Working on a dream tour – Stoccolma 2009, parte I

Ho trovato su internet il racconto del viaggio a Stoccolma  di una coppia di Springsteeniani partiti da Trieste e ho pensato di rifilarvelo, così non faccio neanche la fatica di scrivere qualcosa.
Suppongo sia corretto citare la fonte, prima che mi denuncino: si tratta di fucine.com [webmagazine di approfondimento che merita più di una scorsa, inspiegabilmente scaduto nella pubblicazione di articoletti leggeri come questo…mah!], ma speriamo che non se ne accorgano!

Mio marito ed io abbiamo aderito ad una campagna di beneficenza, adottando a distanza il capofamiglia di un altro continente.
Per sostenerlo, acquistiamo regolarmente ciò che realizza e ci rechiamo a fargli visita ogni volta che ci è possibile, ovunque si trovi, in modo da alleviare un po’ la pena che gli comporta il dover regolarmente venire in Europa a cercare mantenimento per la moglie e i tre figli. Bruce Springsteen è diventato così parte della nostra famiglia, ed è per questo motivo che, all’inizio di giugno, siamo partiti, sprezzanti delle condizioni meteo, alla volta di Stoccolma, tenendo fede alla nostra nobile vocazione di benefattori. Si dà il caso, infatti, che nella capitale svedese, abbia tenuto tre-concerti-tre.

Workin’ on a Dream Tour: Stoccolma, giugno 2009

Il volo parte da Treviso. Noi siamo attrezzati con la versione invernale del “triestino in gita”: ai bermuda si sostituiscono i calzoni lunghi, la maglietta è sempre a mezze maniche, ma è stretta in vita dalla giacca a vento col logo della Barcolana, la famosa regata che ad ogni ottobre ci fa sentire tutti un po’ senesi al Palio. Previdenti come non mai, portiamo anche la felpa e le mantelle impermeabili.
Il viaggio inizia sotto i peggiori auspici: appena imboccata l’autostrada ci imbottigliamo in un ingorgo esemplare, di quelli con gli automobilisti in piedi in mezzo alla strada – tanto per intenderci – che io ho sempre creduto essere allestiti
ad hoc dal TG4 per far vedere che la crisi non c’è e che la gente viaggia, senza farmi sfiorare dal sospetto che potessero accadere veramente. Ci liberiamo mezz’ora e quattro crisi isteriche (tutte mie) dopo, uscendo materialmente dall’autostrada e dirigendoci all’aeroporto di Treviso in statale.
Dovendo risparmiare tempo, procrastiniamo la sosta pipì fino al Veneto inoltrato. Considerando che già mi scappava in ufficio, ma me la son tenuta per non partire in ritardo, penso che al prossimo dosso comincerò a lacrimarla pur di espellerla in qualche modo. A quindici chilometri dall’aeroporto, essendo in orario, pecchiamo di “ubris” e facciamo visita alla toilette di una pasticceria sulla strada, dove, per non fare l’incivile che usa il bagno a scrocco, mi ingozzo di tramezzini con l’uovo. Percorriamo l’ultimo tratto di strada a passo di processione dietro a un trattore. Quando arriviamo all’aereoporto, in tempo per il volo, ma comunque due ore e mezzo dopo il previsto, i miei nervi sono talmente a pezzi che non ho neanche la forza di aver paura di volare.

Inspiegabilmente, dato l’andazzo della giornata, l’aereo decolla con soli dieci minuti di ritardo, cosa che peraltro non mi sconvolge, essendo il concerto programmato per la sera seguente.
Il volo fa di me una principessa, nel senso che appena si decolla piombo in un sonno profondo come Aurora punta col fuso dell’arcolaio. E’a voja mio marito a baciarmi! Forse forse potrei svegliarmi se mi baciasse Springsteen in persona, ma non ci giurerei. Però ho fatto in tempo a vedere le nuvole dall’alto, fitte come un plaid dato il maltempo su tutta Europa, e, prossimi all’atterraggio, sono stata vigorosamente scossa e percossa in tempo per ammirare la terra del nord, completamente nera perché assai poco densamente abitata, trapunta di macchie di un cupo color argento dalle forme più bizzare: i laghi. Uno spettacolo che mi sono guardata bene dal fotografare, ovviamente.
Messo piede giù dal velivolo (e baciata la terra), sono pervasa dalla galvanizzante sensazione che adesso niente può più frapporsi tra me e Bruce: a venti ore e cento chilometri scarsi dall’evento, riuscirei ad assistervi anche a costo di andarci a piedi. A costo di andarci a nuoto, sulle mani, sui trampoli, con la palla di ferro al piede, nel sacco della corsa campestre, nella ruota del criceto o travestita da incudine, non importa: niente mi può più impedire di vedere Springsteen.

Bruce in concerto

Oddio, no. Non è esattamente così. Niente può impedirmi di andare al concerto, ma c’è sempre l’eventualità che il concerto venga rinviato.
Non capita quasi mai, con Springsteen, ma due anni fa è accaduto. E noi c’eravamo. E c’era pure
Il furlano, il nostro amico della profonda provincia di Udine; lui c’è sempre. C’è anche oggi… Ossignur! Porterà mica sfiga, Il furlano?

Storno questi pensieri funesti dalla mia mente concentrandomi sulla bellezza di una campagna notturna e deserta, ma non buia perché, pur essendo passata la mezzanotte, un certo chiarore è ancora visibile in cielo. Vinta dalla suggestione del paesaggio, piombo nel sonno come colpita da un badile e non immortalo neanche questo. Del trasferimento in albergo, del check in, dell’essermi lavata i denti e messa il pigiama ho ricordi imprecisi.
La mattina successiva, il clima è quello tipico del quattro giugno: dieci gradi, vento e pioggia a sprazzi. È il giorno del primo dei tre concerti nella capitale svedese e dopo aver fatto la consueta figura di quelli che non mangiano da una settimana al buffet della colazione, ci dirigiamo verso lo stadio in tarda mattinata, saldi nel nostro proposito di limitarci a vedere “che aria tira”. Lasciamo addirittura i biglietti in albergo, essendo nostra intenzione fare i turisti per qualche ora e ristorarci un poco prima di metterci realmente in coda. È più che altro un sopralluogo per vedere chi c’è e salutare gli amici.
I fan di Springsteen, infatti, sono un po’ come gli aerei del duce: sembrano migliaia e migliaia, in realtà sono le stesse decine che si spostano da un concerto all’altro; dopo dieci anni di questa vita, ci si conosce tutti.
Alle undici e trentacinque circa arriviamo nei pressi della coda, alle undici e trentasei siamo i numeri 331 e 332. All’una rispondiamo all’appello, all’una e dieci corriamo in albergo come due inseguiti dai rimorsi, alle quattordici e dieci siamo di nuovo sul posto con biglietti e cartello. Morti di fatica e di freddo; in pochi minuti, la prima passa e il secondo aumenta. La fila è ordinata, ma piuttosto serrata e in piedi, anche perché continua a piovere e sedersi per terra non sembra una buona idea. Dopo l’appello delle cinque vengono distribuiti i Braccialetti e tutto acquista un senso.

[continua giovedì prossimo, iscriviti per non perdere il resto del racconto!]

4 thoughts on “Working on a dream tour – Stoccolma 2009, parte I

  1. Pippo

    dimenticavi nella narrazione ……. entrando alle 17.30 troviamo il friulano ….. appena arrivato…. che ci aspetta nel pit !!! AH AH AH AH

  2. Larry

    Pippo!
    Segui!
    I protagonisti di questo racconto non sono ancora entrati! Aspetta la prossima puntata [che, oltretutto, esce tra poche ore].

    Comunque sia, non saprei dire perché, ma questo personagio del “Furlano” non ha l’aria di essere molto rilevante ai fini della narrazione; anzi, secondo me è di quei personaggi messi lì dal narratore per essere fatti crepare a un certo punto, al fine di dare una sfumatura dark alla storia

  3. Pippo

    Non prima però di averlo fatto accoppiare con rappresentanti della “fauna locale” svedese !!!!! Attendo la prox parte con ansia.

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