Slavonija e Baranja Open 2013 • Cosa si mangia in Croazia (e Serbia) – 2

Riprendiamo la narrazione della trasferta dove l’avevamo interrotta.

Era il 23 marzo, mio padre dimostrava il suo amore raccomandandosi per qualsiasi cosa, dimostrando solamente, in realtà, di non riporre la benché minima fiducia nel sangue del suo sangue, e Zzi e io eravamo alla due giorni di orienteering di Slavonija & Baranja Open.

La sera di venerdì 23 marzo siamo andati a cena nel ristorante

Dva Jelena – Skadarska 32, Belgrado

La guida suggeriva, fra gli altri, due ristoranti con menu  tipici serbi, il “Dva jelena” (i due cervi), per l’appunto,  e il “Šešir moj” (il mio cappello). Entrambi sono nella via che, secondo la Lonely Planet, è “la risposta belgradese a Montmartre”, perché intrisa di atmosfera bohemien. Prendete nota che per la Lonely Planet “atmosfera bohemien” significa “locali per turisti e pavimentazione sconnessa”; la famosa via Skadarska (Скадарска улица), infatti, potrebbe anche essere la risposta belgradese a Boccadasse, ma noi vogliamo a tutti i costi mangiare serbo e non ci facciamo scoraggiare, come se non ci fosse un rinomato locale di cucina serba anche a Prosecco, provincia di Trieste.

Poiché, sempre stando alla guida, uno dei due ristoranti sembra essere regolarmente funestato da musica dal vivo, optiamo senza indugio per quello che si suppone silenzioso: Šešir moj . Non appena lo intravediamo, la biondina acchiappa-clienti del Dva jelena ci intercetta e ci conduce dentro con affabile destrezza. Quando ce ne rendiamo conto, abbiamo già consegnato i cappotti al guardaroba.

Dva Jelena – Skadarska 32, Belgrado

È ancora presto ed è la sera della partita della nazionale serba contro quella croata, la città è paralizzata davanti al televisore, perciò il locale è deserto e possiamo scegliere il tavolo che vogliamo. Apprendiamo che non è prevista una zona non fumatori e ci viene offerto un tavolo nella sala principale, dove si esibiranno i musicisti. “Grazie, qua in ingresso, davanti al cesso, andrà benissimo”.

Mentre leggiamo il ricco, ma non poi molto esotico – almeno per noi – menu, in cui non mancano pleskavica (si pronuncia [ples’kavitsa] e non [pleska’vitsa], altrimenti è sloveno) e  ćevapi, mi arrovello sul nome del ristorante: Dva Jelena.
Jelen 
significa “cervo” e dva difficilmente può significare qualcosa di diverso da “due”. Ora, jelen è chiaramente un sostantivo maschile che termina in consonante, pertanto appartenente alla prima declinazione, il cui plurale dovrebbe essere jeleni. L’unico caso che termina in -a al plurale è il genitivo… “dei due cervi”? Mah. Potrebbe anche essere. Molto probabilmente sbaglio, ma l’idea che sia un retaggio di un duale protoslavo, con desinenza in -a, come quello che lo sloveno tutt’ora conserva, mi affascina molto di più.

È il momento di ordinare, e io scelgo una cosa che ha un nome simile a “vescica” (vešalica), ma che la traduzione in inglese mi dice essere una scaloppa di vitello farcita con il kajmak, il tipico formaggio locale, simile a burro lavorato, che deduco esistere in una forma diversa da quella a me già nota, perché non si può farcire la carne con il burro.
Zzi prende l’agnello in campana, che non è un agnello molto difficile da macellare perché particolarmente astuto e attento a non farsi uccidere, bensì il consueto ovino cotto alla griglia sotto una campana di coccio.

Il pane, che arriva nel frattempo, è un tripudio di grassi e aglio: gronda olio da ogni dove ed è generosamente cosparso dell’aromatico bulbo. Va beh, vorrà dire che stasera si scopa senza baciarsi, questo pane ne vale la pena.
Non mi fido, però, delle porzioni locali ed evito di imbibinarmi di pane. Presto, infatti, ci arrivano le portate.

Come sempre, la scelta di Zzi è eccellente e perfettamente conforme alle aspettative, se non fosse che – a occhio – la porzione, che il cameriere aveva stimato sui tre etti, supera serenamente il mezzo chilo, contorno escluso.

Io sono incappata in un errore di traduzione, o un’omissione del traduttore, o una precisa scelta stilistica, vai a sapere… fatto sta che la mia “escalope” non era una scaloppina, bensì una cotoletta arrotolata, impanata e regolarmente fritta. Giuro che “deep fried” non era scritto da nessuna parte. Ok, ammetto che, anche se ci fosse stato scritto, probabilmente l’avrei ordinata ugualmente, se non addirittura con maggior convinzione, però non c’era.

Felice come un bambino che ha scoperto che può saltare nelle pozzanghere, attacco i trenta centimetri di dimensione artistica che ho nel piatto.
Mmh, di formaggio neanche l’ombra, ma siamo appena all’inizio e suppongo sia normale; in compenso, il piatto mi si è allagato di unto. Buh, sarà un effetto della frittura, forse il grasso della carne, a temperature elevate, si comporta così… mi pare molto strano, ma la carne è arrotolata, non so quali reazioni fisiche avvengano nel nucleo non impanato del cilindro.
L’impanatura è asciutta e croccante, la carne è tenera e saporita.
Sotto con il secondo boccone, ora certamente troverò il formaggio. Macché. Terzo boccone, ancora disperso. Quarto boccone, niente. Quinto boccone, è chiaro che se lo sono dimenticato. Sesto boccone, una minuscola traccia bianca fra una voluta e l’altra mi illude. E mi illumina.
Hanno veramente farcito la carne con il kajmak, di cui esiste – evidentemente – solo la versione che conoscevo io, quella cioè, che all’aspetto ricorda il formaggio fresco cremoso (tipo il Belgioioso Yomo, per chi ne ha memoria), mentre in bocca si rivela essere stretto parente del burro salato, solo più soffice e “arieggiato”, ma ugualmente grasso e fondente. È un latticino, cioè, che si squaglia anche solo accostandolo a una fetta di pane caldo: era ovvio che si sarebbe trasformato in acquetta, spalmandolo su una fetta di carne destinata ad essere immersa, per quando arrotolata, in una padella piena d’olio bollente.

Personalmente trovo molto singolare la scelta di farcire la carne con un ingrediente che la abbandona irrimediabilmente non appena la pietanza viene affrontata dal commensale, e inizio a pormi delle domande su quale fosse il modo migliore di attaccare la mia vešalica: dovevo praticare sulla sua superficie un foro con il coltello e suggere il kajmak fuso come il latte da una noce di cocco? Dovevo decollarla come una bottiglia di Mumm e versarmi il kajmak rovente in fondo alla gola (morendo)? Dovevo corteggiarla, sedurla  e piantarle i miei affilati canini nel collo?
Non lo saprò mai, ma quel che è peggio è che la vešalica ha la meglio sul mio pur agguerritissimo apparato digerente, e lo stesso fa – com’era ampiamente prevedibile – l’agnello con lo stomaco da fighetta di Zzi. Risultato: non riusciamo neanche a pensare al dolce, figuriamoci ad ordinarlo, e l’unica cosa che aggiungiamo al conto è la pacchiana, ma irrinunciabile, calamita che vi ho mostrato fiera in apertura, e che ora fa bella mostra di sé sul nostro glorioso frigorifero, sulla superficie della cui porta, le calamite stanno in rigoroso ordine alfabetico per città di provenienza, ragion per cui Belgrado sta dopo Barcellona, ma prima di Berlino.

[Gli ammiratori delle mie doti di fotografa sappiano che ho ottenuto questo splendido effetto con un sapiente uso della lampadina a risparmio energetico semiesausta e della torcetta tascabile per leggere il libretto durante l’opera]

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