Parla con Larry: “Un altro racconto del terrore”
Caro Larrycette,
sono anche io una partecipante al blog, ma mi perdonerai se non ti rivelo chi sono: temo, infatti, tremende ritorsioni.
Sono dispiaciuta per la drammatica esperienza dell’amica Daffodil, e vorrei farla sentire meno sola raccontando la mia.
Ho sposato un uomo meraviglioso.
Accidentalmente, non ha preso dalla madre.
Mia suocera è una donna difficile sotto molti aspetti, ma tutto sommato affrontabile in ogni frangente, tranne LA CUCINA [si legga con voce roca e tesa: un po' horror e un po' porno].
Quando vado a cena da lei, posso avere un’anteprima del menù semplicemente sbirciando nella ciotola del cane.
L’unica cosa che si può mangiare è il pane.
Tipicamente il primo piatto è una minestra il cui brodo è grasso, non filtrato, e cui galleggiano bolle di grasso che sembrano gli occhi della zuppa di Indiana Jones e il tempio maledetto.
In genere è salatissima e si presenta in due varianti: con tortellini scotti che si arrendono ai flutti invocando a braccia spalancate la SS. dei Naufragati o con tocchetti di verdure dalle consistenze più disparate, straordinariamente nessuna delle quali consona all’essenza della verdura [es.: patata cruda, cetriolo cotto].
Segue sempre un secondo di carne, o – meglio – quella che per un secondo pensi sia carne, invece è una mattonella biancastra fibrosissima, tipo filtro della cappa dei fornelli. A giudicare dal dito di unto in cui galleggia, mi sa che è proprio il filtro della cappa.
I contorni possono essere diversi, sempre di verdure cotte e servite a temperature imprevedibili: dalla cicoria alla temperatura di cottura della ceramica, alle zucchine lesse e portate in tavola appena tolte dal frigo, con la brina sopra. Con un po’ di culo, ce le somministra nella stessa serata, quindi basta servirsi di entrambi contemporaneamente e mangiare un papocchio a temperatura ambiente. Non è buono, ma non uccide.
Del dolce, grazie al cielo, ci grazia, anche se ogni tanto infligge una macedonia di frutta rigorosamente selezionata acerba; ogni volta il gioco è indovinare il frutto che non c’entra un cazzo e che non si sa quanta strada abbia fatto mia suocera per procurarselo e mandare in vacca anche la macedonia.
La palma, per ora, va al fico d’india, ma chissà quali soddisfazioni ci riserverà il futuro.
Ora vorrei chiedere a voi altri lettori di Larrycette: avete vissuto esperienze simili? Peggiori? Paragonabili?
Un appello: perché non costituiamo un gruppo di auto-aiuto per venire fuori dai traumi del cibo cattivo?
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1 comment
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October 30th, 2009 at 1:37 pm
Vomito, molto meglio la cena di Daffodil.