Working on a dream tour – Stoccolma 2009, parte II

Buon giovedì, miei piccoli lettori. a
Anche oggi godo dei benefici del lavoro degli altri e proseguo a pubblicare il racconto del viaggio a Stoccolma che ho trovato su fucine.com.
Buon divertimento.

[…continua dal 30 Luglio]

I pagani sappiano che “il Braccialetto” è un ambitissimo trofeo, secondo solo alla Transenna. Chi lo indossa – ovvero le prime “x” persone della fila – ha accesso al Pit. “X” è un numero imprecisabile, anche a distribuzione avvenuta, dato che nessuno è mai riuscito a contare gli aventi braccialetto, che si ottiene con un complicato rapporto tra la capacità di posti in piedi dello stadio e il coefficiente di scazzo del capo della security, meno il numero di braccialetti che “certa security” sottrae al mazzo per venderli illegalmente. Il Pit è la prima porzione di parterre, il recinto sotto il palco, la bolgia paradisiaca in cui si muovono (si fa per dire) i privilegiati delle prime file. Il Braccialetto consente di andare e venire dal recinto a piacimento, cioè di fare cose altrimenti impensabili, come andare in bagno o comprare un panino senza perdere il posto o, a seconda del grado di civiltà del paese e degli altri spettatori, retrocendendo mai oltre una certa posizione. E poi è un punto d’onore. Nell’80% della superficie del Pit si vede peggio che dagli spalti, ma il vero fan va nel Pit perché è da lì che si trasmette al nostro beniamino tutto l’amore e l’entusiasmo. Il Pit comanda i cori, le ole, i salti e tutti i movimenti da idioti che divertono tanto Bruce. Dal Pit spuntano i cartelli con le richieste che Bruce passa a raccogliere. Quelli del Pit hanno una remota possibilità di toccarLo.
Gli altri hanno pagato per niente.

Quando ci entriamo, la fascia centrale è occupata e decidiamo di sacrificare un poco di visibilità in nome della Richiesta, optando per la transenna laterale sinistra (guardando il palco, lato Clemons, per capirci). La transenna laterale è pur sempre una transenna, ma non è “La Transenna”. Con “La Transenna” si intende solamente la prima fila centrale, ovvero l’area dove i più fortunati si sfasciano la gabbia toracica contro la recinzione ogni volta che Lui si avvicina. La transenna laterale vive questo privilegio più raramente, sebbene il nostro eroe sia prodigo di spostamenti da una passerella all’altra. Tuttavia è il posto adatto se si vuole tentare di passare la propria Richiesta. La Richiesta è – nel caso ci fosse tra i lettori qualche infedele che incredibilmente lo ignori – un cartello, generalmente ottenuto con mezzi di fortuna (sebbene se ne siano già viste versioni professionali e tecnologiche) su cui compare il titolo della canzone che si vorrebbe sentire da Bruce, o – secondo una politica più ardita – un verso che si ritiene altrettanto evocativo, che meglio catturi la Sua attenzione. Tipicamente intorno al decimo brano suonato, il Nostro fa il giro delle quattro passerelle e raccoglie i cartelli: fra essi sceglierà le 4/5 canzoni “imprevedibili”. Che, a dirla tutta, proprio imprevedibili non sono, perché qualche spettatore bara scrivendo il cartello dopo ilsoundcheck, con il vantaggio di potersi bullare del fatto che la propria richiesta è stata accettata, ma con la coscienza sporca per avere assecondato il capriccio del capo. Del resto, come proprio uno di questi cartelli diceva, “You’re the boss, you decide!”.

Un po’ bara pure Springsteen, va detto, perché, se ha deciso che certi brani non si suonano, non c’è verso di farglieli suonare, neanche chiedendoli con un’insegna al neon, neanche scolpendone i titoli sul marmo e scaraventandogli la lastra sul ditone.
Noi, per esempio, ci siamo presentati con un sobrissimo cartello arancione che chiedeva, attraverso un sottile enigma (peraltro corredato immediatamente di soluzione, avendo in fondo scarsa fiducia nella prontezza mentale di un, pur giovanilissimo, quasi sessantenne) una canzone dei primi anni Settanta, pubblicata ufficialmente nel 1998 ed eseguita dal vivo sette volte – dati ufficiali – in trentasei anni. Curiosamente, pur avendoglielo piazzato in bocca un paio di volte, non lo ha preso.

La richiesta

Certo – diranno subito i miei piccoli lettori – se gli avessimo chiesto un brano di cui almeno ricordava gli accordi (per le parole lo avrebbe aiutato il pubblico), magari avremmo avuto qualche possibilità in più di vederlo scelto, ma volete mettere l’impresa? Volete metterela gioia, l’onore, e la gratitudine del resto dei fans, ottenendo una performance del genere? Forse è un bene che sia andata così, perché il mio vecchio cuore non avrebbe retto all’emozione.
Non è opportuno raccontare il concerto: chi c’era sa, a chi non c’era evidentemente non interessa, su chi non ha potuto esserci, ma avrebbe voluto, non è giusto infierire. Mi limito a vantarmi
en passant – svelando il vero fine ultimo di questo resoconto – di averGli toccato un polpaccio e un avambraccio: il giorno più bello della mia vita. Dopo quello in cui Gli ho sfiorato una spalla; dopo quello in cui l’ho visto dal vivo per la prima volta; beh, magari anche dopo quello del mio matrimonio.

Il nostro secondo giorno a Stoccolma è un po’ più gradevole dal punto di vista meteorologico, tanto che in mattinata azzardiamo un tour guidato fra le isole che formano la città, insieme ad un altro fan triestino e ad una coppia di fan stranieri: di San Marino.
Durante il tour invidio ardentemente i nuovi amici che possono non dirsi italiani perché una simpatica combriccola di cafoni mi fa vergognare della mia nazionalità, alzandosi in piedi per fare le foto – quando tutti le fanno benissimo da seduti senza imbucarsi nelle inquadrature altrui – e comunicando a grida da un lato all’altro dell’imbarcazione, mentre gli altri si sforzano di ascoltare la spiegazione in cuffia; l’unica che non disturba è il fenomeno che si è addormentata con la faccia spalmata sul vetro, perdendo paesaggio e descrizione.
Pranziamo nell’Östermalm Saluhall, una sorta di mercato coperto dove, tra i banchi in legno degli alimentari, trovano posto i tavolini di un bistrot che serve piatti tipici a base di pesce. I prezzi non sono certo popolari, ma, considerando le materie prime e in rapporto al costo della vita in Svezia, non si può dire che sia esoso. E l’ambientazione, per una volta, vale la pazzia: non credo che torneremo in Svezia tanto presto, del resto.
Gigioneggiamo e giochiamo alle persone mature, ma siamo tutti in un malcelato stato d’ansia: sono le 15 e ancora non siamo andati in coda: dobbiamo essere pazzi. Poco dopo avere guadagnato il posto nella fila, infatti, vengono distribuiti i braccialetti: per un pelo! Che non accada più un simile abbassamento della guardia.

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