Se non fosse per quella maledetta passionaccia (8 di 8)

GUEST POST by Stegal67 aka The Speaker (patiteci)

 

 

Per uno che inizia senza finire, c’è un altro che finisce senza aver iniziato, o meglio: finisce qui ciò che aveva iniziato e proseguito altrove.

Il blog-kolossal dello Speaker giunge oggi, 9 agosto, alla sua ottava e ultima puntata, e il nostro generoso autore sceglie Larrycette per dare alla luce la conclusione (patiteci!!!).

Ci tengo a specificare che è stata una scelta libera e niente affatto condizionata da due ore e mezza di telefonata isterica in cui la sottoscritta ha fatto una scenata di gelosia in piena regola perché la settima puntata era andata all’Idolo di Gropada, durante la quale ha minacciato di mettere calamite su tutte le lanterne del mondo se non avesse fatto assurgere anche me al rango di “spazio editoriale di spessore” cedendomi la conclusione della saga.

Non è solo un autore generoso, dunque, lo Speaker, ma è anche l’eroe che sventato la più grave minaccia oriterroristica della Storia.

I Piccoli Lettori che se le fossero perse e quelli che vogliono rinfrescarsi la memoria per meglio gustare l’ultima, possono recuperare le puntata precedenti – anzi, i “sette capitoli introduttivi” – ai seguenti link:

Genesi 1
[“Se non fosse per quella maledetta passionaccia” 1 di 8]

Genesi 2
[“Se non fosse per quella maledetta passionaccia” 2 di 8]

Deuteronomio
[“Se non fosse per quella maledetta passionaccia” 3 di 8]

Se non fosse per quella maledetta passionaccia 4 di 8

Se non fosse per quella maledetta passionaccia 5 di 8

Se non fosse per quella maledetta passionaccia 6 di 8

Se non fosse per quella maledetta passionaccia 7 di 8

 

A chi, invece, non sta nella pelle per conoscere come prosegue e si conclude il kolossal non resta che proseguire la lettura qui di seguito.

Un po’ di brividi, con questo caldo, vi faranno bene.


 

 

Before the fame

 

È il momento di raccontare una storia.
Ricordo tanto tempo fa, quando ero seduto all’ultimo banco nella mia classe elementari del maestro Zappoli. Un giorno lui chiese a tutti cosa avremmo voluto fare da grandi. Qualcuno disse il calciatore, il pompiere, l’astronauta… ci fu persino chi disse che voleva diventare Zorro!
Quando alla fine arrivò il mio turno, io risposi che avrei voluto anche io guardare le stelle; non risposi “astronauta”, mi bastava il mal d’auto che mi prendeva al primo tornante all’imbocco della Rocchetta sulla strada della Val di Non! In fondo anche io appartengo alla generazione dei bambini che sono cresciuti sentendo parlare delle ultime conquiste aerospaziali; non ho fatto in tempo a vedere la notte della Luna, ma coglievo qua e là i ricordi delle missioni Apollo, delle prime foto e dei disegni che venivano pubblicati sul sussidiario e sui libri per bambini. Però non volevo fare l’astronauta: forse era troppa la paura. Io volevo vedere le stelle, come facevo tutte le sere limpide d’estate quando andavo alla Pozza Granda nel bosco a guardare lo spettacolo della Via Lattea e delle Pleiadi e di Andromeda prima che anche lì arrivasse il riverbero delle luci dei paesi. Questo, il maestro Zappoli, lo sapeva già: mi aveva fatto recitare il ruolo dell’uomo che conta le stelle nel “Piccolo Principe”, in quella parte di romanzo nel quale si legge “Mi domando se le stelle sono illuminate affinché un giorno ognuno possa trovare la sua”.

E poi, sempre quel giorno, dissi che mi sarebbe piaciuto scrivere di sport. Ma anche questo il maestro Zappoli lo sapeva già: ogni lunedì mattina, quando arrivava in classe con “Il Giorno” sottobraccio, la prima cosa che facevo era rubargli l’inserto sportivo, sul quale scrivevano tante importanti firme del giornalismo sportivo di quell’epoca (poco importava che anche a casa leggessimo “Il Giorno”: avrei trovato quell’inserto una volta tornato da scuola… ma non sembrava la stessa cosa: io volevo il mio personale inserto! Povero maestro: non credo sia mai riuscito a tornare a casa il lunedì con l’intero giornale).

Quando arrivai a Milano, una zia mi regalò un libro che cambiò decisamente la mia vita: la “Storia delle Olimpiadi” di Stefano Jacomuzzi. Mentre tanti bambini – ed anche io! – leggevano i fumetti, io scorrevo e facevo i riassunti della Storia delle Olimpiadi, da quelle di Atene del 1896 a quelle di Monaco 1972. Sapevo tutto di Emil Zatopek, di Fanny Blankers Koen, di Mary Peters e di Peter Snell. I miei genitori? Li rincorrevo affinché mi trovassero qua e là altri giornali, altri inserti, gli annali delle Domeniche del Corriere o del Reader’s Digest nei quali erano riportati articoli sulle Olimpiadi.

Avevo una vecchia agenda, recuperata da chissà quale trasloco, nella quale cominciai a raccogliere pensieri e poesie. In prima pagina “IF”, “Se”, di Rudyard Kipling, che considero da sempre la cosa più bella che sia mai stata scritta in lingua inglese (Shakespeare compreso), poi qualcosa di Neruda, le “Domande di un lettore operaio” di Bertolt Brecht, e poi intervallavo queste pagine con le mie personali cronache di qualche evento sportivo che riuscivo a vedere in televisione, per lo più sul canale della Televisione della Svizzera Italiana. L’agenda conteneva i commenti di un bambino che cercava di imitare lo stile del giornalisti, anche se il maestro Zappoli storceva il naso di fronte a certe mie libertà di espressione. Non scrissi mai nulla sul calcio: mio papà, che adesso era allenatore dopo aver giocato in serie C nella Solbiatese ed aver vinto un campionato italiano militare, bastava a riempire tutto il calcio che poteva entrare in casa. Però, incredibile a dirsi, scrivevo di pugilato!

 

Mr. Owen

 

Per anni, per parecchie domeniche mattina, prendevo la filovia (la 90), giravo attorno alla città fino alla casa di mio zio che abitava (che abita tuttora) in zona Monte Stella. Lo zio aveva collegato al televisore una antenna che sembrava costruita da lui stesso, prendeva i segnali delle televisioni più incredibili. E la domenica mattina io ero nel salotto di casa sua a vedere gli incontri di pugilato più belli che la fine degli anni ’70 aveva presentato: Alexis Arguello, Wilfredo Gomez, Danny Lopez, Roberto Duran e Wilfredo Benitez e l’arrivo di Ray Sugar Leonard e Marvin Hagler. Non mi piacevano gli incontri tra i pesi massimi, troppo statici (e dopo “Thrilla in Manilla” che cosa si poteva chiedere di più alla categoria dei pesi massimi?) ma quelli tra i pesi più leggeri, dinamici e spettacolari.

Così, un giorno, mi capitò di vedere sul ring un personaggio che mi sembrava uscito da un fumetto o da una favola triste.
Si chiamava Johnny Owen.
Avreste dovuto vederlo! Sembrava rachitico o cresciuto male, un bambino troppo piccolo con un torace mingherlino e la schiena incassata, allampanato con le orecchie a sventola. Era gallese, una nazione che in quegli anni per me voleva dire solo rugby. Ma era tutto fuorché un colosso, appunto. A me, che da bambino tutto si poteva dire fuorché che fossi un fisicaccio, Owen piacque subito: era un piccolo uomo che affrontava pugili più grossi, più compatti. Sapeva fare una cosa sola, ma la sapeva fare bene: andare avanti, affrontare il fuoco di sbarramento del suo avversario e colpire, colpire, colpire sempre, mulinare le braccia e colpire, vincere non per forza ma per sfinimento, per demolizione molecola per molecola di chi gli stava davanti. Non sempre gli andava bene, perché pugili più forti di lui ce n’erano eccome… ma Owen dava e prendeva, dava e prendeva, e molto spesso lui continuava a darle quando il suo avversario non poteva che restare lì a prenderle, sfinito ed asfissiato dal ritmo insostenibile che il piccolo Owen metteva in ogni round.

Anche se in quegli anni era difficile trovare tutte le notizie sportive, seppi che il piccolo pugile gallese era diventato Campione Europeo, mentre io continuavo a vedere gli incontri la domenica mattina.
Poi Johnny Owen incontrò Lupe Pintor.
In palio: il titolo del mondo.
Pintor era il campione, era robusto (ma ci voleva poco ad essere più robusti di Owen), era più forte, più scaltro e combatteva in casa in anni nei quali, per dirla alla Rino Tommasi, i pugili europei andavano a combattere in centro America con lo stesso spirito con i quali si andava a pagare una cambiale. Ma Johnny Owen andò addosso a Pintor con l’unica tattica che conosceva: andare avanti, sempre avanti, colpendo e venendo colpito, andando avanti a costo di prendere tanti pugni, mulinando le braccia e senza lasciare un solo secondo di tregua all’avversario, mai. Pintor, il favorito, non era preparato ad una cosa del genere, ed Owen a metà incontro aveva il cartellino dei giudici – giudici locali! – tutto dalla sua parte. Ma Pintor era forte, non era il campione del mondo per caso, ed il ragazzo gallese arrivò alla seconda parte dell’incontro con tanta fatica su quelle gracili spalle.
Fu così che Pintor cominciò a recuperare terreno. Johnny Owen aveva dalla sua parte, sempre e soltanto, una unica arma: il suo coraggio. Ma presto fu chiaro a tutti che non era più sorretto dalla freschezza dei primi round.

A metà della dodicesima ripresa, Johnny Owen venne fulminato in una ultima serie di pugni “dai e prendi, dai e prendi”.
I suoi piedi rimasero fermi, il corpo, a velocità di caduta libera, cadde all’indietro sul tappeto. E non si rialzò più. So che il filmato è su youtube. Basta cercare “Lupe Pintor Johnny Owen”. Qualche dettaglio del match potrei anche averlo raccontato in modo errato. Io, di certo, quel filmato non vado a vederlo, perché è come se io lo avessi rivisto per giorni, e poi per anni, nella mia testa e nei miei incubi. Per me fu una specie di trauma. I miei genitori mi dicevano che nelle notti successive all’incontro mi svegliavo piangendo o lamentandomi: io sognavo che venivo preso a pugni senza poter reagire.
Johnny Owen morì dopo una decina di giorni di coma, senza mai essersi risvegliato. Fu anche a causa di quell’incontro, ma furono necessari altri lutti, che la Federazione Internazionale decise di abbassare da 15 a 12 le riprese degli incontri per il titolo mondiale, anche se questo non sarebbe bastato a salvare Owen.

Mio zio, un uomo molto pratico, saputa la cosa decise di risolvere il problema in maniera proattiva: mi disse di tornare a casa sua a vedere ancora la boxe, altrimenti sarei rimasto spaventato senza capire che tante cose, nella vita di tutti anche se non di Johnny Owen, andavano avanti. Fu solo per uno strano scherzo di un destino idiota che il primo incontro che vidi fu quello tra Mike Rossman e Luke Capuano. Anche quello è su youtube, e anche se non è meno cruento, quello lo si può vedere: suggerisco in particolare la visione della quinta ripresa (quando qualche supposto esperto mi parla della ottava ripresa tra Hagler e Mugabi, io rispondo con la quinta ripresa tra Rossman e Capuano…).
Poi lo zio ebbe anche un’altra idea: poiché avevo ancora la mia bella agenda dei racconti sportivi, avrei potuto scrivere qualcosa su Johnny Owen.

Lo feci, ed in occasione del primo “tema in classe ad argomento libero” portai a scuola la mia storia di Johnny Owen. Il risultato, purtroppo, non fu quello che avevo sperato: la professoressa di italiano, abituata a leggere composizioni ben più standard (per gli standard della scuola dell’epoca), rimase ammutolita per l’affronto subito. Così io finii dal preside per una strigliata, in quella che diventò la prima di una lunga serie di visite…
Purtroppo, dopo quell’episodio, persi la voglia di scrivere.
L’agenda finì in una scatola e poi sparì, probabilmente in qualche bidone della spazzatura. Non ho mai più riletto le cose che avevo scritto, anche se sono sicuro che tante frasi sono rimaste in questo racconto. Così come è rimasta, nella mia penna, la firma “Mr. Owen” con la quale battezzo i pezzi che annualmente finiscono sul periodico della mia società sportiva. In ricordo del protagonista dei “Dieci piccoli indiani”, della mia firma femminile SHAron.D.OWen (le lettere maiuscole non sono messe a caso, ovviamente) e del piccolo grande uomo: Johnny Owen, che andò incontro ad un destino più grande di lui e volle ugualmente provare a sconfiggerlo.

Così, all’inizio degli anni ’80, io smisi di scrivere di sport. Per circa tre anni.

 

Reason to believe

 

Poi, un giorno, comparve sulla scena un altro ragazzo piccolo. Anche lui si cimentava con i giganti, anche se in un altro sport nel quale non contava la potenza delle braccia ma la resistenza delle gambe. Aveva i baffi, che lo facevano sembrare l’omino Bialetti della pubblicità, ed anche se non avete mai sentito parlare di Johnny Owen prima d’ora, è un po’ più grave se non avete ancora capito di chi sto parlando.

Certo che durante quell’estate del 1983, nessuno immaginava che quel piccoletto coi baffi avrebbe potuto fare tremare le vene ai polsi di chicchessia. Oddio… uno che se lo immaginava c’era: un polacco, si chiamava Maminski. Aveva già finito il suo compito, in quell’estate del 1983, ed aveva rilasciato una dichiarazione alla Gazzetta dello Sport secondo la quale quel piccoletto coi baffi avrebbe davvero combinato qualcosa di buono. Ma era una voce solitaria: chi si sarebbe mai andato a fidare di un polacco di nome Maminski?

Così venne un giorno, anzi un pomeriggio: quello del 9 agosto del 1983… saranno passati trent’anni da allora. O forse sono proprio 30 anni, proprio domani, e ci sarà un motivo se dopo sette capitoli introduttivi sono arrivato stasera a scrivere questa storia!

La Storia racconterà di un pomeriggio noioso, per una gara nella quale gli atleti inanellarono giri su giri su giri di pista senza che ci fosse uno sprazzo di luce, senza che nessuno trovasse un motivo di rendere più vivace quella competizione che valeva pur sempre per l’assegnazione di un titolo mondiale. La folla aveva urlato nel vedere l’ingresso degli atleti, in particolare del più alto e del più biondo di questi, rappresentante della squadra di casa; e poi aveva avuto un brivido nel vedere, all’interno del gruppo di atleti, la sagoma imponente dei due tedeschi che erano dati per favoriti, che avevano dato spettacolo nei più importanti meeting di avvicinamento alle gare mondiali e che, si pensava, avrebbero potuto fare tattica di squadra. Solo pochi, ma sicuramente Maminski, pensavano al piccoletto con i baffi. Ma c’era anche lui.

Fu così che, giro dopo giro, mi ritrovai come tanti altri (io stavo seduto da solo sul pavimento della casa di Coredo) a guardare lo srotolarsi lento di una competizione poco affascinante, particolarmente noiosa e priva di senso, in un pomeriggio che non avrei sicuramente ricordato come decisivo per me e per parte del mio futuro… se non fosse che, alle 18.15 circa di quel 9 agosto 1983, uno dei due tedeschi alti e grossi decise che ne aveva abbastanza. E fu altrettanto così che nello stadio olimpico di Helsinki, mentre Werner Schildhauer risaliva la fila dei concorrenti, si portava in testa al gruppo ed iniziava la sua progressione, nessuno (e sicuramente nemmeno Maminski) poteva sapere che la finale mondiale dei 10.000 metri più noiosa, più insignificante, più lenta e più inutile stava per finire. Dopo 9.500 metri. E che stavano per cominciare i 500 metri più incredibili, più adrenalinici, più appassionanti e più isterici della storia dell’atletica.

Ed io non so ancora che sta per cominciare quel minuto di telecronaca che mi farà tornare, da solo, la voglia di sognare che un giorno anche io avrei raccontato lo sport come anelavo di fare da bambino. È quel minuto di voce di Paolo Rosi che (inutilmente, lo so) cerco di ricreare nella mia mente e nella mia emozione tutte le volte che prendo in mano un microfono e mi accingo ad iniziare il racconto di una gara di orienteering, o che uso quando sono a correre nel bosco e voglio darmi una scossa.
Quando sento la voce di Paolo Rosi nella mia testa, vedo distintamente la fila dei concorrenti di quella finale che si dipana sul penultimo rettilineo finale; una voce che da esattamente 30 anni (e se qualche giornale sportivo si è dimenticato di celebrare questo evento, non vale il prezzo dell’acquisto né ora né mai) fa suonare le campane che ho in testa.

Nonostante io abbia vissuto e raccontato solo per me, nei miei file personali, un altro campionato del mondo di calcio, qualche mondiale di ciclismo, due maratone olimpiche, due medaglie d’oro a staffetta nel fondo, le medaglie della pallavolo e della pallanuoto e quelle del dream team della scherma femminile, Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, Armin Zoeggeler e Gunther Huber e tante altre cose ancora, quel minuto scarso di cronaca che ha toccato il mio cuore è diventato la MIA MALEDETTA PASSIONACCIA, è diventato l’evento sportivo che per me è al primo posto nelle celebrazioni delle vittorie italiane nello sport (come si è capito, non solo per l’importanza della vittoria in se stessa) e comincia proprio così: “Suona la campana!”.

Sono grato a Paolo Rosi per questo, e ad Alberto Cova per quell’ultimo giro nello Stadio Olimpico di Helsinki ai Campionati Mondiali di Atletica Leggera del 9 agosto 1983.

Suona la campana!

Schildhauer… Kunze… Vainio… anche Cova si lancia alla caccia dei primi.. Shahanga…

gli altri sono battuti, gli altri sono battuti… sono battuti gli altri… ma vediamo appesantito Schildauer… e poi vediamo uscire Vainio… Vainio si lancia alla rincorsa di Kunze…non riesce… Cova è in quinta posizione… Shahanga in quarta…

ultimi duecento metri… Cova… Cova…Cova… Cova… cerca di piazzare il suo spunto…

ultimi cento metri… ultimi cento metri… esce Shahanga, esce anche Cova… esce Cova… spalla a spalla… Schildhauer…

Cova…Cova…Cova…Cova…Cova…!!! Cova…!!! Cooo-Vaaa…!!! Ma-gni-fi-co!!! Ha vinto la medaglia d’oro… Cova… con un finale straordinario!

 

Questa è la mia storia. Se qualcuno ne ha di migliori, sono pronto a leggerle. Ma questa è la mia.

 

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