisamente al ristorante Patagonia di San Vito di Fagagna, dove siamo andati a cena con TheRiver69 e la sua dolce famiglia.

Lucy è sempre più bella e le bambine, nonostante siano bambine, sono uno spasso. La piccola ha da poco scoperto le orecchie, e le piacciono molto, oppure le danno fastidio e cerca di stacarsele, non è chiaro; fatto sta, che le maneggia tutto il tempo con una manina. Con l’altra, saluta. Pare abbia da poco appreso anche che le braccia possono essere agitate nell’aria, e che il resto degli umani reagisce a questo gesto, quindi non fa che spianare l’aria davanti a sé. Immaginerete che una nana pelata che con una mano si avvita un orecchio e con l’altra scaccia mosche invisibili è abbastanza buffa, e che è diffiicile non ridere; la nana prende il vostro divertimento per approvazione e spazza l’aere con ancor maggiore veemenza. Si ferma solo per mangiare. È ghiotta di pane, pupazzi, libricini. Ride sempre. Non piange mai. Basta lasciarla mangiare.

La sua sorellina è più grande, quindi è meno divertente perché ha passato da un pezzo la fase di rodaggio delle proprie funzioni, ed è un vero umano in miniatura. Nonostante sia una femminuccia, e quindi poco sensibile al fatto che io abbia quaderni e fazzolettini da naso di Cars2, dà non poche soddisfazioni e sa condurre con disinvoltura una conversazione.

Prima di accomodarci, il proprietario, uno vestito da cuoco vero con il profilo a sciabola e la barba sfatta, un po’ Gad Emaleh, un po’ Alessandro Borghese, ci seduce facendoci guardare, dal grande vetro all’uopo allestito, la griglia con la brace su cui i più succulenti tagli di carne stanno cuocendo: quando si dice il voyeurismo.

Gad Borghese ci enumera le curiose e invitanti pietanze offerte fra gli antipasti, non le ricordo tutte, ma ricordo che la scelta di molti si orienta sul “misto senza lingua”per assaggiare le varie specialità scartando la più impressionante. Io sbaraglio la concorrenza e chiedo lingua. Ognuno di noi ha una perversione per un cibo immangiabile. C’è chi è ghiotto di gorgonzola, chi di tartufo, chi di lumache. A me piace la lingua. Ammetto che ho cominciato ad abbassare la guardia verso questo taglio non propriamente “eye-friendly” perché era un buon pretesto per imbibinarsi di salsa verde. Poi, col tempo, ho cominciato a mutare le proporzioni fra pietanza e condimento e ora sono in grado di mangiare la lingua anche senza salsa verde, sebbene io sappia che più buona della lingua con la salsa verde c’è solo la salsa verde.

È con il piatto unico che la faccenda si fa interessante: cominciano ad arrivare vassoi, tenuti caldi dalla brace, con i tagli più diversi di carne. Pochi sono quelli che riconosco, ancora meno quelli che mangio – perché essere una che mangia la lingua non fa di me una che non è schizzinosa sul grasso, anzi – ma l’atmosfera è conviviale e la curiosità parecchia, quindi assaggio un pochettino di tutto. La carne è aromatica e succulenta e mangio più cose di quelle che mangerei se lo stesso taglio me lo avessero messo davanti i miei dieci anni fa.

[segue]

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